sabato 19 settembre 2026

Indubbio talento.


            Ormai avevo quasi undici anni e mio fratello andava già per gli otto quando mio padre, una domenica qualsiasi non molto tempo dopo aver acquistato quella utilitaria di seconda mano che avrebbe utilizzato in seguito ancora per parecchio tempo, decise di coinvolgere tutta la famiglia in una piccola gita fuori città, e per il pranzo recarsi addirittura in un ristorante della costa marina secondo lui a portata di mano. Io e Marco naturalmente eravamo sempre piuttosto contenti di essere trascinati in queste piccole avventure, anche perché in fondo erano rare a casa nostra, nonostante il fatto che la nostra mamma, convinta comunque da noi a vestirsi quel giorno in maniera piuttosto elegante, continuando a schernirsi ripetutamente come già accaduto in altri casi e sempre seguendo le proprie consuetudini, avesse da subito mostrato il desiderio di rinunciare volentieri a questa strana uscita in favore del normale lasciarsi andare alle proprie abitudini di donna di casa. Alla fine, però, ci eravamo seduti tutti dentro la macchina e ci eravamo avviati verso il mare.

Tornare a vedere le onde, pur in una giornata quasi invernale, secondo me era comunque una gran bella cosa, e poi il convincimento di mio padre nel voler andare per forza a pranzo in un ristorante proprio sulla costa, rendeva la giornata assolutamente speciale, quasi unica. Così ci fermammo presso due o tre locali con quelle caratteristiche, dove però ci informarono subito che i posti a sedere per i clienti erano già tutti prenotati, fino a trovare fortunatamente un posto molto spazioso e piuttosto alla buona dove al contrario ci accolsero volentieri. Naturalmente era ancora presto per mangiare, così una volta prenotato il tavolo si decise di lasciare la macchina nel parcheggio e fare due passi sulla spiaggia di fronte alla trattoria. La mamma era in difficoltà con le sue scarpe con un certo tacco da signora, perciò, lei decise quasi da subito di aspettarci da sola presso una spianata dove c’erano persino delle panchine. Io e Marco naturalmente spiccammo qualche corsa ridendo e rincorrendoci, mentre il babbo pareva attirato dall’orizzonta del mare. Si vedeva l’isola d’Elba col suo profilo scuro, e nel canale di Piombino qualche traghetto lontano incrociava in quelle acque con la carena bianca e azzurra. Quando tornammo dalla mamma lei disse che alcune persone attorno a lei avevano parlato molto bene di quel ristorante, scambiandosi pareri favorevoli su di un piatto oppure su di un altro.

Allora entrammo nella vasta sala, all’interno della quale una parete era interamente vetrata per permettere la vista del mare, anche se parzialmente coperta con delle tende. Le onde piccole che si formavano sembravano frangersi sulla battigia senza alcun rumore, e la sottile striscia di spuma bianca della risacca ogni volta continuava a perdere immediatamente consistenza. Nel brusio e nella confusione generale data da parecchie decine di clienti già presenti, ci sedemmo ad un tavolo quadrato dove era stato scritto il nostro nome, e poco dopo un cameriere ci consegnò dei cartoncini ripiegati su cui erano riportate le tante ordinazioni possibili del giorno. Mio fratello, abituato dopo tanti anni a seguire delle diete povere quasi di tutto, scelse una semplice sogliola al piatto con dell’insalata scondita, mentre io e i miei genitori ordinammo delle fritture di pesce a seguito di un semplice assaggio di risotto di mare. Ci volle un certo tempo prima di vedere giungere il cameriere con i nostri piatti, ma alla fine tutto andò esattamente come doveva, lasciandoci pienamente soddisfatti.

Stavamo riflettendo se ordinare qualcosa di dolce per concludere degnamente quel pranzo, quando sentimmo una voce molto ben intonata giungere dall’altra parte della sala, mentre iniziava a cantare, senza alcun accompagnamento musicale, una canzone del repertorio classico italiano assolutamente difficile ed ardita. Tutti i clienti del ristorante allora si voltarono, ed immediatamente ogni chiacchiera sulle loro bocche parve interrompersi. Allora la ragazza si sollevò lentamente dalla propria sedia, proseguendo a cantare senza neppure voltarsi verso qualcuno in particolare, come se fosse stata pagata per regalarci quell’intervallo inedito ed emotivamente coinvolgente. I suoi vocalizzi prolungati si fecero largo in un attimo tra tutti i rumori e le voci possibili che fino a quel momento avevano saturato l’aria, e persino i camerieri, in quel preciso momento, smisero di muoversi tra i tavoli, come rispettando il bisogno, per quella persona dotata di qualità canore sicuramente invidiabili, di intonare qualcosa che desse una pennellata di estrosità a quel pranzo, riportando tutti quanti verso il pensiero di ciò che certe volte non riusciamo minimamente a distinguere in mezzo al fragore della folla vociante e indifferente a tutto. Poi la ragazza terminò, e subito si sedette, lasciando che uno scroscio fortissimo di applausi ne accompagnasse quella conclusione.

