lunedì 7 settembre 2026

Forza di volontà.


            La mamma è finalmente arrivata ed adesso mi guarda in silenzio. A giudicare dall’espressione del viso credo sia stanca, al punto che una suora vestita di bianco, di solito odiosa con tutti, va a prendere una sedia per farla riposare. Ha affrontato le sue solite due ore di corriera per arrivare fin qui all’ora del passo, ed adesso starà per circa un’ora con me, poi tornerà indietro ad occuparsi del resto della famiglia. La suora le dice qualcosa sottovoce, qualcosa che io non posso sentire mentre resto coricato dentro a questo mio letto d’ospedale, anche se intendo già cosa potrà averle da spifferare. Mi sono comportato male stamani, quando sono venuti a farmi il solito prelievo di sangue. Ho iniziato subito ad agitarmi, così mi hanno immobilizzato in tre o in quattro, poi però una forza che non conoscevo dentro di me è venuta in mio soccorso, così ho gridato, ho teso tutti i muscoli, mi sono ribellato, forse ho anche sputato verso qualcuno, ed alla fine quando ho visto quella siringa di vetro che mi feriva e che si infilava dentro di me ho perso il lume degli occhi. Ho piegato il braccio, e quindi anche quell’ago maledetto; perciò, mi sono aperto una ferita interna e si è verificata subito una larga macchia nera nel braccio. Mi hanno coperto di insulti, hanno detto che prenderanno dei provvedimenti punitivi contro di me, poi mi hanno finalmente lasciato da solo.

            La mamma non dice niente, si è messa seduta accanto a me ed io adesso evito persino di guardarla, perché ha tirato fuori un fazzoletto dalla borsa per asciugarsi gli occhi. <<Non preoccuparti mamma>>, vorrei dirle se solo ne avessi il coraggio. <<Adesso sento dentro di me la forza che serve per ribellarmi dal male, e devo soltanto concentrarmi a fondo, richiamare ogni energia che ancora è dispersa dentro di me, e poi però sarò libero, libero da questa malattia insopportabile. Sono certo che è soltanto una questione di volontà, ed io adesso la sento nella mia testa e in tutte le parti del corpo, e sono sicuro che questa battaglia che oramai va avanti da troppo tempo potrà soltanto vedermi vittorioso. Poi spaccherò con calma un vetro della finestra durante la notte, e quindi mi calerò giù lungo il tubo di una gronda, fino a terra, senza che nessuno se ne accorga minimamente, ed infine sarò libero di andare dove mi pare, e soprattutto di tornare a casa con te>>.

            <<Perché ti comporti così?>>, chiede adesso la mamma. <<Tutti qui desiderano soltanto farti guarire, e tu riesci soltanto ad intralciare gli sforzi dei medici, degli infermieri, di queste suore buone e caritatevoli>>. Ora la guardo scostando il lenzuolo dalla faccia: <<Non sono buoni per niente, tutti questi>>, vorrei dirle, <<e riescono solamente a torturarmi con le loro pretese di capire più di quello che ne so io su di me>>. Sono sicuro che la mamma riesce a comprendere benissimo i miei pensieri, anche senza scambiare con lei neppure una parola. <<Ma io adesso so bene dove si annida il mio male, e posso combatterlo senza la necessità di alcun aiuto da parte dei medici. È soltanto una questione di volontà, ed io in questo momento ho capito perfettamente quale dovrà essere il mio giusto percorso per giungere alla completa guarigione>>. Poi però mi prende un attimo di sconforto, torno a nascondere la faccia sotto al lenzuolo, e quei piccoli dolori che non mi abbandonano mai tornano implacabili a farsi sentire. La mamma ora si alza, si sporge verso di me, mi guarda negli occhi, dice che devo affidarmi a chi mi può aiutare, perché è solo questa la strada possibile. Quindi aggiunge che lo devo fare per lei, per il babbo, per mia sorella.

            Sono confuso, io desidero con tutte le mie forze uscire da questo letto d’ospedale e da questa situazione insopportabile, ma anche lei che ogni giorno affronta un lungo viaggio per venire da me, deve comprendere che adesso è soltanto una questione di volontà, ed io mi sto concentrando per tirare fuori da me stesso tutto quello che serve. Desidero profondamente ribellarmi a quello che mi è accaduto fino a d oggi, e sono sicuro di riuscire a rovesciare completamente la mia condizione. <<Voglio guarire mamma>>, dovrei dirle; <<voglio tornare a casa e riprendere la scuola; voglio tanto tornare dai miei compagni e dalla maestra, e imparare ciò che mi è utile; e poi voglio tanto rivedere tutti quegli amici che abitano nella nostra stessa strada, e che forse mi aspettano per giocare ancora con me, per raccontarmi ancora le loro storie bellissime, per spiegarmi come si fa a crescere così come loro stanno crescendo, ed appagare le mie curiosità ogni volta che nascono in me>>.  

