venerdì 16 ottobre 2026

Sin qui per niente.


            Il ragazzo era venuto a suonare alla porta con una certa timidezza, come se, nonostante l’alto ufficio di cui era investito, conservasse dentro di sé la sua natura di persona che ha ancora molto da imparare nei confronti degli altri. Loriana era andata subito ad aprirgli, e da bambina piena di ottimismo, quasi nella speranza di trovarsi di fronte qualcuno che portasse con sé una buona notizia, aveva allargato un vago sorriso trovandosi di fronte ad un ragazzo più grande di lei con indosso pressappoco l’abito di un sacerdote, come fosse una maschera di carnevale, almeno agli occhi di chi non frequentava quasi mai la chiesa locale. <<Ci sarebbe il parroco che desidererebbe fare la benedizione alla casa>>, aveva detto il ragazzo quasi incespicando sulle sue stesse parole che probabilmente aveva preparato da tempo e continuava a ripetere presso chiunque gli aprisse la porta. Loriana era rimasta perplessa per qualche secondo, poi, non volendo apparire scontrosa, aveva detto: <<Va bene>>, nello stesso momento che il suo interlocutore tornava a scappare per strada e a lei non restava nient’altro da fare che domandare immediatamente alla sua mamma se avesse fatto bene a rispondere in quella maniera. Rachele, interpellata così da sua figlia, si era avvicinata immediatamente all’ingresso, aveva compreso al volo di cosa si trattasse, ed infine aveva soltanto detto, quasi tra sé: <<Perché no; in fondo una benedizione non potrà certo farci del male>>.

            Dopo pochi minuti durante i quali la porta era stata lasciata socchiusa, era arrivato, in carne ossa e tonaca, il vero prete, seguito da due o tre bambini vestiti come lui, e con l’espressione sul viso di un estraneo che sta per inoltrarsi in ambienti che non conosce, si era fermato davanti alla donna e a sua figlia. <<Non ci siamo visti molto ultimamente, mi pare>>, aveva detto attaccando con la solita polemica dei sacerdoti, sempre alla ricerca di devoti frequentatori della Chiesa pronti ad abbassare rapidamente la testa e a dichiararsi pentiti del comportamento tenuto. Poi aveva comunque preso, senza aspettare una vera risposta, le attrezzature che uno dei suoi piccoli aiutanti gli aveva allungato, e mentre stava già iniziando la sua attività di benedizione, Rachele aveva voluto ribattere. <<Purtroppo non abbiamo avuto molto tempo per frequentare la sua Chiesa ultimamente, tantopiù che il mio bambino più piccolo probabilmente avrà necessità di essere ricoverato di nuovo in ospedale>>. Tutto questo le era arrivato alle labbra quasi con perfetta normalità, come se persino un prete fosse in grado di comprendere la propria sofferenza e la propria preoccupazione.

            Aleggiò nella casa un lungo momento di leggero imbarazzo, poi, nel silenzio nel quale tutti i presenti sembravano volersi adagiare ancora prima di sbagliare con un’ulteriore espressione fuori luogo, giunse lentamente Marco in pigiama e con le pantofole ai piedi fino a fermarsi sull’uscio che dava nell’ingresso, forse curioso di vedere e capire che cosa stesse mai capitando, ora che lui ormai da giorni e giorni era continuamente spossato da una debole febbre e da un gran mal di testa. Il prete lo osservò per un attimo, parve sorridergli come per incoraggiarlo in qualcosa, mentre Rachele andava da Marco come per proteggerlo da qualche elemento al momento evidente soltanto a lei, e fu a questo punto che il sacerdote, tenendo ancora in mano l’oggetto sacro per benedire, si avventurò nel dire che qualche preghiera alla Madonna forse avrebbe fatto guarire prima quel bel bambino così debole e pallido. La mamma allora prese in collo suo figlio, nonostante fosse già grandicello per essere tenuto così, e disse sottovoce che se la Madonna avesse voluto prendersi cura di lui lo avrebbe già fatto. I ragazzetti vestiti da prete restavano immobili, mentre il sacerdote con la sua tonaca nera pareva vagamente in imbarazzo anche se non sembrava voler darsi per vinto.

            Perciò disse qualcosa probabilmente in latino mentre riprendeva a benedire le mura, e poi comprendendo che in quella casa non avrebbe ottenuto niente di più, allargò la porta che era rimasta comunque aperta per tutto quel tempo, con l’intenzione di andarsene con i suoi ragazzetti e le sue attrezzature. <<Dica lei una preghiera per questo bambino>>, disse allora Rachele tenendo ancora Marco tra le braccia, <<che forse avrà modo di essere ascoltata dall’alto più di ogni altra nostra invocazione>>. Lui si fermò sulla soglia, si volse appena verso la donna, annuì come se fosse un suo dovere comportarsi in quel modo, e poi scese frettolosamente le scale, seguito dai suoi ragazzi. A Rachele, rimasta da sola con i suoi due figli, venne improvvisamente da piangere per la consapevolezza di essere stata lasciata in disparte persino da chi dovrebbe sempre stare dalla parte di chi soffre, ma subito si riprese, così riportò Marco nel suo letto, disse qualcosa poco importante a Loriana e subito dopo riprese a compiere le solite azioni di sempre, il cucito, riassettare la casa, preparare qualcosa per la cena della famiglia. <<Mamma>>, disse allora sua figlia, <<quell’uomo non ci ha voluto aiutare; non capisco neppure perché sia venuto sin qui>>.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 14 ottobre 2026

Coinvolto.


            Se ci penso, da padre di famiglia quale sono, mi sento tutt’ora dispiaciuto. Da quando Marco ha ripreso una vita più normale dopo la sua lunga e dolorosa malattia, ho cercato in ogni modo di incoraggiarlo e anche di spingerlo talvolta ad intraprendere qualche attività sportiva possibile in una cittadina come la nostra, in modo semplicemente da fargli recuperare quell’agilità che indubbiamente deve possedere un bambino dei suoi anni, ma in nessuna disciplina in cui ho tentato di farlo inserire è riuscito ad appassionarsi al punto da mostrare un pur piccolo talento soprattutto nei confronti dei compagni con cui si è trovato sportivamente a confrontarsi. Ho notato subito che nei giochi di squadra non era mai all’altezza degli altri, e che per quanto riguarda le attività agonistiche da svolgere in solitaria a lui non è mai riuscito distinguersi per uno stile proprio o per una qualche capacità particolare. Persino a scuola l’insegnante di ginnastica è riuscito a lamentarsi del suo scarso impegno negli esercizi che vengono impartiti nella piccola palestra che gli alunni hanno a loro disposizione. Senza parlare anche delle altre varie materie scolastiche, in cui Marco sembra non riuscire mai a brillare in qualche modo, sia che rappresentino attività matematiche o scientifiche, oppure anche quelle storiche o specificamente letterarie. Insomma, sembra proprio che lui si accontenti in qualsiasi campo di essere un mediocre, e tutto ciò mi provoca un certo dispiacere unito a rabbia.

            Così ho finito per non chiedere più niente di lui a mia moglie, visto che i suoi risultati scolastici mi sono apparsi sempre più dei semplici elementi di cui preferisco non sapere quasi niente, piuttosto che sentirmi rispondere ancora che neppure la sua insegnante sembra soddisfatta dei suoi scarsi successi. Così, in questa mattina di domenica, ho portato Marco per l’ennesima volta presso quel campetto erboso dove l’organizzazione comunale imbastisce dei corsi di calcio per bambini, e mi sono dovuto rendere conto una volta di più che lui non è affatto interessato nel tirare delle pedate a quei palloni che si ritrova davanti ai piedi, in alcun ruolo venga smistato a giocare, ed anche soltanto quegli esercizi di riscaldamento muscolare che l’allenatore ordina per tutti prima di lasciar scatenare quei ragazzetti urlanti in qualche breve partita tra di loro, non sono affatto le cose a cui sembra in qualche modo interessato. A maggior dimostrazione di tutto questo, una volta terminata la lezione, lui non desidera neppure seguire i suoi compagni negli spogliatoi, preferendo farsi una doccia e cambiarsi per conto proprio una volta rientrato nel nostro appartamento.

            Appare evidente che persino con i suoi compagni non si senta troppo a suo agio, e che non sia interessato a conoscere i vari pareri che ovviamente loro si scambiano a proposito di un ruolo della formazione oppure dell’azione portata avanti da qualcuno, o magari della strategia introdotta da tutta una squadra per raggiungere un certo risultato. Perciò sono sbottato, e senza mezze misure gli ho detto, una volta rimasti da soli, che ero deluso di lui e della sua scarsa capacità nello svolgere quelle attività in fondo normali per tutti i bambini dei suoi stessi anni. Marco non mi ha neanche guardato, ha abbassato semplicemente gli occhi ed è rimasto in silenzio, come se già conoscesse quell’opinione, non trovando praticamente niente da obiettare in nessun modo. <<Ti dimostri sempre deludente, qualsiasi attività ti trovi a compiere>>, gli ho detto per cercare soprattutto di scuoterlo e di ferirlo nel proprio orgoglio. <<Non credo ti possa neppure interessare o meno l’abbandono, come sinceramente credo sia meglio per tutti, di questi allenamenti. Anzi, forse potresti essere proprio contento di smettere la domenica mattina nel ritrovarti con gli altri ragazzetti a fare un po’ di ginnastica e di giocare con loro all’aria aperta>>. Poi sono rimasto in silenzio anch’io, e dopo una lunga pausa Marco ha detto sottovoce che sarebbe stato meglio anche per suo parere.       

