martedì 10 febbraio 2026

Cose importanti.


            La casa della zia è piuttosto piccola, perciò a me fa dormire nel suo salotto, sopra ad un letto improvvisato su quello stesso divano dove si trascorrono molte serate nel seguire qualche programma televisivo che piace a lei, e che insieme alla cucina e alla sua camera mostra un appartamento del tutto essenziale, con un tavolo per la cena talmente ristretto che ci possiamo stare sedute praticamente soltanto noi due. La zia è contenta di occuparsi di sua nipote, abituata com’è a stare sempre da sola, però in molti casi dimostra di avere accumulato una serie di consuetudini che a me sembra impossibile scalfire, tanto che normalmente è subito pronta a rimproverarmi per qualcosa fuori posto, oppure per un semplice gesto compiuto da me in una maniera un po’ differente da come lei lo ha immaginato. In quei momenti quasi sempre io resto ferma e in silenzio, e lei appare un po’ rigida, quasi severa, ma subito dopo poi riconosce facilmente che forse quella semplice cosa che l’ha fatta innervosire non è poi tanto importante, anche se rimane testardamente della stessa opinione. Così, se cerco di aiutarla in qualcosa, devo stare molto attenta a ricordare ognuno dei modi che segue nel dare corso a certe procedure, e poi rispettare quelle piccole regole che sono quasi una legge nel suo appartamento. A me sembra che la zia certe volte si lasci prendere anche troppo la mano, e quando compio qualcosa di diverso da come lo farebbe lei, pare addirittura che in qualche maniera io stia mancandole quasi di rispetto. Ha uno sguardo accigliato, l’espressione seria e anche grave, e poi resta in silenzio, forse per evitare di sgridarmi o di dire cose di cui in seguito potrebbe addirittura pentirsi.

            Però la zia in molte cose è spesso generosa, e sugli aspetti a cui non è particolarmente interessata lascia che io compia le mie scelte, salvo criticarmele, almeno certe volte, ma in maniera tutto sommato abbastanza bonaria. La sua cena è composta di pochi piatti generalmente cucinati con scarso interesse, quasi sempre gli stessi, e per sua abitudine esiste un numero impressionante di cibi che si rifiuta assolutamente di mangiare, tanto che io immagino in vita sua non li abbia mai neppure assaggiati. Allo stesso modo credo di non averla mai né vista né sentita ridere forte, ad esempio, ed anche se qualcosa la diverte parecchio, lei si limita a sorridere stringendo gli occhi e le labbra, mentre le appaiono delle rughe sopra la faccia che normalmente non ha. Non alza la voce, appare sempre piuttosto calma e pacata, anche se è la sua semplice espressione severa che indica in qualche caso qualcosa per cui non prova piacere. Secondo me sicuramente è una persona un po’ strana, ma non le direi mai una cosa del genere in modo diretto, perché sono sicura che ne resterebbe piuttosto offesa, fino a non rivolgermi neppure una parola per chissà quanto tempo. Mia mamma, che ne è la sorella minore, mi ha detto che da giovane la zia aveva avuto un fidanzato, però in seguito, quando quella relazione è terminata, non ha più desiderato tentare dei rapporti sentimentali.

            Io sono convinta che tante manie accumulate da lei derivano proprio dal suo starsene perennemente da sola, frequentare pochissime persone, ed infine non concedere mai delle confidenze ad estranei, restando seria ed in silenzio anche quando il salumiere del negozio accanto a casa le dice qualcosa giusto per scherzo, oppure quando qualche vicino di casa la saluta in un modo a suo parere poco formale. In un paio di pomeriggi mi ha portato con sé fin dentro agli uffici dove svolge il suo lavoro durante la mattina, forse per consegnare qualche documento urgente, non saprei, ed io mi sono immediatamente resa conto che anche in quel luogo nessuno tra i suoi colleghi si permette di dirle qualcosa che non sia dettata dalle strette informazioni professionali. Insomma, è una persona riservata che non concede familiarità, ed io capisco sempre di più la mia mamma quando afferma che la presenza di una ragazzina come me all’interno della sua giornata serve di più a lei che a me stessa. Personalmente non mi dispiace affatto frequentare casa sua, ma non soltanto perché la zia trova sempre delle scuse per farmi qualche piccolo regalo: mi piacciono certe volte i suoi modi di fare e di comportarsi, e soprattutto la sua maniera di non porre mai nei miei confronti delle domande dirette, che a me generalmente mettono sempre un po’ troppo a disagio.