            Ma io sono sicuro che la mamma sta facendo di tutto per aiutarmi, ed io non voglio deluderla, e soprattutto non desidero per nessuna ragione che ci sia di nuovo una suora cattiva vestita di bianco a raccontarle che non sono un bravo bambino, che mi comporto male con tutti, che non aiuto in nessun modo tutti coloro che mi stanno aiutando.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 5 settembre 2026

Differenti stanze.


            Finalmente tutto si era improvvisamente sistemato. Non che i medici avessero compreso esattamente da che cosa era derivata l’infezione profonda per cui il bambino aveva dovuto subire due ricoveri ospedalieri prolungati ed importanti in quattro cliniche diverse sia all’età dei quattro anni che nel momento in cui ne aveva ormai compiuti sette, e in mezzo ai quali purtroppo era cresciuto poco, in modo gracile, pallido, senza quello sviluppo che ci si sarebbe potuto attendere da lui, però quei sintomi che lo avevano allettato così a lungo per una debolezza estrema ed una forte incapacità nell’avvicinarsi ad un normale percorso infantile, adesso, dopo le ultime accurate analisi, sembravano proprio del tutto scomparsi. Il passo era stato salutato naturalmente da una grande gioia in famiglia, e le cose, molto rapidamente, avevano ripreso per tutti un andamento molto più ordinario, nell’eliminazione quasi completa sia dei molti farmaci che avevano intossicato quegli anni sofferenti, sia di quei percorsi dietetici imposti dai luminari della medicina, incredibilmente destabilizzanti. Marco perciò era tornato a scuola come un bambino qualsiasi, e in classe i suoi compagni, che non lo vedevano oramai da ben più di tre mesi, naturalmente incoraggiati dalla loro sensibile maestra, si erano sentiti in dovere addirittura di far partire un applauso caloroso per il suo rientro.  

            Ma solamente poche settimane più tardi suo padre, impegnato come sempre nel proprio lavoro manuale, aveva subìto una brutta caduta, accusando dei fortissimi dolori alle spalle che non gli avevano permesso di riprendere il lavoro per quasi un mese, nonostante le cure ben appropriate ai risultati di alcune analisi piuttosto approfondite. Per Marco andare ogni tanto a far compagnia a suo padre perennemente dolorante e sdraiato nel proprio letto con delle vistose fasciature al collo ed al torace, era stato come un rovesciamento di posizioni quasi insopportabile, tanto da preferire rimanersene in disparte per quasi tutto il tempo che si tratteneva all’interno della sua camera, incapace, al contrario di sua sorella, di sillabare anche una sola parola di conforto al suo indirizzo. In quei frangenti aveva iniziato a riflettere a fondo sul concetto stesso della malattia e sul potere che esercitava questo stato a proposito delle relazioni con tutti gli altri attorno, fino quasi a rendere quel degente, nei propri pensieri meditati a lungo durante la propria condizione di ammalato cronico, addirittura un privilegio per la propria condizione rispetto a chi godeva di ottima salute. Gli pareva che tutto il mondo improvvisamente girasse intorno a chi cadeva disgraziatamente nello stato di ammalato, ed adesso l’atteggiamento conseguente di tutti quanti accanto a suo padre fosse addirittura manipolato da quello stesso stato, fino a concedergli un privilegio esistenziale non indifferente.

            Marco avrebbe forse voluto descrivere in maniera minuziosa queste sensazioni che provava adesso con una certa maturità data dai suoi quasi otto anni e con la provata esperienza di degente alle proprie spalle, ma nessuno, né tra le mura della sua stessa scuola, e tantomeno a casa sua, gli aveva mai rivolto delle precise domande che gli permettessero di descrivere in qualche modo quella sua comprovata consapevolezza. Suo padre, d’improvviso dopo la caduta, aveva mutato addirittura atteggiamento verso chiunque, e se anche cercava di non lamentarsi troppo dei dolori che provava, di fatto mostrava come preponderante quella debolezza insita in una persona che improvvisamente ha bisogno di tutto e dell’aiuto di tutti, sollecitando dalle persone vicine quella compassione di cui normalmente, e Marco ne era più che sicuro, avrebbe volentieri fatto a meno. In ogni caso, e forse proprio in virtù di tutto questo, nessuno tra i suoi amici e tra i suoi colleghi di lavoro, soprattutto per non dare corda a questa situazione di evidente estrema debolezza ed ai mutati rapporti interpersonali, era andato a fargli anche soltanto una semplice visita veloce per sincerarsi delle sue condizioni, e lui si era forse sentito abbandonato quasi da tutti, a parte i membri stretti della propria famiglia, nonostante fosse contento da un lato di non doversi mostrare ad altri così infermo e dolorante.

