venerdì 17 luglio 2026

Piccolezze.


            Ho sentito dire da mia zia che mio padre, pur non mostrandolo, si sente piuttosto orgoglioso dei miei risultati scolastici, ed è quindi contento di me, soprattutto perché a lui piacciono molto le persone vincenti, quelle che riescono a costruire e ad avere una personalità propria e a farsi valere dagli altri. Non so che cosa voglia dire tutto questo, e forse nelle parole di mia zia in ciò che mi ha confessato c’era persino una leggera punta di critica nei confronti del babbo, ma in ogni caso a me tutto quello che proseguo a fare riesce così naturale che non potrei essere una bambina diversa da come sono ed appaio agli occhi di tutti. Lui certe volte dice anche che probabilmente sono un po’ fortunata, ed io gli sorrido, perché credo comunque che questo sia un bel complimento, e che al contrario di mio fratello io sia capace di trovare con facilità il tratto positivo delle cose, come mi ha anche spiegato la mia maestra, e a superare in questo modo ogni compito o difficoltà che mi trovo ad affrontare. A mio padre probabilmente piacerebbe che si manifestasse in questo senso una maggiore somiglianza tra me e mio fratello, e che magari io mi prendessi l’impegno di essere, oltre ad una sorella maggiore, anche una guida nei confronti di Marco, sia nelle normali cose da fare, ma soprattutto nei nostri studi, anche se a me purtroppo torna estremamente difficile spiegargli ciò che è necessario sapere, o come ci si comporta sui banchi scolastici, perché lui è sfuggente, sempre chiuso in sé stesso, come se non desse nessuna importanza a ciò da cui è circondato.

            Lui appare perennemente il bambino malato, quello debole, colui che non riesce a tirarsi fuori dal ruolo che ha assunto dopo aver trascorso tanto tempo in mezzo agli ospedali, al punto che è come se adesso portasse costantemente con sé la sua malattia, persino nei suoi modi fare, o nell’osservazione della realtà, e nel suo confrontarsi con gli altri, talvolta anche nei miei riguardi e persino verso quelli di nostro padre, che ovviamente lo vorrebbe più reattivo, forse più forte, e soprattutto un po’ più combattente. Quando sto con mia zia lei non mi chiede quasi niente di lui, come se quasi non fosse interessata alla sua crescita, al suo sviluppo, al suo risollevarsi dai periodi difficili che si è trovato a trascorrere. Non ho mai pensato fino ad oggi a come sarà il suo futuro, però quando lo guardo, pur nel dispiacere che provo spesso per la sua incapacità nel divertirsi e nel giocare con me o anche con gli altri bambini proprio come sempre si dovrebbe alla sua età, ritengo che conservi in sé stesso come una parte di colpa, incapace come si è dimostrato di cambiare il proprio atteggiamento passivo, e di risollevarsi dalla veste che ha assunto poco per volta. Mio padre una volta mi ha persino spiegato che Marco è come se fosse adirato con tutti, quasi che ritenesse colpevole ciascuno di noi delle sofferenze che ha dovuto sopportare in prima persona, ma io non ci credo, e poi mi dispiace davvero non essere in grado di aiutarlo come sicuramente meriterebbe.

            Poi mio padre dice che tutte queste sono soltanto semplici piccolezze, e che non ci vorrebbe neppure molto per superare d’un balzo ogni ostacolo. Lui dice che per riuscire ad essere bravi oggigiorno ci vuole tutto l’impegno possibile, ma soprattutto sapere dentro noi stessi che cosa realmente si desidera. Alla fine, solleva le spalle, aggiunge che forse non lo sa neppure lui, e che la realtà è davvero complessa, e che risulta composta da una serie innumerevole di enormi sciocchezze. Io naturalmente lo ascolto, anche se non sono d’accordo, e mi pare che sia talmente difficile comprendere che cosa possono essere le cose davvero importanti al punto che non valga neppure la pena di porsi questo tipo di problemi, e che sia fondamentale soltanto impegnarsi in ciò che ci piace di più e che per natura ci riesce di affrontare con maggiore facilità. La mia mamma non interviene quasi mai su questi argomenti, perchè per lei probabilmente le cose sono del tutto invariabili, e dobbiamo accettare tutto quanto senza porsi neppure il problema di cambiare le nostre azioni e i nostri pensieri. Quando certe volte parlo con Marco, spiegandogli magari che cosa sia successo in quel certo giorno nella mia classe, o che cosa è stato detto dalla maestra o da qualcuno dei miei compagni, mi sembra che le sue riflessioni, mentre continua ad ascoltarmi in perfetto silenzio, siano estremamente lontane dalla realtà, quasi che esistesse un mondo immaginario e parallelo nella sua mente, qualcosa che lui prosegue giorno per giorno a costruirsi per conto proprio.      

