Sto in piedi, fermo, ho soltanto
quattro anni compiuti da poco tempo, eppure ho già imparato ad osservare tutto
quanto ciò che mi circonda con un certo spirito critico, pensando che quasi
nessuno tra coloro che conosco o che frequentano la casa dove abito sia davvero
in grado di aiutarmi a crescere utilizzando i criteri giusti per un bambino proprio
come sono fatto io. Mia sorella quest’anno ha iniziato a frequentare la scuola
elementare, i miei genitori sono molto contenti di lei e dei suoi primi
risultati scolastici, ed ogni sera, quando tutti e quattro assieme ci mettiamo
a tavola per la cena, loro non fanno altro che magnificarne le gesta, in
considerazione del fatto che ha già imparato a leggere e persino anche un po’ a
scrivere, dilettandosi addirittura in bella calligrafia, e che la sua maestra
si dimostra ogni giorno molto contenta dei suoi progressi. Forse per questo,
forse anche per altri motivi che a me ora sfuggono, io non vorrei più andare
all’asilo gestito dalle monache, dove mia madre insiste sempre per portarmi,
nel giro mattiniero in cui accompagna mia sorella fino al suo grande edificio
scolastico. L’anno scorso ci andavamo assieme io e Loriana, ma adesso questo
restarmene da solo tra tutti quei ragazzetti urlanti mi è diventato del tutto
insopportabile.
Stamani la mamma mi ha vestito come
sempre, mi ha piazzato fermo in piedi sopra uno sgabello, e mi ha fatto
infilare il mio grembiule nero con un finto fiocco al colletto, ma prima di
abbottonarlo sulla schiena mi ha detto di aspettare, non so neanche perché, ed
è subito andata nell’altra stanza, probabilmente per controllare qualcosa che
aveva lasciato incompleto. Così io ho preso con calma il paio di forbici
rimaste sul mobile accanto a me, e mi sono subito impegnato nel tagliare la
stoffa di questo maledetto grembiule. La mamma è tornata prima che riuscissi a
manovrare le lame in modo efficace, e lei mi ha trovato così, in preda ad una
estrema e razionale voglia di distruzione, dimostrando anche senza usare le
parole le mie vere intenzioni riguardo all’asilo. Certe volte lei usa degli
stratagemmi, tipo rammentarmi alcune fiabe mentre mi fa indossare il grembiule,
e qualche volta è riuscita nell’intento di confondermi e farmi trovare già
pronto per andare dalle monache. Per questo l’abito di stoffa che sono
costretto ad indossare è diventato il mio vero nemico, considerando che la
mamma non mi porterebbe mai all’asilo senza questa divisa.
Così ho iniziato a piangere in
considerazione dei nervi che mi dà non essere riuscito nell’intento, ma la
mamma si è mossa comunque a compassione ed ha deciso che per oggi non mi
avrebbe lasciato alla scuola materna, ed io sarei potuto rimanere insieme a lei
per tutto il giorno. Non so, non mi piace molto stare con gli altri bambini
della mia stessa età, o perlomeno non mi piace starci quando sono in molti,
confusionari, urlanti, per me che sono sempre piuttosto silenzioso, mentre se avessi
attorno un solo compagno o due al massimo, allora le cose per me andrebbero già
bene. In ogni caso quello che preferirei è starmene per conto proprio, avere
tra le mani un piccolo giochino che lasci risaltare la mia fantasia e con
questo baloccarmi senza necessità di altro, come se per la mia mente quello
fosse un vero traghetto verso scenari immaginari che certe volte neanche capisco
da dove possono giungere fino a me. La mamma non comprende i miei
atteggiamenti, probabilmente perché mia sorella è una ragazzina molto
socievole, di compagnia, che sa stare con tutti quanti e non si lamenta mai,
riuscendo spesso a tenere l’attenzione degli altri accesa su di sé.
Non desidero cercare di
assomigliarle, e quando i miei genitori continuano a ripetere che devo prendere
spunto dai suoi modi e cercare di replicare le sue maniere come fossero degli
esempi positivi di cui sentirmi perfino orgoglioso, piego subito la bocca in
una smorfia, e pur senza replicare proprio niente mi convinco sempre più di non
provare alcun desiderio di similitudine nei confronti di Loriana, pur restando
profondamente colpito da qualche sua compagna di scuola che certe volte viene
in casa nostra a studiare e a giocare con lei. Naturalmente tutte queste
ragazzine, una volta giunte da noi, iniziano subito a coccolarmi come fossi un
bambolotto, ed io in genere le lascio fare, anche perché non ritengo di avere
una personalità talmente forte da tenermi distante da loro e dalle loro
maniere. Ma in qualcuna di queste bambine grandi riconosco delle doti che non
so neanche spiegarmi, come fossero talmente diverse dai miei modi fare e da
quelli di mia sorella da risultare affascinanti ai miei occhi; perciò,
generalmente mi metto da una parte e ne studio i comportamenti e le
espressioni, misurando ogni parola ed ogni gesto con tutta l’attenzione che
ritengo necessaria.
Mia mamma allora, durante questi
pomeriggi, prepara per tutti una tazza di cioccolata, e a me per uno strano
paragone sembra che gli anni prossimi abbiano facilmente la possibilità di
rivelarsi dolci e densi come questa crema che raccolgo con il mio cucchiaino di
plastica celeste, lasciando attorno a me i risolini di gusto di queste bambine,
insieme naturalmente ai sorrisi della mamma.
Bruno Magnolfi