Invidiai quella persona, ne invidiai le scelte, le capacità, la personalità indiscussa, e mentre riflettevo che una cosa di quel genere probabilmente non sarebbe mai riuscita a nessun altro tra tutti i presenti dentro a quel ristorante, compresi in un attimo quanto certe volte apparisse necessario mettere di fronte a tutti quanti il proprio talento e le proprie abilità se si desidera essere riconosciuti per le doti che bene o male sappiamo con certezza di portarci dentro.

 

Bruno Magnolfi

martedì 15 settembre 2026

Tanti ingredienti.


Il trasloco da una casa all’altra fu quasi una festa, e al contrario di provocare un trauma per qualcuno della famiglia, come forse ci si sarebbe anche potuto aspettare, tutti alla fine apparvero piuttosto contenti e soddisfatti. Molte soluzioni sembravano trovare nel cambio di quartiere una vera giusta collocazione, e soprattutto i due bambini si mostrarono subito in grado di ricevere un profondo impulso per una crescita piena di stimoli all’interno di un ambiente assolutamente più adatto alla loro età, anche se non era stato questo il motivo principale della variazione domiciliare di tutta la famiglia. Rachele comunque sembrava anche lei piuttosto soddisfatta, pur essendo inizialmente rimasta vagamente preoccupata da tutti quei piccoli cambiamenti inevitabili, esattamente come da sempre le dettava il suo stesso carattere, soprattutto per quello che nei fatti comportava lo spostamento da un appartamento ad un altro che nella sostanza era molto differente, e quindi al mancato ritrovare i propri vissuti luoghi e le personali abitudini. Certo, l’affitto mensile per quella casa nuova risultava maggiore di ciò che avevano pagato fino ad allora, ma suo marito Franco le aveva detto che le cose stavano andando piuttosto bene per il suo lavoro, e che non c’era troppo da preoccuparsi almeno sotto quel profilo. Gli spazi in più erano comunque una manna per tante di quegli oggetti che la famiglia si trovava regolarmente a mettere da parte, ed il giardinetto con le aiuole era perfetto per prendersi qualche minuto di riposo durante la giornata. Marco aveva poco più di cinque anni, e Loriana circa otto, l’età giusta in ambedue per ritrovarsi all’interno di un ambiente stimolante e variegato.

            La vasta cantina a cui si accedeva da una scala esterna sul retro della casa, sembrava fatta apposta per alcuni giochi dei bambini e per stipare la legna che serviva ad alimentare la cucina economica nella stagione fredda, e sopra agli scaffali lungo le pareti trovavano posto anche gli oggetti meno usuali ma potenzialmente utili che dentro ad un qualsiasi appartamento avrebbero solamente ingombrato e nient’altro. Persisteva, in quelle poche stanze, una vaga sensazione di libertà quasi inspiegabile, forse fornita soprattutto dalla possibilità di utilizzare due ingressi per il piccolo appartamento al piano rialzato: uno principale posto a bordo strada sulla facciata della villetta ad un piano, abitata al livello superiore da un’altra famiglia; ed un altro molto più alla mano, e molto più utilizzato da tutti loro, situato sul retro, dal quale si accedeva direttamente nella cucina. Franco in breve tempo aveva apportato tutte le modifiche che servivano per abitare in modo adeguato la nuova casa, ed anche il fatto, almeno per i mesi invernali più freddi, di poter parcheggiare e coprire all’interno del piccolo cortile col pavimento in cemento la sua motocicletta acquistata di seconda mano, gli concedeva una certa rilassatezza. La mobilia restava sostanzialmente quella essenziale che la loro famiglia aveva già nella vecchia casa, ma un nuovo frigorifero era giunto presto nella cucina a dare prova della sua utilità poco dopo quei primi giorni di definitivo insediamento.  