            Loriana al contrario sembrava dover spiegare per filo e per segno tutto quanto era accaduto a suo papà, e forse si mostrava in questa fase come il vero e necessario tramite notiziario di tutto quello che c’era da sapere riguardo all’infortunato, anche perché la moglie Rachele, in linea con i suoi abituali comportamenti, sembrava sempre voler sminuire agli occhi di chi le chiedeva qualche notizia la vera gravità dell’accaduto, usando poche parole di spiegazione e forse fidando, oppure anche  augurandosi, una ripresa rapida delle condizioni di Franco, con cui parlava soltanto a monosillabi, ad evitare ogni suo eventuale affaticamento. Di fatto i problemi per tutta la famiglia erano evidenti a tutti, ad iniziare da quelli economici, nonostante un’assicurazione provvidenziale elargisse una minima diaria in favore dell’infortunato, e in ogni caso il periodo nero in cui quella casa era caduta appariva adesso piuttosto pesante, tanto da lasciar ignorare abbastanza spesso da parte della moglie e dei suoi figli la stessa camera dove restava perennemente sdraiato Franco, proprio nella ricerca di quella normalità che sembrava resistere strenuamente solo nelle altre stanze dell’appartamento.   

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 3 settembre 2026

Per la strada.


            Franco sta seduto al tavolo della cucina. In questo tardo pomeriggio non è neppure uscito da casa come suo solito, ed invece si è messo a scrivere con una matita alcuni elenchi di nomi e di cifre su dei fogli di carta, molto probabilmente qualcosa riguardante le proprie attività di lavoro che ha necessità di mettere in riga, mentre sua moglie al momento si sta occupando dei suoi lavori di cucito, prima di dedicarsi alla preparazione della cena. I loro bambini stanno in un angolo mentre tengono tra le mani alcuni dei loro giocattoli, e sembrano occupati semplicemente ad osservarli, mentre restano in silenzio. Poi qualcuno suona alla porta, ed il padre di Marco sollevando lo sguardo dal tavolo chiede a suo figlio di andare ad aprire per vedere chi mai possa essere. Il bambino di malavoglia giunge all’uscio di casa, apre con qualche difficoltà la serratura e subito dice ad alta voce che c’è il solito mendicante che cerca del babbo. Franco si alza dalla sedia, arriva fino alla porta, si infila una mano nella tasca dei calzoni e alla fine ne tira fuori un paio di monete che allunga al mendicante che peraltro conosce da tempo. Infine, richiude la porta, torna verso il tavolo e sottovoce dice alla moglie che quelli che appena dato a quell’uomo erano gli ultimi soldi che aveva, e che in casa non c’è più neppure un centesimo. <<Per fortuna domani devo riscuotere il compenso di alcuni piccoli lavori che ho terminato ultimamente>>, aggiunge giusto per far tirare un respiro di sollievo a Rachele. Poi risprofonda in mezzo ai suoi conti, senza però aver ricevuto alcun commento in risposta alle sue affermazioni, e forse per questo dopo appena un paio di minuti torna a parlare con sua moglie: <<Così mi piace Marco>>, le dice come dopo una lunga riflessione. <<Quando fa ciò che gli si chiede di fare, e magari ci meraviglia per qualcosa in cui riesce anche per conto proprio>>.

            Rachele si ferma un attimo, si avvicina al marito e gli risponde sottovoce, toccandogli lievemente una spalla, che il loro bambino probabilmente non sarà mai come lo vorrebbe lui. <<Marco è sempre immerso nei propri pensieri, e poi è un osservatore, gli interessa soltanto guardare e scoprire le cose a fondo e fin nei minimi dettagli; non gli piace la competizione, generalmente non si impegna in cose che gli risultano troppo difficili o fuori dalla sua portata. La sua normalità però è data dalla ricerca costante di qualcosa che forse gli altri bambini non riescono neanche a notare>>. Franco annuisce a malincuore, come se gli fosse giunta una cattiva notizia che peraltro già sapeva ma della quale non desiderava in alcun modo rendersi conto. Poi riprende con i suoi conti. Loriana adesso ha preso a parlare con suo fratello, gli chiede come fosse vestito quell’uomo che si è presentato alla porta e cose del genere, ma Marco sembra evasivo, come se avesse dato una scarsa importanza a ciò che è appena accaduto. La mamma intanto ha messo sopra al fornello qualcosa per la cena familiare, e un certo odore di buono inizia a spargersi per tutta la stanza dove sono radunati. <<Bambini>>, dice lei rivolta ai suoi figli, <<ora è il momento di andare a lavarsi accuratamente le mani>>. Loriana si alza dalla seggiolina dove sta seduta e prende per mano il fratello, indirizzandolo verso il bagno, poi gli lava lei stessa le manine con tutta l’attenzione possibile.