            Con lei scopro ogni volta il valore del silenzio e della solitudine, e poi la potente capacità di caricare anche soltanto un piccolo gesto, oppure un’unica sola espressione, di talmente tanto valore che al confronto forse non sarebbe neppure sufficiente parlare o descrivere qualcosa per un’ora intera. Forse, per esempio, lei mi osserva con grande attenzione mentre sono concentrata sui miei compiti scolastici che svolgo, però ogni volta è come se mi lasciasse, almeno in casa sua, piena libertà di fare e di pensare ciò che maggiormente desidero, e questo per me è già molto importante.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 3 febbraio 2026

Cura efficace.


            Marco ormai è grandicello e frequenta già la classe terza elementare, ed anche se è rimasto piuttosto gracile e pallido di aspetto, però si è inserito piuttosto bene sia tra i compagni di scuola che nel gruppo di quei ragazzetti che si ritrovano nei pomeriggi lungo la strada dove abitano. Certe volte tutti insieme si spingono anche fino ad uno spiazzo incolto poco lontano, e spesso giocano col pallone improvvisando piccole squadre di calcio. Lui crescendo è rimasto abbastanza schivo di carattere, e nei giochi che affrontano non figura mai tra coloro che si pongono in prima fila, e poi non brilla certo per delle doti o un talento particolare, anche se in ogni caso riesce a mostrarsi già più socievole dei periodi trascorsi. Spesso però prosegue come sempre ha fatto a starsene da solo nel giardinetto dietro casa, magari per osservare a lungo le formiche o per svolgere qualche semplice attività per conto proprio. In famiglia tutto procede piuttosto bene, e quelle volte in cui sua sorella porta a casa qualche amica o qualche compagna di scuola, a Marco fa sempre piacere quando quelle ragazze un po’ più grandi di lui si mostrano disposte a coprirlo di complimenti e di parole affettuose, quasi come fosse un piccolo bambolotto da strapazzare, tanto che si lascia incoraggiare spesso nello stare insieme a loro magari a disegnare, mentre semplicemente tutte studiano o ripassano le lezioni scolastiche.

            Poi giungono le festività natalizie, e fuori fa ormai troppo freddo per uscire a giocare in strada con gli amici, per cui lui preferisce starsene in casa, magari vicino alla stufa, e riguardare semplicemente le illustrazioni di qualche vecchio libro di fiabe per bambini. Due o tre giorni prima della fine dell’anno però la mamma un pomeriggio prende per mano Marco e sua sorella per accompagnarli in un cinema poco lontano da casa, dove proiettano una pellicola adatta anche ai bambini. A lui piace molto immergersi nelle storie che vede scorrere davanti agli occhi, e difatti apprezza molto anche quella vicenda ambientata in altra epoca, ma è quando tutt’e tre tornano verso casa che qualcosa inizia a non andare più del tutto bene: tira vento per strada, fa freddo, e Marco prova dei brividi in tutto il piccolo corpo, tanto che una volta arrivati nel loro appartamento sua mamma si accorge che lui ha già un po’ di febbre, e subito lo mette a letto. Il medico viene per visitarlo il giorno seguente, a lui la temperatura intanto non è scesa per niente, anche se non è altissima, ma il dottore è implacabile nella sua diagnosi, e dice che non si tratta di una semplice influenza, ma di una ripresa della vecchia malattia di cui è stato sofferente tre anni prima.

Naturalmente in casa c’è subito aria di sgomento, soprattutto per il consiglio del medico accompagnato da un foglio che ne attesta le motivazioni nel prescrivere un ricovero ospedaliero quasi immediato, al fine di diagnosticare, tramite una serie di analisi cliniche specifiche, il livello della malattia a cui si sono attestate le condizioni di Marco, e poi procedere all’attivazione di una cura il più possibile efficace, anche alla luce dei trascorsi di quel bambino, attività a cui da casa sarebbe impossibile dare corso. Sua sorella Loriana piange, forse avvertendo anche la tensione e il dolore che prova sua madre, e lui appare ancora più piccolo di quello che è, preso in mezzo ad un guaio di cui non riesce neppure a rendersi conto. Quando poi suo padre torna dal lavoro, le cose si fanno ancora più concrete, e quella sensazione di dramma che si respira sembra entrare in quell’appartamento insieme agli ultimi giorni dell’anno, quando tutti si preparano a festeggiare l’inizio di quello nuovo. Lui ha ancora freddo, si stringe nelle coperte del suo lettino, cerca una posizione quasi di riparo mentre sente incombere su di sé qualcosa da cui non può in nessun modo difendersi, e poi ha male alla testa, un dolore forte e persistente che sembra volerlo proprio tormentare.