            Mi sono sentito improvvisamente scontento, quasi addolorato, nel rendermi conto di avere un figlio senza dei veri interessi esattamente come sembra essere Marco, perciò, mi sono ripromesso da ora in avanti di disinteressarmi al massimo di lui e delle sue passioni mancanti, in modo da non provare più dentro di me questo senso di amarezza per la sua mediocrità. Non ne ho parlato con Rachele, non me la sono sentita, perché lei sicuramente non comprenderebbe il mio senso di delusione, e poi non mi va di renderla consapevole delle mie aspettative nei confronti di nostro figlio, e tutto sommato reputo più utile per me lasciare che le cose della mia famiglia vadano avanti per conto proprio, e che se ne occupi maggiormente mia moglie che riesce ad avere, forse anche molto più di me, il polso aggiornato della situazione, piuttosto che incaponirmi ad ottenere qualche risultato soddisfacente. E poi adesso che ho messo a punto queste mie pacate riflessioni, ecco che di colpo credo di sentirmi meglio, già più rilassato, e quasi di non provare più nei confronti di Marco quell’aspettativa antipatica che fino ad oggi mi ha sempre coinvolto.

 

            Bruno Magnolfi    

 

domenica 11 ottobre 2026

Dietro l'angolo.


            <<Ho sempre pensato di non essere in grado di occuparmi di bambini>>, confessa lei quasi in un debole mormorio. Poi si volta leggermente dal lato del letto dove resta accesa la lampada sopra al piano del suo comodino, come se le cose da dire le venissero meglio se non riesce ad avere nel suo campo visivo la fisionomia di suo marito. Il medico le ha detto che non deve mai dormire con la pancia contro al materasso del letto ora che la sua gravidanza inizia a mostrarsi, e che deve comunque cercare di resistere, anche se la sua posizione naturale per il sonno sarebbe stata quella. <<Ed anche adesso credo che quando sarà il momento non riuscirò a comportarmi in modo adeguato>>, dice ancora, <<anche se sono contenta che nelle nostre giornate ci sia ormai alle porte una novità di questo genere>>. Lui resta disteso supino ad osservare il soffitto, ed intanto riflette sul fatto che probabilmente non saprà neppure lui come comportarsi con un frugoletto che gli starà tra le mani e che chiederà tutte le attenzioni possibili, però sa che una famiglia non sarà mai del tutto completa senza dei figli. <<Tu non ti arrabbierai se mi dimostrerò sbadata, o se chiederò spesso il tuo aiuto, anche nelle cose più semplici, nelle minute attività da compiere, non è vero?>>. Franco non la guarda, prosegue a pensare a come si sentirà lui nel momento che in casa ci sarà quella presenza; poi dice soltanto, forse più a sé stesso che a sua moglie: <<Andrà tutto bene, lo sento>>.

            Poi restano a lungo in silenzio, mentre giungono fino alla loro camera dei rumori forse di qualcuno che sta passando a piedi lungo la strada. Rachele vorrebbe tanto che lui le prendesse la mano, che la rassicurasse di più, che le facesse sentire il suo appoggio morale in quello che forse diventerà uno dei momenti più importanti della loro vita, ma suo marito non si muove, ed anche lei resta ferma, immobile, in quella posizione che adesso le pare abbastanza riposante. <<Tra poco dovrebbe iniziare a scalciare, ha detto il dottore, ma io ancora non ho sentito alcun movimento, e non riesco ad immaginarmi neppure se sarà un maschio oppure una femmina>>. Franco osserva per un attimo il proprio orologio sopra al comodino, come per ricordare anche a lei che l’indomani dovrà andare presto a lavorare, poi dice senza troppa convinzione che sarà molto contento se arriverà una femmina, perché con i maschi lui non pensa di saperci fare. <<Mi piacerebbe una bambina con i capelli lunghi e raccolti dietro la testa, una figlia ben educata e rispettosa dei suoi genitori, qualcuna da poter portare a giro per il paese con tutto l’orgoglio che potrò provare>>.

            A Rachele piace l’idea: forse ci sarà bisogno di femminilità nella loro casa, si immagina, e poi con una bambina sarà più facile trovarsi d’accordo, insegnarle poco per volta quello che serve, lasciarla ai suoi giochi di bambole senza la prepotenza che a volte tirano fuori i maschi come quelli che vede per strada in certi giorni. <<Va bene>>, dice alla fine delle sue riflessioni, <<anche io sarò contenta se sarà una bambina, sentirò maggiormente la sua vicinanza, e potrò essere forse facilitata nei miei compiti di mamma>>. Infine, lei spenge la lampada, attende un momento che Franco dica ancora qualcosa, quasi sperando in una parola di conforto che le pare quasi necessaria, ma lui forse si sta già addormentando e probabilmente in questo momento non ha più voglia di pensare al prossimo futuro, oscurato nella sua mente dalla pesante giornata che lo attende. Il rumore per strada intanto torna a farsi sentire come prima, ed adesso sembra quasi inquietante, al punto che Rachele prova la voglia improvvisa ed assurda di piangere, non sa neppure bene perché, forse soltanto per le giornate che di colpo paiono quasi precipitare verso il momento finale della sua gravidanza.

            Qualcuno, stonando, sul marciapiede giù in basso attacca a cantare un ritornello in voga quell’anno, e lei immagina due uomini ubriachi che tornano a casa barcollando e cercando di gettarsi dietro alle spalle delle giornate trite ed insignificanti, tutte più o meno simili, anche se è consapevole che forse non è colpa loro se le cose stanno andando avanti in quella maniera. Alla fine, torna il silenzio, ma a Rachele non piace quel vuoto, e quasi desidererebbe che gli ubriachi tornassero indietro, che dessero ancora il segno di essere là, sulla strada, a farsi travolgere di nuovo dalle vicende del mondo, ridotte nel formato di quel piccolo paese dove tutti si conoscono, e dove probabilmente neppure la nascita di una bambina, oppure di un bambino, è una vera novità rilevante. <<Resterò una donna>>, dice poi mormorando in modo impercettibile, <<ancora prima di essere una mamma. E forse avrò bisogno di tanto coraggio per affrontare una trasformazione che in questo momento mi appare così difficile e complessa, anche se sono cosciente che metterò tutto il mio impegno per mostrarmi adatta al nuovo compito che oramai è proprio dietro l’angolo>>.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 9 ottobre 2026

Chi lo conosceva.


            Per Marco l’anno nuovo era davvero iniziato malissimo, con quel ricovero d’urgenza nell’ospedale Monna Tessa di Firenze che in seguito lo avrebbe trascinato, ancora come degente, in quello di Grosseto per alcuni piccoli interventi, ed infine e per molto tempo ancora in quello di Pisa, facendogli saltare forzatamente la scuola fino addirittura a dopo le festività pasquali. La mamma naturalmente lo aveva seguito in tutti i luoghi dove era stato portato per quelle lunghe analisi e per tutte le cure che sembravano assolutamente necessarie nonostante non dessero mai i frutti sperati, ed anche le sue giornate, avanti e indietro con i treni e con le tante corriere, erano diventate praticamente un inferno, facendola rientrare a casa ogni sera distrutta da quello spostarsi quotidianamente. Loriana per tutto quel lungo periodo era stata come adottata da sua zia, dove era rimasta a dormire per quasi tutto quel tempo, se si esclude qualche fine settimana in cui era voluta andare insieme al suo babbo a fare una visita a Marco nelle varie cliniche. Quando suo fratello ritrovava la sua famiglia attorno al suo letto indubbiamente era contento: in fondo quello che gli mancava più di tutto era la normalità, quella normalità che la mamma da sola pur con il suo impegno non riusciva sempre ad assicurargli.

            <<Non andare via>>, la implorava qualche volta quando lei già prendeva la sua borsa e si alzava dalla sedia che qualche suora le aveva messo a disposizione. Poi in certe sere lui piangeva, senza singhiozzare, ma lasciando che le sue lacrime scorressero lente e calde sulla sua faccia minuta e pallida, e la mamma allora lo abbracciava ancora, gli diceva che l’indomani sarebbe tornata e che adesso lui doveva fare soltanto una buona dormita e riposare, come se non avesse già riposato abbastanza in tutto quel tempo vuoto che ogni giornata gli metteva a disposizione. Allora lei si faceva coraggio, un ultimo bacio e poi via, anche se appena raggiunto il corridoio dell’ospedale prendeva in lei come a suo figlio la voglia impellente di piangere, ma guardava avanti, si asciugava gli occhi con un fazzoletto e andava via velocemente, forse per cercare in questo modo di tornare ancora prima a far visita al suo bambino. Uno strazio, avrebbe voluto dire a qualcuno, ma invece teneva tutto per sé, mentre i suoi pensieri tentavano di proiettarsi verso un futuro migliore e diverso per tutti.

