domenica 29 marzo 2026

Persona come tante.


            Praticamente ogni serata, escluse quelle rarissime volte in cui si sente troppo stanco, oppure quando addirittura ha un po’ di febbre, l’uomo di famiglia la trascorre all’interno del caffè-biliardo, dove in genere scambia delle chiacchiere poco impegnative con i conoscenti di sempre, oppure si lascia trascinare in qualche piccola sfida con le biglie e la stecca giocando all’italiana su uno dei due biliardi della sala sul retro. Quando giunge nel locale normalmente si lascia servire il solito caffè che sorseggia con calma e in piedi davanti al bancone, magari scherzando con qualcuno, seduto sulle poltroncine di plastica, che prosegue senza interesse a seguire qualche programma leggero alla televisione posizionata in un angolo, e subito dopo poi si affaccia nell’altra grande stanza, per vedere se ci fosse chi stesse già giocando sul panno verde. Non disprezza affatto starsene seduto là dentro a seguire qualche partita, e trascorre la serata commentando con qualche espressione colorita i comportamenti dei giocatori impegnati, ancora prima di apprezzare le loro qualità nell’impostare un preciso tiro di sponda o di rinquarto, ma certe volte viene invitato con insistenza, a seguito forse della sua sottile ironia, a svolgere lui stesso una piccola gara con tanto di piccola scommessa in soldi.

            Ma stasera nel locale sembra non ci sia proprio nessuno, e d’altronde non c’è neppure da aspettarsi qualcosa di diverso in certe giornate uggiose d’inverno durante la prima metà settimana, quando anche tutto quel gruppo maschile, che si ritrova là dentro soprattutto di venerdì e di sabato, preferisce rimanersene a casa propria. Sul retro però c’è un uomo che lui sinceramente non ha mai visto prima, e che sembra si diverta ad impostare da solo le traiettorie delle biglie sul tavolo verde, provando e riprovando le risposte a certi tiri impostati. Quello, dopo un minuto, alza lo sguardo su di lui, lo osserva senza interesse, però sorride e chiede subito se gli possa andar bene di fargli compagnia in una partita senza troppo impegno, giusto per far trascorrere al meglio quella serata. L’uomo di famiglia si fa avanti uscendo da quella penombra che regna vicino alle pareti della sala, e poi annuisce, come a raccogliere con indolenza quella piccola sfida. Nella rastrelliera sceglie la stecca che più gli si addice, ne pulisce il manico con un pezzo di carta, ne tratta con il gesso la punta, poi, senza più dare alcuna importanza allo sfidante, rialza sistemandoli in posizione i cinque piccoli birilli al centro del tavolo. Si stabilisce il tiro di inizio, e lui lascia che l’altro faccia così la prima mossa.

            L’uomo di famiglia si sente allenato, capace di mettere in difficoltà l’altro, ma non ambisce a mettere in luce troppo in fretta le proprie capacità, così lascia che lo sfidante si senta quasi padrone della partita, in grado di dominarla senza neppure troppi tentennamenti. Intanto arrivano due o tre conoscenti che si siedono nell’area di margine e poco illuminata del tavolo da gioco, quasi senza neppure salutare i presenti per non interrompere la concentrazione dei due giocatori. Lui adesso si sente spalleggiato da quel pubblico, quasi sostenuto nell’imbastire quella partita; perciò, mette a segno almeno un paio di tiri piuttosto ricercati, iniziando a mettere in difficoltà l’avversario. L’altro inizia a sudare, si vede che la sua capacità decisionale traballa, che non prova più quella forte convinzione iniziale sulle proprie qualità di giocatore, e in questo frangente commette qualche piccolo errore di cui lui però evita di approfittare, lasciandosi andare a qualche tiro di alleggerimento, senza mettere assieme dei punti preziosi.        