È esattamente il primo giorno dell’anno nuovo quando suo padre e sua madre lo portano in ospedale, e lui già sapendo cosa trovare tra quelle corsie, tenta di fare una strenua resistenza, come se la sua volontà avesse un peso nella sua condizione. Eppoi piange, ed anche i suoi genitori piangono un po’, anche se a turno trovano parole di incoraggiamento per lui, dando per certo che sarà soltanto per un breve periodo, <<solamente qualche giorno, e poi vedrai, tornerai a casa in piena salute, a giocare con i tuoi compagni, e a riprendere ad andare a scuola come tutti>>.   Marco alla fine ci crede, non può fare altrimenti, e quindi si lascia convincere che tutto questo è soltanto per il suo bene, e che a questo punto non potrà fare nient’altro che accettare quel periodo così odioso, che da lì a poco si rivelerà lungo oltre misura, e disseminato di vari periodi da trascorrere in diversi ospedali della regione, alla ricerca per lui di una cura che si dimostri davvero efficace.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 29 gennaio 2026

Aiuto da tutti.


            Devo confessare che sono ancora troppo piccolo per poter valutare in modo abbastanza preciso le attività di questo genere; però mi è parso proprio che il trasloco di tutti gli oggetti dalla vecchia casa dove io e mia sorella siamo nati, fino a quella nuova dove il giardinetto sul retro mi avrebbe tanto riempito in seguito le giornate, sia avvenuta nell’arco di appena tre o quattro serate. Mio padre si è fatto prestare da un suo conoscente un buffo carretto di legno con le ruote gommate, e considerata la distanza non eccessiva tra un’abitazione e quell’altra, ha iniziato a caricare sopra quel piano la poca mobilia e gli oggetti di cui noi e la mia famiglia siamo in possesso. Naturalmente io gli ho dato un aiuto sistemando là sopra qualche piccola scatola con dentro i pochi giocattoli avuti in regalo durante la mia lunga malattia, e naturalmente anche qualcuna delle bambole con gli occhi chiari di mia sorella, e subito dopo io e mio padre ci siamo lentamente avviati per andare a scaricare tutto le nostre cose tra quelle stanze completamente vuote e immacolate, dipinte di un bianco brillante nei giorni precedenti, stando ben attenti a non far cadere nulla negli spostamenti e a non urtare contro qualcosa lungo tutta la strada. I lampioni hanno illuminato la nostra breve camminata, e quando lui mi ha lasciato a guardia del carretto davanti al cancello, io ho guardato attorno a me per rendermi conto al meglio possibile del luogo in cui ero destinato ad ambientarmi nei giorni a seguire.

            È stato allora che si è affacciata dalla finestra di un palazzetto, proprio dalla parte opposta di quella strada, una vecchia donna con la faccia rugosa come una strega, che con una voce forte e sgradevole ha gridato verso la mia direzione che cosa mai facesse un bambino come me a quell’ora di notte lungo la via. Ho avuto subito una grande paura, così in silenzio mi sono immediatamente nascosto nell’ombra dietro ad una colonnina della recinzione, senza che quella donna peraltro smettesse almeno per un attimo di terrorizzarmi, ed ho atteso trepidante che mio padre tornasse, liberandomi da quella situazione, o almeno proteggendomi in qualche maniera dalle parole di quella vecchia. Quando lui è uscito da casa ha iniziato subito a ridere, spiegandomi che quella donna si comportava in quella maniera soltanto per scherzo, divertendosi spesso a prendere in giro qualcuno che transitava davanti alla sua casa. Sono rimasto in silenzio annuendo, però per diverso tempo in seguito ho provato un vero terrore nei confronti di quella donna, come se le sue parole riuscissero a scalfire ogni mia certezza possibile, mettendo in un attimo a nudo tutta la mia debolezza infantile.