            Dopo che Marco tornò a scuola, una volta definita ormai la sua completa guarigione, l’insegnante disse alla mamma che forse era il caso di fargli ripetere l’anno scolastico, in modo da non fargli mancare quelle basi che aveva perduto durante quei lunghi mesi di assenza, ma alla fine, anche grazie all’impegno del ragazzo e alle sue capacità dimostrate nel recuperare molto di quel tempo che aveva perduto, si decise invece di promuoverlo, a patto che durante la stagione estiva cercasse di ripercorrere il programma di tutto quell’anno, anche grazie all’aiuto di sua sorella che avrebbe dovuto seguirlo e guidarlo nei compiti e negli esercizi che la maestra gli stava riservando. In quel periodo quasi di rinnovamento, suo padre, anche in virtù di un piccolo prestito da parte della zia che aveva appena venduto dei terreni acquisiti in precedenza su consiglio del segretario comunale, decise che era possibile per loro cambiare casa, e dopo aver visto in giro nel paese alcuni appartamenti messi in vendita, concluse che ce n’era uno che faceva proprio al caso loro. Così, mentre Marco riprendeva poco per volta il colorito e tornava ad una esistenza quasi normale, fu deciso di affrontare quel nuovo trasloco, stavolta con l’aiuto di diversi amici e colleghi del padre nel compito arduo di smontare e rimontare la mobilia, che si fecero carico di aiutare quella famiglia decisamente sfortunata.

            Marco provava ancora dei piccoli dolori da qualche parte, però si andavano attenuando, ed erano ormai terminate per lui quelle diete alimentari a base di cibo insulso e senza alcun sapore. Insomma, quasi una nuova vita in quell’appartamento più spazioso dove finalmente lui e sua sorella potevano dormire in stanze separate, anche se a Marco iniziavano in quel periodo a girargli nella mente dei pensieri strani, e i suoi sogni erano costantemente attraversati da una certa voglia di riscatto, come se tutta la sua sofferenza dei periodi trascorsi adesso reclamasse un proprio peso dalla sua personalità. In fondo era sempre stato un ragazzo molto timido, ed anche in quel periodo, nonostante il superamento della sua malattia gli avesse dato sicuramente una nuova carica, i suoi modi di comportarsi verso tutti parevano rimanere costantemente chiusi alla socialità, come se fosse rimasta dentro di sé una parte estremamente importante da proteggere dagli altri. Qualcuno dei suoi compagni lo additava adesso come un isolato, e raramente qualcuno cercava di avvicinarlo per dimostrargli una particolare amicizia. Però andava bene così, e Marco a testa bassa, sempre silenzioso, si sentiva praticamente soddisfatto della personalità che gli si era poco per volta costruita addosso, forse proprio perché anche volendo non avrebbe potuto dimostrarsi ai suoi compagni molto differente da come veniva probabilmente giudicato da loro e da chi lo conosceva.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 6 ottobre 2026

Come una sciocca.


            Quando sono insieme con mia zia generalmente sto bene, anche se lei si comporta spesso in modo piuttosto duro con me, in qualche caso dettandomi dei veri propri ordini di comportamento ed aspettandosi ogni volta che io le obbedisca senza mai ribattere. A me non importa troppo dover dare seguito alle sue maniere, perché anche mia mamma dice che lei è abituata a stare da sola e che il suo comportarsi deriva semplicemente dal fatto di non avere qualcuno che si faccia avanti a contraddirla o a tirare fuori delle opinioni differenti dalle sue. Perciò, secondo il mio parere e quello di mia mamma, la zia è una persona semplicemente da compatire, e per me accondiscendere alla sua volontà è solo un modo per dimostrarle come si può essere diversi da lei ed evidenziare in questo modo una personalità ben più malleabile e maggiormente disponibile della sua. Le faccio capire che sbaglia, quando le obbedisco senza preoccuparmi d’altro, oppure che si può essere diversi proprio nel momento in cui annuisco alle sue frasi spigolose, e ci sono comunque certe occasioni in cui noto che la zia si irrigidisce, forse riflettendo a fondo sui piccoli errori che a volte sembra inanellare, anche se poi durano poco quelle sue perplessità, riprendendo subito con i suoi tipici modi di fare e di atteggiarsi. Per il resto però con me risulta molto affettuosa e nei miei confronti si comporta in maniera estremamente generosa, certe volte portandomi addirittura in qualche negozio elegante della città per lasciarmi scegliere qualcosa che mi piace e che non chiederei mai di comperare ai miei genitori, sapendo bene che loro non potrebbero permettersi degli acquisti di quel genere.

            Quando viene a casa nostra per una visita di cortesia o a prendere me, si siede da una parte ed inizia con molta calma a raccontare qualche vicenda raccolta tra i corridoi del suo posto di lavoro, storielle che naturalmente le sembrano particolarmente interessanti. A me e a mia mamma ci risultano i suoi sempre dei fatti e delle storie molto avvincenti, forse soltanto perché la zia si dimostra capace di narrare tutto in un modo talmente particolare e rilevante da rendere ogni piccola vicenda un elemento di gran risalto, e difficilmente ci permettiamo di interromperla o di farle delle domande, a meno che non siano assolutamente necessarie ed estremamente adeguate all’argomento. Lei in questi casi si limita a sorridere, ci guarda per un attimo dietro ai suoi occhiali che sembrano quasi una sua maschera, e poi riprende a parlare sempre con le sue frasi lente e ben articolate attorno alle vicende del sindaco, degli impiegati suoi colleghi, e delle cose inerenti agli uffici comunali dove lei lavora. Probabilmente la mamma prova persino dell’invidia per qualcosa del suo carattere e delle sue capacità, però quando la zia ci saluta per andarsene, lei sembra tirare un gran sospiro di sollievo, come se la sua presenza avesse messo in qualche difficoltà la sua sopportazione.

            Io resto in silenzio per quasi tutto il tempo, anche se ascolto attentamente tutto quanto, poi cerco di dimostrarmi particolarmente incoraggiante nei confronti della zia, al punto da farmi invitare per il giorno seguente, oppure quello dopo, a fare un giro a piedi assieme a lei lungo le vecchie strade della nostra cittadina, e magari restare a cena a casa sua, con la scusa di farle un po’ di compagnia, prima di farmi riaccompagnare a casa. Mio fratello in tutti questi casi resta sempre piuttosto in disparte, come se la sua timidezza trovasse nella zia una normale sponda di sostegno, tanto da essere lasciato in silenzio nel suo angolo ad occuparsi semplicemente dei suoi piccoli giocattoli e dei suoi insignificanti pensieri per quasi tutto il tempo della presenza dell’ospite dentro casa nostra. A lei con ogni probabilità non piace troppo quella sua presenza, anche se la tollera con semplicità, ed è difficile che mostri anche una semplice espressione di intransigenza nei suoi confronti, nonostante non usi quasi mai un vero gesto spontaneo di carineria verso di lui. Forse tutto questo alla mamma un po’ dispiace, ma oramai si è talmente abituata a questi comportamenti da non farci più neppure caso.

            In generale comunque, la vera intesa che tiene insieme tutto quanto è quella che si sprigiona tra me e la zia quando rimaniamo da sole a parlare di tutti gli argomenti che ci possono saltare in mente; lei intuisce molte delle cose che spesso io forse non riuscirei a comunicarle, e su questa base certe volte, senza neppure guardarmi e quasi dando poca importanza a ciò che le ho appena detto, riesce a porre in maniera semplice e veloce delle domande talmente argute ed inerenti a ciò che stavo cercando di spiegare da mettermi quasi in imbarazzo. Io tento in ogni caso di seguire i suoi pensieri un po’ intrigati, però mi perdo facilmente, e se c’è qualcosa che vorrei tenerle in grande segretezza, arriva con facilità il momento in cui tutto nelle sue parole viene rapidamente svelato, ed io resto come una sciocca a dover comportarmi in modo più sincero di quanto avrei voluto.

 

            Bruno Magnolfi  

giovedì 1 ottobre 2026

Prima persona.


            Durante qualche raro pomeriggio della domenica si poteva scorgere quella famiglia al completo che usciva con calma e quasi in silenzio dalla loro casa, come cercando di non far accorgere a nessuno di avere proprio l’intenzione di andarsene un po’ in giro, e presumibilmente affrontare una normale e lenta passeggiata lungo le strade principali di Volterra, per giungere magari fino al parco archeologico poco distante, dove sedersi sull’erba a godersi una semplice giornata di sole. I due bambini, ad esempio, non correvano quasi mai, come invece avrebbero potuto, e la mamma sopra al marciapiede non si preoccupava neppure di tenerli per la mano, tanto apparivano bravi ed ubbidienti. Nel quartiere tutti sapevano che il più piccolo aveva avuto una malattia importante e che era stato ricoverato a lungo in ospedale, e forse proprio per questo sembrava aver perso quello spirito giocherellone tipico della sua età. La femmina, più grande di lui, solo ad osservarla anche da lontano si immaginava subito di un carattere molto tranquillo, al punto da apparire quasi con qualche anno in più di quelli che aveva realmente, e qualcuno del vicinato diceva con una punta di invidia che la sua sola passione fossero i libri, tanto da trascorrere la maggior parte del proprio tempo libero, dopo la scuola, china su di un tavolo a leggere o a studiare. Anche in quelle domeniche probabilmente si faceva portare dalla mamma un testo o due da consultare una volta seduta su di una panchina in mezzo al verde pubblico, e forse un quaderno per appuntare le cose principali, come se il tempo fosse in qualsiasi caso una scatola vuota da riempire sempre e comunque di significati e di parole. 

