domenica 11 ottobre 2026

Dietro l'angolo.


            <<Ho sempre pensato di non essere in grado di occuparmi di bambini>>, confessa lei quasi in un debole mormorio. Poi si volta leggermente dal lato del letto dove resta accesa la lampada sopra al piano del suo comodino, come se le cose da dire le venissero meglio se non riesce ad avere nel suo campo visivo la fisionomia di suo marito. Il medico le ha detto che non deve mai dormire con la pancia contro al materasso del letto ora che la sua gravidanza inizia a mostrarsi, e che deve comunque cercare di resistere, anche se la sua posizione naturale per il sonno sarebbe stata quella. <<Ed anche adesso credo che quando sarà il momento non riuscirò a comportarmi in modo adeguato>>, dice ancora, <<anche se sono contenta che nelle nostre giornate ci sia ormai alle porte una novità di questo genere>>. Lui resta disteso supino ad osservare il soffitto, ed intanto riflette sul fatto che probabilmente non saprà neppure lui come comportarsi con un frugoletto che gli starà tra le mani e che chiederà tutte le attenzioni possibili, però sa che una famiglia non sarà mai del tutto completa senza dei figli. <<Tu non ti arrabbierai se mi dimostrerò sbadata, o se chiederò spesso il tuo aiuto, anche nelle cose più semplici, nelle minute attività da compiere, non è vero?>>. Franco non la guarda, prosegue a pensare a come si sentirà lui nel momento che in casa ci sarà quella presenza; poi dice soltanto, forse più a sé stesso che a sua moglie: <<Andrà tutto bene, lo sento>>.

            Poi restano a lungo in silenzio, mentre giungono fino alla loro camera dei rumori forse di qualcuno che sta passando a piedi lungo la strada. Rachele vorrebbe tanto che lui le prendesse la mano, che la rassicurasse di più, che le facesse sentire il suo appoggio morale in quello che forse diventerà uno dei momenti più importanti della loro vita, ma suo marito non si muove, ed anche lei resta ferma, immobile, in quella posizione che adesso le pare abbastanza riposante. <<Tra poco dovrebbe iniziare a scalciare, ha detto il dottore, ma io ancora non ho sentito alcun movimento, e non riesco ad immaginarmi neppure se sarà un maschio oppure una femmina>>. Franco osserva per un attimo il proprio orologio sopra al comodino, come per ricordare anche a lei che l’indomani dovrà andare presto a lavorare, poi dice senza troppa convinzione che sarà molto contento se arriverà una femmina, perché con i maschi lui non pensa di saperci fare. <<Mi piacerebbe una bambina con i capelli lunghi e raccolti dietro la testa, una figlia ben educata e rispettosa dei suoi genitori, qualcuna da poter portare a giro per il paese con tutto l’orgoglio che potrò provare>>.

            A Rachele piace l’idea: forse ci sarà bisogno di femminilità nella loro casa, si immagina, e poi con una bambina sarà più facile trovarsi d’accordo, insegnarle poco per volta quello che serve, lasciarla ai suoi giochi di bambole senza la prepotenza che a volte tirano fuori i maschi come quelli che vede per strada in certi giorni. <<Va bene>>, dice alla fine delle sue riflessioni, <<anche io sarò contenta se sarà una bambina, sentirò maggiormente la sua vicinanza, e potrò essere forse facilitata nei miei compiti di mamma>>. Infine, lei spenge la lampada, attende un momento che Franco dica ancora qualcosa, quasi sperando in una parola di conforto che le pare quasi necessaria, ma lui forse si sta già addormentando e probabilmente in questo momento non ha più voglia di pensare al prossimo futuro, oscurato nella sua mente dalla pesante giornata che lo attende. Il rumore per strada intanto torna a farsi sentire come prima, ed adesso sembra quasi inquietante, al punto che Rachele prova la voglia improvvisa ed assurda di piangere, non sa neppure bene perché, forse soltanto per le giornate che di colpo paiono quasi precipitare verso il momento finale della sua gravidanza.

            Qualcuno, stonando, sul marciapiede giù in basso attacca a cantare un ritornello in voga quell’anno, e lei immagina due uomini ubriachi che tornano a casa barcollando e cercando di gettarsi dietro alle spalle delle giornate trite ed insignificanti, tutte più o meno simili, anche se è consapevole che forse non è colpa loro se le cose stanno andando avanti in quella maniera. Alla fine, torna il silenzio, ma a Rachele non piace quel vuoto, e quasi desidererebbe che gli ubriachi tornassero indietro, che dessero ancora il segno di essere là, sulla strada, a farsi travolgere di nuovo dalle vicende del mondo, ridotte nel formato di quel piccolo paese dove tutti si conoscono, e dove probabilmente neppure la nascita di una bambina, oppure di un bambino, è una vera novità rilevante. <<Resterò una donna>>, dice poi mormorando in modo impercettibile, <<ancora prima di essere una mamma. E forse avrò bisogno di tanto coraggio per affrontare una trasformazione che in questo momento mi appare così difficile e complessa, anche se sono cosciente che metterò tutto il mio impegno per mostrarmi adatta al nuovo compito che oramai è proprio dietro l’angolo>>.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 9 ottobre 2026

Chi lo conosceva.