            Poi, la mattina della domenica seguente, i miei genitori hanno sistemato sopra al carretto anche i letti, e quello è stato l’ultimo atto del trasferimento di tutta la mia famiglia, iniziando da quel giorno a vivere, mangiare, giocare, e anche dormire, nella nostra nuova bellissima abitazione. Nei giorni successivi la vecchia strega si è affacciata altre volte alla propria finestra, ma io ho subito imparato a non darle alcuna importanza, e a non guardarla neppure, esattamente come se non esistesse, nonostante lei tentasse ancora di urlare qualcosa verso di me, e pur lasciandomi provare ancora quella paura ancestrale che molto più tardi, naturalmente tenendo mia mamma per mano, avrei imparato di più a controllare, immaginando lei come una persona qualsiasi mentre la incontravamo per strada, accorgendomi di come parlava normalmente con tutti coloro del vicinato a cui dava confidenza, e scambiando con quei conoscenti qualche ordinario saluto o qualche opinione sul tempo e sulla stagione corrente. Mia sorella in quei giorni del trasloco è rimasta sempre dalla zia, forse per non intralciare il lavoro con le sue continue domande e tutte quelle opinioni a sproposito tipiche del suo comportamento. Però, quando infine ci ha raggiunto, è rimasta molto contenta della nuova sistemazione, anche se si è come appropriata immediatamente di quasi tutti gli spazi della cameretta destinata a noi due, appoggiando in ogni angolo i suoi libri, le sue bambole, tutte le sue inutili cose.

            A me personalmente la stanza che più di tutte le altre in quella casa mi ha subito attirato è stata la spaziosa e ingombra cantina da cui si accede facilmente da una scala adiacente al finestrone che dalla cucina porta in giardino, e che è diventata in pochissimo tempo il mio vero luogo di ritiro, dove in mezzo agli scaffali carichi di oggetti, poter scoprire sempre qualcosa di nuovo ogni giorno. Infine, in giardino è arrivata la gatta, una micia dal mantello grigio e molto socievole, sempre disposta ad accettare le carezze e a mangiare qualcosa, abituata da sempre a trascorrere i giorni e le notti all’aperto, in grado di badare perfettamente a sé stessa e a non riconoscere tra tutti i vicini proprio nessuno come diretta persona di riferimento, e comportandosi così da animale completamente indipendente da tutti, in grado di badare perfettamente a sé stessa, pur con l’aiuto di ognuno.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 27 gennaio 2026

Durante la giornata.

 

Mio papà non sorride molto, però io e mio fratello sappiamo che nella sua mente circolano ogni giorno sempre molte preoccupazioni, per cui quasi non ci facciamo più caso se certe volte sembra quasi assente, preso come dev’essere dai tanti problemi da risolvere, quasi tutti immagino provenienti dal suo lavoro. La vecchia casa sicuramente costava di meno, e forse non avevamo molte comodità, però era bello abitare in quelle tre piccole stanze, perché ci sentivamo vicini, al punto che tutto pareva girare intorno al tavolo di cucina e a quel grande acquaio di granito presso cui la mamma preparava le cose e noi dovevamo anche lavarci, aggiungendo in inverno un po’ d’acqua calda proveniente da una grossa pentola in disuso lasciata perennemente sul piano caldo della nostra stufa a legna. Il gabinetto era sulle scale condominiali, ed io e il mio fratellino ci andavamo soltanto quando appariva assolutamente indispensabile, anche perché ci faceva un po’ paura. Nella casa attuale invece abbiamo tutta per noi una comoda vasca da bagno con l’acqua calda, anche se forse un briciolo di nostalgia per quelle vecchie mura a me perlomeno è rimasto addosso. Nel futuro non abiteremo a lungo neppure in questa nuova casa, ed un improvviso e definitivo trasloco so per certo che dovrà avvenire nei prossimi anni, proiettando tutta la nostra famiglia da un appartamento al piano terra con un meraviglioso giardinetto sul retro praticamente tutto per noi, fino al quarto piano di un palazzone anonimo dove l’elemento innovativo fino ad allora sconosciuto e rivoluzionario ai nostri occhi, oltre alla grande terrazza con vista panoramica, sarebbe stato l’ascensore, sopra al quale però salivamo soltanto quando eravamo in compagnia di almeno uno dei nostri genitori.   

Mio fratello Marco adesso prosegue a consumare i propri pasti cucinati apposta per lui con alimenti privi di molte cose a mio parere estremamente buone, però non si lamenta mai, continuando ad ingurgitare lentamente per conto proprio delle minestrine liquide senza alcun sapore, come se oramai le sue abitudini non gli facessero desiderare niente d’altro. Al contrario di lui io sono sicuramente molto ciarliera, come se avessi continuamente necessità di spiegare alla mia famiglia ogni dettaglio possibile su ciò che accade durante le mattinate dentro la mia scuola, descrivendo con minuzia di particolari i miei compagni di classe ed i vestiti che indossa la nostra maestra elementare, oltre a parlare a lungo delle lezioni e dei progressi didattici che vengono fatti tra quei banchi e accanto alla cattedra un po’ austera. I miei voti sono sempre ottimi, e per me sicuramente è un vanto essere riconosciuta da tutti come una studentessa dai risultati spesso da prima della classe. I miei genitori si dimostrano sempre molto contenti quando io mi prodigo nelle spiegazioni su ciò che accade a scuola e sugli incoraggiamenti da parte della mia maestra per fare sempre meglio, ma ogni giorno sembra aumentare sempre di più il divario con mio fratello, giudicato da tutti a scuola sempre troppo silenzioso, quasi isolato, con quella corporatura troppo magra, da ammalato cronico, al punto che l’insegnante sembra non gli chieda mai un bel niente, forse anche per non imbarazzarlo.