            Franco allora si alza dal tavolo, ripone in una vecchia cartella tutti i suoi fogli e sgombra quel tavolo che tra pochi minuti sarà apparecchiato con tutte le stoviglie che servono. Rachele, mentre gli dà la schiena occupandosi del cibo, al momento si sente sollevata per quello che ha appena detto. Le pare di essere stata piuttosto chiara nell’esposizione delle caratteristiche di suo figlio, e poi non ha mai visto di buon occhio il desiderio di suo marito di far crescere il loro figlio maschio come un bambino capace di eccellere agli occhi di tutti. Le sembra che Franco si sia sentito un po’ amareggiato da quelle opinioni, ma lei si sente adesso assolutamente a proprio agio avendogli riferito con precisione quello che anche le insegnanti della scuola materna le hanno spesso riferito di Marco. Magari, quando avranno più soldi e potranno permettersi qualcosa in più, acquisteranno uno di quei giochi educativi e particolari pensati proprio per bambini come lui, immagina mentre sminuzza delle verdure; <<forse va soltanto incoraggiato nel tirare fuori la testa da quelle nuvole in cui sembra spesso immerso, ma io sono convinta che la sua personalità, già così evidente all’età di soli quattro anni, emergerà sicuramente in qualcosa che al momento non si riesce neppure a immaginare>>.

            Infine, si siedono tutti attorno alla tavola rapidamente imbandita, e Marco spiega con calma, senza riferirsi a nessuno in particolare, che gli è piaciuto molto quell’uomo che si è presentato alla porta; <<è stato gentile con me, mi ha sorriso più volte, e poi mi ha detto che era proprio molto contento di vedermi di nuovo, dopo avermi incontrato altre volte per la strada>>.

 

            Bruno Magnolfi

domenica 30 agosto 2026

Più di ogni altra.


            Indubbiamente mi fa molto piacere, durante quelle poche volte in cui la zia decide di portare a spasso oltre me anche Marco, prendere subito il mio fratellino per mano, e così percorrere lentamente a piedi le strade principali della nostra città, mentre diverse persone incontrandoci si fermano per dire qualcosa e sorriderci, ma soprattutto per salutare la zia, che è una donna conosciuta da tutti grazie soprattutto al suo lavoro presso gli uffici comunali, e quindi farle dei gran complimenti per avere due bei nipotini come sembra proprio siamo noi due agli occhi di tutti. Lei si ferma a parlare con chiunque la saluta anche di tante altre cose, allungando spesso i discorsi secondo me a dismisura, ma mentre io mi annoio subito e vorrei tornare presto semplicemente a camminare, Marco in questi frangenti sembra imbambolato, lasciandosi ancora tenere da me la sua manina, quasi come se al posto mio ci fosse la mamma. Ha sempre i capelli tagliati cortissimi sopra la testa, proprio perché ispidi quasi come i peli di un riccio, e proprio per questo motivo tempo fa è stato acquistato per lui un cappello con la foggia da piccolo uomo, con le falde e una fascia sottile, e con i suoi calzoncini corti e una giacchina fatta su misura sembra proprio, così vestito, quasi un bambino finto, mentre si osserva intorno con la sua tipica espressione seria e immutabile.

            La zia certe volte lo ignora, ma io cerco sempre di suggerire a Marco come ci si deve comportare, cosa deve rispondere quando gli chiedono qualcosa, e insomma quale sia la maniera per essere gentile e anche ben educato nei confronti di chiunque si incontri. In fondo io ho ben tre anni esatti più di lui, e come ripete spesso anche il babbo devo cercare di insegnargli tutto quello che a mia volta ho imparato durante questo tempo, avendo adesso il doppio esatto della sua età. Naturalmente poi ci fermiamo presso il caffè centrale, meta usuale della zia, dove viene salutata con grande rispetto, e mentre lei si siede ad un tavolino e si fa servire qualcosa da un cameriere, ci lascia liberi di scegliere una pasta dolce dal lungo bancone vetrato, e di ordinare un succo di frutta ciascuno. Io sistemo subito sotto al collo di Marco un tovagliolo di carta, ad evitare che si sporchi con lo zucchero a velo o con l’eventuale marmellata, o peggio ancora con del cioccolato, e lui devo riconoscere che mi lascia fare tutto quello che desidero, come se niente di quanto succede lo turbasse minimamente. È un bambino estremamente buono, dicono sempre tutti di lui, ed anche secondo me è proprio così, almeno in questi momenti, anche se in certi casi, quando siamo da soli in casa, all’improvviso si rivolta contro di me, in genere non lasciandomi comprendere neppure il motivo di tale comportamento.