            Così la partita termina con un vantaggio minimo da parte dello sfidante, che adesso si sente quasi un gran giocatore, e ride forte salutando la propria vittoria come una dimostrazione di vera e indiscutibile bravura. La rivincita va avanti più o meno sulla stessa falsa riga, ma adesso è l’uomo di famiglia che si aggiudica la partita grazie ad un semplice tiro fortunato verso il finale, dopo che i due giocatori si sono fronteggiati con un punteggio simile e quasi monotono. L’uomo di famiglia adesso dice che dovrebbe proprio andare via, ma l’altro si indigna, e allora viene lanciata da questi una posta più alta, un bel pacchetto di soldi che mostrino con il loro valore la qualità alta di quella sfida. Così si ricomincia a giocare, mentre altre persone intervengono per seguire quella partita così importante, in grado di segnare nel bene o nel male una serata senza troppe caratteristiche. Inutile dire che l’uomo di famiglia adesso spadroneggia sul tavolo verde: non infierisce sul malcapitato, però lo tiene sotto, lo provoca, si lascia andare persino a qualche espressione ironica, pur senza mai esagerare. Vince, ma tenendo costantemente la partita sul filo delle possibilità, e commentando qualcuno dei propri tiri maggiormente riusciti come un semplice frutto della fortuna che stasera sembra affiancarlo.   

            L’altro alla fine paga quanto era stato pattuito, e soltanto adesso forse si rende conto di aver giocato con qualcuno con delle capacità nettamente superiori alle proprie, bravo anche nell’essersi destreggiato con maestria utilizzando con oculatezza la propria modestia, sicuramente un giocatore navigato insomma, pur nei panni semplici di una persona qualsiasi.   

 

            Bruno Magnolfi

sabato 21 marzo 2026

Pomeriggio da disperati.


            La mamma quel giorno li aveva lasciati nel giardino di casa a giocare; era dovuta uscire per un impegno improvviso, ma niente di troppo impegnativo: <<Una mezz’ora, un’ora al massimo>>, aveva detto, e si era raccomandata più di una volta, specialmente con Loriana, la figlia più grande che aveva già nove anni, di comportarsi per bene e ad ambedue di fare il più possibile i bravi.

Marchino invece, appena rimasto da solo con la sorella, forse per un senso di libertà, si era subito messo a correre avanti e indietro lungo il vialetto del loro giardino e anche intorno alle aiuole, saltando dai gradini della porta sul retro e facendo il diavolo. Loriana lo aveva ripreso più volte: <<Ti viene la tosse>>, gli aveva detto, ma non era riuscita a fermarlo.

Quando Marchino poi era caduto, le sue mani erano andate ad infilarsi dentro a una siepe bassa, e per fortuna non si era neanche poi fatto male, a parte forse un graffietto, se non fosse stato per l’ape che ronzando sui fiori esattamente in quel punto, aveva avuto l’idea di pungerlo proprio su una delle sue guance morbide.

La sorella aveva subito portato in casa il fratello per non far sentire gli urli ai vicini, e poi aveva cercato di curarlo bagnandogli la faccia con l’acqua, ma quando si era resa conto che il viso di Marco era gonfio e che il dolore doveva essere forte davvero, le era venuto da piangere anche a lei, sentendosi persa, incapace, impossibilitata a sistemare le cose.

Rientrò la mamma più tardi e li trovò così, disperati, semplicemente coscienti di non essere riusciti a cavarsela.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 18 marzo 2026

Spiazzo fiorito.


            Lei si prepara del caffè ogni giorno, soprattutto a metà del pomeriggio. Poi, stando in piedi, mentre porta la tazza alle labbra, osserva fuori dalla finestra qualcosa, forse una chiazza di colore indefinibile, ma senza neppure un’idea precisa su che cosa guardare, o che cosa magari le interessi vedere. Resta così piuttosto a lungo, da sola, nella cucina essenziale, sorseggiando la sua bevanda calda e tenendo gli occhi rivolti verso un punto lontano, qualcosa che tra i suoi pensieri probabilmente non ha alcuna importanza, ma che serve soltanto ad allargare la propria mente in un nulla indistinto, vaporoso, offuscato, un vuoto che le permetta di staccare la sua volontà dagli impegni, e dimenticare per qualche minuto i propri doveri di moglie e di madre. È una pausa completa che lei dedica a sé stessa, sicuramente, come un ritrovare il piacere di annullare ciò da cui è circondata, quasi un sentirsi al di fuori dalla vita ordinaria che la stringe per tutto il giorno tra le sue spire.