La mamma spesso cerca di incoraggiarlo dicendo, a conclusione delle mie delucidazioni sulle vicende scolastiche, che anche Marco molto presto porterà a casa nostra delle sicure soddisfazioni, ma lui sembra sempre come indifferente a certe espressioni, quasi che il suo mondo fosse un altro, probabilmente scolpito giorno per giorno in quei lunghi periodi trascorsi nel suo letto rabbrividendo di freddo, persino nel periodo estivo. Mio padre certe volte gli tocca ancora la fronte, e poi gli dice per incoraggiamento che lui è il suo piccino, come a spiegare in una parola che lo compatisce, o che prova per lui una pena che forse non riesce neppure ad esprimere, oppure che non desidera del tutto prendere in esame. Però, a volte ripenso che nel periodo in cui abitammo nella casa al piano terreno forse mio fratello mostrò i suoi momenti migliori. Dopo il primo lungo periodo che si potrebbe definire nel suo caso assolutamente necessario per farlo sentire a proprio agio anche con gli altri bambini di quella strada, lui iniziò poco per volta ad uscire insieme agli altri ragazzini senza porsi mai troppi problemi, e a comportarsi in maniera sostanzialmente adeguata tra quei compagni del quartiere che forse gli stavano insegnando qualcosa di importante giorno dopo giorno.

Lui adesso non dice mai niente quando rientra in casa, ma si capisce immediatamente dai graffi e dai segni di sporcizia che porta sui calzoni corti e sulle gambe che probabilmente ha fatto la lotta con qualcuno, che ha corso come un matto magari giocando col pallone insieme agli altri, che forse si è nascosto dietro a qualche cespuglio nella parte più incolta alla fine della loro strada. Si potrebbe dire insomma che alla fine sia proprio riuscito ad integrarsi e a ricominciare ad essere un bambino del tutto normale, esattamente come tutti, anche se lui non spiega mai niente di sé o di quel che ha fatto durante la sua giornata.

 

Bruno Magnolfi

sabato 24 gennaio 2026

Risultati scolastici.


            A lui piace molto, nella tarda domenica mattina, prendere i suoi due figli per mano, precedentemente vestiti e preparati di tutto punto da sua moglie, e portarli a fare una passeggiata nel vicino parco pubblico, intrattenendosi durante il percorso a salutare certe volte le persone del vicinato che magari conosce anche soltanto di vista, oppure fermandosi per parlare con qualcuno con cui, per un  motivo o per l’altro, ha dei rapporti più stretti, e che naturalmente non lesinano mai di fare qualche complimento verso i suoi due bambini. Forse questa è addirittura una scusa per fare qualcosa che senza i suoi figli probabilmente non farebbe, e in ogni caso appare sempre piuttosto soddisfatto in quel suo apparire agli occhi di tutti, almeno nei giorni festivi, come un buon padre di famiglia che si preoccupa di accompagnare i suoi bambini a prendere un po’ d’aria quando gli torna possibile. Al parco poi generalmente si intrattiene seduto su di una panchina leggendo un giornale che ha precedentemente acquistato all’edicola del quartiere, mentre i bambini normalmente si dondolano sulle piccole altalene insieme ad altri coetanei, ma questo avviene soltanto nel caso in cui non ci sia qualcuno disposto a parlare con lui anche di cose minori o addirittura insignificanti.