            La zia ha un debole per le bambine, è un fatto assodato, e nei confronti di Marco ha sempre un atteggiamento più distaccato, tanto che si riferisce sempre e comunque soltanto a me, anche quando vorrebbe chiedere qualcosa direttamente a lui. Lui parla pochissimo, e di fronte alle domande che ci viene da proporgli, risponde soltanto di no con la testa, oppure annuisce, ma senza usare la voce. Anche le mie compagne di scuola lo adorano, e quando vengono a casa a farmi una visita, perdono un sacco di tempo per fargli i complimenti e qualche volta per fargli il solletico sulla pancia, cosa per cui Marco dimostra una estrema sensibilità. Riconosco che lui è molto diverso da me, e se le attività in cui si perde maggiormente nel gioco sono la lunga e semplice osservazione dei balocchi che ha sottomano, per me al contrario resta fondamentale vestire e pettinare tutte le mie bambole. Una in particolare poi ha la mia considerazione maggiore, e forse proprio per questo Marco talvolta la prende e la getta per terra, senza spiegarmi il motivo di un gesto del genere.

            La mamma dice che è del tutto normale il suo comportamento, ed anche se a me dispiace dover spiegare a Marco ogni volta che non vanno affatto bene atteggiamenti del genere per un bambino piccolo come lui, mi sono ormai rassegnata a non dare troppa importanza ad alcuna bambola in sua presenza, e quindi a non portarne mai con me nessuna delle mie, neanche una tra quelle più piccole, e quando quelle poche volte usciamo insieme con la zia o con chiunque altro per fare delle passeggiate, è lui la mia bambola, senza alcun dubbio. Comunque, credo che nei prossimi anni, crescendo, Marco si dimostri con me un buon fratello, ed inizi sempre di più ad essere cosciente di quello che fa o che non fa, e soprattutto della necessità anche per lui di trovare una buona sintonia almeno con chi gli sta più vicino e che dimostra ogni giorno di volere soltanto il suo bene. La zia non dice niente di lui, però si capisce benissimo che non apprezza troppo la sua presenza, e forse è per questo che io cerco di essere il più possibile affezionata a Marco, per dimostrare anche a mia zia e a tutti gli altri che per me è una persona importante, forse più di ogni altra.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 28 agosto 2026

Motivazioni sfuggenti.


            <<Sono un po’ in apprensione>>, dice stranamente Franco che in genere sembra non interessarsi mai di cose del genere e di non stare troppo a preoccuparsi dei comportamenti dei propri figli. <<Il bambino dice spesso di avere male alla testa anche quando lo porto fuori con me, e poi mantiene sempre un’espressione seria, accigliata, come di chi vuol farci capire che prova quasi una piccola sofferenza dentro di sé, anche se non è evidente di quale natura essa sia>>. Sua moglie lo guarda per un attimo quasi meravigliata della sensibilità mostrata nel notare quei pochi indizi, e dopo qualche momento dice a riprova di tutto ciò che Marco aveva persino qualche linea di febbre appena qualche giorno addietro. <<Comunque l’ultima volta che non stette bene il nostro medico disse senza dare troppa importanza alle mie preoccupazioni che era normale alla sua età avere dei periodi del genere, e che in fondo si trattava del normale percorso di crescita a causargli ogni tanto qualche malessere>>, dice in fretta Rachele. Franco annuisce, poco convinto, mentre pensa che vorrebbe tanto avere un figlio maggiormente reattivo, che corre e si diverte insieme ai suoi coetanei, invece di ritrovarsi un bambino solitario, silenzioso, certe volte quasi incapace di stare con gli altri.