            Il padre non sembrava mai molto interessato al resto della sua famiglia, e generalmente camminava qualche passo più avanti rispetto alla moglie e ai figli, come se trascinasse dietro a sé un rimorchio di cui a parlarci si sentiva peraltro molto orgoglioso, ma che probabilmente doveva essere guidato verso qualsiasi meta o itinerario avesse avuto in mente. Normalmente fumava sigarette a buon mercato prive di filtro, ed il suo comportamento in quei pomeriggi pareva affine a chi sta compiendo qualcosa senza interesse, quasi con indifferenza, tanto per svolgere un’attività che quasi non richieda un vero e proprio impegno pur piccolo che sia. La moglie stringeva alla spalla la sua borsa, osservava la strada avanti a sé e pareva perennemente immersa nei propri pensieri. Forse non era molto contenta di quelle uscite da casa, sembrava quasi che il suo fosse il comportamento di chi si adegua a delle decisioni prese da altri, e in ogni caso non sembrava mai in quelle occasioni troppo interessata agli scopi reali di quelle passeggiate, quasi che tutto ciò di alternativo rispetto all'abitare e vivere la propria casa insieme al resto della sua famiglia fosse qualcosa di poco rilevante.

            Difficile affiancarsi a tutti loro per condividere anche soltanto quell’ora di aria all’aperto, anche se lungo la strada molte persone salutavano volentieri questa famiglia soffermandosi con i bambini per allungare due parole sulla scuola, oppure con Rachele per parlare dei suoi lavori di cucito, anche se più frequentemente era lo scambio di qualche battuta di spirito con Franco, da parte dei maggiori frequentatori del caffè-biliardo, che avveniva generalmente. A volte altri bambini salutavano per strada Marco e Loriana, riconoscendo i loro compagni di scuola, contenti di incontrarli al di fuori dell’edificio austero in cui trascorrevano normalmente tutta la settimana, ma mentre il maschio spesso si scherniva, come fosse quasi incapace di sostenere un pur breve dialogo di pura socialità, sua sorella immancabilmente iniziava subito a parlare dei suoi risultati o dei più recenti apprendimenti scolastici, frenando così rapidamente il desiderio degli altri di scambiare dei pareri anche su altre cose. Infine, tutta la famiglia andava presto a sedersi sopra le sedie all’aperto del caffè Centrale, non per restare molto tempo là davanti, ma soltanto allo scopo di far apprezzare un piccolo gelato offerto dal loro babbo ai due bambini che sceglievano con calma dalla vetrina i propri gusti preferiti, scambiandosi fra loro qualche breve e semplice parere.       

            Sul prato, quando i quattro giungevano infine al parco, generalmente c’erano già altri ragazzini che correvano a perdifiato tenendo il filo di un aquilone stretto nel pugno di una mano oppure stando dietro ad una palla calciata senza troppa avvedutezza, ma in tutti i casi sia Marco che Loriana non andavano mai a mescolarsi con questi altri, restando accanto ai propri genitori pur nell’osservazione a debita distanza dei giochi messi in piedi da tutti i ragazzi vocianti presenti nelle circostanze. <<Non mi piacciono quei bambini che urlano continuamente>>, diceva Rachele sottovoce in questi casi, e i suoi due figli sembravano apprezzare nella sostanza il suo punto di vista. Invece Franco certe volte si metteva a calciare qualche pallone finito proprio dalle sue parti, e c’erano stati dei casi in cui si era messo a giocare direttamente, fidando della presenza di qualche altro genitore che proprio come lui, sembrava attirato da quel mettersi a competere in prima persona.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 29 settembre 2026

In sua assenza.


            L’edificio era come diviso in due, con due scalinate esterne e due ingressi identici, come se a metà della facciata principale ci fosse uno specchio a rendere doppio tutto quanto, anche se da un lato si aveva accesso alle classi della scuola elementare, e dall’altro a quelle delle medie. Naturalmente i soffitti e quindi i finestroni dei piani erano altissimi, e una volta varcato uno dei due pesanti portoni ci si trovava di fronte a dei corridoi molto ampi e solenni che venivano ugualmente ripetuti ai livelli superiori. Molti dei miei piccoli compagni di classe avevano già iniziato a piangere là davanti, forse anche per l’evidente austerità del caseggiato, e in ogni caso il primo giorno di scuola era un avvenimento che pareva davvero difficile per chiunque poter affrontare a cuor leggero, nonostante le smancerie e le raccomandazioni delle mamme che proseguivano a cercare la massima calma nei loro figli. Io ricacciai indietro le lacrime che probabilmente avrei versato come tutti se non avessi avuto alle mie spalle l’esperienza ancor più traumatizzante delle ospedalizzazioni subite due anni prima, e semplicemente, ad un certo punto, mi estraniai rispetto al corteo vociante di tutti i genitori, e seppi una volta di più che purtroppo sarei stato da solo a sedermi davanti al mio semplice banco, al cospetto di un’insegnante che forse, come si diceva, mi avrebbe aiutato a farmi grande.

            Entrai nell’aula assegnata non tra i primi, ma neppure tra gli ultimi compagni che in fondo neppure conoscevo, e dopo che avevo già salutato la mia mamma lungo il corridoio, staccando rapidamente la mia mano da lei ed affidandomi con impegno soltanto alla mia personalità, scelsi un posto qualsiasi dove appoggiare la cartella e anche le mie membra. La maestra pareva anziana, con un grembiule di colore azzurro spento, con dei modi di fare e delle parole non troppo inclini a consolare i più fragili che sarebbero tanto volentieri tornati a casa propria. Non ricordo che cosa ci disse, ma provai in quel primo giorno di scuola elementare la sensazione che fossi nelle mani di chi poteva facilmente plasmare il mio carattere, tanto da farmi pensare immediatamente che il mio vero compito fosse di dimostrarmi più forte delle sue capacità, e quindi resistere ai suoi modi fino al punto di imparare da lei quello che appariva indispensabile, e nient’altro. Quando infine fu l’ora di uscire dalla classe e di tornare a casa, forse sarei rimasto ancora dentro l’aula, non tanto per la voglia di comprendere ulteriormente delle cose nuove, quanto per dimostrare anche a me stesso che ritenevo difficile per chiunque piegare la mia volontà, specialmente da parte di una persona più vecchia di mia madre e probabilmente senza figli, con le maniere troppo dure e la faccia da befana.  

Restava il fatto per nulla marginale che nell’altra ala della scuola, quella delle medie, nella stessa mattina avevo visto entrare mia sorella, e questo particolare mi aveva fatto sentire in qualche modo superiore e protetto rispetto a tutti gli altri. Ero orgoglioso di avere una sorella grande, e di poter addirittura confidare sul suo sostegno morale in qualsiasi attimo del giorno, anche se questo a ben pensarci non era neppure troppo vero. Qualcuno mi aveva detto addirittura che se mi fossi impegnato a fondo avrei potuto superare mia sorella sia nei risultati scolastici sia addirittura nell’età, che peraltro in quel preciso momento mi pareva un elemento fondamentale rispetto a tutti i bambini che ero costretto a frequentare, tanto che il rincorrere perennemente i suoi anni senza riuscire mai a raggiungerli mi era sembrata addirittura una cosa del tutto inverosimile. La grossa campanella di metallo, un po’ troppo chiassosa per i miei gusti, scandiva nei corridoi le varie fasi della mattinata e segnalava soprattutto l’ora esatta in cui potevamo uscire dalla scuola e ritrovare ognuno i propri genitori ad aspettarci. A seguito di quella prima mattinata pensai immediatamente che la maggior parte del tragitto fosse ormai stato percorso, e che il resto a seguire si sarebbe dimostrato soltanto come una serie di abitudini contrassegnate semplicemente dalla fila dov’era inserito il mio banco, dai compagni, dalla maestra, dalla lavagna, da quell’aria libera che vedevo al di fuori dei finestroni, dal tragitto a piedi con mia mamma e mia sorella da casa fino a scuola e viceversa.  

Una volta lasciato che il gruppo grosso dei bambini col loro grembiulino nero e il fiocco azzurro fossero sciamati fuori dal grande portone spalancato, forse per dimostrare anche a me stesso il mio talento per l’equilibrio con il quale mi ero già distinto al parco sopra ai pattini a rotelle e anche sul triciclo su cui riuscivo a compiere dei lunghi tratti inclinandomi su due ruote soltanto, decisi di prendere una gran rincorsa per andare poi a frenare con le suole delle scarpe di cuoio piazzate trasversalmente al mio moto d’inerzia, strisciando vistosamente sulle piastrelle, ma non fu una buona idea, tanto che il custode, pronto sulla porta a catalogare quei nuovi bambini che gli passavano poco per volta sotto al naso, mi prese per un braccio e mi accompagnò fino da mia madre, confessandole immediatamente la mia enorme marachella. Non feci più niente del genere in sua presenza, ma fui pronto a ripetere la stessa cosa con gran soddisfazione ogni volta che ne registrai la sua assenza.

 

Bruno Magnolfi

sabato 26 settembre 2026

Tutto benissimo.