            Per Marco l’anno nuovo era davvero iniziato malissimo, con quel ricovero d’urgenza nell’ospedale Monna Tessa di Firenze che in seguito lo avrebbe trascinato, ancora come degente, in quello di Grosseto per alcuni piccoli interventi, ed infine e per molto tempo ancora in quello di Pisa, facendogli saltare forzatamente la scuola fino addirittura a dopo le festività pasquali. La mamma naturalmente lo aveva seguito in tutti i luoghi dove era stato portato per quelle lunghe analisi e per tutte le cure che sembravano assolutamente necessarie nonostante non dessero mai i frutti sperati, ed anche le sue giornate, avanti e indietro con i treni e con le tante corriere, erano diventate praticamente un inferno, facendola rientrare a casa ogni sera distrutta da quello spostarsi quotidianamente. Loriana per tutto quel lungo periodo era stata come adottata da sua zia, dove era rimasta a dormire per quasi tutto quel tempo, se si esclude qualche fine settimana in cui era voluta andare insieme al suo babbo a fare una visita a Marco nelle varie cliniche. Quando suo fratello ritrovava la sua famiglia attorno al suo letto indubbiamente era contento: in fondo quello che gli mancava più di tutto era la normalità, quella normalità che la mamma da sola pur con il suo impegno non riusciva sempre ad assicurargli.

            <<Non andare via>>, la implorava qualche volta quando lei già prendeva la sua borsa e si alzava dalla sedia che qualche suora le aveva messo a disposizione. Poi in certe sere lui piangeva, senza singhiozzare, ma lasciando che le sue lacrime scorressero lente e calde sulla sua faccia minuta e pallida, e la mamma allora lo abbracciava ancora, gli diceva che l’indomani sarebbe tornata e che adesso lui doveva fare soltanto una buona dormita e riposare, come se non avesse già riposato abbastanza in tutto quel tempo vuoto che ogni giornata gli metteva a disposizione. Allora lei si faceva coraggio, un ultimo bacio e poi via, anche se appena raggiunto il corridoio dell’ospedale prendeva in lei come a suo figlio la voglia impellente di piangere, ma guardava avanti, si asciugava gli occhi con un fazzoletto e andava via velocemente, forse per cercare in questo modo di tornare ancora prima a far visita al suo bambino. Uno strazio, avrebbe voluto dire a qualcuno, ma invece teneva tutto per sé, mentre i suoi pensieri tentavano di proiettarsi verso un futuro migliore e diverso per tutti.

            Dopo che Marco tornò a scuola, una volta definita ormai la sua completa guarigione, l’insegnante disse alla mamma che forse era il caso di fargli ripetere l’anno scolastico, in modo da non fargli mancare quelle basi che aveva perduto durante quei lunghi mesi di assenza, ma alla fine, anche grazie all’impegno del ragazzo e alle sue capacità dimostrate nel recuperare molto di quel tempo che aveva perduto, si decise invece di promuoverlo, a patto che durante la stagione estiva cercasse di ripercorrere il programma di tutto quell’anno, anche grazie all’aiuto di sua sorella che avrebbe dovuto seguirlo e guidarlo nei compiti e negli esercizi che la maestra gli stava riservando. In quel periodo quasi di rinnovamento, suo padre, anche in virtù di un piccolo prestito da parte della zia che aveva appena venduto dei terreni acquisiti in precedenza su consiglio del segretario comunale, decise che era possibile per loro cambiare casa, e dopo aver visto in giro nel paese alcuni appartamenti messi in vendita, concluse che ce n’era uno che faceva proprio al caso loro. Così, mentre Marco riprendeva poco per volta il colorito e tornava ad una esistenza quasi normale, fu deciso di affrontare quel nuovo trasloco, stavolta con l’aiuto di diversi amici e colleghi del padre nel compito arduo di smontare e rimontare la mobilia, che si fecero carico di aiutare quella famiglia decisamente sfortunata.