            A mio padre non ho mai detto qualcosa del genere, anche perché lui non mi chiede mai un parere su mio fratello. Anche mia zia d’altronde non affronta mai argomenti del genere, e se anche io non dico niente a nessuno di quello che qualche volta mi pare di intuire o comprendere su Marco, alla fine devo riconoscere che il suo atteggiamento nei confronti di tutti è estremamente particolare, totalmente diverso da quello di tutti gli altri bambini che frequento o che conosco.

 

            Bruno Magnolfi 

domenica 5 luglio 2026

Tralasciata.


            Durante i periodi estivi dei due anni a cavallo tra il momento in cui mi sposai e quando rimasi in stato interessante della mia prima figlia, certe sere andavo a ballare con mio marito in un locale all’aperto, alla buona, dove venivano fatti suonare dei dischi dell’epoca e si poteva bere qualche birra. Ci ritrovavamo tra vicini di casa, conoscenti, qualche negoziante della zona, e poi qualche ragazza scatenata che con il fidanzato faceva divertire quasi tutti. Era l’epoca dei balli all’americana, un po’ sportivi, dove ogni passo pareva quasi una sfida, anche se io andavo sulla pista, con mio marito o con mio fratello, solo quando il giradischi suonava qualcosa di lento e di romantico. Però mi piaceva osservare gli altri, le loro espressioni, i gesti con cui venivano trovate facilmente delle affinità, e quando tutti sembravano felici di poter sentirsi così liberi e di non essere più oppressi dopo i tempi della guerra terminata soltanto da pochi anni. Gli uomini fumavano incessantemente, parlando e restando in piedi nei loro calzoni larghi, e le donne spesso tenevano i capelli accuratamente raccolti in un fermaglio o in una acconciatura ben studiata, a differenza di qualcuna forse più moderna che lasciava la propria chioma libera sopra le spalle. Qualche sera veniva anche la mia amica, e a me piaceva stare con lei anche senza ballare, mentre mi raccontava le cose più strampalate con i suoi modi piacevoli e simpatici. <<Siamo sposate, Rachele>>, mi ripeteva a volte ridendo, <<e adesso la nostra vita è cambiata, e possiamo sentirci libere con i nostri mariti, via dai nostri genitori antichi>>.

            Non so se riuscivo a provare davvero il suo stesso entusiasmo, anche se piaceva anche a me lasciarmi un po’ andare in quelle serate piene di gente e con la musica forte nelle orecchie, però ogni tanto mi ritrovavo in qualche angolo da sola nel ripercorrere per qualche attimo i miei tanti pensieri, e riattivare rapidamente la mia intimità, la mia personalità un po’ introversa. Mi pareva difficile, almeno per come sono fatta io, essere davvero in grado di sfuggire per un’intera serata a quella nota di tristezza che certe volte sembrava non lasciarmi mai, e difatti mi bastava gettare un’occhiata verso qualche anziano più in disparte, ed osservare per un solo momento coloro che si mettevano su una sedia ai margini di tutto, per sentirmi immediatamente come loro, con l’espressione seria, mentre tutti parevano solo ridere e divertirsi. Poi da me tornava mio marito, oppure mio fratello, e tutto quanto pareva già alle spalle, e si poteva riprendere a ballare, e a misurare i passi di quei lenti che tentavano di sciogliere quelle piccole preoccupazioni che non volevano andarsene mai dalla mia mente.  

            Ad un certo punto poi, si decideva di tronarcene a casa, io, mio marito, e anche i miei familiari, così si salutavano gli altri che ancora desideravano trattenersi in quella piccola balera, come a voler ancora assaporare la necessità di stare in mezzo a tutti, senza alcuna preoccupazione apparente, e noi così si ritrovava rapidamente il silenzio della strada fioca, rischiarata dai pochi lampioni, coi nostri passi che risuonavano ritmicamente sul marciapiede, nell’improvviso silenzio della tarda serata. Mio marito tirava fuori dalla tasca la chiave del portone e in un attimo eravamo pronti per distenderci nel letto, per ritrovare il fresco delle lenzuola e della calma del nostro piccolo appartamento d’affitto. Nasceranno là dentro i miei due figli, a distanza di tre anni esatti l’uno dall’altra, e niente in seguito mi permetterà più di frequentare ancora quel locale. La mia amica invece dopo quel periodo non fece neanche un figlio insieme a suo marito, e qualche volta forse ho invidiato la sua lunga giovinezza, e forse anche quella libertà di cui sempre parlava e che pareva del tutto necessaria per una persona come lei. Avrei voluto a volte parlarle dei miei affanni, della fatica che a volte provavo nelle lunghe giornate quasi vuote, nell’attesa del ritorno dal lavoro di mio marito Franco, sempre preso dai suoi problemi, forse incapace di accorgersi di quella luce di tristezza che a volte mi passava sopra gli occhi. Fu in quel periodo che imparai a trattenere dentro di me tutto ciò che poteva apparire poco appropriato per una donna sposata da poco tempo, con una vita familiare davanti persino troppo  complicata e tutta da interpretare, se solo fossi riuscita ad avere una personalità più definita.

