Durante i
periodi estivi dei due anni a cavallo tra il momento in cui mi sposai e quando
rimasi in stato interessante della mia prima figlia, certe sere andavo a
ballare con mio marito in un locale all’aperto, alla buona, dove venivano fatti
suonare dei dischi dell’epoca e si poteva bere qualche birra. Ci ritrovavamo
tra vicini di casa, conoscenti, qualche negoziante della zona, e poi qualche
ragazza scatenata che con il fidanzato faceva divertire quasi tutti. Era
l’epoca dei balli all’americana, un po’ sportivi, dove ogni passo pareva quasi
una sfida, anche se io andavo sulla pista, con mio marito o con mio fratello,
solo quando il giradischi suonava qualcosa di lento e di romantico. Però mi
piaceva osservare gli altri, le loro espressioni, i gesti con cui venivano
trovate facilmente delle affinità, e quando tutti sembravano felici di poter
sentirsi così liberi e di non essere più oppressi dopo i tempi della guerra
terminata soltanto da pochi anni. Gli uomini fumavano incessantemente, parlando
e restando in piedi nei loro calzoni larghi, e le donne spesso tenevano i
capelli accuratamente raccolti in un fermaglio o in una acconciatura ben
studiata, a differenza di qualcuna forse più moderna che lasciava la propria
chioma libera sopra le spalle. Qualche sera veniva anche la mia amica, e a me
piaceva stare con lei anche senza ballare, mentre mi raccontava le cose più
strampalate con i suoi modi piacevoli e simpatici. <<Siamo sposate, Rachele>>,
mi ripeteva a volte ridendo, <<e adesso la nostra vita è cambiata, e
possiamo sentirci libere con i nostri mariti, via dai nostri genitori
antichi>>.
Non so se
riuscivo a provare davvero il suo stesso entusiasmo, anche se piaceva anche a
me lasciarmi un po’ andare in quelle serate piene di gente e con la musica
forte nelle orecchie, però ogni tanto mi ritrovavo in qualche angolo da sola nel
ripercorrere per qualche attimo i miei tanti pensieri, e riattivare rapidamente
la mia intimità, la mia personalità un po’ introversa. Mi pareva difficile, almeno
per come sono fatta io, essere davvero in grado di sfuggire per un’intera
serata a quella nota di tristezza che certe volte sembrava non lasciarmi mai, e
difatti mi bastava gettare un’occhiata verso qualche anziano più in disparte, ed
osservare per un solo momento coloro che si mettevano su una sedia ai margini
di tutto, per sentirmi immediatamente come loro, con l’espressione seria,
mentre tutti parevano solo ridere e divertirsi. Poi da me tornava mio marito,
oppure mio fratello, e tutto quanto pareva già alle spalle, e si poteva
riprendere a ballare, e a misurare i passi di quei lenti che tentavano di
sciogliere quelle piccole preoccupazioni che non volevano andarsene mai dalla
mia mente.
Ad un certo
punto poi, si decideva di tronarcene a casa, io, mio marito, e anche i miei
familiari, così si salutavano gli altri che ancora desideravano trattenersi in
quella piccola balera, come a voler ancora assaporare la necessità di stare in
mezzo a tutti, senza alcuna preoccupazione apparente, e noi così si ritrovava rapidamente
il silenzio della strada fioca, rischiarata dai pochi lampioni, coi nostri
passi che risuonavano ritmicamente sul marciapiede, nell’improvviso silenzio
della tarda serata. Mio marito tirava fuori dalla tasca la chiave del portone e
in un attimo eravamo pronti per distenderci nel letto, per ritrovare il fresco
delle lenzuola e della calma del nostro piccolo appartamento d’affitto.
Nasceranno là dentro i miei due figli, a distanza di tre anni esatti l’uno
dall’altra, e niente in seguito mi permetterà più di frequentare ancora quel
locale. La mia amica invece dopo quel periodo non fece neanche un figlio insieme
a suo marito, e qualche volta forse ho invidiato la sua lunga giovinezza, e
forse anche quella libertà di cui sempre parlava e che pareva del tutto
necessaria per una persona come lei. Avrei voluto a volte parlarle dei miei
affanni, della fatica che a volte provavo nelle lunghe giornate quasi vuote,
nell’attesa del ritorno dal lavoro di mio marito Franco, sempre preso dai suoi
problemi, forse incapace di accorgersi di quella luce di tristezza che a volte mi
passava sopra gli occhi. Fu in quel periodo che imparai a trattenere dentro di
me tutto ciò che poteva apparire poco appropriato per una donna sposata da poco
tempo, con una vita familiare davanti persino troppo complicata e tutta da interpretare, se solo
fossi riuscita ad avere una personalità più definita.
I miei
genitori e mio fratello ogni tanto venivano da me per farmi una breve visita,
abitando peraltro poco lontano, ma io mi sentivo così quasi a disagio di fronte
a loro, provando una maggiore contentezza quando ero io ad andare a fargli
visita, ritrovando la vecchia abitazione degli anni belli, gli oggetti d’uso, i
mobili, tutte le cose che avevano visto la mia giovinezza e ascoltato le loro
parole serie e a volte anche severe. Poi mi passava la tristezza, e quando
rientrava Franco sapevo già che cosa avrebbe detto e come si sarebbe
comportato, tirando fuori con me i suoi modi di sempre, quella sua apparente
indifferenza che speravo un giorno o l’altro di riconoscere almeno in parte
tralasciata.
Bruno
Magnolfi