            Certe volte mi pare di aver sbagliato tutto. Pedalo come sempre con una certa forza sulla mia bicicletta, e intanto penso che se fossi stato maggiormente stimolato negli anni in cui l’entusiasmo che non mi mancava mai per le cose che era possibile fare e quelle comunque da affrontare, probabilmente sarei stato capace di migliorare di gran lunga la situazione in cui mi sono venuto a trovare. Non avrei mai voluto vivere una vita da mediocre, ma il fatto è che avrei avuto bisogno di avere al mio fianco una persona capace di sostenere almeno alcune delle idee che avevo in testa, e ricevere così quella spinta che mi è sempre mancata, invece di avere nel cambio soltanto dei sorrisetti oppure dei silenzi tutte le volte che parlavo delle mie prospettive più o meno realizzabili, come se qualsiasi cosa avessi mai potuto tirar fuori dalla mia testa fosse solo destinata per sua natura ad essere giudicata assurda o irrealizzabile, e persino che il semplice pensare e riflettere sopra a delle cose di quel genere fosse solamente una spudorata perdita di tempo. Naturalmente non ho mai parlato con nessuno di questa mia convinzione, anche se poco per volta ho dovuto cercare in me stesso delle soluzioni che in qualche modo fossero almeno adeguate al mio modo di essere.

            Mia moglie è indubbiamente una brava donna, incapace di avere idee strampalate oppure inadatte per una famiglia come la nostra, però non è mai stata capace di darmi un minimo di sostegno tutte le volte che ho sentito la necessità di un qualsiasi parere su qualcosa che mi sembrava importante o almeno interessante. E mentre penso tutto questo, rallento la pedalata iniziale della mia bicicletta, e infine mi fermo del tutto, come per sistemare qualcosa dell’assetto generale sopra le due ruote. Forse è sempre stata un po’ anche colpa mia, rifletto, che probabilmente non sono stato in grado di spiegarle in maniera maggiormente adeguata quali fossero le mie idee e quali gli sviluppi per qualche decisione importante pur solo immaginata nella speranza di un appoggio morale da lei. Dando retta alla sua maniera di vedere le cose però probabilmente non avremmo neppure cambiato mai la nostra abitazione, lasciando che le abitudini prendessero il sopravvento sopra a quei piccoli miglioramenti e a quelle importanti variazioni, peraltro adeguate anche alla crescita dei nostri figli, a cui siamo stati capaci di andare incontro, senza parlare delle comodità per tutta la famiglia riscontrate a seguito dei vari traslochi. Non so perché, ma Rachele è una persona che si adatta molto lentamente alle cose che ha più vicino, e poi non desidera in nessun caso cambiare ciò che per lei è ormai assodato.

            Non mi lamento, soltanto mi rendo sempre più conto che le cose stanno esattamente in questo modo, e che non posso certo sperare di cambiarle da ora in avanti. Intanto riprendo a pedalare, proprio mentre sono sempre più convinto che forse potrei acquistare per me una bella motocicletta, come peraltro hanno fatto molti amici che frequento e che si trovano benissimo, visto che in fondo ho già messo dei soldi da parte proprio per questo. A me farebbe molto comodo e risparmierei senz’altro parecchio tempo per gli spostamenti, ma una spesa di questo genere, anche per un acquisto di seconda mano come già ho immaginato, non credo proprio sarebbe apprezzato da mia moglie, verso la quale mi sono quasi rassegnato a darle questa informazione a cose ormai avvenute, senza neanche cercare da lei quell’apprezzamento che forse in fondo potrei desiderare ed auspicare da parte sua. Peraltro, non sono neppure sicuro che lei possa mai sedersi insieme a me su quella sella per andare da qualsiasi parte: probabilmente assumerebbe l’atteggiamento solito di indifferenza per questo acquisto a due ruote, e semplicemente tollererebbe appena il fatto che io possa prendermene cura usandola allo stesso modo di come adesso proseguo ad usare questa usatissima bicicletta.

            Mi ci ha portato mia moglie in questa situazione, non posso fare altro, ed anche quando ho trovato a poco prezzo un triciclo per nostro figlio Marco, l’ho acquistato e via, senza sentire il parere di nessuno, e in questo modo mi sono immediatamente reso conto che era proprio la scelta giusta per il bambino, al punto che in poco tempo si è talmente attaccato a questo piccolo regalo che sembra non avere mai voglia di scendere da quel suo giocattolo. Ecco, lei a volte guarda suo figlio e forse pensa come me che era proprio quello che ci voleva per lui, ma non riesce assolutamente a dirlo, come se conservasse delle riserve su scelte di quel genere, dettagli che alla lunga logorano qualsiasi ulteriore desiderio, nonostante sempre più spesso mi sia ritrovato a non considerare i suoi sguardi perplessi e i suoi silenzi. Rachele, riconosco sia bravissima nell’occuparsi di tutte le cose quotidiane della nostra casa e di tutta la famiglia, fino al punto di sacrificarsi in prima persona quando qualcosa presenti necessità di impegno e di grande dedizione, e di questo devo assolutamente dargliene atto; e forse alla fine devo riconoscere che va bene anche così, perché le cose non potrebbero proprio andare meglio di come in questo periodo stanno realmente andando.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 23 settembre 2026

Prima di allora.


            Non era trascorso molto tempo da quando avevamo traslocato dal piccolo appartamento posto al primo piano di quella palazzina che in pochi anni dopo le nozze aveva visto nascere i nostri due figli, ed una sera mio marito, quasi di sfuggita come per non dare troppa importanza alla faccenda, mi aveva informato che stavano ristrutturando completamente quel caseggiato, e che oramai era pressoché irriconoscibile rispetto a quando vi abitavamo noi. Mi sorsero improvvisi due sentimenti distinti: uno di amarezza per quella nostalgia che sentivo dentro di me nei confronti di quelle stanze e di quei luoghi così importanti nella mia memoria, e l’altro contrastante perché quasi di soddisfazione nello scoprire cancellate tutte le tracce del nostro passaggio in quella casa, lasciando forse soltanto in me l’oblio dei ricordi di quei giorni. Giurai in un attimo che non sarei mai più passata lungo quella strada, ripromettendomi di affrontare qualsiasi giro possibile anche il più irrazionale e faticoso pur di non rivedere a quello stesso numero civico qualcosa di diverso da ciò che mi sarei aspettata. Forse nutrivo dentro di me un sordo risentimento per quella specie di sfregio alla mia memoria, ma a mio marito non dissi niente dei miei pensieri, né tantomeno gli lasciai intuire qualcosa.

            Nei giorni successivi pensai come fosse del tutto un’assurdità provare un attaccamento privo di senso per dei luoghi del passato, e dopo un certo tempo smisi del tutto di pensarci ancora, fino a quando incontrai lungo la strada una mia vicina di casa di quei tempi, che subito mi disse che tutta quella via che aveva ospitato le nostre famiglie per diversi anni ormai appariva del tutto irriconoscibile, certo più moderna e piacevole, ma senza più quell’atmosfera da case popolari che avevamo respirato negli anni in cui vi si abitava. Ai miei figli naturalmente non dissi niente, tanto più che con ogni probabilità per loro sarebbe risultato normale ad un certo punto aver reso delle vecchie case maggiormente vivibili ed evolute, come se tutto fosse destinato ad essere sostituito da qualcosa via via più attuale, con scarso interesse verso l’immagine di un periodo oppure di un’epoca, ed anche mio marito in questo caso era rimasto completamente indifferente a quelle variazioni in corso, quasi che tutto fosse destinato al cambiamento, oltretutto operato in una palazzina che lui aveva sempre mal digerito per le sue evidenti scomodità.

            Così archiviai dentro di me quel bel pezzo di passato, cercando con impegno di orientarmi maggiormente sul presente, ed anche se riconoscevo che la nostra famiglia cambiando abitazione era andata a vivere meglio acquisendo tanti aspetti sicuramente imparagonabili con quei vecchi tempi, però sentivo fortemente che qualcosa di me era come rimasto in quella prima casa, pur distrutta dalle macchine e dagli operai che probabilmente ne avevano abbattuto e modificato le pareti, cambiato l’uso e la destinazione delle stanze, adoperando poi delle pitture che sicuramente avevano dato a quei nuovi muri un volto più moderno. Pensai alla crudeltà del tempo che poco per volta accantona tutto, e immaginai che anche il caseggiato dove adesso abitavamo prima o dopo avrebbe cambiato la sua propria faccia, e forse pensai che anche da lì una volta o l’altra avremmo dovuto traslocare, come spesso succede alle famiglie che abitano in degli appartamenti destinati ad inquilini, e mi vidi ormai una donna vecchia, in una casa che non conoscevo, pronta ad indicare e forse descrivere agli altri un luogo dove non vivevo più da qualche decina d’anni, come succede spesso agli anziani che tirano fuori dalla loro memoria scorci di vita di epoche oramai trascorse.