            I miei genitori e mio fratello ogni tanto venivano da me per farmi una breve visita, abitando peraltro poco lontano, ma io mi sentivo così quasi a disagio di fronte a loro, provando una maggiore contentezza quando ero io ad andare a fargli visita, ritrovando la vecchia abitazione degli anni belli, gli oggetti d’uso, i mobili, tutte le cose che avevano visto la mia giovinezza e ascoltato le loro parole serie e a volte anche severe. Poi mi passava la tristezza, e quando rientrava Franco sapevo già che cosa avrebbe detto e come si sarebbe comportato, tirando fuori con me i suoi modi di sempre, quella sua apparente indifferenza che speravo un giorno o l’altro di riconoscere almeno in parte tralasciata.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 29 giugno 2026

Dalla loro voce.


            Il mio compagno di banco è un tipo che normalmente parla molto, tanto che spesso non lo ascolto nemmeno, soprattutto perché mi annoia abbastanza sentire uscire continuamente dalla sua bocca delle storielle talmente forzate da apparire alle mie orecchie del tutto inverosimili. Per la maggior parte delle volte però lo ascolto in silenzio, ed anche se non dico niente e non faccio neppure delle espressioni particolari con la faccia, lui mi guarda e sembra contento, come se gli fosse sufficiente dimostrare la propria capacità di inventare qualcosa su due piedi; qualcosa che possa apparire, se non del tutto vero, però almeno credibile. Così oggi, per non fare sempre la figura dell’introverso, gli ho accennato di uno zio che da molti anni lavora come secondino nel carcere della città. <<Lui ne sente ogni giorno di tutti i colori>>, gli ho spiegato, <<perché i carcerati hanno sempre bisogno prima o dopo di liberarsi dei segreti che ognuno porta con sé, e mio zio ha la capacità di dimostrarsi uno che sa ascoltare tutto senza giudicare, solo per il gusto di venire a conoscenza di cose che non potrebbe mai sapere in altra maniera. Certe volte poi viene a casa nostra quando è libero dal lavoro, e spesso si trattiene per la cena, così si mette seduto al tavolo tra mio padre e mia madre, ed inizia con calma a raccontare delle cose che ha sentito tra le celle e tra i corridoi della galera dove trascorre tutto quel tempo di ogni giorno>>. Il mio compagno resta di sasso, con gli occhi e con la bocca aperta, perché non immaginava che io avessi una fonte attendibile di vicende criminose così a portata di mano, ed allora mi chiede di raccontagli subito qualcosa che ho sentito dire da mio zio.  

            Naturalmente io non ho neanche uno zio, e la mia famiglia non ha mai avuto niente a che fare con il carcere, però l’improvvisa attenzione del mio compagno mi ha subito spinto ad inventare qualcosa che si dimostrasse all’altezza del preambolo, anche se ho detto subito che quelli di cui ero a conoscenza erano segreti quasi irrivelabili, e che quindi non potevo adesso dire proprio tutto, ma soltanto una parte di quello che sapevo. Lui naturalmente ha aperto subito le orecchie: <<Ci sta un ergastolano, per esempio, che ha strangolato un uomo a mani nude>>, gli ho spiegato; <<lo ha fatto per pura gelosia, solo perché immaginava che l’altro insidiasse la sua donna. Ha cercato poi di far sparire quel cadavere gettandolo in un fosso, ma la donna si è insospettita quasi subito, e dopo qualche giorno ha dato l’allarme. Quando le divise sono andate ad interrogarlo lui ha cominciato a contraddirsi di fronte alle domande che tutti gli ponevano, e in poco tempo ovviamente ha confessato, indicando anche il luogo dove trovare l’ucciso>>. Poi mi sono fermato, anche se il mio compagno insisteva per conoscere altri particolari, ed allora ho alzato le spalle come ad indicare che non dipendeva da me la possibilità di raccontare tutto, e che avevo promesso il silenzio sia su quella che su altre vicende.