            Sotto a quegli alberi, comunque, non ci trascorre mai molto tempo, e dopo poco, con una scusa oppure con l’altra, rapidamente richiama i suoi figli affinché salutino tutti i propri compagni di gioco e lo riprendano per mano, incamminandosi con loro lungo lo stesso percorso a ritroso che termina con il rientro nella propria abitazione, dove è certo di trovare la tavola già apparecchiata ed il pranzo quasi pronto. In un paio di casi, durante la bella stagione, si è persino fermato ad acquistare un piccolo cono gelato per i suoi due bambini, ma in considerazione del fatto che ambedue tendono immancabilmente a sporcarsi le mani e anche la faccia, è deciso a non ripetere più l’esperienza, a meno che non siano proprio loro a richiedere con viva voce e con una certa insistenza quella possibilità. Già diverse volte comunque ha pensato che la casa dove la sua famiglia abita con una certa soddisfazione, anche se soltanto da poco tempo, secondo il proprio parere sia sufficientemente confortevole e completa di tutto da permettere ai suoi figli di restarsene nel giardinetto sul retro piuttosto che essere accompagnati ancora fino a quel parco, per cui immagina che tenderà nelle prossime domeniche ad impiegare quelle vuote mattinate probabilmente in altra maniera.  

            Immancabilmente, appena rientrato in casa, sua moglie gli chiede come sia andata quella passeggiata, e lui, che fino a quel momento non si è preoccupato affatto di ciò che gli è stato riferito dai conoscenti con cui si è fermato a parlare, adesso spiega subito con un certo fastidio che quello o quell’altro gli ha detto che Marco appare pallido e gracilino e che probabilmente ci vorrà del tempo affinché si rimetta in pieno. Lui non ha dato peso a quelle parole, anzi ha subito annuito sorridendo come fossero dei pareri scontati di una verità più che evidente, ma adesso che è a casa si sente quasi umiliato da quelle opinioni, proprio lui che vorrebbe tanto avere il figlio minore pieno di vita e un po’ meno timido di come appare a tutti quanti. <<Dagli più tempo>>, dice la moglie sottovoce, ma lui ha quasi deciso che per evitare nuovamente di ascoltare quel tipo di commenti è disposto a restarsene a casa il prossimo giorno festivo, e smetterla una buona volta con quell’abitudine della passeggiata domenicale. <<Come vuoi>>, dice lei, mentre toglie i cappottini leggeri ai bambini, rendendosi conto che Loriana, la figlia più grandicella, non è contenta di quanto ha appena ascoltato, soprattutto perché quella decisione da parte di suo padre non è in sua diretta funzione, anche se dovrebbe essere anche lei a subirne le conseguenze. Poi, dopo essersi lavati le mani, i due fratelli si siedono a tavola, ed in silenzio e senza mai alzare troppo lo sguardo dal piatto che la mamma pone loro di fronte, lasciano che i genitori proseguano a parlare dei loro problemi e delle difficoltà da cui sono afflitti.

            Anche se Loriana in genere è molto più espansiva di suo fratello, e molto volentieri ad esempio parla della scuola entrando nel dettaglio di come si svolgono le lezioni del mattino in classe con la sua maestra e con le proprie compagne, difficilmente decide di affrontare a tavola, in presenza di suo padre, un argomento del genere, come anche di qualsiasi altro, conservando le sue considerazioni di bambina per i momenti in cui resta da sola con sua madre, normalmente nei pomeriggi in cui sistema con cura i libri e i quaderni sul piano del tavolo e svolge i piccoli compiti che le sono stati assegnati. È sua madre in seguito che aggiorna il marito con un breve riassunto di quei suoi progressi, anche se lui difficilmente mostra di apprezzare troppo quei buoni risultati scolastici.  

 

            Bruno Magnolfi

sabato 17 gennaio 2026

Forte preoccupazione.


            Non mi ero ancora ambientato nella casa nuova, e i pomeriggi dopo la scuola li trascorrevo con semplicità nel giardinetto sul retro, generalmente da solo, divertendomi con qualche soldatino o facendo correre sul vialetto quei piccoli modellini di macchina che ancora possedevano le ruote. Ma quel pomeriggio lasciai perdere ogni altra cosa, e pur senza avere un’idea precisa mi avvicinai al cancello che delimitava il perimetro di fronte alla facciata della palazzina, e che naturalmente dava direttamente sulla strada, percorsa molto raramente da qualche vettura. C’era un bambino che non conoscevo lì davanti, e forse annoiato proprio come me stava giocando da solo sul marciapiede con un vecchio pallone sgonfio, probabilmente già forato per un uso poco attento. Quando mi vide lui si avvicinò lentamente all’inferriata, e così mi chiese come mi chiamassi, e poi anche da quanto tempo abitassi in quell’appartamento, visto che non mi aveva mai visto prima di allora. Dopo qualche chiacchiera tramite la quale confessai di non conoscere ancora nessuno in quei paraggi, considerato che la mia famiglia si era trasferita in quel quartiere solo da qualche giorno, lui mi parve contento di poter fare la mia conoscenza, tanto che io aprii il cancello e lo raggiunsi, anche per compiere con lui qualche passaggio con quella palla che sembrava proprio l’unico gioco possibile. Mi confidò subito di avere un anno più di me e che lungo quella strada abitavano diversi bambini della nostra stessa età, tanto che era difficile là fuori rimanersene da soli per molto tempo.