            <<Ognuno ha il proprio carattere>>, interviene Rachele mentre ripone qualcosa nell’armadio di cucina e quasi leggendo i pensieri del marito; <<e forse nostro figlio almeno per adesso ha solo l’attitudine a ridere difficilmente e a non parlare quasi mai con chi gli sta attorno>>. Torna naturale per lei mettersi subito sulla difensiva quando si tratta di dire qualcosa sui propri figli, ed anche se a Rachele dispiace, al pari del marito, accorgersi che Marco esprime un atteggiamento così poco socievole, si sente disposta anche nei confronti di Franco a sostenere come tutto sia normale e che non ci sia assolutamente niente di cui preoccuparsi, perché è evidente che i loro figli avranno tra non molto tutto il tempo che desiderano per manifestare le proprie preferenze e le loro diverse personalità, senza che i loro genitori, oppure gli insegnanti di scuola, o anche i propri parenti più prossimi, siano pronti ad evidenziarne certe caratteristiche apparentemente negative che è certo  svaniranno senz’altro con il tempo e con la loro progressiva crescita d’età. <<Forse ti hanno detto qualcosa anche le suore o le insegnanti della scuola materna?>>, chiede Franco con un certo sforzo, visto che anche lui come sua moglie desidererebbe tanto annullare con un semplice colpo di spugna quell’argomento che gli fa provare sicuramente un certo disagio.

            Rachele lo guarda un momento negli occhi, come a voler sincerarsi dall’espressione della faccia che la domanda posta fosse seria e ben ponderata, ma poi risponde soltanto che niente del genere è stato notato le poche volte che Marco è rimasto all’asilo. <<Però con sua sorella gioca volentieri nei pomeriggi, anche se gli piace soprattutto starsene seduto ad osservare i suoi piccoli giocattoli e qualche volta a smontarli per vedere come sono fatti all’interno, tanto che io in certi casi lo sgrido quando trovo sul tavolo tante parti indistinte di qualche modellino di plastica oppure un braccio o una gamba di qualche bambola che appartiene a Loriana. Lei allora si arrabbia per questo comportamento di suo fratello, ma lui non se ne preoccupa troppo e va avanti come se fosse tutto normale, ed è già capitato delle volte che le abbia tirato addosso come risposta la stessa bambola o anche qualche altra cosa, ma naturalmente senza la volontà di farle del male>>.   

            Franco continua a girare per casa quasi nervosamente, tra poco dovrà uscire e tornare al suo lavoro mentre i suoi figli sono ancora a scuola, però gli pare importante aver affrontato quell’argomento con la sua Rachele, e non vorrebbe aver dimenticato di dire qualcosa che probabilmente in seguito gli tornerebbe difficile chiedere o spiegare di nuovo, proprio per la propria riottosità e quella di sua moglie ad affrontare quei temi un po’ spinosi. Lei comprende il suo atteggiamento, ma prosegue ad occuparsi delle proprie cose senza favorire alcun altro discorso, non desiderando affatto dover spiegare altre faccende oltre quelle di cui ha già parlato. Così lui improvvisamente prende la giacca per uscire, ma mentre è quasi sulla porta le chiede di colpo: <<allora, cosa facciamo?>>, come se dal loro breve dialogo dovese scaturire una risoluzione o una presa d’atto per intervenire su qualcosa che ovviamente nel suo modo di vedere le cose non va del tutto nella giusta direzione. Rachele lo guarda un momento quasi sorpresa, lascia in aria una pausa di silenzio, poi dice: <<niente>>, come fosse la cosa più normale restare indifferenti.

            Franco esce da casa dopo un rapido saluto, e lei, rimasta sola, sente all’improvviso salirle dal profondo una forte apprensione, quasi una rabbia inspiegabile, tanto che se non sviasse rapidamente i propri pensieri avrebbe addirittura voglia di piangere, anche senza riuscire a comprendere bene il motivo per fare una cosa di quel genere.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 26 agosto 2026

Qualcosa di diverso.


            Rachele guarda i fornelli spenti del gas sopra il piano della cucina, e mormora tra sé qualcosa che pare quasi una riflessione sulla propria condizione di madre e di moglie. In casa è da sola, i bambini sono a scuola, suo marito è lontano a mandare avanti il suo lavoro, e lei adesso si sente inutile, come se le sue giornate scorressero identiche e soprattutto in mancanza di un significato concreto che possa fornirle almeno l’entusiasmo di qualche traguardo personale. Certe volte naturalmente è abbastanza contenta di sé, dei risultati raggiunti con la sua famiglia, della propria capacità di stare al suo posto e di fungere da fulcro di tutta la casa, ma altre volte le pare invece di vivere in modo meccanico, senza alcuna creatività, quasi stesse al posto di qualcun altro, o come se chiunque al posto suo potesse far andare avanti le cose forse anche meglio di come fa lei. I suoi genitori adesso sono persone anziane, tra qualche anno si ammaleranno e poi inevitabilmente moriranno, riflette. <<Ed io poco per volta resterò da sola, senza più nessuno accanto a me, perché anche i miei figli andranno via da qui per seguire le loro strade, ed anche mio marito prima o poi morirà, e nonostante io sia sicura sin da adesso di raggiungere i cento anni di vita, per me da ora alla fine saranno tanti periodi simili composti soltanto da una lunga serie di momenti di solitudine>>.  