            La zia disse che la casa le piaceva, e non era scontato per una come lei esprimersi in senso positivo a riguardo di certi argomenti, mentre il nuovo vicinato si mostrò subito abbastanza cortese e accogliente, al punto di invitare Rachele e suoi figli nelle proprie case per prendere un caffè o un succo di frutta. Nel giro di poche settimane, perciò, tutto quanto prese un andamento di grande normalità, e a nessuno della famiglia venne mai a mente di rimpiangere qualcosa della vecchia abitazione, se non la normale nostalgia per un luogo che aveva visto poco per volta la loro famiglia prendere vita. La scuola per Loriana rimaneva leggermente più distante rispetto al vecchio domicilio, anche se tutto sommato paragonabile a prima, ed invece adesso l’asilo che aveva frequentato Marco pur soltanto qualche volta e con una certa riottosità, era senz’altro piuttosto fuori mano nei confronti della nuova abitazione, tanto che questa fu per lui la scusa definitiva per non andarci più. Iniziò così a trascorrere le mattinate insieme alla mamma, recandosi con lei sia al mercato, nel giorno settimanale in cui si svolgeva, oppure nei negozi di generi alimentari più vicini alla loro casa, divertendosi sia ad ascoltare in silenzio gli scambi di espressioni tra i clienti e i venditori, sia ad osservare con attenzione i larghi gesti di tutti questi. Facilmente venivano incontrate facce note o abbastanza familiari sui marciapiedi o lungo le strade della cittadina, e l’unica cosa fastidiosa per Marco in quelle circostanze era la solita domanda diretta proprio a lui riguardante l’evidente assenza da scuola.

            Lui non rispondeva, e si stringeva sempre in questi casi alla mamma, così da lasciar rispondere lei al proprio posto, come se il proprio comportamento fosse solo dato dall’obbedienza a delle direttive precise della sua famiglia. Il momento più bello arrivava una volta tornati a casa, quando la mamma poneva sul tavolo le verdure, il pane, e tutti gli altri acquisti per la preparazione del pranzo. A Marco gli piaceva molto aiutarla, e così con una certa precisione si dava il giusto daffare nello sbucciare qualche ortaggio, o nel mescolare tra loro nella pentola i tanti ingredienti.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 12 settembre 2026

Senza soluzioni.


            <<Oggi è accaduta una cosa che mi ha scosso>>, dice Franco ad un amico dopo essere entrato nei locali del caffè-biliardo ancora prima di andarsene a casa, dopo il lavoro. <<Un ragazzo in ufficio stava cambiando un lungo vetro ad una finestra, e così mentre lo aveva già tirato su per inserirlo nell’infisso, il cristallo si è spezzato, e la parte più grande e più pesante gli è andata direttamente e con la parte più tagliente sopra ai bracci, ferendolo in maniera decisamente seria. Eravamo in diversi lì vicino e così qualcuno di noi lo ha subito soccorso, ma quello continuava a perdere un sacco di sangue, e così gli abbiamo legato degli elastici attorno alle braccia per rallentare l’emorragia, e lo abbiamo tenuto fermo e calmo fino a quando fortunatamente non sono arrivati gli infermieri dell’autoambulanza>>. Il cameriere, intanto, gli versa un bicchierino di acquavite che Franco aveva subito ordinato al bancone, e lui la beve in un solo sorso. <<Va bene>>, dice l’amico, <<ma insomma, tutto è andato abbastanza bene, no? Quelle ferite si rimargineranno presto, e quel ragazzo tornerà al suo lavoro e alla vita di sempre, non credi?>>. Lui si passa lento una mano sulla faccia, senza guardare direttamente l’altro, poi dice: <<Non è questo il punto. Per lui alla fine è andato tutto abbastanza bene, hai ragione, ma in me ciò che è successo ha provocato uno sconquasso, un senso di incapacità, di inadeguatezza, come se non avessi saputo neppure cosa fare sull’immediato>>. L’altro gli mette una mano sopra una spalla, forse gli pare persino un’esagerazione questo senso di colpa che Franco sta tirando fuori, ma non desidera certo esprimere adesso delle opinioni.

            <<Vedi>>, continua Franco, <<io non voglio sentirmi così: desidero prepararmi a fatti del genere, perché sono sicuro che ciascuno di noi può ritrovarsi da un momento all’altro a fronteggiare degli avvenimenti che mai si sarebbe aspettato. Può capitare qualsiasi cosa, anche quando siamo nella nostra casa rilassati e tranquilli e niente sembra infastidire quella serenità di cui godiamo>>. Poi qualcuno lo invita con un gesto per la solita partita al biliardo, ma lui rifiuta decisamente, proprio a dimostrazione ulteriore del proprio stato di agitazione. <<Ho bisogno di riflettere a lungo tutto quanto>>, dice ancora, <<ho bisogno di fortificarmi in ciò che sono, e soprattutto in quell’utilità che sono capace di mostrare nei confronti di chiunque altro abbia necessità di aiuto. La realtà intorno a noi è fragile, e le cose spesso non scorrono su dei binari lisci e privi di inciampo come si vorrebbe tanto credere. Io non voglio più sentirmi inadatto, incapace, oppure tirarmi indietro proprio quando ci sarebbe bisogno di me. Mentalmente devo arrivare al punto di sentirmi pronto ad ogni evenienza, pronto ad intervenire, se serve, pronto a fare la mia parte, senza grandi gesti da eroe, ma in modo sufficiente per scongiurare al meglio qualcosa di maggiormente grave>>.