            Poco dopo difatti giunse un altro ragazzino, che a dire la verità avevo già visto nel cortile della scuola che frequentavo la mattina, ed alla fine ne arrivò persino un altro che riconobbi subito per essere un mio compagno di classe nella prima elementare, anche se ad un banco lontano dal mio, del quale perciò conoscevo il nome ma di cui non avevo immaginato che abitasse proprio da queste parti. Lasciammo perdere subito il pallone, e ci mettemmo seduti ad un gradino per parlare un po’ di noi, delle cose da fare, delle possibilità che offriva quella strada, dei giochi che potevamo inventarci visto che a detta di tutti eravamo in molti a ritrovarsi nei pomeriggi su quei marciapiedi. Gli altri mi indicarono i caseggiati in cui abitavano, ed io rapidamente spiegai qualcosa di me, anche se non mi dilungai affatto sulla mia famiglia e su ciò che mi riguardava strettamente. Poi riprendemmo a passarci con i piedi quel vecchio pallone, ma a quel punto vidi di sfuggita che dietro ai vetri della finestra di casa c’era mia mamma intenta ad osservare cosa facessi. Mi sentii subito a disagio, lei non mi aveva certo dato il permesso di uscire dal perimetro della abitazione, ed adesso mi aveva guardato senza dirmi niente, come se potessi ricevere una punizione già così. Dopo poco trovai una scusa con quei miei compagni e così rientrai senza fretta nel giardinetto di fronte e quindi in casa.     

            Mia madre non disse ancora niente, anzi si comportò subito come se nulla fosse successo, ma in questo modo il senso di colpa parve calare inesorabilmente su di me, che cercai, per tutto il resto del pomeriggio, di apparire il più possibile obbediente e attento soprattutto a non ostacolare il suo daffare. Naturalmente non servì a nulla tentare di recuperare credibilità e comportarmi verso di lei in un modo il più possibile affettuoso: il guaio ormai era fatto, sembrava ancora dire il suo modo di fare mentre preparava qualcosa per la cena, ed io da quel giorno compresi che quella sensazione di delusione nei confronti dei miei genitori non mi avrebbe facilmente abbandonato. Parecchi giorni dopo tre di quei ragazzini che avevo imparato a conoscere come miei vicini di casa, vennero a suonare il campanello. Mia madre aprì il portoncino e probabilmente li osservò con serietà, tanto che quelli con una certa timidezza chiesero se Marco fosse in casa, e se poteva uscire per andare un po’ con loro. Sentii, al riparo nell’altra stanza, che lei diceva con tono fermo: <<Purtroppo non si sente ancora molto bene, e forse è meglio se rimane dentro la sua casa>>. I tre se ne andarono, ed io restai perplesso, visto che pensavo di sentirmi bene, ed anche se forse ero ancora un pochino debole, certo non mi avrebbe fatto male uscire con loro per un’ora in quel pomeriggio, anche solo per restare di fronte alle finestre del nostro appartamento a parlare di qualche cosa senza troppa importanza.

            Mia mamma non disse niente di quella piccola visita e della richiesta di quei miei compagni, ma io compresi rapidamente che forse la sua premura ed attenzione nel proteggere la mia salute stava diventando qualcosa di diverso da ciò che secondo me era proprio necessario. In fondo però, pensai subito dopo, che non mi interessava troppo stare sulla strada con quegli altri che forse venivano addirittura spinti fuori casa dalle loro famiglie, e quindi potevo ritenermi addirittura fortunato ad avere dei genitori che continuavano ogni giorno a preoccuparsi solo per me.

 

            Bruno Magnolfi   

martedì 13 gennaio 2026

Convinzioni.