            Certe volte la figlia maggiore, uscendo fuori dalla stanza dove lei e suo fratello giocano o si occupano dei propri compiti scolastici, la interrompe facendosi sulla soglia: <<Mamma, che cos’hai?>>, le chiede, come se sapesse perfettamente che in quell’istante sua madre non è davanti a sé, ma sta fluttuando in una diversa dimensione, un luogo distante da tutto quanto, che per quel momento ne rende persino l’espressione degli occhi qualcosa di poco riconoscibile. Sua madre lascia lentamente rientrare il suo sguardo dentro la cucina, si sposta quanto basta per appoggiare la tazza ormai vuota sul piano dei fornelli, ed infine, sempre con una lentezza inusuale, si volta verso sua figlia: <<Niente, cara; è tutto a posto>>, le dice, senza la preoccupazione di mostrarsi neppure troppo convincente. I suoi figli non sono dei confusionari, riescono a giocare persino senza produrre rumori, e per diverse manciate di minuti addirittura senza neanche parlare tra loro, generalmente rendendosi autosufficienti, come se non avessero bisogno d’altro che di un piccolo oggetto, di una bambolina di pezza o di un guscio di noce tra le proprie mani minute per fantasticare attorno a qualcosa che appare visibile soltanto a loro due. <<Torna a giocare>>, dice la mamma in un soffio, ed anche se la sua espressione adesso resta seria, la bambina obbedisce, al punto da sapere perfettamente come non ci sia niente di cui preoccuparsi davvero, tanto da tornare immediatamente nell’altra stanza senza ribattere niente, e quindi riprendere le sue occupazioni infantili.

            Altre volte la mamma accende la radio, per tenendola ad un basso volume, e mentre si occupa di affettare qualcosa per preparare la cena, oppure di sminuzzare gli ortaggi prima di metterli dentro la pentola, lascia che suo figlio minore a suo modo la aiuti, mettendo in ordine le foglie degli spinaci, o pulire dei fagiolini, o amalgamare accuratamente un soffritto di cipolla e di carote ancora prima di metterlo al fuoco. La radio trasmette la musica, ma altre volte mette in onda un racconto o una semplice commedia, ed allora ci vuole un attimo per farsi trascinare in un ambiente diverso, dove gli attori che recitano, senza possibilità di farsi vedere, riescono semplicemente con la propria voce a ricreare una situazione del tutto realistica, tanto da attrarre tutta la possibile attenzione di chi sta seguendo il programma. C’è sempre come un’aria malata in questi casi, come se Marco tendesse ad occuparsi di cose da grandi quasi come per spingersi fuori da sé, e addirittura anticipare i tempi della sua esistenza, proiettandosi verso quel mondo che la sua lunga degenza in ospedale certe volte gli ha come cercato di negare, o quasi che lui non trovasse ormai più niente di divertente nei normali giocattoli per i bambini della sua stessa età.  

            Poi la mamma si muove nelle stanze del piccolo appartamento, a volte indagando con lo sguardo su ciò da cui è circondata, ed è allora che i suoi due figli, pur mostrando quasi una velata indifferenza verso di lei, capiscono perfettamente come la loro madre stia rapidamente formandosi un giudizio preciso su quelle loro attività, fino al punto di interromperli ed invitarli ad uscire nel giardinetto di casa, a godersi la giornata tiepida, a prendere l’aria che fa sempre bene, piuttosto che restarsene ancora in quella stanza con le solite cianfrusaglie di ogni giorno tra le mani. Ai due bambini non piace troppo quella sua spinta ad occuparsi d’altro, però generalmente non commentano i suoi consigli, e prendono quelle poche parole come un pensiero espresso soltanto per il loro benessere, ed anche per la propria gratificazione, nonostante il sospetto maggiore che resta dentro di loro sia quello che lei in quel preciso momento desideri restare semplicemente da sola dentro la casa. Fuori, tra le aiuole ed il vialetto lastricato, ci sono comunque molte cose di cui occuparsi, e non è affatto un problema anche soltanto sedersi sopra al gradino di fronte e poi starsene lì, tranquilli, a riflettere a fondo sul tempo che lentamente trascorre intorno ai loro profili e che proietta l’ombra tagliente del sole su tutto quello spiazzo fiorito.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 10 marzo 2026

Desiderio di normalità.


