Per Marco
l’anno nuovo era davvero iniziato malissimo, con quel ricovero d’urgenza
nell’ospedale Monna Tessa di Firenze che in seguito lo avrebbe trascinato, ancora
come degente, in quello di Grosseto per alcuni piccoli interventi, ed infine e
per molto tempo ancora in quello di Pisa, facendogli saltare forzatamente la
scuola fino addirittura a dopo le festività pasquali. La mamma naturalmente lo
aveva seguito in tutti i luoghi dove era stato portato per quelle lunghe analisi
e per tutte le cure che sembravano assolutamente necessarie nonostante non
dessero mai i frutti sperati, ed anche le sue giornate, avanti e indietro con i
treni e con le tante corriere, erano diventate praticamente un inferno, facendola
rientrare a casa ogni sera distrutta da quello spostarsi quotidianamente.
Loriana per tutto quel lungo periodo era stata come adottata da sua zia, dove
era rimasta a dormire per quasi tutto quel tempo, se si esclude qualche fine
settimana in cui era voluta andare insieme al suo babbo a fare una visita a
Marco nelle varie cliniche. Quando suo fratello ritrovava la sua famiglia
attorno al suo letto indubbiamente era contento: in fondo quello che gli
mancava più di tutto era la normalità, quella normalità che la mamma da sola pur
con il suo impegno non riusciva sempre ad assicurargli.
<<Non
andare via>>, la implorava qualche volta quando lei già prendeva la sua
borsa e si alzava dalla sedia che qualche suora le aveva messo a disposizione.
Poi in certe sere lui piangeva, senza singhiozzare, ma lasciando che le sue
lacrime scorressero lente e calde sulla sua faccia minuta e pallida, e la mamma
allora lo abbracciava ancora, gli diceva che l’indomani sarebbe tornata e che
adesso lui doveva fare soltanto una buona dormita e riposare, come se non
avesse già riposato abbastanza in tutto quel tempo vuoto che ogni giornata gli
metteva a disposizione. Allora lei si faceva coraggio, un ultimo bacio e poi
via, anche se appena raggiunto il corridoio dell’ospedale prendeva in lei come
a suo figlio la voglia impellente di piangere, ma guardava avanti, si asciugava
gli occhi con un fazzoletto e andava via velocemente, forse per cercare in
questo modo di tornare ancora prima a far visita al suo bambino. Uno strazio,
avrebbe voluto dire a qualcuno, ma invece teneva tutto per sé, mentre i suoi
pensieri tentavano di proiettarsi verso un futuro migliore e diverso per tutti.
Dopo che
Marco tornò a scuola, una volta definita ormai la sua completa guarigione, l’insegnante
disse alla mamma che forse era il caso di fargli ripetere l’anno scolastico, in
modo da non fargli mancare quelle basi che aveva perduto durante quei lunghi mesi
di assenza, ma alla fine, anche grazie all’impegno del ragazzo e alle sue capacità
dimostrate nel recuperare molto di quel tempo che aveva perduto, si decise
invece di promuoverlo, a patto che durante la stagione estiva cercasse di ripercorrere
il programma di tutto quell’anno, anche grazie all’aiuto di sua sorella che
avrebbe dovuto seguirlo e guidarlo nei compiti e negli esercizi che la maestra
gli stava riservando. In quel periodo quasi di rinnovamento, suo padre, anche in
virtù di un piccolo prestito da parte della zia che aveva appena venduto dei
terreni acquisiti in precedenza su consiglio del segretario comunale, decise
che era possibile per loro cambiare casa, e dopo aver visto in giro nel paese
alcuni appartamenti messi in vendita, concluse che ce n’era uno che faceva
proprio al caso loro. Così, mentre Marco riprendeva poco per volta il colorito
e tornava ad una esistenza quasi normale, fu deciso di affrontare quel nuovo trasloco,
stavolta con l’aiuto di diversi amici e colleghi del padre nel compito arduo di
smontare e rimontare la mobilia, che si fecero carico di aiutare quella
famiglia decisamente sfortunata.
Marco provava
ancora dei piccoli dolori da qualche parte, però si andavano attenuando, ed
erano ormai terminate per lui quelle diete alimentari a base di cibo insulso e
senza alcun sapore. Insomma, quasi una nuova vita in quell’appartamento più
spazioso dove finalmente lui e sua sorella potevano dormire in stanze separate,
anche se a Marco iniziavano in quel periodo a girargli nella mente dei pensieri
strani, e i suoi sogni erano costantemente attraversati da una certa voglia di
riscatto, come se tutta la sua sofferenza dei periodi trascorsi adesso
reclamasse un proprio peso dalla sua personalità. In fondo era sempre stato un
ragazzo molto timido, ed anche in quel periodo, nonostante il superamento della
sua malattia gli avesse dato sicuramente una nuova carica, i suoi modi di
comportarsi verso tutti parevano rimanere costantemente chiusi alla socialità,
come se fosse rimasta dentro di sé una parte estremamente importante da
proteggere dagli altri. Qualcuno dei suoi compagni lo additava adesso come un
isolato, e raramente qualcuno cercava di avvicinarlo per dimostrargli una particolare
amicizia. Però andava bene così, e Marco a testa bassa, sempre silenzioso, si
sentiva praticamente soddisfatto della personalità che gli si era poco per
volta costruita addosso, forse proprio perché anche volendo non avrebbe potuto
dimostrarsi ai suoi compagni molto differente da come veniva probabilmente
giudicato da loro e da chi lo conosceva.
Bruno
Magnolfi