            Marco provava ancora dei piccoli dolori da qualche parte, però si andavano attenuando, ed erano ormai terminate per lui quelle diete alimentari a base di cibo insulso e senza alcun sapore. Insomma, quasi una nuova vita in quell’appartamento più spazioso dove finalmente lui e sua sorella potevano dormire in stanze separate, anche se a Marco iniziavano in quel periodo a girargli nella mente dei pensieri strani, e i suoi sogni erano costantemente attraversati da una certa voglia di riscatto, come se tutta la sua sofferenza dei periodi trascorsi adesso reclamasse un proprio peso dalla sua personalità. In fondo era sempre stato un ragazzo molto timido, ed anche in quel periodo, nonostante il superamento della sua malattia gli avesse dato sicuramente una nuova carica, i suoi modi di comportarsi verso tutti parevano rimanere costantemente chiusi alla socialità, come se fosse rimasta dentro di sé una parte estremamente importante da proteggere dagli altri. Qualcuno dei suoi compagni lo additava adesso come un isolato, e raramente qualcuno cercava di avvicinarlo per dimostrargli una particolare amicizia. Però andava bene così, e Marco a testa bassa, sempre silenzioso, si sentiva praticamente soddisfatto della personalità che gli si era poco per volta costruita addosso, forse proprio perché anche volendo non avrebbe potuto dimostrarsi ai suoi compagni molto differente da come veniva probabilmente giudicato da loro e da chi lo conosceva.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 6 ottobre 2026

Come una sciocca.


            Quando sono insieme con mia zia generalmente sto bene, anche se lei si comporta spesso in modo piuttosto duro con me, in qualche caso dettandomi dei veri propri ordini di comportamento ed aspettandosi ogni volta che io le obbedisca senza mai ribattere. A me non importa troppo dover dare seguito alle sue maniere, perché anche mia mamma dice che lei è abituata a stare da sola e che il suo comportarsi deriva semplicemente dal fatto di non avere qualcuno che si faccia avanti a contraddirla o a tirare fuori delle opinioni differenti dalle sue. Perciò, secondo il mio parere e quello di mia mamma, la zia è una persona semplicemente da compatire, e per me accondiscendere alla sua volontà è solo un modo per dimostrarle come si può essere diversi da lei ed evidenziare in questo modo una personalità ben più malleabile e maggiormente disponibile della sua. Le faccio capire che sbaglia, quando le obbedisco senza preoccuparmi d’altro, oppure che si può essere diversi proprio nel momento in cui annuisco alle sue frasi spigolose, e ci sono comunque certe occasioni in cui noto che la zia si irrigidisce, forse riflettendo a fondo sui piccoli errori che a volte sembra inanellare, anche se poi durano poco quelle sue perplessità, riprendendo subito con i suoi tipici modi di fare e di atteggiarsi. Per il resto però con me risulta molto affettuosa e nei miei confronti si comporta in maniera estremamente generosa, certe volte portandomi addirittura in qualche negozio elegante della città per lasciarmi scegliere qualcosa che mi piace e che non chiederei mai di comperare ai miei genitori, sapendo bene che loro non potrebbero permettersi degli acquisti di quel genere.

            Quando viene a casa nostra per una visita di cortesia o a prendere me, si siede da una parte ed inizia con molta calma a raccontare qualche vicenda raccolta tra i corridoi del suo posto di lavoro, storielle che naturalmente le sembrano particolarmente interessanti. A me e a mia mamma ci risultano i suoi sempre dei fatti e delle storie molto avvincenti, forse soltanto perché la zia si dimostra capace di narrare tutto in un modo talmente particolare e rilevante da rendere ogni piccola vicenda un elemento di gran risalto, e difficilmente ci permettiamo di interromperla o di farle delle domande, a meno che non siano assolutamente necessarie ed estremamente adeguate all’argomento. Lei in questi casi si limita a sorridere, ci guarda per un attimo dietro ai suoi occhiali che sembrano quasi una sua maschera, e poi riprende a parlare sempre con le sue frasi lente e ben articolate attorno alle vicende del sindaco, degli impiegati suoi colleghi, e delle cose inerenti agli uffici comunali dove lei lavora. Probabilmente la mamma prova persino dell’invidia per qualcosa del suo carattere e delle sue capacità, però quando la zia ci saluta per andarsene, lei sembra tirare un gran sospiro di sollievo, come se la sua presenza avesse messo in qualche difficoltà la sua sopportazione.