            Mi avrebbe procurato un certo piacere che i miei figli avessero tirato fuori almeno una briciola di nostalgia per la casa dove in fondo erano nati, ma questo non accadde, ed il loro disinteresse per il passato a vantaggio degli oggetti nuovi del presente, pur dato del tutto per scontato, mi parve alla fine una nuova pugnalata alla mia forse assurda sensibilità. Mio marito poi una sera, tirando fuori un argomento di cui non avevamo più parlato, disse ridendo che era stata una bella prova per noi resistere per anni in un appartamento così piccolo e quasi privo di comodità come quella prima casa, ed io sorrisi annuendo, incapace come mi sentivo di esprimere i miei veri sentimenti. Mi sentii spossata di quel lasciare che ogni cosa andasse avanti quasi per conto proprio, come se non esistesse dentro di me una vera volontà, ma non avrei saputo in nessun caso spiegare che cosa avrei voluto fare o dove avrei voluto vivere se avessi potuto decidere io in prima persona. Così mi parve all’improvviso che tutto fosse a posto, che ogni aspetto assunto dalle giornate all’interno della nostra famiglia si mostrasse per l’unico possibile, e quel lento e inesorabile miglioramento delle condizioni, indifferente a ciò che rimaneva via via alle spalle, fosse come un rullo schiacciasassi che marciando in avanti sotterra tutto ciò che poi resta dietro di sé, lasciando un terreno perfettamente levigato, privo di punti di riferimento, quasi che niente fosse accaduto da quelle parti prima di quel momento.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 19 settembre 2026

Indubbio talento.


            Ormai avevo quasi undici anni e mio fratello andava già per gli otto quando mio padre, una domenica qualsiasi non molto tempo dopo aver acquistato quella utilitaria di seconda mano che avrebbe utilizzato in seguito ancora per parecchio tempo, decise di coinvolgere tutta la famiglia in una piccola gita fuori città, e per il pranzo recarsi addirittura in un ristorante della costa marina secondo lui a portata di mano. Io e Marco naturalmente eravamo sempre piuttosto contenti di essere trascinati in queste piccole avventure, anche perché in fondo erano rare a casa nostra, nonostante il fatto che la nostra mamma, convinta comunque da noi a vestirsi quel giorno in maniera piuttosto elegante, continuando a schernirsi ripetutamente come già accaduto in altri casi e sempre seguendo le proprie consuetudini, avesse da subito mostrato il desiderio di rinunciare volentieri a questa strana uscita in favore del normale lasciarsi andare alle proprie abitudini di donna di casa. Alla fine, però, ci eravamo seduti tutti dentro la macchina e ci eravamo avviati verso il mare.

Tornare a vedere le onde, pur in una giornata quasi invernale, secondo me era comunque una gran bella cosa, e poi il convincimento di mio padre nel voler andare per forza a pranzo in un ristorante proprio sulla costa, rendeva la giornata assolutamente speciale, quasi unica. Così ci fermammo presso due o tre locali con quelle caratteristiche, dove però ci informarono subito che i posti a sedere per i clienti erano già tutti prenotati, fino a trovare fortunatamente un posto molto spazioso e piuttosto alla buona dove al contrario ci accolsero volentieri. Naturalmente era ancora presto per mangiare, così una volta prenotato il tavolo si decise di lasciare la macchina nel parcheggio e fare due passi sulla spiaggia di fronte alla trattoria. La mamma era in difficoltà con le sue scarpe con un certo tacco da signora, perciò, lei decise quasi da subito di aspettarci da sola presso una spianata dove c’erano persino delle panchine. Io e Marco naturalmente spiccammo qualche corsa ridendo e rincorrendoci, mentre il babbo pareva attirato dall’orizzonta del mare. Si vedeva l’isola d’Elba col suo profilo scuro, e nel canale di Piombino qualche traghetto lontano incrociava in quelle acque con la carena bianca e azzurra. Quando tornammo dalla mamma lei disse che alcune persone attorno a lei avevano parlato molto bene di quel ristorante, scambiandosi pareri favorevoli su di un piatto oppure su di un altro.

Allora entrammo nella vasta sala, all’interno della quale una parete era interamente vetrata per permettere la vista del mare, anche se parzialmente coperta con delle tende. Le onde piccole che si formavano sembravano frangersi sulla battigia senza alcun rumore, e la sottile striscia di spuma bianca della risacca ogni volta continuava a perdere immediatamente consistenza. Nel brusio e nella confusione generale data da parecchie decine di clienti già presenti, ci sedemmo ad un tavolo quadrato dove era stato scritto il nostro nome, e poco dopo un cameriere ci consegnò dei cartoncini ripiegati su cui erano riportate le tante ordinazioni possibili del giorno. Mio fratello, abituato dopo tanti anni a seguire delle diete povere quasi di tutto, scelse una semplice sogliola al piatto con dell’insalata scondita, mentre io e i miei genitori ordinammo delle fritture di pesce a seguito di un semplice assaggio di risotto di mare. Ci volle un certo tempo prima di vedere giungere il cameriere con i nostri piatti, ma alla fine tutto andò esattamente come doveva, lasciandoci pienamente soddisfatti.

Stavamo riflettendo se ordinare qualcosa di dolce per concludere degnamente quel pranzo, quando sentimmo una voce molto ben intonata giungere dall’altra parte della sala, mentre iniziava a cantare, senza alcun accompagnamento musicale, una canzone del repertorio classico italiano assolutamente difficile ed ardita. Tutti i clienti del ristorante allora si voltarono, ed immediatamente ogni chiacchiera sulle loro bocche parve interrompersi. Allora la ragazza si sollevò lentamente dalla propria sedia, proseguendo a cantare senza neppure voltarsi verso qualcuno in particolare, come se fosse stata pagata per regalarci quell’intervallo inedito ed emotivamente coinvolgente. I suoi vocalizzi prolungati si fecero largo in un attimo tra tutti i rumori e le voci possibili che fino a quel momento avevano saturato l’aria, e persino i camerieri, in quel preciso momento, smisero di muoversi tra i tavoli, come rispettando il bisogno, per quella persona dotata di qualità canore sicuramente invidiabili, di intonare qualcosa che desse una pennellata di estrosità a quel pranzo, riportando tutti quanti verso il pensiero di ciò che certe volte non riusciamo minimamente a distinguere in mezzo al fragore della folla vociante e indifferente a tutto. Poi la ragazza terminò, e subito si sedette, lasciando che uno scroscio fortissimo di applausi ne accompagnasse quella conclusione.

Invidiai quella persona, ne invidiai le scelte, le capacità, la personalità indiscussa, e mentre riflettevo che una cosa di quel genere probabilmente non sarebbe mai riuscita a nessun altro tra tutti i presenti dentro a quel ristorante, compresi in un attimo quanto certe volte apparisse necessario mettere di fronte a tutti quanti il proprio talento e le proprie abilità se si desidera essere riconosciuti per le doti che bene o male sappiamo con certezza di portarci dentro.

 

Bruno Magnolfi

martedì 15 settembre 2026

Tanti ingredienti.


Il trasloco da una casa all’altra fu quasi una festa, e al contrario di provocare un trauma per qualcuno della famiglia, come forse ci si sarebbe anche potuto aspettare, tutti alla fine apparvero piuttosto contenti e soddisfatti. Molte soluzioni sembravano trovare nel cambio di quartiere una vera giusta collocazione, e soprattutto i due bambini si mostrarono subito in grado di ricevere un profondo impulso per una crescita piena di stimoli all’interno di un ambiente assolutamente più adatto alla loro età, anche se non era stato questo il motivo principale della variazione domiciliare di tutta la famiglia. Rachele comunque sembrava anche lei piuttosto soddisfatta, pur essendo inizialmente rimasta vagamente preoccupata da tutti quei piccoli cambiamenti inevitabili, esattamente come da sempre le dettava il suo stesso carattere, soprattutto per quello che nei fatti comportava lo spostamento da un appartamento ad un altro che nella sostanza era molto differente, e quindi al mancato ritrovare i propri vissuti luoghi e le personali abitudini. Certo, l’affitto mensile per quella casa nuova risultava maggiore di ciò che avevano pagato fino ad allora, ma suo marito Franco le aveva detto che le cose stavano andando piuttosto bene per il suo lavoro, e che non c’era troppo da preoccuparsi almeno sotto quel profilo. Gli spazi in più erano comunque una manna per tante di quegli oggetti che la famiglia si trovava regolarmente a mettere da parte, ed il giardinetto con le aiuole era perfetto per prendersi qualche minuto di riposo durante la giornata. Marco aveva poco più di cinque anni, e Loriana circa otto, l’età giusta in ambedue per ritrovarsi all’interno di un ambiente stimolante e variegato.

            La vasta cantina a cui si accedeva da una scala esterna sul retro della casa, sembrava fatta apposta per alcuni giochi dei bambini e per stipare la legna che serviva ad alimentare la cucina economica nella stagione fredda, e sopra agli scaffali lungo le pareti trovavano posto anche gli oggetti meno usuali ma potenzialmente utili che dentro ad un qualsiasi appartamento avrebbero solamente ingombrato e nient’altro. Persisteva, in quelle poche stanze, una vaga sensazione di libertà quasi inspiegabile, forse fornita soprattutto dalla possibilità di utilizzare due ingressi per il piccolo appartamento al piano rialzato: uno principale posto a bordo strada sulla facciata della villetta ad un piano, abitata al livello superiore da un’altra famiglia; ed un altro molto più alla mano, e molto più utilizzato da tutti loro, situato sul retro, dal quale si accedeva direttamente nella cucina. Franco in breve tempo aveva apportato tutte le modifiche che servivano per abitare in modo adeguato la nuova casa, ed anche il fatto, almeno per i mesi invernali più freddi, di poter parcheggiare e coprire all’interno del piccolo cortile col pavimento in cemento la sua motocicletta acquistata di seconda mano, gli concedeva una certa rilassatezza. La mobilia restava sostanzialmente quella essenziale che la loro famiglia aveva già nella vecchia casa, ma un nuovo frigorifero era giunto presto nella cucina a dare prova della sua utilità poco dopo quei primi giorni di definitivo insediamento.  