            La notte normalmente è lunga da trascorrere dentro ad un ospedale. Nel buio, se proprio lo si desidera si può perdere tempo ad ascoltare il respiro di tutti quei bambini che sono dentro a questa camerata insieme a me, e poi incuriosirsi di quel cadenzato transitare ogni tanto lungo il corridoio da parte di qualcuno del personale sanitario che magari fa dei piccoli controlli, oppure interviene per qualche problema, o aiuta un degente ad andare in bagno, e altre cose di questo genere. C’è poi qualcuno dei più piccoli, nella nostra ala pediatrica, che certe volte piange sommessamente, o meglio si lamenta, forse proprio mentre sta dormendo, oppure perché si sveglia di soprassalto ed evidentemente non trova le sue cose, la sua mamma, il suo lettino, la sua abitazione. Io invece mi raggomitolo tra le coperte e le lenzuola anche se generalmente sono poco morbide, e cerco di pensare a qualcosa che trascini via da qui almeno i miei pensieri, perché spesso di dormire e basta non ne ho affatto voglia. Certe volte mi pare d’essere sopra una zattera che galleggia in un mare indefinibile, ed io mi sento momentaneamente in salvo mentre proseguo a sorreggere il mio corpo sopra a questo relitto alla deriva, utilizzando tutte le forze che ancora posso avere, anche se non so dire verso dove porteranno le correnti che lo muovono. Il pigiama mi protegge, e le coperte creano quasi uno scudo attorno a me, ed io so per certo che fino a quando sarò capace di stringermi a questo cuscino bianco sicuramente non mi accadrà nulla di male.

            Quando giunge l’alba, di cui si intravede filtrare la luce dai finestroni oscurati, tutto cambia d’improvviso: le lampade vengono tutte accese, e le infermiere, parlando tra loro a voce alta, iniziano subito a fare il giro di tutti i letti delle camerate per controllare lo stato dei bambini e le loro necessità, portando in una mano dei termometri a mercurio tenuti dentro ad un barattolo di vetro, a bagno dentro l’etere o l’alcol denaturato, e poi svelte scuotono quelle sbarrette aiutando ognuno dei piccoli degenti a posizionare il proprio misuratore della febbre. A qualcuno vengono cambiate le lenzuola, e allora le operazioni sono brusche, rapide, come lo stesso lavaggio delle parti sporche, come se ciò che viene maneggiato fosse quasi un semplice oggetto, forse un fastidio inevitabile da togliersi alla svelta. Passa un buon quarto d’ora o anche di più avanti che le infermiere ritornino per controllare la temperatura e recuperare i termometri che tutti i bambini hanno ben tenuto nella loro posizione, e poi a seguito arrivano fortunatamente i carrelli con la colazione. Non che qualcuno di noi abbia particolarmente appetito, ma perché è il momento migliore della mattina, quello in cui si può assaporare il latte caldo, il caffè o quello che sia, e poi masticare qualche biscotto, assaporando una parvenza di normalità.

            A me viene imposto subito di orinare dentro una provetta. So che verrà analizzato con attenzione il liquido e poi in base ai risultati mi verranno ordinate le cure che mi servono. Quindi giungono i medici, con dei sorrisi falsi e la loro maniera di dare sempre poca importanza a tutto ciò che hanno di fronte. E spesso tolgono il sangue a qualcuno, e qualche volta scherzano e si sfidano tra loro su chi riesce a fare meglio queste operazioni. Uno di questi si vanta di essere capace ad estrarre il campione che gli serve con una mano sola, così viene da me, si fa allungare la siringa di vetro con l’ago avvitato sopra e cerca di stendermi il braccio per cercare la vena giusta. Io non ne voglio sapere di farmi torturare, perciò non stendo un bel niente, almeno fino a quando una suora non si siede direttamente sul mio braccio, ed il dottore, accompagnato dalle mie urla incontrollabili, maneggia con la sola mano destra la siringa, e procurandomi un dolore immenso riesce a fare tutto quanto. Per il resto del giorno non riuscirò a sentire il mio braccio come un arto normale, e terrò il gomito appuntito per quanto mi sarà possibile per ricacciare indietro quell’impressione insopportabile.  

