domenica 30 agosto 2026

Più di ogni altra.


            Indubbiamente mi fa molto piacere, durante quelle poche volte in cui la zia decide di portare a spasso oltre me anche Marco, prendere subito il mio fratellino per mano, e così percorrere lentamente a piedi le strade principali della nostra città, mentre diverse persone incontrandoci si fermano per dire qualcosa e sorriderci, ma soprattutto per salutare la zia, che è una donna conosciuta da tutti grazie soprattutto al suo lavoro presso gli uffici comunali, e quindi farle dei gran complimenti per avere due bei nipotini come sembra proprio siamo noi due agli occhi di tutti. Lei si ferma a parlare con chiunque la saluta anche di tante altre cose, allungando spesso i discorsi secondo me a dismisura, ma mentre io mi annoio subito e vorrei tornare presto semplicemente a camminare, Marco in questi frangenti sembra imbambolato, lasciandosi ancora tenere da me la sua manina, quasi come se al posto mio ci fosse la mamma. Ha sempre i capelli tagliati cortissimi sopra la testa, proprio perché ispidi quasi come i peli di un riccio, e proprio per questo motivo tempo fa è stato acquistato per lui un cappello con la foggia da piccolo uomo, con le falde e una fascia sottile, e con i suoi calzoncini corti e una giacchina fatta su misura sembra proprio, così vestito, quasi un bambino finto, mentre si osserva intorno con la sua tipica espressione seria e immutabile.

            La zia certe volte lo ignora, ma io cerco sempre di suggerire a Marco come ci si deve comportare, cosa deve rispondere quando gli chiedono qualcosa, e insomma quale sia la maniera per essere gentile e anche ben educato nei confronti di chiunque si incontri. In fondo io ho ben tre anni esatti più di lui, e come ripete spesso anche il babbo devo cercare di insegnargli tutto quello che a mia volta ho imparato durante questo tempo, avendo adesso il doppio esatto della sua età. Naturalmente poi ci fermiamo presso il caffè centrale, meta usuale della zia, dove viene salutata con grande rispetto, e mentre lei si siede ad un tavolino e si fa servire qualcosa da un cameriere, ci lascia liberi di scegliere una pasta dolce dal lungo bancone vetrato, e di ordinare un succo di frutta ciascuno. Io sistemo subito sotto al collo di Marco un tovagliolo di carta, ad evitare che si sporchi con lo zucchero a velo o con l’eventuale marmellata, o peggio ancora con del cioccolato, e lui devo riconoscere che mi lascia fare tutto quello che desidero, come se niente di quanto succede lo turbasse minimamente. È un bambino estremamente buono, dicono sempre tutti di lui, ed anche secondo me è proprio così, almeno in questi momenti, anche se in certi casi, quando siamo da soli in casa, all’improvviso si rivolta contro di me, in genere non lasciandomi comprendere neppure il motivo di tale comportamento.

            La zia ha un debole per le bambine, è un fatto assodato, e nei confronti di Marco ha sempre un atteggiamento più distaccato, tanto che si riferisce sempre e comunque soltanto a me, anche quando vorrebbe chiedere qualcosa direttamente a lui. Lui parla pochissimo, e di fronte alle domande che ci viene da proporgli, risponde soltanto di no con la testa, oppure annuisce, ma senza usare la voce. Anche le mie compagne di scuola lo adorano, e quando vengono a casa a farmi una visita, perdono un sacco di tempo per fargli i complimenti e qualche volta per fargli il solletico sulla pancia, cosa per cui Marco dimostra una estrema sensibilità. Riconosco che lui è molto diverso da me, e se le attività in cui si perde maggiormente nel gioco sono la lunga e semplice osservazione dei balocchi che ha sottomano, per me al contrario resta fondamentale vestire e pettinare tutte le mie bambole. Una in particolare poi ha la mia considerazione maggiore, e forse proprio per questo Marco talvolta la prende e la getta per terra, senza spiegarmi il motivo di un gesto del genere.

            La mamma dice che è del tutto normale il suo comportamento, ed anche se a me dispiace dover spiegare a Marco ogni volta che non vanno affatto bene atteggiamenti del genere per un bambino piccolo come lui, mi sono ormai rassegnata a non dare troppa importanza ad alcuna bambola in sua presenza, e quindi a non portarne mai con me nessuna delle mie, neanche una tra quelle più piccole, e quando quelle poche volte usciamo insieme con la zia o con chiunque altro per fare delle passeggiate, è lui la mia bambola, senza alcun dubbio. Comunque, credo che nei prossimi anni, crescendo, Marco si dimostri con me un buon fratello, ed inizi sempre di più ad essere cosciente di quello che fa o che non fa, e soprattutto della necessità anche per lui di trovare una buona sintonia almeno con chi gli sta più vicino e che dimostra ogni giorno di volere soltanto il suo bene. La zia non dice niente di lui, però si capisce benissimo che non apprezza troppo la sua presenza, e forse è per questo che io cerco di essere il più possibile affezionata a Marco, per dimostrare anche a mia zia e a tutti gli altri che per me è una persona importante, forse più di ogni altra.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 28 agosto 2026

Motivazioni sfuggenti.


            <<Sono un po’ in apprensione>>, dice stranamente Franco che in genere sembra non interessarsi mai di cose del genere e di non stare troppo a preoccuparsi dei comportamenti dei propri figli. <<Il bambino dice spesso di avere male alla testa anche quando lo porto fuori con me, e poi mantiene sempre un’espressione seria, accigliata, come di chi vuol farci capire che prova quasi una piccola sofferenza dentro di sé, anche se non è evidente di quale natura essa sia>>. Sua moglie lo guarda per un attimo quasi meravigliata della sensibilità mostrata nel notare quei pochi indizi, e dopo qualche momento dice a riprova di tutto ciò che Marco aveva persino qualche linea di febbre appena qualche giorno addietro. <<Comunque l’ultima volta che non stette bene il nostro medico disse senza dare troppa importanza alle mie preoccupazioni che era normale alla sua età avere dei periodi del genere, e che in fondo si trattava del normale percorso di crescita a causargli ogni tanto qualche malessere>>, dice in fretta Rachele. Franco annuisce, poco convinto, mentre pensa che vorrebbe tanto avere un figlio maggiormente reattivo, che corre e si diverte insieme ai suoi coetanei, invece di ritrovarsi un bambino solitario, silenzioso, certe volte quasi incapace di stare con gli altri.

            <<Ognuno ha il proprio carattere>>, interviene Rachele mentre ripone qualcosa nell’armadio di cucina e quasi leggendo i pensieri del marito; <<e forse nostro figlio almeno per adesso ha solo l’attitudine a ridere difficilmente e a non parlare quasi mai con chi gli sta attorno>>. Torna naturale per lei mettersi subito sulla difensiva quando si tratta di dire qualcosa sui propri figli, ed anche se a Rachele dispiace, al pari del marito, accorgersi che Marco esprime un atteggiamento così poco socievole, si sente disposta anche nei confronti di Franco a sostenere come tutto sia normale e che non ci sia assolutamente niente di cui preoccuparsi, perché è evidente che i loro figli avranno tra non molto tutto il tempo che desiderano per manifestare le proprie preferenze e le loro diverse personalità, senza che i loro genitori, oppure gli insegnanti di scuola, o anche i propri parenti più prossimi, siano pronti ad evidenziarne certe caratteristiche apparentemente negative che è certo  svaniranno senz’altro con il tempo e con la loro progressiva crescita d’età. <<Forse ti hanno detto qualcosa anche le suore o le insegnanti della scuola materna?>>, chiede Franco con un certo sforzo, visto che anche lui come sua moglie desidererebbe tanto annullare con un semplice colpo di spugna quell’argomento che gli fa provare sicuramente un certo disagio.

            Rachele lo guarda un momento negli occhi, come a voler sincerarsi dall’espressione della faccia che la domanda posta fosse seria e ben ponderata, ma poi risponde soltanto che niente del genere è stato notato le poche volte che Marco è rimasto all’asilo. <<Però con sua sorella gioca volentieri nei pomeriggi, anche se gli piace soprattutto starsene seduto ad osservare i suoi piccoli giocattoli e qualche volta a smontarli per vedere come sono fatti all’interno, tanto che io in certi casi lo sgrido quando trovo sul tavolo tante parti indistinte di qualche modellino di plastica oppure un braccio o una gamba di qualche bambola che appartiene a Loriana. Lei allora si arrabbia per questo comportamento di suo fratello, ma lui non se ne preoccupa troppo e va avanti come se fosse tutto normale, ed è già capitato delle volte che le abbia tirato addosso come risposta la stessa bambola o anche qualche altra cosa, ma naturalmente senza la volontà di farle del male>>.   

            Franco continua a girare per casa quasi nervosamente, tra poco dovrà uscire e tornare al suo lavoro mentre i suoi figli sono ancora a scuola, però gli pare importante aver affrontato quell’argomento con la sua Rachele, e non vorrebbe aver dimenticato di dire qualcosa che probabilmente in seguito gli tornerebbe difficile chiedere o spiegare di nuovo, proprio per la propria riottosità e quella di sua moglie ad affrontare quei temi un po’ spinosi. Lei comprende il suo atteggiamento, ma prosegue ad occuparsi delle proprie cose senza favorire alcun altro discorso, non desiderando affatto dover spiegare altre faccende oltre quelle di cui ha già parlato. Così lui improvvisamente prende la giacca per uscire, ma mentre è quasi sulla porta le chiede di colpo: <<allora, cosa facciamo?>>, come se dal loro breve dialogo dovese scaturire una risoluzione o una presa d’atto per intervenire su qualcosa che ovviamente nel suo modo di vedere le cose non va del tutto nella giusta direzione. Rachele lo guarda un momento quasi sorpresa, lascia in aria una pausa di silenzio, poi dice: <<niente>>, come fosse la cosa più normale restare indifferenti.

            Franco esce da casa dopo un rapido saluto, e lei, rimasta sola, sente all’improvviso salirle dal profondo una forte apprensione, quasi una rabbia inspiegabile, tanto che se non sviasse rapidamente i propri pensieri avrebbe addirittura voglia di piangere, anche senza riuscire a comprendere bene il motivo per fare una cosa di quel genere.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 26 agosto 2026

Qualcosa di diverso.