            Tutto ciò ha acceso incredibilmente la fantasia e la voglia di conoscere altre storie scabrose da parte del mio compagno di banco, ma soprattutto, mentre la nostra maestra riprendeva con le sue lezioni una volta terminato l’intervallo, a lui gli deve essere sembrato che le sue storielle, al confronto con quelle di cui io ero in grado di venire a conoscenza, fossero soltanto delle sciocchezze quasi prive di qualsiasi importanza, tanto che non ha cercato per tutta la mattinata di raccontarmi niente di sé e di ciò di cui a volte si è dimostrato tanto ferrato. Durante un’altra pausa della mattinata gli ho detto sottovoce che non doveva dire niente a nessuno di quello che gli avevo rivelavo, altrimenti avrei immediatamente smesso di raccontargli altre storie simili di mio zio, e lui mi ha subito spergiurato di non farne parola a nessuna anima viva. Mi veniva quasi da ridere mentre lo osservavo fare quelle espressioni del viso così serie, e poi anche riconoscere nei suoi occhi una tale convinzione nel riuscire veramente a mantenere con altri quei segreti di cui potevo metterlo al corrente che ad un tratto mi sono sentito estremamente superiore a lui per arguzia, e questo mi ha dato un certo conforto riguardo a tutte le baggianate con cui si è fatto bello lui favoleggiandole come cose vere.   

            <<In galera poi ne succedono di tutti i colori>>, gli ho spiegato durante un’altra pausa, <<e ci sono addirittura delle persone che non smettono mai di cercare la fuga in un modo oppure nell’altro, ma soltanto chi tiene tutto per sé riesce a mettere in piedi un piano davvero efficace. Mio zio conosce bene i modi e gli atteggiamenti dei carcerati, e spesso riesce a comprendere anche da pochi elementi quando quelli stiano per inventarsi qualche stratagemma per tagliare la corda, e per questo è stimato, ed è grazie a queste sue capacità che qualcuno va da lui spontaneamente per confessare addirittura delle malefatte che neppure un giudice è riuscito a strappare dalla loro voce>>. 

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 11 giugno 2026

Rientro a casa.


            Quando Marco ebbe l’età di sei anni circa, appena trascorsi in casa quei particolari giorni di euforia nel periodo in cui suo padre si era lanciato nell’acquisire la patente di guida ed acquistare a rate quella piccola utilitaria di seconda mano che pareva quasi la propria svolta essenziale e a cui sembrava tenere in maniera quasi maniacale, lo stesso genitore decise per quella domenica ventura della fine di giugno di concedere alla sua famiglia una gita fuori dal paese di Volterra dove loro abitavano, e di raggiungere speditamente con la moglie e i due figli una spiaggia lungo il litorale marino delle vicinanze. Sua madre aveva detto subito, come se quella fosse quasi stata una scusa accettabile per non uscire neanche da casa, che non possedeva neppure un costume da bagno, ma sua sorella Loriana si era mostrata invece così entusiasta per quella idea di trascorrere una giornata sulla spiaggia da mettersi addirittura a saltellare per la felicità. Suo padre aveva riso a lungo dell’atteggiamento di sua figlia, anche se Marco al contrario era rimasto al solito impassibile, quasi indifferente, come fosse impossibilitato ad esprimere una propria opinione nei riguardi di quella proposta. In breve, la famiglia aveva comunque preso in fretta tutto ciò che poteva servire per quella giornata, e in poco tempo la macchina fu messa in moto ed il breve viaggio ebbe il suo inizio.   

            <<Mi sembra tu stia andando un po’ troppo spedito>>, aveva detto sottovoce quasi subito Rachele al marito mentre praticamente sembrava di fatto dare voce al proprio desiderio intimo di far abbassare l’entusiasmo con cui lui stava guidando, che peraltro sembrava impiegare nei propri gesti tutta l’attenzione di un neopatentato che si trova ad affrontare una strada statale per quel giorno così trafficata e colma di imprevisti. A questo proposito lei, rigorosamente seduta al fianco del guidatore, si mostrava tutta tesa nel suo ruolo di rilevatrice di ostacoli o di improvvisi inconvenienti, e per questo motivo appariva costantemente concentrata con sguardo incrollabile nell’osservazione della striscia di strada asfaltata davanti all’auto, pronta naturalmente nel segnalare a suo marito qualsiasi elemento degno di un’attenzione sufficiente ad evitare frenate brusche o pericolose manovre improvvise. Loriana, seduta con suo fratello sul sedile posteriore, proseguiva come sempre a raccontare qualcosa che le era venuto in mente a proposito delle famiglie delle sue compagne di scuola, che improvvisamente nelle sue parole sembrava si recassero regolarmente nei luoghi vacanzieri della costa, sfoggiando automobili lucide, impeccabili, e anche di grossa cilindrata, mentre nei racconti sottolineava come talvolta quelle famiglie proseguissero a ridere e a godere della propria fortuna, come se stessero usufruendo di un privilegio unico in quel potersi permettere attività di quel tipo.  