            Io resto in silenzio per quasi tutto il tempo, anche se ascolto attentamente tutto quanto, poi cerco di dimostrarmi particolarmente incoraggiante nei confronti della zia, al punto da farmi invitare per il giorno seguente, oppure quello dopo, a fare un giro a piedi assieme a lei lungo le vecchie strade della nostra cittadina, e magari restare a cena a casa sua, con la scusa di farle un po’ di compagnia, prima di farmi riaccompagnare a casa. Mio fratello in tutti questi casi resta sempre piuttosto in disparte, come se la sua timidezza trovasse nella zia una normale sponda di sostegno, tanto da essere lasciato in silenzio nel suo angolo ad occuparsi semplicemente dei suoi piccoli giocattoli e dei suoi insignificanti pensieri per quasi tutto il tempo della presenza dell’ospite dentro casa nostra. A lei con ogni probabilità non piace troppo quella sua presenza, anche se la tollera con semplicità, ed è difficile che mostri anche una semplice espressione di intransigenza nei suoi confronti, nonostante non usi quasi mai un vero gesto spontaneo di carineria verso di lui. Forse tutto questo alla mamma un po’ dispiace, ma oramai si è talmente abituata a questi comportamenti da non farci più neppure caso.

            In generale comunque, la vera intesa che tiene insieme tutto quanto è quella che si sprigiona tra me e la zia quando rimaniamo da sole a parlare di tutti gli argomenti che ci possono saltare in mente; lei intuisce molte delle cose che spesso io forse non riuscirei a comunicarle, e su questa base certe volte, senza neppure guardarmi e quasi dando poca importanza a ciò che le ho appena detto, riesce a porre in maniera semplice e veloce delle domande talmente argute ed inerenti a ciò che stavo cercando di spiegare da mettermi quasi in imbarazzo. Io tento in ogni caso di seguire i suoi pensieri un po’ intrigati, però mi perdo facilmente, e se c’è qualcosa che vorrei tenerle in grande segretezza, arriva con facilità il momento in cui tutto nelle sue parole viene rapidamente svelato, ed io resto come una sciocca a dover comportarmi in modo più sincero di quanto avrei voluto.

 

            Bruno Magnolfi  

giovedì 1 ottobre 2026

Prima persona.


            Durante qualche raro pomeriggio della domenica si poteva scorgere quella famiglia al completo che usciva con calma e quasi in silenzio dalla loro casa, come cercando di non far accorgere a nessuno di avere proprio l’intenzione di andarsene un po’ in giro, e presumibilmente affrontare una normale e lenta passeggiata lungo le strade principali di Volterra, per giungere magari fino al parco archeologico poco distante, dove sedersi sull’erba a godersi una semplice giornata di sole. I due bambini, ad esempio, non correvano quasi mai, come invece avrebbero potuto, e la mamma sopra al marciapiede non si preoccupava neppure di tenerli per la mano, tanto apparivano bravi ed ubbidienti. Nel quartiere tutti sapevano che il più piccolo aveva avuto una malattia importante e che era stato ricoverato a lungo in ospedale, e forse proprio per questo sembrava aver perso quello spirito giocherellone tipico della sua età. La femmina, più grande di lui, solo ad osservarla anche da lontano si immaginava subito di un carattere molto tranquillo, al punto da apparire quasi con qualche anno in più di quelli che aveva realmente, e qualcuno del vicinato diceva con una punta di invidia che la sua sola passione fossero i libri, tanto da trascorrere la maggior parte del proprio tempo libero, dopo la scuola, china su di un tavolo a leggere o a studiare. Anche in quelle domeniche probabilmente si faceva portare dalla mamma un testo o due da consultare una volta seduta su di una panchina in mezzo al verde pubblico, e forse un quaderno per appuntare le cose principali, come se il tempo fosse in qualsiasi caso una scatola vuota da riempire sempre e comunque di significati e di parole. 

            Il padre non sembrava mai molto interessato al resto della sua famiglia, e generalmente camminava qualche passo più avanti rispetto alla moglie e ai figli, come se trascinasse dietro a sé un rimorchio di cui a parlarci si sentiva peraltro molto orgoglioso, ma che probabilmente doveva essere guidato verso qualsiasi meta o itinerario avesse avuto in mente. Normalmente fumava sigarette a buon mercato prive di filtro, ed il suo comportamento in quei pomeriggi pareva affine a chi sta compiendo qualcosa senza interesse, quasi con indifferenza, tanto per svolgere un’attività che quasi non richieda un vero e proprio impegno pur piccolo che sia. La moglie stringeva alla spalla la sua borsa, osservava la strada avanti a sé e pareva perennemente immersa nei propri pensieri. Forse non era molto contenta di quelle uscite da casa, sembrava quasi che il suo fosse il comportamento di chi si adegua a delle decisioni prese da altri, e in ogni caso non sembrava mai in quelle occasioni troppo interessata agli scopi reali di quelle passeggiate, quasi che tutto ciò di alternativo rispetto all'abitare e vivere la propria casa insieme al resto della sua famiglia fosse qualcosa di poco rilevante.