            L’altro adesso si guarda le mani, non ha mai provato una sensazione del genere, per questo cerca di comprendere lo stato d’animo di Franco, anche se quelle sue riflessioni gli sembrano sinceramente un poco assurde. Poi si volta per vedere se c’è qualcun altro che vuole affrontare l’argomento insieme a lui e dare il proprio contributo, ma adesso c’è soltanto un gruppetto di sfaticati attorno al bancone del bar che parlano di cose senza troppa importanza. <<Ma non puoi fartene una colpa di qualcosa che non sai neppure come maneggiare>>, dice a Franco di colpo, come per riportarlo con i piedi a terra. Lui lo conosce da sempre e fino ad oggi non gli ha mai sentito tirar fuori dei temi così strampalati, anche se cerca di seguire i suoi ragionamenti. Franco allora capisce di non essere sostenuto in ciò che secondo lui è un dato di fatto inoppugnabile; perciò, si scosta di un passo come a cercare intorno a sé il fondamento di ciò che gli era parso fino adesso come qualcosa di importante, di realistico, di urgente; infine, senza alcuna fretta, ma come cercando di prendere aria pur muovendo un passo dopo l’altro di chi si sente confuso, esce dal locale, senza dire altro. Fuori c’è la sua bicicletta, lui vi sale sopra con una certa attenzione e poi ne avvia il moto dei pedali.  

            Quando giunge a casa pensa subito che non sia proprio il caso di parlare con la sua famiglia di quanto gli è accaduto; perciò, saluta tutti entrando dalla porta, ma poi resta in silenzio, e sua moglie naturalmente capisce subito che ci deve essere qualcosa che lo turba, anche se per rispetto non gli pone alcuna domanda troppo diretta. Franco allora si siede, poi prende il figlio Marco, silenzioso come sempre, e lo fa sedere sopra le sue gambe, mentre avvicina la propria faccia alla sua testolina. <<Questo bambino mi pare che scotta>>, dice senza impeto. <<Forse ha persino un po’ di febbre>>. Sua moglie allora va verso di lui, prende Marco in braccio, gli tocca la fronte, assume un’espressione preoccupata, ed infine guarda Franco, come ad aspettarsi qualcosa da lui, che invece resta fermo, seduto, ancora senza soluzioni.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 9 settembre 2026

Fare qualcosa.


            La casa dove sono nata da mio padre e da mia madre è composta di appena tre piccole stanze, e a me probabilmente, da quando ho iniziato a discernere, sono apparse ai miei occhi il miglior luogo dove stare tranquilla e protetta. Per i primi tre anni che ho vissuto difatti sono stata coccolata da tutta la mia famiglia, e tenuta in braccio oltre che dai miei genitori anche dalla zia e dai miei nonni, che mi hanno fatta sentire sempre al centro del mondo. Ma ad un certo momento a mia madre è iniziata a gonfiare la pancia, ed alla fine è arrivato lui, il mio attuale fratellino, a togliere da me un po’ di quelle attenzioni che credevo assodate una volta per tutte. Di colpo mi sono trovata di fronte ad un problema che non avrei mai creduto di dover affrontare, e cioè se iniziare ad esprimere tutta la mia indignazione per aver dovuto subire l’ingresso inaspettato dentro la casa di un infante cicciottello e bisognoso di tutto che sembrava attirare le simpatie proprio di tutti, oppure accettare la sua presenza come quella di un piccolo bambino al quale avrei dovuto accordare le mie attenzioni come facevano esattamente tutti gli altri della famiglia. Dopo qualche tempo, come si può immaginare, mi sono comunque abituata alla sua presenza, ed infine ho iniziato a mostrare a tutti quanti che volevo un gran bene a quel mio fratellino, anche se certe volte dentro di me avrei voluto strozzarlo.

            La zia in quel periodo aveva cominciato a venire molto spesso a casa nostra, con la scusa di farmi prendere un po’ d’aria a così portarmi fuori per qualche passeggiata. Da sola con lei ritrovavo un certo piacere nel farmi vedere da tutti coloro che si fermavano a salutarla, prendendomi naturalmente i complimenti e le attenzioni del caso, anche se troppo spesso c’era qualcuno che mi chiedeva notizie di Marco, del mio piccolo fratello nato da poco. In seguito, però, ci feci l’abitudine a discorsi del genere e a rispondere a certe domande ricorrenti su di lui, ed iniziai a mostrarmi sempre sorridente, perché avevo già capito che era quella la maniera migliore per essere benvoluta da chiunque. Andavano quasi peggio quelle rare giornate in cui si usciva con la mamma, pronta a spingere l’elegante carrozzina blu, con dentro naturalmente mio fratello, che ci era stata prestata a noi da un’altra famiglia proprio come la nostra, nella quale però i bambini erano già cresciuti anche troppo per desiderare ancora di adoperarla. Perciò tutti allungavano la testa per vedere il piccolino ed allargare dei grandi sorrisi mentre si complimentavano con la mia mamma e con me, che dovevo annuire ogni volta che dicevano che sarei stata brava e paziente ad insegnargli tutto ciò che serviva.