            Rachele guarda i fornelli spenti del gas sopra il piano della cucina, e mormora tra sé qualcosa che pare quasi una riflessione sulla propria condizione di madre e di moglie. In casa è da sola, i bambini sono a scuola, suo marito è lontano a mandare avanti il suo lavoro, e lei adesso si sente inutile, come se le sue giornate scorressero identiche e soprattutto in mancanza di un significato concreto che possa fornirle almeno l’entusiasmo di qualche traguardo personale. Certe volte naturalmente è abbastanza contenta di sé, dei risultati raggiunti con la sua famiglia, della propria capacità di stare al suo posto e di fungere da fulcro di tutta la casa, ma altre volte le pare invece di vivere in modo meccanico, senza alcuna creatività, quasi stesse al posto di qualcun altro, o come se chiunque al posto suo potesse far andare avanti le cose forse anche meglio di come fa lei. I suoi genitori adesso sono persone anziane, tra qualche anno si ammaleranno e poi inevitabilmente moriranno, riflette. <<Ed io poco per volta resterò da sola, senza più nessuno accanto a me, perché anche i miei figli andranno via da qui per seguire le loro strade, ed anche mio marito prima o poi morirà, e nonostante io sia sicura sin da adesso di raggiungere i cento anni di vita, per me da ora alla fine saranno tanti periodi simili composti soltanto da una lunga serie di momenti di solitudine>>.  

            Niente nella sua mente è in grado di farle superare questi momenti di depressione, anche se resta convinta di alcune proprie capacità fino ad oggi mai messe in luce. Uscire ed incontrarsi con qualcun altro non servirebbe assolutamente a niente, perché le resta quasi impossibile parlare apertamente dei propri problemi, che restano i suoi e basta, e la sua chiusura verso chiunque è un fatto assodato, definitivo, immutabile. I fornelli spenti del gas sul piano della cucina adesso sono immobili, inutili, inefficaci, eppure hanno una propria intrinseca potenza, delle capacità che si stenta spesso a riconoscere, ma delle quali riescono a dare prova in un solo attimo, alla semplice accensione tramite le loro semplici manopole. <<Potrebbe essere così anche per me>>, pensa Rachele quasi per scherzo: <<girare una piccola leva all’interno di me e mettermi a funzionare in modo diverso, del tutto nuovo, come se potesse avvenire di colpo un rovesciamento improvviso di personalità e di carattere>>. Poi carica la macchinetta per il caffè, la piazza sul gas e accende il fornello. <<Durante un temporale, a mia mamma da giovane giunse un fulmine mentre era in casa, sceso giù direttamente dalla cappa del camino; colpì qualcosa che in quel momento lei teneva tra le mani, e una luce accecante insieme all’immenso rumore di tuono la fece saltare all’indietro e lasciare l’oggetto di ferro che stava maneggiando. Non accadde nient’altro, nessuna conseguenza per lei, eppure qualcosa parve avvenire, senza che nessuno se ne fosse reso del tutto conto>>.

            Davanti ai fornelli di Rachele invece non succede un bel niente, a parte la polvere del caffè che lentamente si mescola all’acqua in maniera indissolubile, a formare la bevanda scura che in queste giornate resta per sua consapevolezza la propria cura migliore, quel piccolo sorso di caldo che sembra dare un senso alla propria malinconia. Ne versa quanto le è sufficiente in una tazzina, aggiunge una punta di zucchero e poi lentamente ne gira il contenuto, che poi sorseggia restando in piedi, con calma, osservando il niente davanti a sé. Tra poco andrà a riprendere a scuola i bambini, dovrà salutare qualche altro genitore che magari le chiederà qualcosa dei suoi figli, dei loro risultati, dei rapporti che tengono con qualche compagno più agitato degli altri; oppure le parleranno di qualche argomento che a lei non interessa neppure, ma fingerà però di seguire quei discorsi con una certa attenzione, annuendo alle loro parole, spiegando a sua volta di essere assolutamente d’accordo con quelle loro affermazioni, con i loro punti di vista, con quei loro modi di riflettere sui fatti e le cose. Poi terrà per mano i suoi figli, sorriderà a qualcuno allontanandosi dalla strada piena di voci e di esclamazioni, e alla fine chiederà a ciascuno dei due come fosse andata la loro giornata, senza aspettarsi delle esaustive risposte, ma accontentandosi di una semplice affermazione positiva logica ed usuale.

            Chissà che cosa aveva provato sua mamma trovandosi all’improvviso tra le mani uno schianto di luce e di energia come quello che le era capitato chissà quanti anni prima; forse niente, se non la consapevolezza della fortuna di non aver avuto da quell’incontro alcuna conseguenza. A Rachele adesso è sufficiente la calma, la pacatezza di qualche parola scambiata sottovoce con i propri bambini, la normalità di tornare a casa con loro come ogni giorno, e poi l’attesa di ogni piccolo evento che scandisce poco per volte tutte le ore della sua giornata. Forse non ha mai desiderato qualcosa di più o di diverso, e forse non ha mai fatto niente per andare incontro a qualcosa di differente.

 

            Bruno Magnolfi  

domenica 23 agosto 2026

In quel quartiere.


            Aveva preso praticamente ogni giorno a chiamarmi da oltre il muro che delimitava i nostri giardini, peraltro del tutto simili e composti perlopiù da qualche aiuola di terra e vialetti lastricati, ma certe volte era piuttosto scocciante anche per me doverle inventare una scusa oppure un’altra per non andare a giocare da lei come costantemente desiderava. <<Marco, Marco>>, insisteva fino a quando non le rispondevo. <<Devo aiutare la mamma>>, le dicevo in certi casi a bassa voce senza poterla vedere per via di quel muro troppo alto, durante tutte quelle volte che proprio non mi andava di andare da lei. Aveva un anno meno di me, che ne avevo ormai sei compiuti, ed appariva ai miei occhi una bimbetta noiosa, ancora incapace di vedere le cose con quella astuzia che a me pareva oramai di avere assunto da quando frequentavo la scuola elementare, grazie al contatto quotidiano con alcuni dei miei compagni di classe piuttosto svegli e in grado di farmi crescere molto alla svelta. Elisabetta peraltro era carina, mi piaceva abbastanza averla come amica, anche se preferivo per molti di quei pomeriggi uscire sulla strada piuttosto tranquilla davanti casa mia ed incontrarmi con i ragazzetti della mia età o anche più grandicelli che abitavano in quella via, soprattutto perché certe volte alcuni di loro erano in grado di raccontare a me e a tutti quanti delle storie oltremodo vere e meravigliose. A lei naturalmente non era permesso uscire con noi, proprio perché troppo piccola, anche se a me pareva che sua madre fosse eccessivamente restrittiva in quelle le sue scelte.

            In ogni caso a me piaceva molto anche soltanto starmene per conto mio, seduto su di una pietra di quel nostro giardinetto, e magari accarezzare quella gatta che ogni tanto arrivava soffusamente a farci una visita. Le volte in cui invece cedevo per sfinimento ed andavo a casa di Elisabetta passando dai portoncini dei nostri appartamenti, trovavo lei, sua mamma e i suoi nonni che mi ricevevano, mi salutavano e poi tentavano subito di pormi delle domande un po' strane a cui normalmente evitavo di rispondere limitandomi a sorridere timidamente, fino a quando il nonno non accendeva la televisione dentro una stanza buia e con un forte odore poco piacevole, dove io ed Elisabetta ci sedevamo in un angolo. Lei qualche volta rideva dei programmi che venivano trasmessi a quell’ora, ma anche delle svariate pubblicità, e quasi sempre cercava nel buio di prendermi la mano per tenerla stretta alla sua, cosa che a me faceva quasi infuriare, anche se non davo a vederlo. In genere la lasciavo fare, anche perché pensavo che un prezzo dovessi pur pagarlo visto che noi in casa non avevamo la televisione, e quei programmi per bambini mi piacevano sopra ogni altra cosa. Ma dopo un po’ muovevo nervosamente la mano, o fingevo che fosse entrata nella stanza la mamma o la nonna, per scoprirci così come due amanti in atti amorosi. Lei allora si inventava delle cose diverse, mi diceva che voleva farmi vedere un gioco, o qualcosa del suo giardino, ed io, dopo avere sbuffato a lungo dentro di me, la seguivo senza trovare nessuna scusa per oppormi alla sua volontà.

            Il nonno regolarmente chiedeva alla sua anziana moglie di portargli un bicchiere di vino, e lei rispondeva altrettanto regolarmente e con un po' di apprensione, durante quei pomeriggi, che non poteva proprio farlo perché il vino non gli faceva altro che male. Nel vicinato tutti sapevano che il nonno era un vecchio ubriacone, ed ogni tanto qualcuno spiegava che più di una volta era stato addirittura trovato privo di sensi e riverso al bordo di qualche strada di campagna dei dintorni di Volterra. Con questo io mi spiegavo anche il cattivo odore che spesso avvertivo vicino a quest' uomo: odore di avvinazzato, dall'alito pesante, incapace oramai di stare lontano dal bere. A Elisabetta non importava un bel niente delle dinamiche familiari, e poi continuava a guardarmi come fossi stata l’unica persona presente tra quelle mura. In giardino poi mi raccontava delle cose piuttosto scontate, della gatta che passava di là, dei disegni che faceva da sola, delle merende che le preparava sua madre. Quando infine regolarmente giungevo fino al punto di non sopportare più quella situazione, io cercavo dentro di me la scusa migliore per poter andarmene via, incapace di affrontare più a lungo quei suoi discorsi e quell’insistenza con cui cercava ancora di intrattenermi.

            Mia mamma la sera mi chiedeva come fosse andato il pomeriggio dalla mia piccola vicina di casa, ed io generalmente minimizzavo, e le dicevo in due parole che ci eravamo semplicemente divertiti con qualche sciocchezza, perché non mi sentivo in grado di confessarle che non mi piaceva quella famiglia, non mi piaceva la casa dove abitavano, non mi piacevano quei loro modi, e forse attendevo soltanto che Elisabetta si facesse più grande per invitarla ad uscire insieme a me e a tutti quei ragazzi che abitavano all’interno di quel quartiere.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 20 agosto 2026

Oltre sè stessi.