            Il mare, comunque, quel giorno era bellissimo, e quando furono davanti alla costa fermarono la macchina e raggiunsero quella spiaggia non eccessivamente affollata di ombrelloni e di sedie a sdraio. Si sistemarono con degli asciugamani intorno ai propri vestiti sistemati con buona cura, e siccome lì vicino c’era un bagno attrezzato, il padre Franco, dopo essersi bagnato i piedi tra le piccole onde del bagnasciuga, si era spinto a curiosare fin lì per informarsi sui mosconi a remi e sulle barche a noleggio che un cartello invitava a provare. Quando infine era tornato indietro aveva proposto subito a Loriana di fare un giro di mezz’ora o un’ora intera insieme a lui su una piccola lancia a remi, tanto che i due tornarono svelti a quel bagno e in breve presero il mare con una barchetta dopo la naturale rassicurazione fatta a Rachele di non allontanarsi troppo dalla riva. Marco naturalmente a quella proposta si era limitato a scuotere la testa senza alzare neppure lo sguardo dalla sabbia accanto a sé, restando perciò seduto nei suoi calzoncini azzurri, del tutto contrario alla richiesta di sua madre di togliere almeno la maglietta e prendere così sopra le spalle un po’ di sole.  

            Il padre e la sorella di Marco avevano perciò preso a solcare con quella barca le piccole onde azzurre e schiumose di fronte al resto della famiglia, sospinti dai remi che Franco non sembrava neppure utilizzare troppo bene pur impegnandosi al massimo, però restando fedeli alle promesse di non allontanarsi troppo dalla riva e quindi di trattenersi sempre ad una distanza di tutta sicurezza. Marco e sua mamma, seduti sulla sabbia, erano rimasti in silenzio per quasi tutto il tempo, senza minimamente commentare i gesti e l’avventura degli altri due, anche se forse in mezzo ai loro pensieri era iniziata ad evidenziarsi quella piccola crepa familiare, quella sottile differenza, sicuramente una cosa di assoluto poco conto, ma che mostrava come i caratteri dei componenti fossero divisi a due a due nella propria definizione di svago. Franco e Loriana infine tornarono, e come c’era da aspettarsi  mostrarono tutto il loro entusiasmo per quel divertimento, mentre Marco e sua madre conservavano ancora sulla faccia l’espressione seria di chi giudica quegli atteggiamenti soltanto una sciocchezza. Più tardi poi, rientrarono tutti a casa.  

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 20 maggio 2026

Senso vero.


            <<Quella è proprio una bella famiglia>>, dice il negoziante di generi alimentari ad una cliente di lunga data, sola persona presente oltre lui intorno al suo banco, indicando con lo sguardo la donna che è appena uscita dall’esercizio e che abita poco più avanti lungo la strada. <<Peccato che il figlio più piccolo lamenti dei gravi problemi di salute, e che abbia visitato già diversi ospedali della regione senza risultato. Il fatto è che i medici non riescono a comprendere da che cosa sia causato il principio del suo male, per cui continuano ad analizzarlo e a somministrargli dei palliativi senza riuscire a risolvere il problema. Il bambino è smunto, pallido, emaciato, e i suoi genitori ovviamente si disperano per questa situazione>>. La cliente annuisce, conosce di vista quella famiglia, e solo vagamente è a conoscenza di quello che sta capitando a quelle persone, anche se al momento esprime una frase generica che non dà il senso di una reale solidarietà. <<Forse c’è qualcosa di genetico che quella famiglia si sta portando dietro>>, dice con un tono che sembra voler sottolineare un qualche senso di colpa di quei genitori. Il negoziante lascia cadere l’argomento, proseguendo comunque a servire la cliente, ingollando quello che in cuor proprio avrebbe desiderio di esprimere, ma trattenendosi dal farlo. Poi, quando la donna esce, lui vorrebbe non aver mai detto nulla di ciò che si è lasciato sfuggire, anche se i suoi sentimenti restano naturalmente inalterati.