            Difficile affiancarsi a tutti loro per condividere anche soltanto quell’ora di aria all’aperto, anche se lungo la strada molte persone salutavano volentieri questa famiglia soffermandosi con i bambini per allungare due parole sulla scuola, oppure con Rachele per parlare dei suoi lavori di cucito, anche se più frequentemente era lo scambio di qualche battuta di spirito con Franco, da parte dei maggiori frequentatori del caffè-biliardo, che avveniva generalmente. A volte altri bambini salutavano per strada Marco e Loriana, riconoscendo i loro compagni di scuola, contenti di incontrarli al di fuori dell’edificio austero in cui trascorrevano normalmente tutta la settimana, ma mentre il maschio spesso si scherniva, come fosse quasi incapace di sostenere un pur breve dialogo di pura socialità, sua sorella immancabilmente iniziava subito a parlare dei suoi risultati o dei più recenti apprendimenti scolastici, frenando così rapidamente il desiderio degli altri di scambiare dei pareri anche su altre cose. Infine, tutta la famiglia andava presto a sedersi sopra le sedie all’aperto del caffè Centrale, non per restare molto tempo là davanti, ma soltanto allo scopo di far apprezzare un piccolo gelato offerto dal loro babbo ai due bambini che sceglievano con calma dalla vetrina i propri gusti preferiti, scambiandosi fra loro qualche breve e semplice parere.       

            Sul prato, quando i quattro giungevano infine al parco, generalmente c’erano già altri ragazzini che correvano a perdifiato tenendo il filo di un aquilone stretto nel pugno di una mano oppure stando dietro ad una palla calciata senza troppa avvedutezza, ma in tutti i casi sia Marco che Loriana non andavano mai a mescolarsi con questi altri, restando accanto ai propri genitori pur nell’osservazione a debita distanza dei giochi messi in piedi da tutti i ragazzi vocianti presenti nelle circostanze. <<Non mi piacciono quei bambini che urlano continuamente>>, diceva Rachele sottovoce in questi casi, e i suoi due figli sembravano apprezzare nella sostanza il suo punto di vista. Invece Franco certe volte si metteva a calciare qualche pallone finito proprio dalle sue parti, e c’erano stati dei casi in cui si era messo a giocare direttamente, fidando della presenza di qualche altro genitore che proprio come lui, sembrava attirato da quel mettersi a competere in prima persona.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 29 settembre 2026

In sua assenza.


            L’edificio era come diviso in due, con due scalinate esterne e due ingressi identici, come se a metà della facciata principale ci fosse uno specchio a rendere doppio tutto quanto, anche se da un lato si aveva accesso alle classi della scuola elementare, e dall’altro a quelle delle medie. Naturalmente i soffitti e quindi i finestroni dei piani erano altissimi, e una volta varcato uno dei due pesanti portoni ci si trovava di fronte a dei corridoi molto ampi e solenni che venivano ugualmente ripetuti ai livelli superiori. Molti dei miei piccoli compagni di classe avevano già iniziato a piangere là davanti, forse anche per l’evidente austerità del caseggiato, e in ogni caso il primo giorno di scuola era un avvenimento che pareva davvero difficile per chiunque poter affrontare a cuor leggero, nonostante le smancerie e le raccomandazioni delle mamme che proseguivano a cercare la massima calma nei loro figli. Io ricacciai indietro le lacrime che probabilmente avrei versato come tutti se non avessi avuto alle mie spalle l’esperienza ancor più traumatizzante delle ospedalizzazioni subite due anni prima, e semplicemente, ad un certo punto, mi estraniai rispetto al corteo vociante di tutti i genitori, e seppi una volta di più che purtroppo sarei stato da solo a sedermi davanti al mio semplice banco, al cospetto di un’insegnante che forse, come si diceva, mi avrebbe aiutato a farmi grande.

            Entrai nell’aula assegnata non tra i primi, ma neppure tra gli ultimi compagni che in fondo neppure conoscevo, e dopo che avevo già salutato la mia mamma lungo il corridoio, staccando rapidamente la mia mano da lei ed affidandomi con impegno soltanto alla mia personalità, scelsi un posto qualsiasi dove appoggiare la cartella e anche le mie membra. La maestra pareva anziana, con un grembiule di colore azzurro spento, con dei modi di fare e delle parole non troppo inclini a consolare i più fragili che sarebbero tanto volentieri tornati a casa propria. Non ricordo che cosa ci disse, ma provai in quel primo giorno di scuola elementare la sensazione che fossi nelle mani di chi poteva facilmente plasmare il mio carattere, tanto da farmi pensare immediatamente che il mio vero compito fosse di dimostrarmi più forte delle sue capacità, e quindi resistere ai suoi modi fino al punto di imparare da lei quello che appariva indispensabile, e nient’altro. Quando infine fu l’ora di uscire dalla classe e di tornare a casa, forse sarei rimasto ancora dentro l’aula, non tanto per la voglia di comprendere ulteriormente delle cose nuove, quanto per dimostrare anche a me stesso che ritenevo difficile per chiunque piegare la mia volontà, specialmente da parte di una persona più vecchia di mia madre e probabilmente senza figli, con le maniere troppo dure e la faccia da befana.  