            Loro quattro difficilmente escono di casa assieme, a meno che non si tratti di qualche cosa particolarmente speciale per cui si richiede la presenza al completo di tutta la famiglia. Franco peraltro non rimane mai a lungo nella loro abitazione, se non naturalmente per dormire la notte, e in ogni serata o tardo pomeriggio libero si reca subito dagli amici al solito caffè-biliardo pedalando sopra la sua bicicletta fino al centro del paese. In qualche caso va a piedi e porta con sé anche uno dei suoi bambini, e più raramente tutt’e due, anche se poi compra loro un gelato o qualche caramella e li posiziona a sedere davanti alla televisione del caffè mentre lui parla e scherza a lungo con gli amici e i conoscenti presenti. Quando invece porta solamente Marco, in certe occasioni si mette anche a giocare al biliardo, confidando sul fatto che lui è un bambino buono e tranquillo e resta per tutto il tempo seduto da una parte, nella saletta del locale dove si gioca a stecca e in cui non entrano quasi mai le donne, tantomeno le bambine. La madre Rachele esce dalle sue quattro mura soltanto per gli impegni di ordine familiare: accompagnare al mattino i suoi figli alla scuola pubblica ed andarli poi a riprendere, oppure fare degli acquisti, o più raramente lasciarsi andare ad una visita agli anziani genitori, ma in ogni caso preferendo restare a casa per tutto il tempo che le sia possibile.

            Per le passeggiate pomeridiane dei bambini normalmente invece si impegnano in sua vece la zia, per quanto riguarda Loriana, e la nonna paterna per quanto riguarda Marco, passando rispettivamente a prenderli direttamente a casa loro. Alla mamma piace molto non doversi almeno preoccupare di questo aspetto, lasciando i suoi figli in mani oltremodo fidate. Quando ancora non aveva partorito, nei primi anni di matrimonio, qualche volta si vedeva con una amica o due, ma in seguito, come spesso succede, le aveva perse di vista poco per volta, essendo ognuna di loro assorbita dalle rispettive situazioni familiari. Rachele prova spesso un gran senso nostalgico dei tempi in cui era soltanto fidanzata, quando poteva farsi accompagnare da Franco in un locale vicino ai margini del paese dove ogni sera si poteva anche ballare; riflettendoci, a volte le pareva che quello fosse stato il periodo più bello e spensierato della sua vita, anche se naturalmente aver avuto in seguito i suoi due figli resta la cosa più importante, almeno per lei. Fino ad oggi Rachele è sempre stata considerata da tutti una persona molto remissiva, in grado di mostrare sempre grande fiducia verso chiunque, e per suo specifico carattere lei ha sempre pensato che la cosa più importante per sé stessa è che nessuno tra i suoi conoscenti abbia mai avuto niente da ridire sul proprio comportamento generale.

            Qualcuno a volte l’ha giudicata eccessivamente riservata ed introversa, ma Rachele non ha mai cercato di essere minimamente differente da come appare. Qualche volta Franco la sprona ad essere maggiormente espansiva, a dichiarare con slancio le sue preferenze e le cose che le piacciono di più, ma i suoi tentativi si sono sempre dimostrati poco efficaci se non nulli. Certe volte suo marito riesce a farla ridere, tirando fuori qualche battuta spiritosa, ed allora lei ride di gusto, quasi senza riuscire a smettere, a tratti fino alle lacrime. La sua condotta morale è sempre stata impeccabile, e in ogni caso si è dimostrata ogni volta agli occhi di tutti una persona che accetta il suo ruolo e sa stare al suo posto, nella sostanza senza cambiare mai i propri modi di essere. Quando Marco si è ammalato lei ha fatto di tutto per stargli il più vicino possibile, magari sacrificandosi oltremodo nella sua maniera, decisa ma anche silenziosa, di mostrarsi sempre presente al suo capezzale, sia nei diversi ospedali dove è risultato ricoverato, sia nella lunga e travagliata degenza a casa propria.

            Qualche volta probabilmente lei ha pianto da sola sia per la fatica di sopportare lo sforzo psicologico dato dalla situazione, che per la propria incapacità nel risultare efficace a trattare con i medici e i primari che le davano notizie sulle cure per il bambino non sempre ottimistiche o come lei avrebbe tanto desiderato, ma in tutti i casi è sempre riuscita in un modo o nell’altro a ritrovare il coraggio che le serviva per andare avanti. Suo marito Franco in quei frangenti ha sempre saputo di avere al proprio fianco una moglie impagabile, ed anche se forse in vari casi non è stato capace di dimostrare a Rachele la propria riconoscenza e la indubbia solidarietà per tutti i sacrifici della moglie, sicuramente anche lui deve aver provato la forte sofferenza ed il dolore acuto di quei momenti, magari proprio mentre stava sciacquandosi la faccia da solo, davanti allo specchio del bagno di casa. I periodi anche più bui infine passano talvolta, come tutte le cose che si lasciano alle spalle, ed è il tempo stesso che rapidamente ne toglie proprio quella patina di drammaticità, anche se resta comunque la memoria di aver dovuto affrontare qualcosa persino al di sopra delle proprie forze.

 

Bruno Magnolfi

domenica 16 agosto 2026

Bambolotto.


Sto in piedi, fermo, ho soltanto quattro anni compiuti da poco tempo, eppure ho già imparato ad osservare tutto quanto ciò che mi circonda con un certo spirito critico, pensando che quasi nessuno tra coloro che conosco o che frequentano la casa dove abito sia davvero in grado di aiutarmi a crescere utilizzando i criteri giusti per un bambino proprio come sono fatto io. Mia sorella quest’anno ha iniziato a frequentare la scuola elementare, i miei genitori sono molto contenti di lei e dei suoi primi risultati scolastici, ed ogni sera, quando tutti e quattro assieme ci mettiamo a tavola per la cena, loro non fanno altro che magnificarne le gesta, in considerazione del fatto che ha già imparato a leggere e persino anche un po’ a scrivere, dilettandosi addirittura in bella calligrafia, e che la sua maestra si dimostra ogni giorno molto contenta dei suoi progressi. Forse per questo, forse anche per altri motivi che a me ora sfuggono, io non vorrei più andare all’asilo gestito dalle monache, dove mia madre insiste sempre per portarmi, nel giro mattiniero in cui accompagna mia sorella fino al suo grande edificio scolastico. L’anno scorso ci andavamo assieme io e Loriana, ma adesso questo restarmene da solo tra tutti quei ragazzetti urlanti mi è diventato del tutto insopportabile.

Stamani la mamma mi ha vestito come sempre, mi ha piazzato fermo in piedi sopra uno sgabello, e mi ha fatto infilare il mio grembiule nero con un finto fiocco al colletto, ma prima di abbottonarlo sulla schiena mi ha detto di aspettare, non so neanche perché, ed è subito andata nell’altra stanza, probabilmente per controllare qualcosa che aveva lasciato incompleto. Così io ho preso con calma il paio di forbici rimaste sul mobile accanto a me, e mi sono subito impegnato nel tagliare la stoffa di questo maledetto grembiule. La mamma è tornata prima che riuscissi a manovrare le lame in modo efficace, e lei mi ha trovato così, in preda ad una estrema e razionale voglia di distruzione, dimostrando anche senza usare le parole le mie vere intenzioni riguardo all’asilo. Certe volte lei usa degli stratagemmi, tipo rammentarmi alcune fiabe mentre mi fa indossare il grembiule, e qualche volta è riuscita nell’intento di confondermi e farmi trovare già pronto per andare dalle monache. Per questo l’abito di stoffa che sono costretto ad indossare è diventato il mio vero nemico, considerando che la mamma non mi porterebbe mai all’asilo senza questa divisa.

Così ho iniziato a piangere in considerazione dei nervi che mi dà non essere riuscito nell’intento, ma la mamma si è mossa comunque a compassione ed ha deciso che per oggi non mi avrebbe lasciato alla scuola materna, ed io sarei potuto rimanere insieme a lei per tutto il giorno. Non so, non mi piace molto stare con gli altri bambini della mia stessa età, o perlomeno non mi piace starci quando sono in molti, confusionari, urlanti, per me che sono sempre piuttosto silenzioso, mentre se avessi attorno un solo compagno o due al massimo, allora le cose per me andrebbero già bene. In ogni caso quello che preferirei è starmene per conto proprio, avere tra le mani un piccolo giochino che lasci risaltare la mia fantasia e con questo baloccarmi senza necessità di altro, come se per la mia mente quello fosse un vero traghetto verso scenari immaginari che certe volte neanche capisco da dove possono giungere fino a me. La mamma non comprende i miei atteggiamenti, probabilmente perché mia sorella è una ragazzina molto socievole, di compagnia, che sa stare con tutti quanti e non si lamenta mai, riuscendo spesso a tenere l’attenzione degli altri accesa su di sé.

Non desidero cercare di assomigliarle, e quando i miei genitori continuano a ripetere che devo prendere spunto dai suoi modi e cercare di replicare le sue maniere come fossero degli esempi positivi di cui sentirmi perfino orgoglioso, piego subito la bocca in una smorfia, e pur senza replicare proprio niente mi convinco sempre più di non provare alcun desiderio di similitudine nei confronti di Loriana, pur restando profondamente colpito da qualche sua compagna di scuola che certe volte viene in casa nostra a studiare e a giocare con lei. Naturalmente tutte queste ragazzine, una volta giunte da noi, iniziano subito a coccolarmi come fossi un bambolotto, ed io in genere le lascio fare, anche perché non ritengo di avere una personalità talmente forte da tenermi distante da loro e dalle loro maniere. Ma in qualcuna di queste bambine grandi riconosco delle doti che non so neanche spiegarmi, come fossero talmente diverse dai miei modi fare e da quelli di mia sorella da risultare affascinanti ai miei occhi; perciò, generalmente mi metto da una parte e ne studio i comportamenti e le espressioni, misurando ogni parola ed ogni gesto con tutta l’attenzione che ritengo necessaria.  

Mia mamma allora, durante questi pomeriggi, prepara per tutti una tazza di cioccolata, e a me per uno strano paragone sembra che gli anni prossimi abbiano facilmente la possibilità di rivelarsi dolci e densi come questa crema che raccolgo con il mio cucchiaino di plastica celeste, lasciando attorno a me i risolini di gusto di queste bambine, insieme naturalmente ai sorrisi della mamma.

 

Bruno Magnolfi

domenica 9 agosto 2026

Sfuggire alla logica.