            Niente nella sua mente è in grado di farle superare questi momenti di depressione, anche se resta convinta di alcune proprie capacità fino ad oggi mai messe in luce. Uscire ed incontrarsi con qualcun altro non servirebbe assolutamente a niente, perché le resta quasi impossibile parlare apertamente dei propri problemi, che restano i suoi e basta, e la sua chiusura verso chiunque è un fatto assodato, definitivo, immutabile. I fornelli spenti del gas sul piano della cucina adesso sono immobili, inutili, inefficaci, eppure hanno una propria intrinseca potenza, delle capacità che si stenta spesso a riconoscere, ma delle quali riescono a dare prova in un solo attimo, alla semplice accensione tramite le loro semplici manopole. <<Potrebbe essere così anche per me>>, pensa Rachele quasi per scherzo: <<girare una piccola leva all’interno di me e mettermi a funzionare in modo diverso, del tutto nuovo, come se potesse avvenire di colpo un rovesciamento improvviso di personalità e di carattere>>. Poi carica la macchinetta per il caffè, la piazza sul gas e accende il fornello. <<Durante un temporale, a mia mamma da giovane giunse un fulmine mentre era in casa, sceso giù direttamente dalla cappa del camino; colpì qualcosa che in quel momento lei teneva tra le mani, e una luce accecante insieme all’immenso rumore di tuono la fece saltare all’indietro e lasciare l’oggetto di ferro che stava maneggiando. Non accadde nient’altro, nessuna conseguenza per lei, eppure qualcosa parve avvenire, senza che nessuno se ne fosse reso del tutto conto>>.

            Davanti ai fornelli di Rachele invece non succede un bel niente, a parte la polvere del caffè che lentamente si mescola all’acqua in maniera indissolubile, a formare la bevanda scura che in queste giornate resta per sua consapevolezza la propria cura migliore, quel piccolo sorso di caldo che sembra dare un senso alla propria malinconia. Ne versa quanto le è sufficiente in una tazzina, aggiunge una punta di zucchero e poi lentamente ne gira il contenuto, che poi sorseggia restando in piedi, con calma, osservando il niente davanti a sé. Tra poco andrà a riprendere a scuola i bambini, dovrà salutare qualche altro genitore che magari le chiederà qualcosa dei suoi figli, dei loro risultati, dei rapporti che tengono con qualche compagno più agitato degli altri; oppure le parleranno di qualche argomento che a lei non interessa neppure, ma fingerà però di seguire quei discorsi con una certa attenzione, annuendo alle loro parole, spiegando a sua volta di essere assolutamente d’accordo con quelle loro affermazioni, con i loro punti di vista, con quei loro modi di riflettere sui fatti e le cose. Poi terrà per mano i suoi figli, sorriderà a qualcuno allontanandosi dalla strada piena di voci e di esclamazioni, e alla fine chiederà a ciascuno dei due come fosse andata la loro giornata, senza aspettarsi delle esaustive risposte, ma accontentandosi di una semplice affermazione positiva logica ed usuale.

            Chissà che cosa aveva provato sua mamma trovandosi all’improvviso tra le mani uno schianto di luce e di energia come quello che le era capitato chissà quanti anni prima; forse niente, se non la consapevolezza della fortuna di non aver avuto da quell’incontro alcuna conseguenza. A Rachele adesso è sufficiente la calma, la pacatezza di qualche parola scambiata sottovoce con i propri bambini, la normalità di tornare a casa con loro come ogni giorno, e poi l’attesa di ogni piccolo evento che scandisce poco per volte tutte le ore della sua giornata. Forse non ha mai desiderato qualcosa di più o di diverso, e forse non ha mai fatto niente per andare incontro a qualcosa di differente.

 

            Bruno Magnolfi  

domenica 23 agosto 2026

In quel quartiere.