            La nonna, la madre di mia mamma, era morta da poco tempo, prima ancora della sua seconda gravidanza, e lei era sprofondata in una depressione piuttosto difficile da contenere. Parlava poco in quel periodo, e anche se si occupava di me, di Marco, di tutta la famiglia, sembrava però che facesse tutto quanto solo per un senso profondo del dovere, e non per l’entusiasmo di tirar su dei bambini, che rimaneva così nascosto che in tutti i casi nessuno riusciva ad avvertirne il lato positivo. Mio padre proseguiva a fare quello che aveva sempre fatto, lavorando per tutta la giornata e trascorrendo la maggior parte del suo tempo libero al caffè-biliardo insieme ai suoi amici. Perciò, poco per volta, mi sentii spinta sempre di più a dare un aiuto concreto alla mia mamma: mi sentivo ormai cresciuta, grande, in grado di occuparmi almeno delle cose più semplici della nostra casa, e così mi sembrava di non aspettare altro che Marco si tenesse ritto sui suoi piedini, e quindi che potesse camminare da solo, per portarlo con me almeno nel cortile sul retro, ed occuparmi di lui, spiegargli con parole semplici ciò che io già sapevo, e fargli scoprire i piccoli dettagli da cui eravamo circondati.

            Lui certe volte mi osservava incuriosito, ma raramente sembrava attratto da ciò che per me erano gli elementi fondamentali di ogni giornata: imparare sempre cose nuove, mostrare all’insegnante di scuola la propria attenzione, avere dei buoni rapporti con i compagni di classe; e poi naturalmente stare vicino al babbo e alla mamma, aiutare in casa a svolgere alcune piccole attività quotidiane. Marco si imbambolava con facilità, bastava dargli un fazzoletto di stoffa e lui ne passava la trama tra le sue ditine, senza mai stancarsi. Oppure osservava con attenzione una semplice parte di un gioco, senza mai smettere, e certe volte guardava qualcosa che io neppure riuscivo a vedere. <<Mamma, Marco è seduto senza fare niente>>, dicevo in certi casi, come se a me risultasse una grande stranezza; ma la mamma non se ne preoccupava, ed alzava le spalle, come ad indicare che andava bene così, e che non bisognava mai forzare mio fratello nel fare qualcosa.

 

            Bruno Magnolfi

 

lunedì 7 settembre 2026

Forza di volontà.


            La mamma è finalmente arrivata ed adesso mi guarda in silenzio. A giudicare dall’espressione del viso credo sia stanca, al punto che una suora vestita di bianco, di solito odiosa con tutti, va a prendere una sedia per farla riposare. Ha affrontato le sue solite due ore di corriera per arrivare fin qui all’ora del passo, ed adesso starà per circa un’ora con me, poi tornerà indietro ad occuparsi del resto della famiglia. La suora le dice qualcosa sottovoce, qualcosa che io non posso sentire mentre resto coricato dentro a questo mio letto d’ospedale, anche se intendo già cosa potrà averle da spifferare. Mi sono comportato male stamani, quando sono venuti a farmi il solito prelievo di sangue. Ho iniziato subito ad agitarmi, così mi hanno immobilizzato in tre o in quattro, poi però una forza che non conoscevo dentro di me è venuta in mio soccorso, così ho gridato, ho teso tutti i muscoli, mi sono ribellato, forse ho anche sputato verso qualcuno, ed alla fine quando ho visto quella siringa di vetro che mi feriva e che si infilava dentro di me ho perso il lume degli occhi. Ho piegato il braccio, e quindi anche quell’ago maledetto; perciò, mi sono aperto una ferita interna e si è verificata subito una larga macchia nera nel braccio. Mi hanno coperto di insulti, hanno detto che prenderanno dei provvedimenti punitivi contro di me, poi mi hanno finalmente lasciato da solo.