            La mamma è una persona buona. A noi due che  siamo i suoi figli non ci fa mai dei veri regali, però ha la capacità di farci divertire incoraggiandoci a trascorrere il tempo con delle cose semplici che ci troviamo intorno: un cestino da riempire con dei fiorellini spontanei, apparecchiare in modo preciso la tavola da pranzo, aiutare lei a togliere le punte ai fagiolini, tenere il conto dei tortellini o dei ravioli quando, alla mattina di qualche domenica, le viene la voglia per la gioia di tutta la famiglia di prepararli e cucinarli. Non si affretta mai quando deve fare delle cose, ma adotta un ritmo che è sempre come definito, e se guarda l’orologio, che difficilmente apprezza come oggetto, è soltanto per rendersi conto che oramai è quasi l’ora del pranzo oppure della cena. Appare sempre molto precisa nelle attività di cui si occupa, ed è estremamente orgogliosa della sua manualità, tanto che i suoi lavori di cucito, che appronta quasi quotidianamente, risultano sempre perfetti, curati in ogni dettaglio. E poi difficilmente si lamenta, ed è sempre disposta con pazienza a sistemare e riordinare tutte quelle cose che qualcuno della sua famiglia ha messo in giro, senza curarsi in seguito di riporle. Io e mio fratello qualche volta la vorremmo più affettuosa nei nostri confronti, ma lei di carattere non è proprio il tipo che si lascia andare a smancerie o a slanci sentimentali verso chiunque sia.

            La ritengo bravissima nelle attività che compie, ma in quelle che invece non le interessano molto riesce a mostrarsi riottosa oltre misura, fino a far comprendere a chi le resta intorno che non ha alcun desiderio di occuparsi di ciò che non le piace fare, pur senza mai dichiararlo espressamente. Generalmente quasi nessuno la chiama per nome, escluso nostro padre, ma anche lui soltanto in determinate e rare occasioni, e lei sembra non tenerci affatto al proprio nome, tanto da apparire quasi imbarazzata quando deve andare in qualche ufficio a firmare qualcosa e a dichiarare le proprie generalità. La zia, rispetto alla mamma, praticamente ha un carattere e dei modi fare che risultano il suo contrario esatto, e forse per questo motivo non mostra mai con troppa segretezza di non stimarla molto, e spesso evidenzia di reputarla una persona un po’ troppo rustica e poi poco socievole. Ma io non credo che la mamma sia proprio così, e penso invece che ci siano delle rivalità tra loro due che probabilmente non comprendo, forse perché i loro modi di vedere e di riflettere hanno delle radici molto antiche, e quindi nascondono dei dissapori nati chissà quanti anni fa.    

            <<Rachele>>, le dice a volte la zia con un tono che si comprende benissimo voglia essere insieme sia ironico che polemico; <<posso comprare delle caramelle a Loriana se ne ha voglia?>>, ben sapendo che può comprarmi tutto ciò che più desidera o che a me dia piacere, visto che tra me e lei teniamo da molto tempo un segreto per cui niente di quello che facciamo quando andiamo in giro nel paese lo riferiamo ad altri per intero. Quando poi rientro a casa certe volte conservo in tasca un dolcetto o due per portarlo a mio fratello Marco, a cui piacciono molto le cose zuccherate, e che normalmente è risaputo non attragga dalla zia tutte quelle attenzioni che invece sono dirette a me. Poi sono nell’altra stanza della casa quando mia mamma, rispondendo ad una domanda diretta della zia che le chiede, forse solo tanto per parlare, come stiano andando in questo periodo i miei risultati scolastici, sento rispondere qualcosa che mi lascia sbigottita: <<Loriana a scuola è persino troppo brava>>, dice con il massimo della serietà, ed ovviamente questa frase mi lascia sobbalzare. Che significa essere troppo bravi? C’è forse un limite oltre il quale non ci dobbiamo spingere? Si fa un torto a qualcuno se ci piace essere diligenti, studiosi, precisi, se ci impegniamo a fondo in quello che siamo chiamati a svolgere? Resto interdetta, non avrei mai pensato che il mio applicarmi a fondo nello studio delle materie di quinta elementare diventasse quasi un peso per la mia famiglia.

            Improvvisamente mi reputo praticamente offesa da questo giudizio: con ogni probabilità la mamma nel suo essere sincera ha voluto soltanto far comprendere alla zia quanto io sia una bambina a modo, una ragazzina che non prende mai le cose senza quella serietà di cui avverte il bisogno, e che non prova alcun sacrificio nel cercare quei risultati scolastici da prima della classe. Però, se risulto persino troppo in ciò di cui sono chiamata ad occuparmi, significa che creo un disagio, forse una disuguaglianza con chi, come ad esempio mio fratello Marco, che però sta frequentando soltanto la seconda elementare, probabilmente sarà costretto nei prossimi anni a rincorrere in qualche modo quegli stessi risultati, oppure addirittura disprezzare del tutto una carriera scolastica da primo della classe che forse gli sarà richiesta, nel confronto con sua sorella troppo brava. Mi riprometto di parlarne con mia zia, o forse no, visto che neanche lei con ogni probabilità dovrebbe essere in grado di comprendere il mio attuale ed improvviso stato d’animo. Non posso essere diversa da come sono, rifletto, e poi non sono così talmente brava da riuscire a sfuggire alla logica in cui mi sono immersa.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 7 agosto 2026

Bicicletta d'occasione.


            Fuori dal caffè ci sono soltanto i soliti due o tre individui seduti sulle seggioline di plastica a fumare e a parlare del più e del meno, oltre a snocciolare qualche commento sulle poche persone che transitano a piedi per il corso del paese a quell’ora di sera. All’interno del locale invece qualcun altro segue distrattamente un programma televisivo mentre sorseggia una bibita seduto ai tavolini rotondi, e quando lui entra e chiede al cameriere di preparargli un caffè ancor prima che il barista gli rivolga la domanda classica inerente alla propria consumazione che ritiene ovviamente obbligatoria, alcuni lo salutano, ma senza entusiasmo. Nella saletta, quando si affaccia sul retro del locale, adesso ci sono solamente un paio di persone in piedi che parlano del biliardo e di qualche tiro da fuoriclasse a cui hanno assistito una volta o quell’altra, ma è sempre così nei giorni alla metà di ogni settimana. Franco saluta con parsimonia, poi, senza preoccuparsi di trovare un aggancio, spiega, mentre sorseggia il caffè, che la sua bicicletta stasera si è messa a cigolare ad ogni giro di ruota in maniera del tutto smodata, tanto da attirare l’attenzione di ogni persona per strada, mentre pedalava nel tratto da casa sua fino a lì. <<Un rumore strano>>, dice ancora; <<quasi il lamento di un animale rimasto incastrato tra il rocchetto della ruota posteriore e la catena. Un passante mi ha anche detto a voce alta che era il carter che si era piegato, così io mi sono fermato, ho controllato la catena ed ho deciso di percorrere le ultime decine di metri a piedi, lasciando la mia bicicletta ad un angolo>>.

I presenti annuiscono, senza trovare niente da eccepire, ed infine lui dice ancora che forse potrebbero riempire il tempo con una piccola partita a goriziana su di un tavolo tra quelli presenti nella saletta, ed uno dei due tizi accetta pur senza entusiasmo quella sfida, mettendo in palio però soltanto una semplice consumazione al banco. Franco non conosce troppo bene il suo avversario, ma con calma sceglie la stecca più adatta, mette il gesso sopra al puntale, sistema i birilli e procede subito con il proprio tiro verso la sponda opposta, per decidere chi deve iniziare tra i due. La biglia dell’altro si avvicina maggiormente per alcuni centimetri, e così quello inizia a giocare procedendo con il primo tiro effettivo. Lui però riprende a parlare: <<sembrava che la mia bicicletta avesse da lamentarsi di qualcosa, come se tra i pedali la sua anima gemesse per qualche torto che posso aver fatto nei suoi confronti. Invece, riflettendoci meglio, credo che qualcuno abbia sferrato una pedata al carter mentre era ferma davanti casa mia, tanto da piegare il lamierino. Ma non saprei a chi possa venir voglia di commettere un atto del genere, forse un ubriaco, oppure uno sfaccendato che non trova niente di meglio da fare che prendersela con le cose degli altri>>. L’avversario sorride mentre sceglie la traiettoria da far seguire alla sua biglia, e dopo il suo tiro, abbastanza ben calibrato, chiede: <<ma è una bicicletta di marca, costosa, un modello che possa almeno suscitare qualche invidia?>>.

Franco si concentra sul panno verde, prende una pausa, riflette a lungo ed infine dice soltanto: <<ma no: è una bicicletta da nulla, non mi ricordo neppure come l’abbia avuta, forse me l’ha regalata un amico perché non sapeva che farsene; però è proprio questo il punto principale: se è un oggetto di nessun valore, mi domando, per quale motivo prenderlo a bersaglio delle insoddisfazioni di cui puoi soffrire?>>. Poi procede con un rinquarto leggero, visto che l’altro gli ha lasciato la propria biglia e il pallino dal lato opposto del panno e dei birilli, così adesso lui deve tirare dall’altro settore cercando di fare dei punti e mettere in eguale difficoltà l’avversario. Il tiro non riesce neppure troppo bene, ed in questo modo lascia all’altro giocatore la possibilità di tirare di calcio un tiro deciso così da abbattere quasi tutti i nove birilli. Lui assume una smorfia sul viso, come per rammaricarsi della sua sbadataggine, e comunque prosegue a giocare la partita lasciando diverse volte delle buone possibilità al suo avversario. <<Senza la mia bicicletta non saprei come fare>>, riprende a dire Franco, mentre il gioco prosegue sulla stessa falsariga, lasciando in breve tempo che la partita termini con una propria modesta sconfitta. <<Per la rivincita>>, dice adesso con un moto di orgoglio, <<potremmo giocarci però un paio di bigliettoni, sperando che la fortuna passi un po’ anche dalla mia parte>>.

L’altro naturalmente acconsente subito, e lui, con la sua calma quasi ironica, inizia a sfoderare dei tiri che prima non aveva messo in mostra, tanto da guadagnarsi subito un punteggio più alto dell’altro, fino al momento in cui la partita giunge al termine e lui può raccogliere i soldi del premio. <<D’altra parte>>, dice adesso guardando l’altro negli occhi e come concludendo il suo ragionamento, <<se dovessi acquistare un’altra bicicletta perché quella che possiedo ormai è fuori uso, mi ci vorrebbero sicuramente diversi quattrini, persino se per combinazione ne trovassi una d’occasione. Perciò anche questi soldi mi occorrono proprio>>.

 

Bruno Magnolfi

martedì 4 agosto 2026

Dentro l'ascensore.