            Quando infine arriva il primario tutti invece assumono espressioni di serietà e di competenza, anche se fino ad un attimo prima hanno giocato a tirarsi i lacci emostatici e a fare altri stupidi giochi del genere. Alle dodici, con l’orario delle visite, giungono le mamme insieme agli altri parenti, e la tensione allora si allenta, tutti parlano, chiedono, spiegano le cose, e in questo modo si cerca, sorridendo per sdrammatizzare, di dare importanza anche a quelle piccole sciocchezze da cui siamo perennemente circondati. Mi viene portato il quaderno dove la maestra elementare ha segnato per me gli esercizi da compiere, cercando in questo modo di allenarmi alle materie scolastiche, probabilmente già sapendo che non tornerò molto rapidamente nella sua classe, e che la mia permanenza in questo ospedale triste sarà lunga, anche se non immagina certo che dovrò essere trasferito in altre due cliniche prima di poter tornare nella casa della mia famiglia e a quella normalità che tanto desidero.  

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 25 febbraio 2026

Musica piacevole.


            Il vecchio appartamento in cui erano nati i due fratelli era ubicato al primo piano di una piccola costruzione molto modesta, che sulla facciata presentava un terrazzino talmente stretto che non era possibile neppure sistemarci una semplice sedia per comodità. Certe volte, nei pomeriggi più caldi e svogliati, i due bambini però si appoggiavano volentieri alla robusta ringhiera, e sbirciavano le poche persone che percorrevano i marciapiedi sottostanti, misurandone il passo, l’abbigliamento, l’espressione; oppure osservando sempre con un certo interesse le scarse vetture che transitavano sferragliando lungo la strada, scommettendo di indovinare della prossima il colore della carrozzeria. Ogni sera passava da lì un largo carro fatto di legno e trainato da un cavallo, con il pianale libero, senza alcuna sponda, e con il conducente seduto là sopra senza un posto esatto dove posizionarsi, ma con le redini fermamente strette tra le mani. Il carro non produceva quasi rumore avendo le quattro ruote tutte gommate, forse asportate in precedenza da un mezzo motorizzato, ma il cavallo, enorme e muscoloso, con le robuste zampe pelose e gli zoccoli larghi come dei vassoi, produceva un fortissimo rumore ritmico sopra il selciato, tirando a sé quel carro a cui era legato, ma senza mostrare alcuno sforzo. Ormai a quell’ora del pomeriggio, sopra a quel grande barroccio, non c’era già più niente, se non quell’uomo seduto con le gambe che penzolavano dal pianale e forse qualche tavola di legno lasciata là sopra, però la mamma un giorno aveva detto a loro due che quello era il carro che trasportava le enormi bobine di carta dalla fabbrica dove venivano prodotte fino alla stazione ferroviaria, dove poi venivano caricate con dei sollevatori fin dentro i vagoni per le merci.     

            I due bambini osservavano sempre con grande attenzione quel passaggio dalla loro strada, ed immaginavano facilmente quel cavallo possente nel suo impegno di ogni mattina nel tirare il pesante carico di carta pronto per essere spedito su un treno che poi filava chissà dove, forse in una città lontana, in un posto dove ogni giorno venivano stampati dalle macchine quei giornali che venivano distribuiti dappertutto. Quel cavallo color zenzero rivestiva con la sua muscolatura un ruolo sicuramente fondamentale in tutta quella operazione, e quando loro due pensavano al loro padre che la domenica acquistava nell’edicola uno di quei semplici quotidiani dalle pagine enormi e la scrittura fitta, pareva quasi impossibile che la sua leggerezza di normale carta potesse paragonarsi al peso che si moltiplicava nelle bobine sopra a quel pianale. Invidiavano quell’uomo sicuro di sé che con grande facilità indicava la velocità e la direzione giusta al suo cavallo, e per trasferimento dell’idea, sembrava anche lui stesso un uomo forte, deciso, grande, quasi un gigante capace di incredibili prodezze, epperò così sensibile da vivere quasi in simbiosi con il suo animale.

