Non era
trascorso molto tempo da quando avevamo traslocato dal piccolo appartamento
posto al primo piano di quella palazzina che in pochi anni dopo le nozze aveva
visto nascere i nostri due figli, ed una sera mio marito, quasi di sfuggita
come per non dare troppa importanza alla faccenda, mi aveva informato che
stavano ristrutturando completamente quel caseggiato, e che oramai era
pressoché irriconoscibile rispetto a quando vi abitavamo noi. Mi sorsero
improvvisi due sentimenti distinti: uno di amarezza per quella nostalgia che
sentivo dentro di me nei confronti di quelle stanze e di quei luoghi così
importanti nella mia memoria, e l’altro contrastante perché quasi di
soddisfazione nello scoprire cancellate tutte le tracce del nostro passaggio in
quella casa, lasciando forse soltanto in me l’oblio dei ricordi di quei giorni.
Giurai in un attimo che non sarei mai più passata lungo quella strada,
ripromettendomi di affrontare qualsiasi giro possibile anche il più irrazionale
e faticoso pur di non rivedere a quello stesso numero civico qualcosa di
diverso da ciò che mi sarei aspettata. Forse nutrivo dentro di me un sordo risentimento
per quella specie di sfregio alla mia memoria, ma a mio marito non dissi niente
dei miei pensieri, né tantomeno gli lasciai intuire qualcosa.
Nei giorni
successivi pensai come fosse del tutto un’assurdità provare un attaccamento privo
di senso per dei luoghi del passato, e dopo un certo tempo smisi del tutto di
pensarci ancora, fino a quando incontrai lungo la strada una mia vicina di casa
di quei tempi, che subito mi disse che tutta quella via che aveva ospitato le
nostre famiglie per diversi anni ormai appariva del tutto irriconoscibile,
certo più moderna e piacevole, ma senza più quell’atmosfera da case popolari che
avevamo respirato negli anni in cui vi si abitava. Ai miei figli naturalmente non
dissi niente, tanto più che con ogni probabilità per loro sarebbe risultato
normale ad un certo punto aver reso delle vecchie case maggiormente vivibili ed
evolute, come se tutto fosse destinato ad essere sostituito da qualcosa via via
più attuale, con scarso interesse verso l’immagine di un periodo oppure di
un’epoca, ed anche mio marito in questo caso era rimasto completamente
indifferente a quelle variazioni in corso, quasi che tutto fosse destinato al
cambiamento, oltretutto operato in una palazzina che lui aveva sempre mal
digerito per le sue evidenti scomodità.
Così
archiviai dentro di me quel bel pezzo di passato, cercando con impegno di
orientarmi maggiormente sul presente, ed anche se riconoscevo che la nostra
famiglia cambiando abitazione era andata a vivere meglio acquisendo tanti
aspetti sicuramente imparagonabili con quei vecchi tempi, però sentivo fortemente
che qualcosa di me era come rimasto in quella prima casa, pur distrutta dalle
macchine e dagli operai che probabilmente ne avevano abbattuto e modificato le
pareti, cambiato l’uso e la destinazione delle stanze, adoperando poi delle pitture
che sicuramente avevano dato a quei nuovi muri un volto più moderno. Pensai
alla crudeltà del tempo che poco per volta accantona tutto, e immaginai che anche
il caseggiato dove adesso abitavamo prima o dopo avrebbe cambiato la sua propria
faccia, e forse pensai che anche da lì una volta o l’altra avremmo dovuto
traslocare, come spesso succede alle famiglie che abitano in degli appartamenti
destinati ad inquilini, e mi vidi ormai una donna vecchia, in una casa che non
conoscevo, pronta ad indicare e forse descrivere agli altri un luogo dove non vivevo
più da qualche decina d’anni, come succede spesso agli anziani che tirano fuori
dalla loro memoria scorci di vita di epoche oramai trascorse.
Mi avrebbe procurato
un certo piacere che i miei figli avessero tirato fuori almeno una briciola di
nostalgia per la casa dove in fondo erano nati, ma questo non accadde, ed il
loro disinteresse per il passato a vantaggio degli oggetti nuovi del presente,
pur dato del tutto per scontato, mi parve alla fine una nuova pugnalata alla
mia forse assurda sensibilità. Mio marito poi una sera, tirando fuori un
argomento di cui non avevamo più parlato, disse ridendo che era stata una bella
prova per noi resistere per anni in un appartamento così piccolo e quasi privo
di comodità come quella prima casa, ed io sorrisi annuendo, incapace come mi
sentivo di esprimere i miei veri sentimenti. Mi sentii spossata di quel
lasciare che ogni cosa andasse avanti quasi per conto proprio, come se non esistesse
dentro di me una vera volontà, ma non avrei saputo in nessun caso spiegare che
cosa avrei voluto fare o dove avrei voluto vivere se avessi potuto decidere io in
prima persona. Così mi parve all’improvviso che tutto fosse a posto, che ogni
aspetto assunto dalle giornate all’interno della nostra famiglia si mostrasse
per l’unico possibile, e quel lento e inesorabile miglioramento delle
condizioni, indifferente a ciò che rimaneva via via alle spalle, fosse come un
rullo schiacciasassi che marciando in avanti sotterra tutto ciò che poi resta
dietro di sé, lasciando un terreno perfettamente levigato, privo di punti di
riferimento, quasi che niente fosse accaduto da quelle parti prima di quel
momento.
Bruno
Magnolfi