            Finalmente, con mia sorella e con i miei genitori, siamo andati ad abitare nella nuova casa, più grande dell’altra, più accogliente e luminosa, purtroppo però sistemata al quinto e ultimo piano di un palazzone comunque piuttosto nuovo. Abbiamo persino due terrazze da cui si gode una vista meravigliosa, e possiamo utilizzare persino l’ascensore, anche se a me fin da subito mette un po’ di paura. Adesso però posso dormire in una stanza per conto mio, senza l’impiastro di mia sorella tra i piedi, anche se inizio quasi subito a fare dei sogni piuttosto strani, che con l’andare delle settimane e dei mesi certe volte si trasformano in dei veri e propri incubi. Succede che salgo da solo nella cabina chiusa dell’ascensore, e questo, dopo aver premuto un pulsante, inizia a salire, senza più fermarsi, fino a quando mi accorgo che ho perfino superato il tetto del nostro palazzo, ed il macchinario risulta sorretto soltanto dai binari di ferro in cui scorre, senza nient’altro attorno, fino al punto in cui, senza che io possa evitarlo, si ferma d’improvviso nel niente, lasciandomi lì, al chiuso e nel nulla, in balia di qualcosa del tutto superiore alle mie forze di ragazzino. Altre volte invece l’ascensore inizia a muoversi in orizzontale ed aumentando vertiginosamente la propria velocità, fino a portarmi chissà dove, incapace come sono nel poterlo fermare, e anche del tutto impossibilitato a chiedere aiuto.

            In casi diversi, pur di evitare di entrare di nuovo in quella cabina, mi calo dalla terrazza utilizzando una robusta corda provvidenziale fissata alla ringhiera e di una lunghezza che raggiunge comodamente la strada sottostante, ma quando mi trovo oramai a mezza altezza, mi rendo conto di non riuscire più a sorreggermi con le mani ed i piedi, al punto che in un attimo di disperazione afferro la ringhiera della terrazza più in basso, accorgendomi subito che quell’ appartamento risulta però chiuso e inutilizzato, mentre la corda d’improvviso sparisce, lasciandomi prigioniero di pochi metri quadrati. Sono sicuro che da qualche parte qualcuno sta ridendo di me, delle mie difficoltà e anche delle mie paure, ma non posso farci un bel niente, se non accettare la sorte che mi è toccata. Quando posso, salgo le tante rampe di scale a piedi, anche se è una gran fatica, e per scendere però mi sono ripromesso di non prendere mai l’ascensore, neppure se sono in compagnia di qualche altra persona. Un’altra volta salgo là sopra per raggiungere l’appartamento dove abito, ma immediatamente mi prende una specie di tremarella, e quando finalmente la cabina giunge al mio piano, scopro di non riuscire più a trattenermi e così mi bagno i calzoni e le scarpe pisciandomi addosso.

            Per nessun motivo parlerei dei miei problemi e delle mie paure con altri, tantomeno con mia madre o mio padre; perciò, sono continuamente ad inventare qualcosa per evitare l’ascensore e per usare quasi esclusivamente le scale, anche se quotidianamente ho da portare con me il peso dei libri scolastici. A questo proposito cerco di avere sempre con me in classe soltanto lo stretto necessario, facendomi riprendere dal mio maestro quando scopre che mi manca tutto ciò che secondo lui sarebbe mio dovere avere con me. Al posto del diario che usano tutti, io ho dei semplici foglietti volanti su cui annoto le cose del giorno, trascrivendole a casa in bella calligrafia sul vero diario che possiedo e che tengo rigorosamente dentro lo sportello del mobile dove ripongo tutti i miei oggetti personali. Se potessi farlo i libri mi piacerebbe strapparli in gruppetti di poche pagine, soltanto quelle che servono in quei giorni di insegnamento, ma per non correre il rischio di essere punito per averli rovinati spesso non li porto affatto, adducendo per scusa una sbadata dimenticanza. Persino l’astuccio per le matite con me è diventato piuttosto minimale, riducendo tutto quanto ad un lapis ed una semplice penna a sfera, lasciandomi prestare dai compagni ciò che eventualmente possa servirmi ogni volta.

            In qualche caso il maestro mi ha guardato perplesso durante i miei conciliaboli con gli altri scolari, ed io gli ho fatto capire che in famiglia siamo talmente poveri da non potermi permettere l’astuccio, la riga, la squadretta, i quaderni, tantomeno l’album per i disegni, limitandomi a portare con me un semplice foglio bianco che rendo utile per tutto quanto. In certe domeniche mattina esco con mio padre e con mia sorella per fare una passeggiata nelle vie del paese o nel parco vicino, e forse la fobia dell’ascensore tende a passarmi in quei casi, accorgendomi di come sia naturale per loro salire là sopra e premere il giusto pulsante. Ma in seguito, nei miei sogni ricorrenti, sono sempre da solo in quella maledetta cabina chiusa, trovandomi ogni volta in balia dei cavi d’acciaio che sopra e sotto di me, all’interno dei muri dove scorrono i meccanismi elettrici che fanno muovere tutto quanto, agiscono in maniera sempre differente e imprevedibile rispetto a quella che vorrei. Ci vorranno degli anni per superare tutto questo, me ne rendo conto ogni giorno, anche se sono sicuro che non riuscirò mai del tutto a sentirmi tranquillo una volta chiuse le porte della cabina dell’ascensore.

 

            Bruno Magnolfi  

venerdì 31 luglio 2026

Bei tempi.


            Con la nonna andiamo a camminare lungo la strada principale del paese, tenendole la mano io da un lato e mio fratello Marco dall’altra. La mamma ci ha vestito a festa, è una domenica di primavera inoltrata e noi siamo contenti di farci vedere dai nostri concittadini che si fermano a salutare la nonna e a fare i complimenti a noi due. Mio fratello ha soltanto tre anni e mezzo, ed è un po’ buffo e cicciottello, sempre accigliato, con i capelli corti a spazzola sopra la sua testa, e porta un paio di calzoncini corti con le ginocchia in vista anche se la temperatura dell’aria non è neppure troppo alta. Però oggi c’è il sole, e a me hanno messo sulla testa un cappello a larghe tese, tanto che mi sembra di apparire come una signora del bel mondo così abbigliata, nonostante non sappia ancora che cosa questa espressione significhi con precisione. Poi ci sediamo sopra ad un basso muretto, e la nonna insiste per farci fotografare da un tizio con la cravatta che sta lì ad aspettare dei clienti sia per immortalarli con lo sfondo della vallata verde e collinare all’intorno, sia con le mura di antiche pietre gialle che circondano l’abitato in quella zona. Negli anni a seguire questa foto in bianco e nero sarà l’unica di quel periodo che ci ritrae insieme, a me e al mio fratellino.

            Con lui cerco sempre di essere protettiva, come continua a ripetermi la mamma, così cerco spesso di prenderlo per mano e di guidarlo verso un luogo oppure l’altro, anche se lui non sembra mai contento di avere la mia presenza intorno a dirgli cosa fare, dove andare, e come comportarsi. Infine, ci sistemiamo per bene, ed anche se la nonna vorrebbe che si stesse più vicini in un gesto di unità familiare tra di noi, in realtà ognuno sembra stare là seduto un po’ per conto proprio, senza alcun atteggiamento che potrebbe apparire appiccicoso e anche un po’ falso. Il fotografo sistema con calma il cavalletto a tre zampe sul selciato e poi ci osserva a lungo attraverso l’obiettivo del suo macchinario, fino a quando finalmente si decide a far scattare qualcosa di quel suo meccanismo e così noi finalmente siamo liberi di tornare a muoverci come più ci piace. La nonna è una persona buona e forse piuttosto sempliciotta, come dice la mamma: le piace molto portarci in giro per Volterra e fermarsi a chiacchierare con tutte le persone che conosce, anche se a noi vengono a noia le sue lungaggini piene di discorsi poco importanti e secondo me solo di circostanza. Quando torniamo a casa sua, apre sempre una scatola di latta dove tiene dei biscotti, e ce ne offre uno o due, come se costituissero la cosa più preziosa che possiede.

            A lei piacciono molto le fotografie; dice che servono per ricordarsi in seguito di qualche momento particolare o di certe situazioni più piacevoli. A me non piace per niente stare in posa ad aspettare che qualcuno faccia scattare il congegno per quei ritratti che la nonna quasi ci costringe a farci fare, e a mio fratello penso anche di meno, però non ci opponiamo mai perché immaginiamo che un motivo piuttosto importante per sottoporci a questa attività così noiosa ci deve pur essere, o almeno così crediamo. Poi la nostra passeggiata con la nonna prosegue fino a quando lei ci fa servire in un locale un piccolo cono gelato che presto inizia a sciogliersi e naturalmente ci imbratta tutte le mani di cioccolato e anche di crema. Così andiamo ad una fontanella e ci ripuliamo per bene, con l’aiuto di un provvidenziale fazzoletto e di tanta pazienza. Marco non si lamenta, a lui basta essere lasciato in pace, ed anche se si fa fare tutto ciò di cui ha necessità, si comprende benissimo la sua scarsa tolleranza per ogni attività che a lui è richiesta.

            La nonna a volte ci parla di un cane che possedeva quando era più giovane e noi non c’eravamo ancora, un piccolo cane bianco molto intelligente e sveglio, e a noi forse dispiace non averlo conosciuto, anche se siamo molto contenti quando ce ne parla. Però si vede che a lei dispiace tanto ricordare quando morì per uno stupido incidente. Perciò non insistiamo a farle delle domande o a chiederle ancora cosa lui facesse e come si comportava, perché a lei piacciono tanto gli animali, e si vede che ci soffre quando soffrono loro. Dietro casa sua ha un piccolo giardinetto dove tiene una gabbia enorme per allevare tutti gli uccellini che cadono dal nido ed ancora non riescono a volare. Tutti coloro che la conoscono portano a lei questi animaletti, perché sanno che ci sa fare, e con lei sono senz’altro in mani buone. Difatti li cura, li accudisce, e se si accorge che per qualche motivo stanno malvolentieri nella gabbia dove li tiene, allora li lascia liberi, e sembra ci sia stato qualcuno che addirittura è tornato indietro a farle visita, almeno così racconta lei. La nonna è molto affezionata a mio fratello Marco, forse solo perché quando era giovane ha avuto soltanto figli maschi, e quindi adesso probabilmente lui le ricorda i bei tempi passati.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 28 luglio 2026

Intemperanza.