            I due bambini osservavano tutto questo restando sempre in religioso silenzio, quasi per non disturbare quel passaggio appena sotto di loro, e quando quel mezzo di trasporto svoltava alla curva in fondo alla strada e spariva alla vista, loro due immaginavano di seguito il suo percorso ancora da compiere, fino a quando riusciva ad arrivare a quella cartiera di fianco al fiumiciattolo d’acqua dove la produzione sembrava non arrestarsi mai, tanto da far svolgere il lavoro agli operai in molti turni diversi, proprio per riuscire a soddisfare tutte le esigenze di carta delle tipografie e delle stamperie di chissà dove. Terminato quel passaggio rumoroso di zoccoli e di fatica la strada ripiombava di nuovo nel suo silenzio naturale, anche se c’erano a volte delle serate, quando ormai il cielo era già scuro, in cui si vedevano e soprattutto si sentivano passare due o tre uomini ubriachi a piedi che si sostenevano l’un l’altro, cantando con voci stonate e in coro qualche ritornello alla moda, mentre con il loro passo malfermo e ondivago si dirigevano probabilmente verso qualche altra bettola dove proseguire a bere, prima di rientrare chissà quando e in quali condizioni nelle loro case.

            Infine, giungeva il babbo, a quell’epoca in sella ad una bicicletta grigia, stanco di una giornata di lavoro e di chissà quante persone incontrate durante tutte quelle ore, e ai due bambini pareva la conclusione e il coronamento di qualcosa di importante, mentre la mamma aveva messo già sopra al fornello qualcosa per la cena, ed il profumo di verdure bollite si spandeva inevitabilmente dappertutto. Allora il finestrone che dava sopra al terrazzino veniva subito richiuso, e tutto nelle stanze della casa assumeva un assetto differente, fatto adesso di intimità, di calma, di piccole domande poste a completare gli aggiornamenti rimasti ancora in aria, di saluti soprattutto, e qualche volta anche di sorrisi. Non ci voleva molto: loro padre si lavava le mani, si cambiava la camicia, le scarpe, gettava qualche sguardo esauriente attorno a sé, e poi alla fine si sedeva al tavolo della cucina, mentre la radio gracchiante in sottofondo spiegava qualcosa di quanto stava accadendo da qualche altra parte, oppure intratteneva tutti semplicemente con della musica piacevole.  

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 19 febbraio 2026

Recente e affidabile.


            In un primo momento non rimasi affatto contenta quando mio marito mi annunciò la decisione di acquisire la patente di guida e a seguito acquistare quella piccola utilitaria già un po’ vecchiotta, anche se la spesa fu coperta quasi interamente da un certo lavoro straordinario a cui aveva dato corso negli ultimi mesi. Mi pareva qualcosa di superfluo di cui non avevamo alcuna necessità in famiglia, e poi mi sembrava quella una fonte certa di preoccupazioni, considerate le riparazioni, le tasse, l’assicurazione, ed infine la benzina per farla marciare, anche se lui sosteneva che avrebbe potuto aumentare il suo pur piccolo giro di lavoro grazie a quella vettura di seconda mano evidentemente già molto usata in precedenza da chissà chi. Lui aveva sempre sostenuto che io avessi un’avversione innata per qualsiasi novità, e quindi evidentemente non si meravigliò più di tanto quando gli dissi che in quella scatoletta di ferro probabilmente non ci sarei mai neppure salita, anche se dopo poco tempo avrei dovuto ricredermi riconoscendo la comodità di usufruire di una vettura per muoversi. La prima domenica che decidemmo di fare un giro con i bambini naturalmente loro ne furono entusiasti, così salimmo là sopra e ci spingemmo rapidamente fuori dal centro abitato, fino a raggiungere un’osteria di campagna dove ci fermammo per una merenda veloce e anche per bere qualcosa.