            In questo primo anno del 1960 l’andamento economico per quanto mi riguarda sta leggermente migliorando: difatti ho appena acquistato persino una motocicletta, anche se usata, giusto per non recarmi a piedi a lavorare, e in ogni caso mi pare proprio che il mio mestiere di artigiano riesca a dare ultimamente maggiori frutti, tanto che mi sono impegnato a lungo nel cercare una nuova abitazione in affitto per me e per la mia famiglia, con maggiore spazio per noi anche se purtroppo più costosa di quella vecchia, ma insomma una casa che si possa dimostrare più confortevole ed utile anche per i miei due figli piccoli. Credo proprio che per Marco la malattia che lo ha tenuto per diversi mesi lontano da tutto quanto sia oramai alle spalle, anche se lui appare ancora debole e certe volte mostri ancora delle difficoltà nelle proprie relazioni con noi e soprattutto con gli altri. Stasera, terminato il lavoro, l’ho portato con me per fargli visitare la nuova casa dove abiteremo nei prossimi anni, e lui mi è parso piuttosto contento, sempre però con le sue maniere timide e poco espansive. Mi ha fatto capire comunque che avere un giardino tutto per noi, pur piccolo, gli pare qualcosa di molto bello, e che non vede l’ora di potersi muovere in piena libertà in quelle contenute aiuole erbose. Ha molto apprezzato anche la mia motocicletta, ed anche se ho guidato con molta prudenza tenendolo davanti tra le mie braccia durante quel breve percorso, Marco mi è sembrato felice di sentire in faccia l’aria della velocità, e nelle orecchie il rombo del motore. A volte lo vorrei già grande, capace di stupirmi con le sue uscite che persino adesso sembrano a volte da persona adulta, ma mi rendo conto che per lui sarà un percorso piuttosto lungo quello volto a recuperare tutto il tempo della malattia che lo ha tenuto a casa nel letto, senza parlare di quello trascorso in ospedale.  

            Sua sorella Loriana mostra invece una grande vitalità; eppoi è molto studiosa, ed anche se per quest’anno frequenta soltanto la seconda classe elementare, già la sua maestra, così come mi ha spiegato mia moglie che va ad accompagnare e a riprendere la bambina ogni giorno, dice che per sua esperienza difficilmente ha visto degli alunni così interessati a ciò che viene spiegato ed insegnato da chi sta in cattedra. È diligente, ordinata, cortese con gli altri compagni, e soprattutto attenta, ed è sempre tra i primi alunni a comprendere tutte le nozioni che vengono affrontate. Pur impegnandomi nel mio lavoro piuttosto a fondo per tutta la giornata, però certi apprezzamenti mi ripagano ampiamente di tutti i sacrifici che devo affrontare, così spero davvero che il prossimo anno, quando anche Marco inizierà a frequentare la scuola elementare, ci siano per lui le stesse parole lusinghiere da parte di chi ci sarà a fargli da insegnante. Ed è naturale che io mi affidi al fatto che anche lui riesca a seguire le orme della sorella dal punto di vista sia didattico che del comportamento, dimostrandosi altrettanto studioso e diligente. Anzi, spero tanto che Loriana svolga nei suoi confronti un ruolo da apripista delle varie materie scolastiche, controllando a casa i suoi compiti e dandogli qualche spiegazione aggiuntiva sui tanti aspetti affrontati in classe. Anche se per i miei figli non sogno certo grandi carriere da chissà quali geni di certe materie di cui adesso non conosco neppure il nome, spero però che in seguito siano davvero in grado di studiare almeno fino a quando ne avranno voglia, in modo da comprendere il mondo e la realtà molto meglio di me e di mia moglie, che al contrario di loro non abbiamo potuto frequentare la scuola molto a lungo.

            Riconosco che per Marco il percorso scolastico sarà forse più arduo, almeno per quanto riguarda questi primi anni che avrà di fronte, sentendosi sicuramente a disagio rispetto ai suoi compagni così in piena salute da permettere loro di maturare quelle piccole conoscenze e quelle buffe amicizie tra bambini assolutamente importanti e in certi casi addirittura necessarie per ciascuno, ma riconosco che il suo essere stato ammalato per tutto questo tempo può spingerlo in seguito a provare dentro di sé una qualche forma di riscatto nei confronti della sfortuna capitata a lui. Già, perché una malattia infantile si può solo interpretare come una casualità negativa, una sfortuna maledetta della quale non si può certo incolpare nessuno, e che può capitare tra capo e collo senza che tu abbia mai fatto nulla per meritarti una disgrazia di quel genere. Per questo confido in mia figlia Loriana, affinché con il suo impegno riesca a colmare ogni possibile o eventuale lacuna di suo fratello, e a controbilanciare il momento difficile da lui trascorso. Certo, sono convinto che le cose andranno sicuramente per il meglio da ora in avanti, e già l’impegno manifestato da parte di lei è una riprova precisa del suo forte desiderio di spianare la strada per quanto è possibile al piccolo Marco. Ce la faremo, ho detto a mia moglie qualche giorno addietro, e più andiamo avanti e più ne sono convinto.

 

            Bruno Magnolfi