            Certe volte si soffermava a guardare lontano. Non che avesse nella testa delle grandi idee da elaborare, però gli piaceva in quei casi perdersi in qualcosa che non riusciva mai del tutto a identificare e immaginare, come se una spessa foschia scendesse ad inebriare la sua mente e lo tenesse all’interno di una specie di ovattata intimità. In alcuni casi non era neppure troppo contento quando qualcuno, per un motivo o per l’altro, lo interrompeva in quella totale inattività, magari chiamandolo per nome o semplicemente toccandogli un braccio e riportandolo così all’improvviso alla cruda realtà. Gli altri a suo parere non avrebbero mai potuto comprendere che cosa c’era di così importante per lui nell’osservazione di quel punto lontano, addirittura oltre qualsiasi curiosità per tutte quelle persone che generalmente conosceva e frequentava. Probabilmente non avrebbe saputo spiegarlo a parole neppure a sé stesso, però era come se lui si sentisse sicuro che laggiù c’era il proprio rifugio personale, una tana segreta in cui riparare ogni volta che per qualche motivo ne avvertiva la necessità. Sorrideva, tornando di colpo nel mondo reale, come per togliere ogni importanza al suo sguardo perso nel niente, e forse per dimostrare a chiunque che il suo era soltanto un momento di debolezza, praticamente una semplice e sciocca riflessione mentale di nessuna importanza.

            Gli piaceva peraltro stare in compagnia delle persone che più conosceva, prendere in giro qualcuno usando delle espressioni composte generalmente da poche parole, e se era il caso diffondersi in spiegazioni sui propri ricordi di un passato recente o sulle cose che maggiormente conosceva, tutti elementi che però riuscivano spesso efficaci nel mettere in mostra per confronto i piccoli difetti o le semplici convinzioni di qualcuno tra quanti lo stavano ad ascoltare. Non rideva quasi mai, eppure gli piaceva quando qualcuno comprendeva appieno le sue battute di spirito e si lasciava andare a qualche risata sguaiata. Con sua moglie, quando erano soli, si faceva generalmente più serio, e quando qualche volta gli veniva da esprimere una battuta di spirito a lei particolarmente gradita, la lasciava ridere a lungo compiacendosi della propria dote di intrattenitore e di umorista pur senza mostrarsi mai troppo come tale. Anche sul lavoro oscillava regolarmente tra la leggerezza di qualche espressione simpatica e la serietà sempre richiesta per affrontare con impegno i propri compiti.

            Rispetto alle persone più estrose che conosceva e che frequentava, secondo lui alcuni erano criticabili sempre e comunque in un modo piuttosto palese, pur senza mai esagerare, tanto da usare addirittura delle parole un po’ ironiche per definire questo individuo di turno oppure quell’altro, ma per coloro che invece per qualche motivo si salvavano dal suo giudizio inflessibile e un po’ tagliente, si mostrava persino attratto e affascinato da certe loro maniere di essere e di comportarsi. La sua critica il più delle volte appariva fine e leggera, evidenziando anche l’uso costante di un certo sarcasmo, ma nel momento in cui era lui stesso ad essere attaccato dallo spiritoso giudizio di altri, allora si prestava malvolentieri a questo gioco, sottraendosi rapidamente ai discorsi che lo riguardavano con una scusa o con l’altra. Non gli piaceva mai stare troppo sulla difensiva, e in tutti quei casi era solito cambiare rapidamente discorso oppure allontanarsi decisamente dal gruppo di amici che lo stava prendendo di mira. Mostrava il suo solito sorrisetto disimpegnato, certe volte, come a togliere qualsiasi importanza agli argomenti forniti per ridere alle sue spalle, evitando in questa maniera di dare ulteriore spago a tutti coloro che provavano il desiderio di prenderlo in giro.

            Generalmente non gli piaceva camminare per strada da solo come a mostrarsi un po’ sfaccendato, e in ogni caso, nel momento in cui attraversava le strade e i marciapiedi della sua cittadina, si fermava volentieri a scambiare qualche parola con chiunque gli sorridesse o lo salutasse, come ci fossero sempre in ballo con qualcuno delle cose importanti di cui trattare, nonostante ogni incontro fosse naturalmente del tutto casuale. Certe volte parlava di politica con tre o quattro amici, pur in maniera superficiale, e i suoi argomenti erano spesso sviluppati con certe parole e con delle espressioni a suo parere del tutto oggettive, come se la propria opinione fosse già stata approvata preventivamente da un ente superiore a lui stesso, e che quindi non fossero permesse delle grandi disapprovazioni. Le sue frasi parevano a volte quasi inclassificabili, ed il proprio parere in questa maniera sembrava quasi sfuggire da ciò che diceva. I presenti lo interrompevano naturalmente con le proprie opinioni, ma lui subito dopo proseguiva con tono obiettivo, come per dimostrare che la semplice verità di cui si faceva portatore era addirittura al di sopra di qualsiasi altro argomento.

            Qualcuno, qualche volta, alzava le spalle, oppure faceva anche un gesto di intolleranza nei suoi confronti, ma in quei casi lui quasi mai interrompeva il proprio argomentare, insistendo ancora sui medesimi concetti, pur senza mai alzare la voce o dare segni di intemperanza, atteggiamenti che in qualche caso capitavano invece a chi discuteva con lui, mostrando a tutti la debolezza di perdere facilmente le staffe di fronte ai suoi modi.  

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 23 luglio 2026

Buona memoria.


            Nei primi giorni che seguirono la data del nostro matrimonio, e dopo il breve viaggio di nozze che si fu in grado di permetterci, mio marito era sembrato adattarsi piuttosto bene alla sua nuova vita, al nostro nuovo appartamento semi ammobiliato che avevamo preso in affitto, ed anche alla compagnia di una moglie giovane come me che attendeva spesso il suo ritorno dal lavoro, affacciata alla finestra del primo piano della palazzina dove abitavamo, come immaginavo fosse del tutto naturale. Ma dopo poco lui disse che aveva da parlare di lavoro con qualcuno, e che per questo motivo sarebbe uscito quella sera per incontrarsi con una certa persona in un caffè del centro. <<Torno presto>>, aveva aggiunto, e così, una volta consumata la cena, si cambiò ed uscì da casa, premendo con calma sui pedali della sua bicicletta lungo la strada quasi deserta. Effettivamente non tornò neppure troppo tardi, ma dopo pochi giorni mi fece capire che per lui uscire da casa e frequentare quel caffè dove si incontrava con gli amici per chiacchierare, prendere accordi di lavoro, giocare a carte o a biliardo, era del tutto normale, lo aveva sempre fatto, al punto che la domenica successiva, prima di fare una breve passeggiata tra le vie della nostra cittadina, portò anche me in quel locale a bere qualcosa, soprattutto credo per presentare a quei suoi conoscenti la propria moglie.

Nel giro di poche settimane, come avevo subito sospettato, Franco iniziò ad uscire con regolarità ogni sera, senza più neppure accampare delle scuse o dire qualcosa a riguardo, semplicemente prendendo la sua giacca e lasciandomi con un bacio frettoloso. Io non dissi niente, in fondo a me non dispiaceva neanche troppo rimanere da sola per qualche ora: generalmente nelle serate portavo avanti qualche piccolo lavoro di cucito che mi procurava tanta soddisfazione, mentre distrattamente ascoltavo a basso volume qualche trasmissione della radio, senza preoccuparmi d’altro. Credo non fosse qualcosa di male quello starsene ciascuno per proprio conto, anzi, a mio modo di vedere, la libertà di occuparsi ognuno delle cose da cui eravamo maggiormente attratti mi sembrava come una manifestazione di fiducia l’uno verso l’altra che forse poteva addirittura rafforzare il nostro matrimonio. Così non trovai niente in contrario nei confronti di quel comportamento, ed anche se di seguito iniziai qualche volta ad uscire nel pomeriggio con le mie amiche di vecchia data, evitavo di dirlo a mio marito, visto che tanto Franco era impegnato in quelle ore con il suo lavoro, immaginando comunque che a lui non desse alcun fastidio il mio reciproco bisogno di parlare e di confrontarmi con delle altre persone, anche se quando poi rientrava a casa evitavo l’argomento e gli lasciavo credere che fossi stata tra quelle quattro mura per tutto il giorno.

Ma quando casualmente mi incontrò per strada insieme a due ragazze insieme alle quali in quel momento stavo ridendo per delle sciocchezze che loro raccontavano, vidi subito la sua espressione rabbuiarsi mentre si avvicinava, ed anche se non mi disse niente soffermandosi con la sua bicicletta soltanto un momento per un semplice e generico saluto, io compresi perfettamente la sua contrarietà. Più tardi a casa sembrava addirittura evitare di parlarmi, ed io naturalmente cercai di tenere un comportamento il più possibile normale nei suoi confronti, proseguendo ad occuparmi delle mie cose come sempre facevo. La faccenda proseguì addirittura per alcuni giorni, fino a quando mio marito disse ad un tratto che non era contento che io andassi a giro con le amiche come se non fossi una donna ormai sposata, ed io con semplicità abbassai lo sguardo e non replicai in nessuna maniera. La soluzione a mio parere stava già nei fatti: se lui proseguiva ad uscire la sera per incontrarsi con gli amici, allo stesso modo, quando ne avevo voglia, io mi sentivo nel diritto di frequentare le mie conoscenze, senza che ci fosse da affrontare alcuna discussione in merito. Però nel periodo seguente cercai di essere piuttosto attenta, evitando un nuovo incontro come già era avvenuto, e le cose devo dire filarono via lisce, tantopiù che certe volte uscivo anche con mio fratello, e poi naturalmente andavo spesso a far visita ai miei anziani genitori.

In ogni caso penso che non aver dato a mio marito in quel caso alcuna risposta, e non essermi ripromessa qualcosa di cui in seguito mi sarei probabilmente pentita, fu motivo per far comprendere a Franco l’assurdità delle sue riflessioni, tanto più che niente mi si poteva rimproverare sia nel mio comportamento di moglie che di futura madre. Lui non tornò più sull’argomento, e secondo me dovette digerire poco per volta ciò che si era manifestato evidente ai suoi occhi, anche in considerazione del fatto che io non avevo mai detto una sola parola di contrarietà circa i comportamenti da lui tenuti. In seguito, accaddero altre cose importanti, ma fu solo dopo che rimasi incinta, peraltro senza che avessimo volutamente cercato un evento di quel genere, che iniziai a comprendere quanto quel paio d’anni in cui avevo proseguito a vedermi con tutte le persone che conoscevo erano stati comunque un bel periodo, qualcosa di cui conservare una buona memoria.

 

Bruno Magnolfi

venerdì 17 luglio 2026

Piccolezze.