            Per tutto il viaggio io mi ero immobilizzata al mio posto, spingendo il tappetino di gomma davanti a me con la punta dei piedi per la paura di una frenata improvvisa, e poi senza mai staccare gli occhi dalla carreggiata di fronte al parabrezza avevo mormorato continuamente a mio marito ora di rallentare, ora di scansare le buche della carreggiata, ora di stare attento a qualcuno davanti che forse doveva svoltare, e tante altre cose del genere, fino al punto che lui, scocciato di quelle osservazioni continue, mi aveva intimato con voce perentoria di starmene zitta una buona volta. Cercai di controllarmi maggiormente e di rimanere in silenzio, ma quell’attenzione verso cui mi sentivo assoggettata e di cui non potevo fare a meno era qualcosa più forte di me, al punto che mi pareva addirittura che se non mi fossi comportata in quella precisa maniera ci sarebbe accaduto sicuramente qualcosa di brutto, probabilmente per una semplice distrazione di mio marito di cui non gli avevo dato opportuna segnalazione, o qualcosa del genere. Così, tutto il viaggio, compreso anche il ritorno a casa, non fu per nulla rilassante, anche se i bambini, posizionati sul sedile posteriore, avevano continuato per tutto il tempo a ridere e a divertirsi, forse anche per il mio comportamento.

            In tutti questi casi, comunque, riconosco che il mio modo di fare di base era sempre stato quello di rassegnazione rispetto alle scelte compiute da mio marito, e quando lui certe volte cercava di spiegarmi i motivi salienti che lo avevano portato a prendere una certa decisione, io mi limitavo ad annuire in silenzio, senza mai mostrare neppure un briciolo di entusiasmo oppure di condivisione. Però, quasi ogni mattino, quando uscivo con i bambini per accompagnarli fino alla scuola che frequentavano, mi accorgevo in quei giorni che le automobili in transito lungo la nostra strada aumentavano abbastanza, e se soltanto l’anno precedente si poteva dire che a parte qualche persona in bicicletta, a piedi, oppure in tre o quattro sopra le rispettive selle delle proprie piccole motociclette, nessun altro mezzo meccanico percorresse la via, adesso mi trovavo ad accorgermi che le cose stavano velocemente cambiando, e che camminare in strada o sul marciapiede iniziava ad essere differente. Anche i nostri più prossimi vicini di casa avevano iniziato ad acquistare qualche macchina, e così verso sera si poteva vederne diverse di queste parcheggiate di fronte alle loro abitazioni. Qualcuna sfoggiava una linea più filante, altre dei colori sgargianti come appena uscite dalla fabbrica dove erano state costruite, e durante la domenica gli uomini spesso si ritrovavano a lucidare i parabrezza e i parafanghi dei propri mezzi citando le meraviglie di quelle proprie vetture.  

            A mio marito non interessava molto far parte di quella combriccola, e dopo che una mattina il motore gracchiando a lungo e sbuffando non riuscì proprio a partire, forse provò un certo disappunto nel riscontrare che aveva probabilmente la macchina più vecchia tra tutte quelle che ultimamente erano state acquistate dalle famiglie del vicinato. Così cercò di preservarla in modo a suo parere adeguato, acquistando una copertina grigia con la quale ogni sera la sua utilitaria veniva coperta, spesso con l’aiuto persino dei bambini, immaginando che restando più calda e protetta potesse dargli la soddisfazione di partire il giorno successivo al primo colpo, anche se la lotta per tenere quel mezzo attivo e marciante era purtroppo soltanto agli inizi, ed il percorso, nei lunghi mesi successivi, risultò cesellato dagli interventi di qualche meccanico con il naso perennemente infilato sotto al cofano del motore, fino a quando non si giunse alla decisione finale per cui dovevamo assolutamente cambiarla, e prendere un modello almeno un po’ più recente e affidabile.  

 

            Bruno Magnolfi

martedì 10 febbraio 2026

Cose importanti.