            La mamma non dice niente, si è messa seduta accanto a me ed io adesso evito persino di guardarla, perché ha tirato fuori un fazzoletto dalla borsa per asciugarsi gli occhi. <<Non preoccuparti mamma>>, vorrei dirle se solo ne avessi il coraggio. <<Adesso sento dentro di me la forza che serve per ribellarmi dal male, e devo soltanto concentrarmi a fondo, richiamare ogni energia che ancora è dispersa dentro di me, e poi però sarò libero, libero da questa malattia insopportabile. Sono certo che è soltanto una questione di volontà, ed io adesso la sento nella mia testa e in tutte le parti del corpo, e sono sicuro che questa battaglia che oramai va avanti da troppo tempo potrà soltanto vedermi vittorioso. Poi spaccherò con calma un vetro della finestra durante la notte, e quindi mi calerò giù lungo il tubo di una gronda, fino a terra, senza che nessuno se ne accorga minimamente, ed infine sarò libero di andare dove mi pare, e soprattutto di tornare a casa con te>>.

            <<Perché ti comporti così?>>, chiede adesso la mamma. <<Tutti qui desiderano soltanto farti guarire, e tu riesci soltanto ad intralciare gli sforzi dei medici, degli infermieri, di queste suore buone e caritatevoli>>. Ora la guardo scostando il lenzuolo dalla faccia: <<Non sono buoni per niente, tutti questi>>, vorrei dirle, <<e riescono solamente a torturarmi con le loro pretese di capire più di quello che ne so io su di me>>. Sono sicuro che la mamma riesce a comprendere benissimo i miei pensieri, anche senza scambiare con lei neppure una parola. <<Ma io adesso so bene dove si annida il mio male, e posso combatterlo senza la necessità di alcun aiuto da parte dei medici. È soltanto una questione di volontà, ed io in questo momento ho capito perfettamente quale dovrà essere il mio giusto percorso per giungere alla completa guarigione>>. Poi però mi prende un attimo di sconforto, torno a nascondere la faccia sotto al lenzuolo, e quei piccoli dolori che non mi abbandonano mai tornano implacabili a farsi sentire. La mamma ora si alza, si sporge verso di me, mi guarda negli occhi, dice che devo affidarmi a chi mi può aiutare, perché è solo questa la strada possibile. Quindi aggiunge che lo devo fare per lei, per il babbo, per mia sorella.

            Sono confuso, io desidero con tutte le mie forze uscire da questo letto d’ospedale e da questa situazione insopportabile, ma anche lei che ogni giorno affronta un lungo viaggio per venire da me, deve comprendere che adesso è soltanto una questione di volontà, ed io mi sto concentrando per tirare fuori da me stesso tutto quello che serve. Desidero profondamente ribellarmi a quello che mi è accaduto fino a d oggi, e sono sicuro di riuscire a rovesciare completamente la mia condizione. <<Voglio guarire mamma>>, dovrei dirle; <<voglio tornare a casa e riprendere la scuola; voglio tanto tornare dai miei compagni e dalla maestra, e imparare ciò che mi è utile; e poi voglio tanto rivedere tutti quegli amici che abitano nella nostra stessa strada, e che forse mi aspettano per giocare ancora con me, per raccontarmi ancora le loro storie bellissime, per spiegarmi come si fa a crescere così come loro stanno crescendo, ed appagare le mie curiosità ogni volta che nascono in me>>.  

            Ma io sono sicuro che la mamma sta facendo di tutto per aiutarmi, ed io non voglio deluderla, e soprattutto non desidero per nessuna ragione che ci sia di nuovo una suora cattiva vestita di bianco a raccontarle che non sono un bravo bambino, che mi comporto male con tutti, che non aiuto in nessun modo tutti coloro che mi stanno aiutando.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 5 settembre 2026

Differenti stanze.


            Finalmente tutto si era improvvisamente sistemato. Non che i medici avessero compreso esattamente da che cosa era derivata l’infezione profonda per cui il bambino aveva dovuto subire due ricoveri ospedalieri prolungati ed importanti in quattro cliniche diverse sia all’età dei quattro anni che nel momento in cui ne aveva ormai compiuti sette, e in mezzo ai quali purtroppo era cresciuto poco, in modo gracile, pallido, senza quello sviluppo che ci si sarebbe potuto attendere da lui, però quei sintomi che lo avevano allettato così a lungo per una debolezza estrema ed una forte incapacità nell’avvicinarsi ad un normale percorso infantile, adesso, dopo le ultime accurate analisi, sembravano proprio del tutto scomparsi. Il passo era stato salutato naturalmente da una grande gioia in famiglia, e le cose, molto rapidamente, avevano ripreso per tutti un andamento molto più ordinario, nell’eliminazione quasi completa sia dei molti farmaci che avevano intossicato quegli anni sofferenti, sia di quei percorsi dietetici imposti dai luminari della medicina, incredibilmente destabilizzanti. Marco perciò era tornato a scuola come un bambino qualsiasi, e in classe i suoi compagni, che non lo vedevano oramai da ben più di tre mesi, naturalmente incoraggiati dalla loro sensibile maestra, si erano sentiti in dovere addirittura di far partire un applauso caloroso per il suo rientro.  