            Ho sentito dire da mia zia che mio padre, pur non mostrandolo, si sente piuttosto orgoglioso dei miei risultati scolastici, ed è quindi contento di me, soprattutto perché a lui piacciono molto le persone vincenti, quelle che riescono a costruire e ad avere una personalità propria e a farsi valere dagli altri. Non so che cosa voglia dire tutto questo, e forse nelle parole di mia zia in ciò che mi ha confessato c’era persino una leggera punta di critica nei confronti del babbo, ma in ogni caso a me tutto quello che proseguo a fare riesce così naturale che non potrei essere una bambina diversa da come sono ed appaio agli occhi di tutti. Lui certe volte dice anche che probabilmente sono un po’ fortunata, ed io gli sorrido, perché credo comunque che questo sia un bel complimento, e che al contrario di mio fratello io sia capace di trovare con facilità il tratto positivo delle cose, come mi ha anche spiegato la mia maestra, e a superare in questo modo ogni compito o difficoltà che mi trovo ad affrontare. A mio padre probabilmente piacerebbe che si manifestasse in questo senso una maggiore somiglianza tra me e mio fratello, e che magari io mi prendessi l’impegno di essere, oltre ad una sorella maggiore, anche una guida nei confronti di Marco, sia nelle normali cose da fare, ma soprattutto nei nostri studi, anche se a me purtroppo torna estremamente difficile spiegargli ciò che è necessario sapere, o come ci si comporta sui banchi scolastici, perché lui è sfuggente, sempre chiuso in sé stesso, come se non desse nessuna importanza a ciò da cui è circondato.

            Lui appare perennemente il bambino malato, quello debole, colui che non riesce a tirarsi fuori dal ruolo che ha assunto dopo aver trascorso tanto tempo in mezzo agli ospedali, al punto che è come se adesso portasse costantemente con sé la sua malattia, persino nei suoi modi fare, o nell’osservazione della realtà, e nel suo confrontarsi con gli altri, talvolta anche nei miei riguardi e persino verso quelli di nostro padre, che ovviamente lo vorrebbe più reattivo, forse più forte, e soprattutto un po’ più combattente. Quando sto con mia zia lei non mi chiede quasi niente di lui, come se quasi non fosse interessata alla sua crescita, al suo sviluppo, al suo risollevarsi dai periodi difficili che si è trovato a trascorrere. Non ho mai pensato fino ad oggi a come sarà il suo futuro, però quando lo guardo, pur nel dispiacere che provo spesso per la sua incapacità nel divertirsi e nel giocare con me o anche con gli altri bambini proprio come sempre si dovrebbe alla sua età, ritengo che conservi in sé stesso come una parte di colpa, incapace come si è dimostrato di cambiare il proprio atteggiamento passivo, e di risollevarsi dalla veste che ha assunto poco per volta. Mio padre una volta mi ha persino spiegato che Marco è come se fosse adirato con tutti, quasi che ritenesse colpevole ciascuno di noi delle sofferenze che ha dovuto sopportare in prima persona, ma io non ci credo, e poi mi dispiace davvero non essere in grado di aiutarlo come sicuramente meriterebbe.

            Poi mio padre dice che tutte queste sono soltanto semplici piccolezze, e che non ci vorrebbe neppure molto per superare d’un balzo ogni ostacolo. Lui dice che per riuscire ad essere bravi oggigiorno ci vuole tutto l’impegno possibile, ma soprattutto sapere dentro noi stessi che cosa realmente si desidera. Alla fine, solleva le spalle, aggiunge che forse non lo sa neppure lui, e che la realtà è davvero complessa, e che risulta composta da una serie innumerevole di enormi sciocchezze. Io naturalmente lo ascolto, anche se non sono d’accordo, e mi pare che sia talmente difficile comprendere che cosa possono essere le cose davvero importanti al punto che non valga neppure la pena di porsi questo tipo di problemi, e che sia fondamentale soltanto impegnarsi in ciò che ci piace di più e che per natura ci riesce di affrontare con maggiore facilità. La mia mamma non interviene quasi mai su questi argomenti, perchè per lei probabilmente le cose sono del tutto invariabili, e dobbiamo accettare tutto quanto senza porsi neppure il problema di cambiare le nostre azioni e i nostri pensieri. Quando certe volte parlo con Marco, spiegandogli magari che cosa sia successo in quel certo giorno nella mia classe, o che cosa è stato detto dalla maestra o da qualcuno dei miei compagni, mi sembra che le sue riflessioni, mentre continua ad ascoltarmi in perfetto silenzio, siano estremamente lontane dalla realtà, quasi che esistesse un mondo immaginario e parallelo nella sua mente, qualcosa che lui prosegue giorno per giorno a costruirsi per conto proprio.      

            A mio padre non ho mai detto qualcosa del genere, anche perché lui non mi chiede mai un parere su mio fratello. Anche mia zia d’altronde non affronta mai argomenti del genere, e se anche io non dico niente a nessuno di quello che qualche volta mi pare di intuire o comprendere su Marco, alla fine devo riconoscere che il suo atteggiamento nei confronti di tutti è estremamente particolare, totalmente diverso da quello di tutti gli altri bambini che frequento o che conosco.

 

            Bruno Magnolfi 

domenica 5 luglio 2026

Tralasciata.


            Durante i periodi estivi dei due anni a cavallo tra il momento in cui mi sposai e quando rimasi in stato interessante della mia prima figlia, certe sere andavo a ballare con mio marito in un locale all’aperto, alla buona, dove venivano fatti suonare dei dischi dell’epoca e si poteva bere qualche birra. Ci ritrovavamo tra vicini di casa, conoscenti, qualche negoziante della zona, e poi qualche ragazza scatenata che con il fidanzato faceva divertire quasi tutti. Era l’epoca dei balli all’americana, un po’ sportivi, dove ogni passo pareva quasi una sfida, anche se io andavo sulla pista, con mio marito o con mio fratello, solo quando il giradischi suonava qualcosa di lento e di romantico. Però mi piaceva osservare gli altri, le loro espressioni, i gesti con cui venivano trovate facilmente delle affinità, e quando tutti sembravano felici di poter sentirsi così liberi e di non essere più oppressi dopo i tempi della guerra terminata soltanto da pochi anni. Gli uomini fumavano incessantemente, parlando e restando in piedi nei loro calzoni larghi, e le donne spesso tenevano i capelli accuratamente raccolti in un fermaglio o in una acconciatura ben studiata, a differenza di qualcuna forse più moderna che lasciava la propria chioma libera sopra le spalle. Qualche sera veniva anche la mia amica, e a me piaceva stare con lei anche senza ballare, mentre mi raccontava le cose più strampalate con i suoi modi piacevoli e simpatici. <<Siamo sposate, Rachele>>, mi ripeteva a volte ridendo, <<e adesso la nostra vita è cambiata, e possiamo sentirci libere con i nostri mariti, via dai nostri genitori antichi>>.

            Non so se riuscivo a provare davvero il suo stesso entusiasmo, anche se piaceva anche a me lasciarmi un po’ andare in quelle serate piene di gente e con la musica forte nelle orecchie, però ogni tanto mi ritrovavo in qualche angolo da sola nel ripercorrere per qualche attimo i miei tanti pensieri, e riattivare rapidamente la mia intimità, la mia personalità un po’ introversa. Mi pareva difficile, almeno per come sono fatta io, essere davvero in grado di sfuggire per un’intera serata a quella nota di tristezza che certe volte sembrava non lasciarmi mai, e difatti mi bastava gettare un’occhiata verso qualche anziano più in disparte, ed osservare per un solo momento coloro che si mettevano su una sedia ai margini di tutto, per sentirmi immediatamente come loro, con l’espressione seria, mentre tutti parevano solo ridere e divertirsi. Poi da me tornava mio marito, oppure mio fratello, e tutto quanto pareva già alle spalle, e si poteva riprendere a ballare, e a misurare i passi di quei lenti che tentavano di sciogliere quelle piccole preoccupazioni che non volevano andarsene mai dalla mia mente.  

            Ad un certo punto poi, si decideva di tronarcene a casa, io, mio marito, e anche i miei familiari, così si salutavano gli altri che ancora desideravano trattenersi in quella piccola balera, come a voler ancora assaporare la necessità di stare in mezzo a tutti, senza alcuna preoccupazione apparente, e noi così si ritrovava rapidamente il silenzio della strada fioca, rischiarata dai pochi lampioni, coi nostri passi che risuonavano ritmicamente sul marciapiede, nell’improvviso silenzio della tarda serata. Mio marito tirava fuori dalla tasca la chiave del portone e in un attimo eravamo pronti per distenderci nel letto, per ritrovare il fresco delle lenzuola e della calma del nostro piccolo appartamento d’affitto. Nasceranno là dentro i miei due figli, a distanza di tre anni esatti l’uno dall’altra, e niente in seguito mi permetterà più di frequentare ancora quel locale. La mia amica invece dopo quel periodo non fece neanche un figlio insieme a suo marito, e qualche volta forse ho invidiato la sua lunga giovinezza, e forse anche quella libertà di cui sempre parlava e che pareva del tutto necessaria per una persona come lei. Avrei voluto a volte parlarle dei miei affanni, della fatica che a volte provavo nelle lunghe giornate quasi vuote, nell’attesa del ritorno dal lavoro di mio marito Franco, sempre preso dai suoi problemi, forse incapace di accorgersi di quella luce di tristezza che a volte mi passava sopra gli occhi. Fu in quel periodo che imparai a trattenere dentro di me tutto ciò che poteva apparire poco appropriato per una donna sposata da poco tempo, con una vita familiare davanti persino troppo  complicata e tutta da interpretare, se solo fossi riuscita ad avere una personalità più definita.

            I miei genitori e mio fratello ogni tanto venivano da me per farmi una breve visita, abitando peraltro poco lontano, ma io mi sentivo così quasi a disagio di fronte a loro, provando una maggiore contentezza quando ero io ad andare a fargli visita, ritrovando la vecchia abitazione degli anni belli, gli oggetti d’uso, i mobili, tutte le cose che avevano visto la mia giovinezza e ascoltato le loro parole serie e a volte anche severe. Poi mi passava la tristezza, e quando rientrava Franco sapevo già che cosa avrebbe detto e come si sarebbe comportato, tirando fuori con me i suoi modi di sempre, quella sua apparente indifferenza che speravo un giorno o l’altro di riconoscere almeno in parte tralasciata.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 29 giugno 2026

Dalla loro voce.