            La zia disse che la casa le piaceva, e non era scontato per una come lei esprimersi in senso positivo a riguardo di certi argomenti, mentre il nuovo vicinato si mostrò subito abbastanza cortese e accogliente, al punto di invitare Rachele e suoi figli nelle proprie case per prendere un caffè o un succo di frutta. Nel giro di poche settimane, perciò, tutto quanto prese un andamento di grande normalità, e a nessuno della famiglia venne mai a mente di rimpiangere qualcosa della vecchia abitazione, se non la normale nostalgia per un luogo che aveva visto poco per volta la loro famiglia prendere vita. La scuola per Loriana rimaneva leggermente più distante rispetto al vecchio domicilio, anche se tutto sommato paragonabile a prima, ed invece adesso l’asilo che aveva frequentato Marco pur soltanto qualche volta e con una certa riottosità, era senz’altro piuttosto fuori mano nei confronti della nuova abitazione, tanto che questa fu per lui la scusa definitiva per non andarci più. Iniziò così a trascorrere le mattinate insieme alla mamma, recandosi con lei sia al mercato, nel giorno settimanale in cui si svolgeva, oppure nei negozi di generi alimentari più vicini alla loro casa, divertendosi sia ad ascoltare in silenzio gli scambi di espressioni tra i clienti e i venditori, sia ad osservare con attenzione i larghi gesti di tutti questi. Facilmente venivano incontrate facce note o abbastanza familiari sui marciapiedi o lungo le strade della cittadina, e l’unica cosa fastidiosa per Marco in quelle circostanze era la solita domanda diretta proprio a lui riguardante l’evidente assenza da scuola.

            Lui non rispondeva, e si stringeva sempre in questi casi alla mamma, così da lasciar rispondere lei al proprio posto, come se il proprio comportamento fosse solo dato dall’obbedienza a delle direttive precise della sua famiglia. Il momento più bello arrivava una volta tornati a casa, quando la mamma poneva sul tavolo le verdure, il pane, e tutti gli altri acquisti per la preparazione del pranzo. A Marco gli piaceva molto aiutarla, e così con una certa precisione si dava il giusto daffare nello sbucciare qualche ortaggio, o nel mescolare tra loro nella pentola i tanti ingredienti.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 12 settembre 2026

Senza soluzioni.


            <<Oggi è accaduta una cosa che mi ha scosso>>, dice Franco ad un amico dopo essere entrato nei locali del caffè-biliardo ancora prima di andarsene a casa, dopo il lavoro. <<Un ragazzo in ufficio stava cambiando un lungo vetro ad una finestra, e così mentre lo aveva già tirato su per inserirlo nell’infisso, il cristallo si è spezzato, e la parte più grande e più pesante gli è andata direttamente e con la parte più tagliente sopra ai bracci, ferendolo in maniera decisamente seria. Eravamo in diversi lì vicino e così qualcuno di noi lo ha subito soccorso, ma quello continuava a perdere un sacco di sangue, e così gli abbiamo legato degli elastici attorno alle braccia per rallentare l’emorragia, e lo abbiamo tenuto fermo e calmo fino a quando fortunatamente non sono arrivati gli infermieri dell’autoambulanza>>. Il cameriere, intanto, gli versa un bicchierino di acquavite che Franco aveva subito ordinato al bancone, e lui la beve in un solo sorso. <<Va bene>>, dice l’amico, <<ma insomma, tutto è andato abbastanza bene, no? Quelle ferite si rimargineranno presto, e quel ragazzo tornerà al suo lavoro e alla vita di sempre, non credi?>>. Lui si passa lento una mano sulla faccia, senza guardare direttamente l’altro, poi dice: <<Non è questo il punto. Per lui alla fine è andato tutto abbastanza bene, hai ragione, ma in me ciò che è successo ha provocato uno sconquasso, un senso di incapacità, di inadeguatezza, come se non avessi saputo neppure cosa fare sull’immediato>>. L’altro gli mette una mano sopra una spalla, forse gli pare persino un’esagerazione questo senso di colpa che Franco sta tirando fuori, ma non desidera certo esprimere adesso delle opinioni.

            <<Vedi>>, continua Franco, <<io non voglio sentirmi così: desidero prepararmi a fatti del genere, perché sono sicuro che ciascuno di noi può ritrovarsi da un momento all’altro a fronteggiare degli avvenimenti che mai si sarebbe aspettato. Può capitare qualsiasi cosa, anche quando siamo nella nostra casa rilassati e tranquilli e niente sembra infastidire quella serenità di cui godiamo>>. Poi qualcuno lo invita con un gesto per la solita partita al biliardo, ma lui rifiuta decisamente, proprio a dimostrazione ulteriore del proprio stato di agitazione. <<Ho bisogno di riflettere a lungo tutto quanto>>, dice ancora, <<ho bisogno di fortificarmi in ciò che sono, e soprattutto in quell’utilità che sono capace di mostrare nei confronti di chiunque altro abbia necessità di aiuto. La realtà intorno a noi è fragile, e le cose spesso non scorrono su dei binari lisci e privi di inciampo come si vorrebbe tanto credere. Io non voglio più sentirmi inadatto, incapace, oppure tirarmi indietro proprio quando ci sarebbe bisogno di me. Mentalmente devo arrivare al punto di sentirmi pronto ad ogni evenienza, pronto ad intervenire, se serve, pronto a fare la mia parte, senza grandi gesti da eroe, ma in modo sufficiente per scongiurare al meglio qualcosa di maggiormente grave>>.

            L’altro adesso si guarda le mani, non ha mai provato una sensazione del genere, per questo cerca di comprendere lo stato d’animo di Franco, anche se quelle sue riflessioni gli sembrano sinceramente un poco assurde. Poi si volta per vedere se c’è qualcun altro che vuole affrontare l’argomento insieme a lui e dare il proprio contributo, ma adesso c’è soltanto un gruppetto di sfaticati attorno al bancone del bar che parlano di cose senza troppa importanza. <<Ma non puoi fartene una colpa di qualcosa che non sai neppure come maneggiare>>, dice a Franco di colpo, come per riportarlo con i piedi a terra. Lui lo conosce da sempre e fino ad oggi non gli ha mai sentito tirar fuori dei temi così strampalati, anche se cerca di seguire i suoi ragionamenti. Franco allora capisce di non essere sostenuto in ciò che secondo lui è un dato di fatto inoppugnabile; perciò, si scosta di un passo come a cercare intorno a sé il fondamento di ciò che gli era parso fino adesso come qualcosa di importante, di realistico, di urgente; infine, senza alcuna fretta, ma come cercando di prendere aria pur muovendo un passo dopo l’altro di chi si sente confuso, esce dal locale, senza dire altro. Fuori c’è la sua bicicletta, lui vi sale sopra con una certa attenzione e poi ne avvia il moto dei pedali.  

            Quando giunge a casa pensa subito che non sia proprio il caso di parlare con la sua famiglia di quanto gli è accaduto; perciò, saluta tutti entrando dalla porta, ma poi resta in silenzio, e sua moglie naturalmente capisce subito che ci deve essere qualcosa che lo turba, anche se per rispetto non gli pone alcuna domanda troppo diretta. Franco allora si siede, poi prende il figlio Marco, silenzioso come sempre, e lo fa sedere sopra le sue gambe, mentre avvicina la propria faccia alla sua testolina. <<Questo bambino mi pare che scotta>>, dice senza impeto. <<Forse ha persino un po’ di febbre>>. Sua moglie allora va verso di lui, prende Marco in braccio, gli tocca la fronte, assume un’espressione preoccupata, ed infine guarda Franco, come ad aspettarsi qualcosa da lui, che invece resta fermo, seduto, ancora senza soluzioni.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 9 settembre 2026

Fare qualcosa.


            La casa dove sono nata da mio padre e da mia madre è composta di appena tre piccole stanze, e a me probabilmente, da quando ho iniziato a discernere, sono apparse ai miei occhi il miglior luogo dove stare tranquilla e protetta. Per i primi tre anni che ho vissuto difatti sono stata coccolata da tutta la mia famiglia, e tenuta in braccio oltre che dai miei genitori anche dalla zia e dai miei nonni, che mi hanno fatta sentire sempre al centro del mondo. Ma ad un certo momento a mia madre è iniziata a gonfiare la pancia, ed alla fine è arrivato lui, il mio attuale fratellino, a togliere da me un po’ di quelle attenzioni che credevo assodate una volta per tutte. Di colpo mi sono trovata di fronte ad un problema che non avrei mai creduto di dover affrontare, e cioè se iniziare ad esprimere tutta la mia indignazione per aver dovuto subire l’ingresso inaspettato dentro la casa di un infante cicciottello e bisognoso di tutto che sembrava attirare le simpatie proprio di tutti, oppure accettare la sua presenza come quella di un piccolo bambino al quale avrei dovuto accordare le mie attenzioni come facevano esattamente tutti gli altri della famiglia. Dopo qualche tempo, come si può immaginare, mi sono comunque abituata alla sua presenza, ed infine ho iniziato a mostrare a tutti quanti che volevo un gran bene a quel mio fratellino, anche se certe volte dentro di me avrei voluto strozzarlo.