            Aveva preso praticamente ogni giorno a chiamarmi da oltre il muro che delimitava i nostri giardini, peraltro del tutto simili e composti perlopiù da qualche aiuola di terra e vialetti lastricati, ma certe volte era piuttosto scocciante anche per me doverle inventare una scusa oppure un’altra per non andare a giocare da lei come costantemente desiderava. <<Marco, Marco>>, insisteva fino a quando non le rispondevo. <<Devo aiutare la mamma>>, le dicevo in certi casi a bassa voce senza poterla vedere per via di quel muro troppo alto, durante tutte quelle volte che proprio non mi andava di andare da lei. Aveva un anno meno di me, che ne avevo ormai sei compiuti, ed appariva ai miei occhi una bimbetta noiosa, ancora incapace di vedere le cose con quella astuzia che a me pareva oramai di avere assunto da quando frequentavo la scuola elementare, grazie al contatto quotidiano con alcuni dei miei compagni di classe piuttosto svegli e in grado di farmi crescere molto alla svelta. Elisabetta peraltro era carina, mi piaceva abbastanza averla come amica, anche se preferivo per molti di quei pomeriggi uscire sulla strada piuttosto tranquilla davanti casa mia ed incontrarmi con i ragazzetti della mia età o anche più grandicelli che abitavano in quella via, soprattutto perché certe volte alcuni di loro erano in grado di raccontare a me e a tutti quanti delle storie oltremodo vere e meravigliose. A lei naturalmente non era permesso uscire con noi, proprio perché troppo piccola, anche se a me pareva che sua madre fosse eccessivamente restrittiva in quelle le sue scelte.

            In ogni caso a me piaceva molto anche soltanto starmene per conto mio, seduto su di una pietra di quel nostro giardinetto, e magari accarezzare quella gatta che ogni tanto arrivava soffusamente a farci una visita. Le volte in cui invece cedevo per sfinimento ed andavo a casa di Elisabetta passando dai portoncini dei nostri appartamenti, trovavo lei, sua mamma e i suoi nonni che mi ricevevano, mi salutavano e poi tentavano subito di pormi delle domande un po' strane a cui normalmente evitavo di rispondere limitandomi a sorridere timidamente, fino a quando il nonno non accendeva la televisione dentro una stanza buia e con un forte odore poco piacevole, dove io ed Elisabetta ci sedevamo in un angolo. Lei qualche volta rideva dei programmi che venivano trasmessi a quell’ora, ma anche delle svariate pubblicità, e quasi sempre cercava nel buio di prendermi la mano per tenerla stretta alla sua, cosa che a me faceva quasi infuriare, anche se non davo a vederlo. In genere la lasciavo fare, anche perché pensavo che un prezzo dovessi pur pagarlo visto che noi in casa non avevamo la televisione, e quei programmi per bambini mi piacevano sopra ogni altra cosa. Ma dopo un po’ muovevo nervosamente la mano, o fingevo che fosse entrata nella stanza la mamma o la nonna, per scoprirci così come due amanti in atti amorosi. Lei allora si inventava delle cose diverse, mi diceva che voleva farmi vedere un gioco, o qualcosa del suo giardino, ed io, dopo avere sbuffato a lungo dentro di me, la seguivo senza trovare nessuna scusa per oppormi alla sua volontà.

            Il nonno regolarmente chiedeva alla sua anziana moglie di portargli un bicchiere di vino, e lei rispondeva altrettanto regolarmente e con un po' di apprensione, durante quei pomeriggi, che non poteva proprio farlo perché il vino non gli faceva altro che male. Nel vicinato tutti sapevano che il nonno era un vecchio ubriacone, ed ogni tanto qualcuno spiegava che più di una volta era stato addirittura trovato privo di sensi e riverso al bordo di qualche strada di campagna dei dintorni di Volterra. Con questo io mi spiegavo anche il cattivo odore che spesso avvertivo vicino a quest' uomo: odore di avvinazzato, dall'alito pesante, incapace oramai di stare lontano dal bere. A Elisabetta non importava un bel niente delle dinamiche familiari, e poi continuava a guardarmi come fossi stata l’unica persona presente tra quelle mura. In giardino poi mi raccontava delle cose piuttosto scontate, della gatta che passava di là, dei disegni che faceva da sola, delle merende che le preparava sua madre. Quando infine regolarmente giungevo fino al punto di non sopportare più quella situazione, io cercavo dentro di me la scusa migliore per poter andarmene via, incapace di affrontare più a lungo quei suoi discorsi e quell’insistenza con cui cercava ancora di intrattenermi.

            Mia mamma la sera mi chiedeva come fosse andato il pomeriggio dalla mia piccola vicina di casa, ed io generalmente minimizzavo, e le dicevo in due parole che ci eravamo semplicemente divertiti con qualche sciocchezza, perché non mi sentivo in grado di confessarle che non mi piaceva quella famiglia, non mi piaceva la casa dove abitavano, non mi piacevano quei loro modi, e forse attendevo soltanto che Elisabetta si facesse più grande per invitarla ad uscire insieme a me e a tutti quei ragazzi che abitavano all’interno di quel quartiere.

 

            Bruno Magnolfi