            Ma solamente poche settimane più tardi suo padre, impegnato come sempre nel proprio lavoro manuale, aveva subìto una brutta caduta, accusando dei fortissimi dolori alle spalle che non gli avevano permesso di riprendere il lavoro per quasi un mese, nonostante le cure ben appropriate ai risultati di alcune analisi piuttosto approfondite. Per Marco andare ogni tanto a far compagnia a suo padre perennemente dolorante e sdraiato nel proprio letto con delle vistose fasciature al collo ed al torace, era stato come un rovesciamento di posizioni quasi insopportabile, tanto da preferire rimanersene in disparte per quasi tutto il tempo che si tratteneva all’interno della sua camera, incapace, al contrario di sua sorella, di sillabare anche una sola parola di conforto al suo indirizzo. In quei frangenti aveva iniziato a riflettere a fondo sul concetto stesso della malattia e sul potere che esercitava questo stato a proposito delle relazioni con tutti gli altri attorno, fino quasi a rendere quel degente, nei propri pensieri meditati a lungo durante la propria condizione di ammalato cronico, addirittura un privilegio per la propria condizione rispetto a chi godeva di ottima salute. Gli pareva che tutto il mondo improvvisamente girasse intorno a chi cadeva disgraziatamente nello stato di ammalato, ed adesso l’atteggiamento conseguente di tutti quanti accanto a suo padre fosse addirittura manipolato da quello stesso stato, fino a concedergli un privilegio esistenziale non indifferente.

            Marco avrebbe forse voluto descrivere in maniera minuziosa queste sensazioni che provava adesso con una certa maturità data dai suoi quasi otto anni e con la provata esperienza di degente alle proprie spalle, ma nessuno, né tra le mura della sua stessa scuola, e tantomeno a casa sua, gli aveva mai rivolto delle precise domande che gli permettessero di descrivere in qualche modo quella sua comprovata consapevolezza. Suo padre, d’improvviso dopo la caduta, aveva mutato addirittura atteggiamento verso chiunque, e se anche cercava di non lamentarsi troppo dei dolori che provava, di fatto mostrava come preponderante quella debolezza insita in una persona che improvvisamente ha bisogno di tutto e dell’aiuto di tutti, sollecitando dalle persone vicine quella compassione di cui normalmente, e Marco ne era più che sicuro, avrebbe volentieri fatto a meno. In ogni caso, e forse proprio in virtù di tutto questo, nessuno tra i suoi amici e tra i suoi colleghi di lavoro, soprattutto per non dare corda a questa situazione di evidente estrema debolezza ed ai mutati rapporti interpersonali, era andato a fargli anche soltanto una semplice visita veloce per sincerarsi delle sue condizioni, e lui si era forse sentito abbandonato quasi da tutti, a parte i membri stretti della propria famiglia, nonostante fosse contento da un lato di non doversi mostrare ad altri così infermo e dolorante.

            Loriana al contrario sembrava dover spiegare per filo e per segno tutto quanto era accaduto a suo papà, e forse si mostrava in questa fase come il vero e necessario tramite notiziario di tutto quello che c’era da sapere riguardo all’infortunato, anche perché la moglie Rachele, in linea con i suoi abituali comportamenti, sembrava sempre voler sminuire agli occhi di chi le chiedeva qualche notizia la vera gravità dell’accaduto, usando poche parole di spiegazione e forse fidando, oppure anche  augurandosi, una ripresa rapida delle condizioni di Franco, con cui parlava soltanto a monosillabi, ad evitare ogni suo eventuale affaticamento. Di fatto i problemi per tutta la famiglia erano evidenti a tutti, ad iniziare da quelli economici, nonostante un’assicurazione provvidenziale elargisse una minima diaria in favore dell’infortunato, e in ogni caso il periodo nero in cui quella casa era caduta appariva adesso piuttosto pesante, tanto da lasciar ignorare abbastanza spesso da parte della moglie e dei suoi figli la stessa camera dove restava perennemente sdraiato Franco, proprio nella ricerca di quella normalità che sembrava resistere strenuamente solo nelle altre stanze dell’appartamento.   

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 3 settembre 2026

Per la strada.