            Spesso in ognuno nasce improvvisa e inspiegabile la necessità di trovare un colpevole per ogni cosa, anche se è materialmente impossibile. Lei sa che deve parlare dei propri problemi familiari il meno possibile, anche se certe volte sente forte la necessità di essere compatita, e di ricevere qualche parola di sostegno per la situazione che da tempo si trova a dover affrontare. Suo marito, probabilmente, riesce con più facilità a distrarsi sul suo posto di lavoro, ma è lei che si trova a portare il fardello maggiore, oltretutto dovendo spesso timidamente interloquire con i medici, per poi riportare con delle parole abbastanza appropriate, magari alleggerite del crudo responso della scienza, quello che secondo lei sta a metà strada tra la speranza agognata della guarigione definitiva e in tempi brevi, e la dura verità ascoltata nella interpretazione asciutta fornita dalle analisi. Non si sente adatta per affrontare quel compito, quel dover in qualche modo incoraggiare tutti in famiglia, per primo naturalmente suo figlio Marco, e poi convincere con semplicità che il quadro clinico sta migliorando, e che ci vuole solamente ancora un po’ di pazienza. Questo dice a suo marito, proprio lei che di pazienza non ne ha quasi più, e in certe sere si sente piegata dalla situazione a cui continua a far fronte. Qualcuno nel vicinato le chiede qualcosa incontrandola per strada mentre torna dalla stazione ferroviaria ogni sera, e lei cerca di sorridere con la sua faccia stanca, lo sguardo ancora perso tra le corsie d’ospedale in mezzo a quei camici bianchi che hanno imparato ormai a conoscerla. Ma le sue brevi risposte non sono mai esaustive, e sembrano semplicemente accarezzare il problema, come per evitare che qualcosa di segreto si imbizzarrisca e faccia peggiorare lo stato delle cose.

            L’acquisto frettoloso di ciò che serve per la cena in quel negozio dei generi alimentari poi, assume almeno per qualche momento quel briciolo di semplice ritorno ad una normalità tanto desiderata ma che sembra però sfuggirle di mano da un attimo all’altro, e lo sguardo di quel gestore, che oramai non le chiede più nulla avendo compreso perfettamente che non c’è al momento ancora nessuna novità di cui parlare, è quello di una persona che vorrebbe accorarsi di fronte alla donna, ma cerca invece di farle coraggio, sorride mentre la serve, aggiunge anche qualcosa di divertente, e forse applica un piccolo sconto sul prezzo degli acquisti, non perché questa donna abbia mai chiesto una cosa di quel genere, ma soltanto perché lui si sente subito migliore nel comportarsi così. Forse il momento più difficile è proprio il suo rientrare in casa, preparare alla svelta qualcosa per la cena, fingere il ritorno ad una vita già normale, dove l’aria non sia ammantata dall’odore dell’etere. La bambina grande ha preso un ottimo voto a scuola quest’oggi, come spesso le capita è giusto dire, e naturalmente tutti ne sono orgogliosi mentre fa vedere il foglio ai propri genitori con il giudizio della maestra a fondo pagina. La mamma tenta in questo modo di rallegrarsi, vorrebbe forse stringerla a sé, farle sentire così il proprio calore, ma non ci riesce, e poi ha paura di commuoversi troppo, di lasciarsi andare a quella stanchezza profonda di cui si sente ancora più preda innocente.

            Suo marito la osserva per un attimo, ed anche lui tenta di sorridere, ma si vede che è sfuggente, ed anche se vorrebbe dare forza alla sua famiglia, e stringere i denti per superare presto il momento difficile che sta attraversando ormai da troppo tempo, alla fine resta in silenzio, perché dentro di sé non trova le parole per esprimere qualcosa che assuma un senso vero a ciò che sta capitando.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 15 maggio 2026

Comportamenti normali.


            Suo padre ha sempre pensato che l’esistenza fosse composta quasi esclusivamente da una serie pressoché infinita di piccole amarezze, e se è certo che questo non può essere vero per tutti quanti, a proprio parere in lui gli elementi negativi hanno sempre avuto il sopravvento su qualsiasi altra eventualità. almeno fino a quando riesce a ricordare. Nelle sue faccende ha sempre avuto bisogno di un grande impegno per sconfiggere il fato avverso, e spesso si è reso conto che questo non sempre è stato sufficiente, tanto che in genere non si meraviglia neanche più quando qualcosa nelle sue giornate sembra mettersi immancabilmente di traverso. Sua figlia Loriana invece pare la positività fatta persona, con i suoi modi sempre tranquilli e distesi, ed anche se è ancora piccola di età, le attività scolastiche a cui si dedica con dedizione sembrano sempre coronate da continue combinazioni di fortuna, fino ad essere riconosciuta nella sua scuola come una delle ragazze più avvantaggiate in assoluto dal caso, in grado di avere sempre dalla propria parte quel pizzico di sorte favorevole che in altri sicuramente difetta. Forse è anche per questo che a lui piacciono le sue maniere così spontanee e naturali, così pronte nella loro semplicità ad avvalersi spesso di quella lieve spinta ulteriore, tanto da ritrovarsi additata, da molti compagni di scuola ed anche da qualche insegnante, come la bambina più celebrata ed efficiente sia nei propri profitti che nella semplice modestia, pur riconoscendo di non registrare un suo impegno particolare o superiore agli altri nello studio delle materie scolastiche.    