Restava il fatto per nulla marginale che nell’altra ala della scuola, quella delle medie, nella stessa mattina avevo visto entrare mia sorella, e questo particolare mi aveva fatto sentire in qualche modo superiore e protetto rispetto a tutti gli altri. Ero orgoglioso di avere una sorella grande, e di poter addirittura confidare sul suo sostegno morale in qualsiasi attimo del giorno, anche se questo a ben pensarci non era neppure troppo vero. Qualcuno mi aveva detto addirittura che se mi fossi impegnato a fondo avrei potuto superare mia sorella sia nei risultati scolastici sia addirittura nell’età, che peraltro in quel preciso momento mi pareva un elemento fondamentale rispetto a tutti i bambini che ero costretto a frequentare, tanto che il rincorrere perennemente i suoi anni senza riuscire mai a raggiungerli mi era sembrata addirittura una cosa del tutto inverosimile. La grossa campanella di metallo, un po’ troppo chiassosa per i miei gusti, scandiva nei corridoi le varie fasi della mattinata e segnalava soprattutto l’ora esatta in cui potevamo uscire dalla scuola e ritrovare ognuno i propri genitori ad aspettarci. A seguito di quella prima mattinata pensai immediatamente che la maggior parte del tragitto fosse ormai stato percorso, e che il resto a seguire si sarebbe dimostrato soltanto come una serie di abitudini contrassegnate semplicemente dalla fila dov’era inserito il mio banco, dai compagni, dalla maestra, dalla lavagna, da quell’aria libera che vedevo al di fuori dei finestroni, dal tragitto a piedi con mia mamma e mia sorella da casa fino a scuola e viceversa.  

Una volta lasciato che il gruppo grosso dei bambini col loro grembiulino nero e il fiocco azzurro fossero sciamati fuori dal grande portone spalancato, forse per dimostrare anche a me stesso il mio talento per l’equilibrio con il quale mi ero già distinto al parco sopra ai pattini a rotelle e anche sul triciclo su cui riuscivo a compiere dei lunghi tratti inclinandomi su due ruote soltanto, decisi di prendere una gran rincorsa per andare poi a frenare con le suole delle scarpe di cuoio piazzate trasversalmente al mio moto d’inerzia, strisciando vistosamente sulle piastrelle, ma non fu una buona idea, tanto che il custode, pronto sulla porta a catalogare quei nuovi bambini che gli passavano poco per volta sotto al naso, mi prese per un braccio e mi accompagnò fino da mia madre, confessandole immediatamente la mia enorme marachella. Non feci più niente del genere in sua presenza, ma fui pronto a ripetere la stessa cosa con gran soddisfazione ogni volta che ne registrai la sua assenza.

 

Bruno Magnolfi

sabato 26 settembre 2026

Tutto benissimo.


            Certe volte mi pare di aver sbagliato tutto. Pedalo come sempre con una certa forza sulla mia bicicletta, e intanto penso che se fossi stato maggiormente stimolato negli anni in cui l’entusiasmo che non mi mancava mai per le cose che era possibile fare e quelle comunque da affrontare, probabilmente sarei stato capace di migliorare di gran lunga la situazione in cui mi sono venuto a trovare. Non avrei mai voluto vivere una vita da mediocre, ma il fatto è che avrei avuto bisogno di avere al mio fianco una persona capace di sostenere almeno alcune delle idee che avevo in testa, e ricevere così quella spinta che mi è sempre mancata, invece di avere nel cambio soltanto dei sorrisetti oppure dei silenzi tutte le volte che parlavo delle mie prospettive più o meno realizzabili, come se qualsiasi cosa avessi mai potuto tirar fuori dalla mia testa fosse solo destinata per sua natura ad essere giudicata assurda o irrealizzabile, e persino che il semplice pensare e riflettere sopra a delle cose di quel genere fosse solamente una spudorata perdita di tempo. Naturalmente non ho mai parlato con nessuno di questa mia convinzione, anche se poco per volta ho dovuto cercare in me stesso delle soluzioni che in qualche modo fossero almeno adeguate al mio modo di essere.