            Franco sta seduto al tavolo della cucina. In questo tardo pomeriggio non è neppure uscito da casa come suo solito, ed invece si è messo a scrivere con una matita alcuni elenchi di nomi e di cifre su dei fogli di carta, molto probabilmente qualcosa riguardante le proprie attività di lavoro che ha necessità di mettere in riga, mentre sua moglie al momento si sta occupando dei suoi lavori di cucito, prima di dedicarsi alla preparazione della cena. I loro bambini stanno in un angolo mentre tengono tra le mani alcuni dei loro giocattoli, e sembrano occupati semplicemente ad osservarli, mentre restano in silenzio. Poi qualcuno suona alla porta, ed il padre di Marco sollevando lo sguardo dal tavolo chiede a suo figlio di andare ad aprire per vedere chi mai possa essere. Il bambino di malavoglia giunge all’uscio di casa, apre con qualche difficoltà la serratura e subito dice ad alta voce che c’è il solito mendicante che cerca del babbo. Franco si alza dalla sedia, arriva fino alla porta, si infila una mano nella tasca dei calzoni e alla fine ne tira fuori un paio di monete che allunga al mendicante che peraltro conosce da tempo. Infine, richiude la porta, torna verso il tavolo e sottovoce dice alla moglie che quelli che appena dato a quell’uomo erano gli ultimi soldi che aveva, e che in casa non c’è più neppure un centesimo. <<Per fortuna domani devo riscuotere il compenso di alcuni piccoli lavori che ho terminato ultimamente>>, aggiunge giusto per far tirare un respiro di sollievo a Rachele. Poi risprofonda in mezzo ai suoi conti, senza però aver ricevuto alcun commento in risposta alle sue affermazioni, e forse per questo dopo appena un paio di minuti torna a parlare con sua moglie: <<Così mi piace Marco>>, le dice come dopo una lunga riflessione. <<Quando fa ciò che gli si chiede di fare, e magari ci meraviglia per qualcosa in cui riesce anche per conto proprio>>.

            Rachele si ferma un attimo, si avvicina al marito e gli risponde sottovoce, toccandogli lievemente una spalla, che il loro bambino probabilmente non sarà mai come lo vorrebbe lui. <<Marco è sempre immerso nei propri pensieri, e poi è un osservatore, gli interessa soltanto guardare e scoprire le cose a fondo e fin nei minimi dettagli; non gli piace la competizione, generalmente non si impegna in cose che gli risultano troppo difficili o fuori dalla sua portata. La sua normalità però è data dalla ricerca costante di qualcosa che forse gli altri bambini non riescono neanche a notare>>. Franco annuisce a malincuore, come se gli fosse giunta una cattiva notizia che peraltro già sapeva ma della quale non desiderava in alcun modo rendersi conto. Poi riprende con i suoi conti. Loriana adesso ha preso a parlare con suo fratello, gli chiede come fosse vestito quell’uomo che si è presentato alla porta e cose del genere, ma Marco sembra evasivo, come se avesse dato una scarsa importanza a ciò che è appena accaduto. La mamma intanto ha messo sopra al fornello qualcosa per la cena familiare, e un certo odore di buono inizia a spargersi per tutta la stanza dove sono radunati. <<Bambini>>, dice lei rivolta ai suoi figli, <<ora è il momento di andare a lavarsi accuratamente le mani>>. Loriana si alza dalla seggiolina dove sta seduta e prende per mano il fratello, indirizzandolo verso il bagno, poi gli lava lei stessa le manine con tutta l’attenzione possibile.

            Franco allora si alza dal tavolo, ripone in una vecchia cartella tutti i suoi fogli e sgombra quel tavolo che tra pochi minuti sarà apparecchiato con tutte le stoviglie che servono. Rachele, mentre gli dà la schiena occupandosi del cibo, al momento si sente sollevata per quello che ha appena detto. Le pare di essere stata piuttosto chiara nell’esposizione delle caratteristiche di suo figlio, e poi non ha mai visto di buon occhio il desiderio di suo marito di far crescere il loro figlio maschio come un bambino capace di eccellere agli occhi di tutti. Le sembra che Franco si sia sentito un po’ amareggiato da quelle opinioni, ma lei si sente adesso assolutamente a proprio agio avendogli riferito con precisione quello che anche le insegnanti della scuola materna le hanno spesso riferito di Marco. Magari, quando avranno più soldi e potranno permettersi qualcosa in più, acquisteranno uno di quei giochi educativi e particolari pensati proprio per bambini come lui, immagina mentre sminuzza delle verdure; <<forse va soltanto incoraggiato nel tirare fuori la testa da quelle nuvole in cui sembra spesso immerso, ma io sono convinta che la sua personalità, già così evidente all’età di soli quattro anni, emergerà sicuramente in qualcosa che al momento non si riesce neppure a immaginare>>.

            Infine, si siedono tutti attorno alla tavola rapidamente imbandita, e Marco spiega con calma, senza riferirsi a nessuno in particolare, che gli è piaciuto molto quell’uomo che si è presentato alla porta; <<è stato gentile con me, mi ha sorriso più volte, e poi mi ha detto che era proprio molto contento di vedermi di nuovo, dopo avermi incontrato altre volte per la strada>>.

 

            Bruno Magnolfi