            Se c’è da scegliere un gruppo di alunni maggiormente rappresentativi della scuola lei è sempre la prima ad essere chiamata; se c’è da leggere a voce alta nella classe qualche poesia o qualche racconto, ecco che si pensa subito a lei; se viene fatto un piccolo concorso tra i più capaci della scuola ecco che lei primeggia, e così via, anche se alla fine i suoi profitti scolastici non sono mai i più impeccabili. È il tipo di ragazzina che quasi tutti vorrebbero avere come figlia, e che senza grandi sforzi riesce sempre ad arrivare dove altri magari falliscono, naturalmente anche grazie ad un piccolo impegno mai eluso in ciò che si sente in dovere di compiere. A suo padre piace portarla con sé durante le domeniche di bella stagione: in certi casi si sente addirittura protetto da quella sua aura di fortuna che sembra ordire intorno a sé già mentre parla, mentre cammina, quando spiega con voce pacata le proprie opinioni, tanto da apprezzare tantissimo i suoi racconti di piccole vicende scolastiche e quelle storie che spesso le vengono narrate sugli accadimenti dei propri compagni di classe o anche degli insegnanti. Loriana è giudicata da tutti una piacevole chiacchierona, ma ciò di cui parla non è mai qualcosa di noioso o di risaputo: senza averne troppa coscienza svela con le sue semplici parole dei retroscena spesso curiosi, aspetti ascoltati a sua volta da altri e interpretati da lei come fatti e vicende anche piuttosto intriganti di persone comuni inquadrate dalle parole nelle proprie semplici attività.

            Anche a sua madre piace sentirla raccontare le minute vicende scolastiche, certe volte spiegate con dovizia di particolari, mentre Loriana in presenza di suo fratello diventa improvvisamente più taciturna, meno ciarliera, come se si adeguasse al comportamento silenzioso di lui, che anche quando si trova in casa tende a starsene in disparte senza quasi aprire bocca. Il loro padre durante la cena spesso si lamenta di qualche piccolo screzio con qualcuno avuto durante la giornata sul proprio posto di lavoro, ma ben volentieri lascia spazio alla bambina per farle spiegare, con i suoi modi quasi affettuosi verso chiunque venga citato nei propri discorsi, quelle piccole cose accadute nel piccolo mondo in cui sembra perfettamente inserita. Anche Marco forse ascolta con interesse sua sorella, magari con un pizzico di invidia per quella capacità di cogliere sempre i dati divertenti e positivi di tutto ciò che le accade attorno. Ai due genitori piacerebbe molto che i due figli si assomigliassero di più sotto quel profilo così apprezzabile, ma per quanto cerchino di tenerli assieme il più possibile, Marco e Loriana evidenziano ogni giorno di più delle differenze profonde, dei modi quasi opposti di comportarsi, sicuramente derivazione di due caratteri quasi inconciliabili. Tra loro due comunque non nasce mai un vero diverbio, anche se spesso non sono troppo d’accordo, soprattutto perché lui preferisce evitare di prendere posizioni definite, lasciando che le parole di sua sorella vadano, per la maggior parte delle volte, ad infrangersi nel suo semplice ed ostinato silenzio, come se neppure fosse necessario stabilire il proprio punto di vista differente, e tutto venisse lasciato nelle mani di chi riesce a primeggiare con maggiore facilità in tutto ciò che si trova ad affrontare.

            Ai due genitori non giunge quasi mai il sapore o l’evidenza di quel conflitto sotterraneo tra i due figli, ed anche se notano a volte tra loro un’evidente mancanza di comunicazione sia nei gesti che verbale, non danno mai a questo aspetto una particolare importanza oppure un peso eccessivo, trovando quasi normale tra i due figli un comportamento di quel genere.

 

            Bruno Magnolfi   

martedì 12 maggio 2026

Debole febbre.