            La casa della zia è piuttosto piccola, perciò a me fa dormire nel suo salotto, sopra ad un letto improvvisato su quello stesso divano dove si trascorrono molte serate nel seguire qualche programma televisivo che piace a lei, e che insieme alla cucina e alla sua camera mostra un appartamento del tutto essenziale, con un tavolo per la cena talmente ristretto che ci possiamo stare sedute praticamente soltanto noi due. La zia è contenta di occuparsi di sua nipote, abituata com’è a stare sempre da sola, però in molti casi dimostra di avere accumulato una serie di consuetudini che a me sembra impossibile scalfire, tanto che normalmente è subito pronta a rimproverarmi per qualcosa fuori posto, oppure per un semplice gesto compiuto da me in una maniera un po’ differente da come lei lo ha immaginato. In quei momenti quasi sempre io resto ferma e in silenzio, e lei appare un po’ rigida, quasi severa, ma subito dopo poi riconosce facilmente che forse quella semplice cosa che l’ha fatta innervosire non è poi tanto importante, anche se rimane testardamente della stessa opinione. Così, se cerco di aiutarla in qualcosa, devo stare molto attenta a ricordare ognuno dei modi che segue nel dare corso a certe procedure, e poi rispettare quelle piccole regole che sono quasi una legge nel suo appartamento. A me sembra che la zia certe volte si lasci prendere anche troppo la mano, e quando compio qualcosa di diverso da come lo farebbe lei, pare addirittura che in qualche maniera io stia mancandole quasi di rispetto. Ha uno sguardo accigliato, l’espressione seria e anche grave, e poi resta in silenzio, forse per evitare di sgridarmi o di dire cose di cui in seguito potrebbe addirittura pentirsi.

            Però la zia in molte cose è spesso generosa, e sugli aspetti a cui non è particolarmente interessata lascia che io compia le mie scelte, salvo criticarmele, almeno certe volte, ma in maniera tutto sommato abbastanza bonaria. La sua cena è composta di pochi piatti generalmente cucinati con scarso interesse, quasi sempre gli stessi, e per sua abitudine esiste un numero impressionante di cibi che si rifiuta assolutamente di mangiare, tanto che io immagino in vita sua non li abbia mai neppure assaggiati. Allo stesso modo credo di non averla mai né vista né sentita ridere forte, ad esempio, ed anche se qualcosa la diverte parecchio, lei si limita a sorridere stringendo gli occhi e le labbra, mentre le appaiono delle rughe sopra la faccia che normalmente non ha. Non alza la voce, appare sempre piuttosto calma e pacata, anche se è la sua semplice espressione severa che indica in qualche caso qualcosa per cui non prova piacere. Secondo me sicuramente è una persona un po’ strana, ma non le direi mai una cosa del genere in modo diretto, perché sono sicura che ne resterebbe piuttosto offesa, fino a non rivolgermi neppure una parola per chissà quanto tempo. Mia mamma, che ne è la sorella minore, mi ha detto che da giovane la zia aveva avuto un fidanzato, però in seguito, quando quella relazione è terminata, non ha più desiderato tentare dei rapporti sentimentali.

            Io sono convinta che tante manie accumulate da lei derivano proprio dal suo starsene perennemente da sola, frequentare pochissime persone, ed infine non concedere mai delle confidenze ad estranei, restando seria ed in silenzio anche quando il salumiere del negozio accanto a casa le dice qualcosa giusto per scherzo, oppure quando qualche vicino di casa la saluta in un modo a suo parere poco formale. In un paio di pomeriggi mi ha portato con sé fin dentro agli uffici dove svolge il suo lavoro durante la mattina, forse per consegnare qualche documento urgente, non saprei, ed io mi sono immediatamente resa conto che anche in quel luogo nessuno tra i suoi colleghi si permette di dirle qualcosa che non sia dettata dalle strette informazioni professionali. Insomma, è una persona riservata che non concede familiarità, ed io capisco sempre di più la mia mamma quando afferma che la presenza di una ragazzina come me all’interno della sua giornata serve di più a lei che a me stessa. Personalmente non mi dispiace affatto frequentare casa sua, ma non soltanto perché la zia trova sempre delle scuse per farmi qualche piccolo regalo: mi piacciono certe volte i suoi modi di fare e di comportarsi, e soprattutto la sua maniera di non porre mai nei miei confronti delle domande dirette, che a me generalmente mettono sempre un po’ troppo a disagio.

            Con lei scopro ogni volta il valore del silenzio e della solitudine, e poi la potente capacità di caricare anche soltanto un piccolo gesto, oppure un’unica sola espressione, di talmente tanto valore che al confronto forse non sarebbe neppure sufficiente parlare o descrivere qualcosa per un’ora intera. Forse, per esempio, lei mi osserva con grande attenzione mentre sono concentrata sui miei compiti scolastici che svolgo, però ogni volta è come se mi lasciasse, almeno in casa sua, piena libertà di fare e di pensare ciò che maggiormente desidero, e questo per me è già molto importante.

 

            Bruno Magnolfi