            Mia moglie è indubbiamente una brava donna, incapace di avere idee strampalate oppure inadatte per una famiglia come la nostra, però non è mai stata capace di darmi un minimo di sostegno tutte le volte che ho sentito la necessità di un qualsiasi parere su qualcosa che mi sembrava importante o almeno interessante. E mentre penso tutto questo, rallento la pedalata iniziale della mia bicicletta, e infine mi fermo del tutto, come per sistemare qualcosa dell’assetto generale sopra le due ruote. Forse è sempre stata un po’ anche colpa mia, rifletto, che probabilmente non sono stato in grado di spiegarle in maniera maggiormente adeguata quali fossero le mie idee e quali gli sviluppi per qualche decisione importante pur solo immaginata nella speranza di un appoggio morale da lei. Dando retta alla sua maniera di vedere le cose però probabilmente non avremmo neppure cambiato mai la nostra abitazione, lasciando che le abitudini prendessero il sopravvento sopra a quei piccoli miglioramenti e a quelle importanti variazioni, peraltro adeguate anche alla crescita dei nostri figli, a cui siamo stati capaci di andare incontro, senza parlare delle comodità per tutta la famiglia riscontrate a seguito dei vari traslochi. Non so perché, ma Rachele è una persona che si adatta molto lentamente alle cose che ha più vicino, e poi non desidera in nessun caso cambiare ciò che per lei è ormai assodato.

            Non mi lamento, soltanto mi rendo sempre più conto che le cose stanno esattamente in questo modo, e che non posso certo sperare di cambiarle da ora in avanti. Intanto riprendo a pedalare, proprio mentre sono sempre più convinto che forse potrei acquistare per me una bella motocicletta, come peraltro hanno fatto molti amici che frequento e che si trovano benissimo, visto che in fondo ho già messo dei soldi da parte proprio per questo. A me farebbe molto comodo e risparmierei senz’altro parecchio tempo per gli spostamenti, ma una spesa di questo genere, anche per un acquisto di seconda mano come già ho immaginato, non credo proprio sarebbe apprezzato da mia moglie, verso la quale mi sono quasi rassegnato a darle questa informazione a cose ormai avvenute, senza neanche cercare da lei quell’apprezzamento che forse in fondo potrei desiderare ed auspicare da parte sua. Peraltro, non sono neppure sicuro che lei possa mai sedersi insieme a me su quella sella per andare da qualsiasi parte: probabilmente assumerebbe l’atteggiamento solito di indifferenza per questo acquisto a due ruote, e semplicemente tollererebbe appena il fatto che io possa prendermene cura usandola allo stesso modo di come adesso proseguo ad usare questa usatissima bicicletta.

            Mi ci ha portato mia moglie in questa situazione, non posso fare altro, ed anche quando ho trovato a poco prezzo un triciclo per nostro figlio Marco, l’ho acquistato e via, senza sentire il parere di nessuno, e in questo modo mi sono immediatamente reso conto che era proprio la scelta giusta per il bambino, al punto che in poco tempo si è talmente attaccato a questo piccolo regalo che sembra non avere mai voglia di scendere da quel suo giocattolo. Ecco, lei a volte guarda suo figlio e forse pensa come me che era proprio quello che ci voleva per lui, ma non riesce assolutamente a dirlo, come se conservasse delle riserve su scelte di quel genere, dettagli che alla lunga logorano qualsiasi ulteriore desiderio, nonostante sempre più spesso mi sia ritrovato a non considerare i suoi sguardi perplessi e i suoi silenzi. Rachele, riconosco sia bravissima nell’occuparsi di tutte le cose quotidiane della nostra casa e di tutta la famiglia, fino al punto di sacrificarsi in prima persona quando qualcosa presenti necessità di impegno e di grande dedizione, e di questo devo assolutamente dargliene atto; e forse alla fine devo riconoscere che va bene anche così, perché le cose non potrebbero proprio andare meglio di come in questo periodo stanno realmente andando.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 23 settembre 2026

Prima di allora.