            Il mio compagno di banco è un tipo che normalmente parla molto, tanto che spesso non lo ascolto nemmeno, soprattutto perché mi annoia abbastanza sentire uscire continuamente dalla sua bocca delle storielle talmente forzate da apparire alle mie orecchie del tutto inverosimili. Per la maggior parte delle volte però lo ascolto in silenzio, ed anche se non dico niente e non faccio neppure delle espressioni particolari con la faccia, lui mi guarda e sembra contento, come se gli fosse sufficiente dimostrare la propria capacità di inventare qualcosa su due piedi; qualcosa che possa apparire, se non del tutto vero, però almeno credibile. Così oggi, per non fare sempre la figura dell’introverso, gli ho accennato di uno zio che da molti anni lavora come secondino nel carcere della città. <<Lui ne sente ogni giorno di tutti i colori>>, gli ho spiegato, <<perché i carcerati hanno sempre bisogno prima o dopo di liberarsi dei segreti che ognuno porta con sé, e mio zio ha la capacità di dimostrarsi uno che sa ascoltare tutto senza giudicare, solo per il gusto di venire a conoscenza di cose che non potrebbe mai sapere in altra maniera. Certe volte poi viene a casa nostra quando è libero dal lavoro, e spesso si trattiene per la cena, così si mette seduto al tavolo tra mio padre e mia madre, ed inizia con calma a raccontare delle cose che ha sentito tra le celle e tra i corridoi della galera dove trascorre tutto quel tempo di ogni giorno>>. Il mio compagno resta di sasso, con gli occhi e con la bocca aperta, perché non immaginava che io avessi una fonte attendibile di vicende criminose così a portata di mano, ed allora mi chiede di raccontagli subito qualcosa che ho sentito dire da mio zio.  

            Naturalmente io non ho neanche uno zio, e la mia famiglia non ha mai avuto niente a che fare con il carcere, però l’improvvisa attenzione del mio compagno mi ha subito spinto ad inventare qualcosa che si dimostrasse all’altezza del preambolo, anche se ho detto subito che quelli di cui ero a conoscenza erano segreti quasi irrivelabili, e che quindi non potevo adesso dire proprio tutto, ma soltanto una parte di quello che sapevo. Lui naturalmente ha aperto subito le orecchie: <<Ci sta un ergastolano, per esempio, che ha strangolato un uomo a mani nude>>, gli ho spiegato; <<lo ha fatto per pura gelosia, solo perché immaginava che l’altro insidiasse la sua donna. Ha cercato poi di far sparire quel cadavere gettandolo in un fosso, ma la donna si è insospettita quasi subito, e dopo qualche giorno ha dato l’allarme. Quando le divise sono andate ad interrogarlo lui ha cominciato a contraddirsi di fronte alle domande che tutti gli ponevano, e in poco tempo ovviamente ha confessato, indicando anche il luogo dove trovare l’ucciso>>. Poi mi sono fermato, anche se il mio compagno insisteva per conoscere altri particolari, ed allora ho alzato le spalle come ad indicare che non dipendeva da me la possibilità di raccontare tutto, e che avevo promesso il silenzio sia su quella che su altre vicende.

            Tutto ciò ha acceso incredibilmente la fantasia e la voglia di conoscere altre storie scabrose da parte del mio compagno di banco, ma soprattutto, mentre la nostra maestra riprendeva con le sue lezioni una volta terminato l’intervallo, a lui gli deve essere sembrato che le sue storielle, al confronto con quelle di cui io ero in grado di venire a conoscenza, fossero soltanto delle sciocchezze quasi prive di qualsiasi importanza, tanto che non ha cercato per tutta la mattinata di raccontarmi niente di sé e di ciò di cui a volte si è dimostrato tanto ferrato. Durante un’altra pausa della mattinata gli ho detto sottovoce che non doveva dire niente a nessuno di quello che gli avevo rivelavo, altrimenti avrei immediatamente smesso di raccontargli altre storie simili di mio zio, e lui mi ha subito spergiurato di non farne parola a nessuna anima viva. Mi veniva quasi da ridere mentre lo osservavo fare quelle espressioni del viso così serie, e poi anche riconoscere nei suoi occhi una tale convinzione nel riuscire veramente a mantenere con altri quei segreti di cui potevo metterlo al corrente che ad un tratto mi sono sentito estremamente superiore a lui per arguzia, e questo mi ha dato un certo conforto riguardo a tutte le baggianate con cui si è fatto bello lui favoleggiandole come cose vere.   

            <<In galera poi ne succedono di tutti i colori>>, gli ho spiegato durante un’altra pausa, <<e ci sono addirittura delle persone che non smettono mai di cercare la fuga in un modo oppure nell’altro, ma soltanto chi tiene tutto per sé riesce a mettere in piedi un piano davvero efficace. Mio zio conosce bene i modi e gli atteggiamenti dei carcerati, e spesso riesce a comprendere anche da pochi elementi quando quelli stiano per inventarsi qualche stratagemma per tagliare la corda, e per questo è stimato, ed è grazie a queste sue capacità che qualcuno va da lui spontaneamente per confessare addirittura delle malefatte che neppure un giudice è riuscito a strappare dalla loro voce>>. 

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 11 giugno 2026

Rientro a casa.


            Quando Marco ebbe l’età di sei anni circa, appena trascorsi in casa quei particolari giorni di euforia nel periodo in cui suo padre si era lanciato nell’acquisire la patente di guida ed acquistare a rate quella piccola utilitaria di seconda mano che pareva quasi la propria svolta essenziale e a cui sembrava tenere in maniera quasi maniacale, lo stesso genitore decise per quella domenica ventura della fine di giugno di concedere alla sua famiglia una gita fuori dal paese di Volterra dove loro abitavano, e di raggiungere speditamente con la moglie e i due figli una spiaggia lungo il litorale marino delle vicinanze. Sua madre aveva detto subito, come se quella fosse quasi stata una scusa accettabile per non uscire neanche da casa, che non possedeva neppure un costume da bagno, ma sua sorella Loriana si era mostrata invece così entusiasta per quella idea di trascorrere una giornata sulla spiaggia da mettersi addirittura a saltellare per la felicità. Suo padre aveva riso a lungo dell’atteggiamento di sua figlia, anche se Marco al contrario era rimasto al solito impassibile, quasi indifferente, come fosse impossibilitato ad esprimere una propria opinione nei riguardi di quella proposta. In breve, la famiglia aveva comunque preso in fretta tutto ciò che poteva servire per quella giornata, e in poco tempo la macchina fu messa in moto ed il breve viaggio ebbe il suo inizio.   

            <<Mi sembra tu stia andando un po’ troppo spedito>>, aveva detto sottovoce quasi subito Rachele al marito mentre praticamente sembrava di fatto dare voce al proprio desiderio intimo di far abbassare l’entusiasmo con cui lui stava guidando, che peraltro sembrava impiegare nei propri gesti tutta l’attenzione di un neopatentato che si trova ad affrontare una strada statale per quel giorno così trafficata e colma di imprevisti. A questo proposito lei, rigorosamente seduta al fianco del guidatore, si mostrava tutta tesa nel suo ruolo di rilevatrice di ostacoli o di improvvisi inconvenienti, e per questo motivo appariva costantemente concentrata con sguardo incrollabile nell’osservazione della striscia di strada asfaltata davanti all’auto, pronta naturalmente nel segnalare a suo marito qualsiasi elemento degno di un’attenzione sufficiente ad evitare frenate brusche o pericolose manovre improvvise. Loriana, seduta con suo fratello sul sedile posteriore, proseguiva come sempre a raccontare qualcosa che le era venuto in mente a proposito delle famiglie delle sue compagne di scuola, che improvvisamente nelle sue parole sembrava si recassero regolarmente nei luoghi vacanzieri della costa, sfoggiando automobili lucide, impeccabili, e anche di grossa cilindrata, mentre nei racconti sottolineava come talvolta quelle famiglie proseguissero a ridere e a godere della propria fortuna, come se stessero usufruendo di un privilegio unico in quel potersi permettere attività di quel tipo.  

            Il mare, comunque, quel giorno era bellissimo, e quando furono davanti alla costa fermarono la macchina e raggiunsero quella spiaggia non eccessivamente affollata di ombrelloni e di sedie a sdraio. Si sistemarono con degli asciugamani intorno ai propri vestiti sistemati con buona cura, e siccome lì vicino c’era un bagno attrezzato, il padre Franco, dopo essersi bagnato i piedi tra le piccole onde del bagnasciuga, si era spinto a curiosare fin lì per informarsi sui mosconi a remi e sulle barche a noleggio che un cartello invitava a provare. Quando infine era tornato indietro aveva proposto subito a Loriana di fare un giro di mezz’ora o un’ora intera insieme a lui su una piccola lancia a remi, tanto che i due tornarono svelti a quel bagno e in breve presero il mare con una barchetta dopo la naturale rassicurazione fatta a Rachele di non allontanarsi troppo dalla riva. Marco naturalmente a quella proposta si era limitato a scuotere la testa senza alzare neppure lo sguardo dalla sabbia accanto a sé, restando perciò seduto nei suoi calzoncini azzurri, del tutto contrario alla richiesta di sua madre di togliere almeno la maglietta e prendere così sopra le spalle un po’ di sole.  

            Il padre e la sorella di Marco avevano perciò preso a solcare con quella barca le piccole onde azzurre e schiumose di fronte al resto della famiglia, sospinti dai remi che Franco non sembrava neppure utilizzare troppo bene pur impegnandosi al massimo, però restando fedeli alle promesse di non allontanarsi troppo dalla riva e quindi di trattenersi sempre ad una distanza di tutta sicurezza. Marco e sua mamma, seduti sulla sabbia, erano rimasti in silenzio per quasi tutto il tempo, senza minimamente commentare i gesti e l’avventura degli altri due, anche se forse in mezzo ai loro pensieri era iniziata ad evidenziarsi quella piccola crepa familiare, quella sottile differenza, sicuramente una cosa di assoluto poco conto, ma che mostrava come i caratteri dei componenti fossero divisi a due a due nella propria definizione di svago. Franco e Loriana infine tornarono, e come c’era da aspettarsi  mostrarono tutto il loro entusiasmo per quel divertimento, mentre Marco e sua madre conservavano ancora sulla faccia l’espressione seria di chi giudica quegli atteggiamenti soltanto una sciocchezza. Più tardi poi, rientrarono tutti a casa.  

 

            Bruno Magnolfi