            <<Durante questo ultimo periodo i bambini in classe hanno cominciato a chiedersi tra loro, e certe volte anche a sottoporre a me il medesimo quesito, se Marco in fondo sia del tutto normale, cioè se abbia le capacità di tutti gli altri, se riesca a comportarsi in una maniera simile a chiunque, se è davvero uno come tutti, insomma>>, dice la maestra con tono imbarazzato alla mamma di Marco. <<Certo è vero che lui risulta molto timido, riservato, tanto che non scambia mai una parola con nessuno, e sono convinta che i periodi trascorsi in ospedale, come naturalmente questa sua malattia e tutte le settimane costretto a casa con questa febbre strisciante di cui lei mi ha parlato più volte, e che senz’altro lo hanno reso così smunto e gracile, non hanno certo migliorato la sua condizione. Lo dico a lei perché, anche se sono consapevole che Marco sia un bambino del tutto normale, che semplicemente presenta qualche momentanea e comprensibile difficoltà, di fronte alla cattiveria del tutto spontanea che a volte mostrano i suoi compagni, come d’altronde tutta l’infanzia quando attraversa quella loro età, non riesco in nessun modo ad arginare quello che sta accadendo, ed il trattare da parte di tutti la sua timidezza quasi come una vera diversità non lo aiuta certo a migliorare il proprio stato. Poi, anche aver dovuto tenere in classe il suo banco vuoto per tutto questo tempo, lo ha reso adesso quasi un estraneo al resto del gruppo, ed anche se al suo rientro tutti hanno mostrato un certo rallegrarsi per essere riuscito almeno per il momento a superare il suo male tramite le terapie, adesso viene spesso tenuto in disparte, come se non avesse le capacità e l’intelligenza degli altri. Ho cercato di parlarne sia singolarmente con i bambini più svegli e maggiormente estroversi, sia con tutto il resto della classe, sottolineando quanto Marco senta la necessità di essere integrato nel gruppo, ma non sono riuscita ad ottenere per adesso alcun risultato positivo>>.

            La mamma in un primo tempo vorrebbe addirittura non essere stata messa al corrente di queste informazioni che sta ascoltando senza sapere che dire, e così resta in silenzio, con lo sguardo basso, mostrandosi sicuramente seria e immalinconita per tutto ciò che sta succedendo, ma al contempo incapace di riuscire a proporre una soluzione efficace sia per questa maestra, con quelle comprensibili preoccupazioni che evidenzia, sia per il suo Marco. <<Ci vorrà un po’ di tempo>>, riesce a dire soltanto e semplicemente, e quindi fa il gesto di alzarsi dalla sedia per andarsene, come se, una volta superato quel momento di imbarazzo di fronte ad argomenti di quel genere, il peggio per lei fosse già passato. La maestra non la trattiene, e ribadisce soltanto di averla voluta mettere al corrente di ciò che sta accadendo nella sua classe di bambini, ma alla fine saluta la mamma stringendole la mano e lascia che esca dall’aula raggiungendo suo figlio rimasto fermo in disparte lungo il corridoio.

Uscendo dalla scuola, mentre tiene per mano il suo Marco silenzioso ed ubbidiente, la mamma immagina di dover portare avanti suo figlio per chissà quanto tempo ancora, con questo suo atteggiamento di incapacità nell' intrattenersi con gli altri e questa sua innata personalità così schiva ed incapace nel costruire con i suoi compagni delle amicizie. Lei lo comprende, capisce perfettamente il suo stato d’animo e la propria maniera di porsi così in distanza dalla realtà. <<Vive in un mondo tutto proprio>>, pensa difatti ogni tanto, <<e anche se i suoi coetanei non lo seguono e non lo comprendono affatto nel suo percorso, io credo comunque che per Marco tutto questo sia assolutamente naturale, persino il proprio costante rimanersene da solo, in disparte, mentre tutti gli altri si dimostrano in grado di fare gruppo>>. I due continuano a camminare, e la mano del bambino appare estremamente leggera tra le dita della mamma, quasi come il filo di un palloncino gonfiato in parte da semplice aria, che quasi non mostra un proprio peso, muovendosi nella debole brezza della giornata senza mostrare mai una posizione precisa e definita.

<<Per lui è naturale essere così, non sente la necessità di comportarsi in altro modo>>. dirà la mamma a suo marito giustificando l’isolamento di Marco e i rilievi della maestra. Uno dei tanti medici che avevano conosciuto negli ultimi tempi aveva detto: <<la malattia e il paziente, di qualsiasi età esso sia, spesso assumono una identica fisionomia, e certe volte è lungo e difficile il tempo che occorre per dividere le due realtà, tanto che quello che si può vedere sembra apparire l’incarnazione stessa dell’ammalato>>. Parlava in generale, non si riferiva a Marco, però sicuramente le sue parole erano esatte. A sua madre però va bene anche così, pallido, in disparte, senza mai alcuna voglia di ridere o di giocare con qualche suo compagno, ed anche se lei si è sempre trattenuta dall’essere troppo materna nei suoi confronti, ha sempre creduto che suo figlio fosse in quel modo per propria natura, silenzioso, pensieroso, immobile, con i suoi occhioni lucidi per quella debole febbre sempre presente.

 

Bruno Magnolfi