            Non era trascorso molto tempo da quando avevamo traslocato dal piccolo appartamento posto al primo piano di quella palazzina che in pochi anni dopo le nozze aveva visto nascere i nostri due figli, ed una sera mio marito, quasi di sfuggita come per non dare troppa importanza alla faccenda, mi aveva informato che stavano ristrutturando completamente quel caseggiato, e che oramai era pressoché irriconoscibile rispetto a quando vi abitavamo noi. Mi sorsero improvvisi due sentimenti distinti: uno di amarezza per quella nostalgia che sentivo dentro di me nei confronti di quelle stanze e di quei luoghi così importanti nella mia memoria, e l’altro contrastante perché quasi di soddisfazione nello scoprire cancellate tutte le tracce del nostro passaggio in quella casa, lasciando forse soltanto in me l’oblio dei ricordi di quei giorni. Giurai in un attimo che non sarei mai più passata lungo quella strada, ripromettendomi di affrontare qualsiasi giro possibile anche il più irrazionale e faticoso pur di non rivedere a quello stesso numero civico qualcosa di diverso da ciò che mi sarei aspettata. Forse nutrivo dentro di me un sordo risentimento per quella specie di sfregio alla mia memoria, ma a mio marito non dissi niente dei miei pensieri, né tantomeno gli lasciai intuire qualcosa.

            Nei giorni successivi pensai come fosse del tutto un’assurdità provare un attaccamento privo di senso per dei luoghi del passato, e dopo un certo tempo smisi del tutto di pensarci ancora, fino a quando incontrai lungo la strada una mia vicina di casa di quei tempi, che subito mi disse che tutta quella via che aveva ospitato le nostre famiglie per diversi anni ormai appariva del tutto irriconoscibile, certo più moderna e piacevole, ma senza più quell’atmosfera da case popolari che avevamo respirato negli anni in cui vi si abitava. Ai miei figli naturalmente non dissi niente, tanto più che con ogni probabilità per loro sarebbe risultato normale ad un certo punto aver reso delle vecchie case maggiormente vivibili ed evolute, come se tutto fosse destinato ad essere sostituito da qualcosa via via più attuale, con scarso interesse verso l’immagine di un periodo oppure di un’epoca, ed anche mio marito in questo caso era rimasto completamente indifferente a quelle variazioni in corso, quasi che tutto fosse destinato al cambiamento, oltretutto operato in una palazzina che lui aveva sempre mal digerito per le sue evidenti scomodità.

            Così archiviai dentro di me quel bel pezzo di passato, cercando con impegno di orientarmi maggiormente sul presente, ed anche se riconoscevo che la nostra famiglia cambiando abitazione era andata a vivere meglio acquisendo tanti aspetti sicuramente imparagonabili con quei vecchi tempi, però sentivo fortemente che qualcosa di me era come rimasto in quella prima casa, pur distrutta dalle macchine e dagli operai che probabilmente ne avevano abbattuto e modificato le pareti, cambiato l’uso e la destinazione delle stanze, adoperando poi delle pitture che sicuramente avevano dato a quei nuovi muri un volto più moderno. Pensai alla crudeltà del tempo che poco per volta accantona tutto, e immaginai che anche il caseggiato dove adesso abitavamo prima o dopo avrebbe cambiato la sua propria faccia, e forse pensai che anche da lì una volta o l’altra avremmo dovuto traslocare, come spesso succede alle famiglie che abitano in degli appartamenti destinati ad inquilini, e mi vidi ormai una donna vecchia, in una casa che non conoscevo, pronta ad indicare e forse descrivere agli altri un luogo dove non vivevo più da qualche decina d’anni, come succede spesso agli anziani che tirano fuori dalla loro memoria scorci di vita di epoche oramai trascorse.

            Mi avrebbe procurato un certo piacere che i miei figli avessero tirato fuori almeno una briciola di nostalgia per la casa dove in fondo erano nati, ma questo non accadde, ed il loro disinteresse per il passato a vantaggio degli oggetti nuovi del presente, pur dato del tutto per scontato, mi parve alla fine una nuova pugnalata alla mia forse assurda sensibilità. Mio marito poi una sera, tirando fuori un argomento di cui non avevamo più parlato, disse ridendo che era stata una bella prova per noi resistere per anni in un appartamento così piccolo e quasi privo di comodità come quella prima casa, ed io sorrisi annuendo, incapace come mi sentivo di esprimere i miei veri sentimenti. Mi sentii spossata di quel lasciare che ogni cosa andasse avanti quasi per conto proprio, come se non esistesse dentro di me una vera volontà, ma non avrei saputo in nessun caso spiegare che cosa avrei voluto fare o dove avrei voluto vivere se avessi potuto decidere io in prima persona. Così mi parve all’improvviso che tutto fosse a posto, che ogni aspetto assunto dalle giornate all’interno della nostra famiglia si mostrasse per l’unico possibile, e quel lento e inesorabile miglioramento delle condizioni, indifferente a ciò che rimaneva via via alle spalle, fosse come un rullo schiacciasassi che marciando in avanti sotterra tutto ciò che poi resta dietro di sé, lasciando un terreno perfettamente levigato, privo di punti di riferimento, quasi che niente fosse accaduto da quelle parti prima di quel momento.

 

            Bruno Magnolfi