            La zia in quel periodo aveva cominciato a venire molto spesso a casa nostra, con la scusa di farmi prendere un po’ d’aria a così portarmi fuori per qualche passeggiata. Da sola con lei ritrovavo un certo piacere nel farmi vedere da tutti coloro che si fermavano a salutarla, prendendomi naturalmente i complimenti e le attenzioni del caso, anche se troppo spesso c’era qualcuno che mi chiedeva notizie di Marco, del mio piccolo fratello nato da poco. In seguito, però, ci feci l’abitudine a discorsi del genere e a rispondere a certe domande ricorrenti su di lui, ed iniziai a mostrarmi sempre sorridente, perché avevo già capito che era quella la maniera migliore per essere benvoluta da chiunque. Andavano quasi peggio quelle rare giornate in cui si usciva con la mamma, pronta a spingere l’elegante carrozzina blu, con dentro naturalmente mio fratello, che ci era stata prestata a noi da un’altra famiglia proprio come la nostra, nella quale però i bambini erano già cresciuti anche troppo per desiderare ancora di adoperarla. Perciò tutti allungavano la testa per vedere il piccolino ed allargare dei grandi sorrisi mentre si complimentavano con la mia mamma e con me, che dovevo annuire ogni volta che dicevano che sarei stata brava e paziente ad insegnargli tutto ciò che serviva.

            La nonna, la madre di mia mamma, era morta da poco tempo, prima ancora della sua seconda gravidanza, e lei era sprofondata in una depressione piuttosto difficile da contenere. Parlava poco in quel periodo, e anche se si occupava di me, di Marco, di tutta la famiglia, sembrava però che facesse tutto quanto solo per un senso profondo del dovere, e non per l’entusiasmo di tirar su dei bambini, che rimaneva così nascosto che in tutti i casi nessuno riusciva ad avvertirne il lato positivo. Mio padre proseguiva a fare quello che aveva sempre fatto, lavorando per tutta la giornata e trascorrendo la maggior parte del suo tempo libero al caffè-biliardo insieme ai suoi amici. Perciò, poco per volta, mi sentii spinta sempre di più a dare un aiuto concreto alla mia mamma: mi sentivo ormai cresciuta, grande, in grado di occuparmi almeno delle cose più semplici della nostra casa, e così mi sembrava di non aspettare altro che Marco si tenesse ritto sui suoi piedini, e quindi che potesse camminare da solo, per portarlo con me almeno nel cortile sul retro, ed occuparmi di lui, spiegargli con parole semplici ciò che io già sapevo, e fargli scoprire i piccoli dettagli da cui eravamo circondati.

            Lui certe volte mi osservava incuriosito, ma raramente sembrava attratto da ciò che per me erano gli elementi fondamentali di ogni giornata: imparare sempre cose nuove, mostrare all’insegnante di scuola la propria attenzione, avere dei buoni rapporti con i compagni di classe; e poi naturalmente stare vicino al babbo e alla mamma, aiutare in casa a svolgere alcune piccole attività quotidiane. Marco si imbambolava con facilità, bastava dargli un fazzoletto di stoffa e lui ne passava la trama tra le sue ditine, senza mai stancarsi. Oppure osservava con attenzione una semplice parte di un gioco, senza mai smettere, e certe volte guardava qualcosa che io neppure riuscivo a vedere. <<Mamma, Marco è seduto senza fare niente>>, dicevo in certi casi, come se a me risultasse una grande stranezza; ma la mamma non se ne preoccupava, ed alzava le spalle, come ad indicare che andava bene così, e che non bisognava mai forzare mio fratello nel fare qualcosa.

 

            Bruno Magnolfi

 

lunedì 7 settembre 2026

Forza di volontà.


            La mamma è finalmente arrivata ed adesso mi guarda in silenzio. A giudicare dall’espressione del viso credo sia stanca, al punto che una suora vestita di bianco, di solito odiosa con tutti, va a prendere una sedia per farla riposare. Ha affrontato le sue solite due ore di corriera per arrivare fin qui all’ora del passo, ed adesso starà per circa un’ora con me, poi tornerà indietro ad occuparsi del resto della famiglia. La suora le dice qualcosa sottovoce, qualcosa che io non posso sentire mentre resto coricato dentro a questo mio letto d’ospedale, anche se intendo già cosa potrà averle da spifferare. Mi sono comportato male stamani, quando sono venuti a farmi il solito prelievo di sangue. Ho iniziato subito ad agitarmi, così mi hanno immobilizzato in tre o in quattro, poi però una forza che non conoscevo dentro di me è venuta in mio soccorso, così ho gridato, ho teso tutti i muscoli, mi sono ribellato, forse ho anche sputato verso qualcuno, ed alla fine quando ho visto quella siringa di vetro che mi feriva e che si infilava dentro di me ho perso il lume degli occhi. Ho piegato il braccio, e quindi anche quell’ago maledetto; perciò, mi sono aperto una ferita interna e si è verificata subito una larga macchia nera nel braccio. Mi hanno coperto di insulti, hanno detto che prenderanno dei provvedimenti punitivi contro di me, poi mi hanno finalmente lasciato da solo.

            La mamma non dice niente, si è messa seduta accanto a me ed io adesso evito persino di guardarla, perché ha tirato fuori un fazzoletto dalla borsa per asciugarsi gli occhi. <<Non preoccuparti mamma>>, vorrei dirle se solo ne avessi il coraggio. <<Adesso sento dentro di me la forza che serve per ribellarmi dal male, e devo soltanto concentrarmi a fondo, richiamare ogni energia che ancora è dispersa dentro di me, e poi però sarò libero, libero da questa malattia insopportabile. Sono certo che è soltanto una questione di volontà, ed io adesso la sento nella mia testa e in tutte le parti del corpo, e sono sicuro che questa battaglia che oramai va avanti da troppo tempo potrà soltanto vedermi vittorioso. Poi spaccherò con calma un vetro della finestra durante la notte, e quindi mi calerò giù lungo il tubo di una gronda, fino a terra, senza che nessuno se ne accorga minimamente, ed infine sarò libero di andare dove mi pare, e soprattutto di tornare a casa con te>>.

            <<Perché ti comporti così?>>, chiede adesso la mamma. <<Tutti qui desiderano soltanto farti guarire, e tu riesci soltanto ad intralciare gli sforzi dei medici, degli infermieri, di queste suore buone e caritatevoli>>. Ora la guardo scostando il lenzuolo dalla faccia: <<Non sono buoni per niente, tutti questi>>, vorrei dirle, <<e riescono solamente a torturarmi con le loro pretese di capire più di quello che ne so io su di me>>. Sono sicuro che la mamma riesce a comprendere benissimo i miei pensieri, anche senza scambiare con lei neppure una parola. <<Ma io adesso so bene dove si annida il mio male, e posso combatterlo senza la necessità di alcun aiuto da parte dei medici. È soltanto una questione di volontà, ed io in questo momento ho capito perfettamente quale dovrà essere il mio giusto percorso per giungere alla completa guarigione>>. Poi però mi prende un attimo di sconforto, torno a nascondere la faccia sotto al lenzuolo, e quei piccoli dolori che non mi abbandonano mai tornano implacabili a farsi sentire. La mamma ora si alza, si sporge verso di me, mi guarda negli occhi, dice che devo affidarmi a chi mi può aiutare, perché è solo questa la strada possibile. Quindi aggiunge che lo devo fare per lei, per il babbo, per mia sorella.

            Sono confuso, io desidero con tutte le mie forze uscire da questo letto d’ospedale e da questa situazione insopportabile, ma anche lei che ogni giorno affronta un lungo viaggio per venire da me, deve comprendere che adesso è soltanto una questione di volontà, ed io mi sto concentrando per tirare fuori da me stesso tutto quello che serve. Desidero profondamente ribellarmi a quello che mi è accaduto fino a d oggi, e sono sicuro di riuscire a rovesciare completamente la mia condizione. <<Voglio guarire mamma>>, dovrei dirle; <<voglio tornare a casa e riprendere la scuola; voglio tanto tornare dai miei compagni e dalla maestra, e imparare ciò che mi è utile; e poi voglio tanto rivedere tutti quegli amici che abitano nella nostra stessa strada, e che forse mi aspettano per giocare ancora con me, per raccontarmi ancora le loro storie bellissime, per spiegarmi come si fa a crescere così come loro stanno crescendo, ed appagare le mie curiosità ogni volta che nascono in me>>.  

            Ma io sono sicuro che la mamma sta facendo di tutto per aiutarmi, ed io non voglio deluderla, e soprattutto non desidero per nessuna ragione che ci sia di nuovo una suora cattiva vestita di bianco a raccontarle che non sono un bravo bambino, che mi comporto male con tutti, che non aiuto in nessun modo tutti coloro che mi stanno aiutando.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 5 settembre 2026

Differenti stanze.


            Finalmente tutto si era improvvisamente sistemato. Non che i medici avessero compreso esattamente da che cosa era derivata l’infezione profonda per cui il bambino aveva dovuto subire due ricoveri ospedalieri prolungati ed importanti in quattro cliniche diverse sia all’età dei quattro anni che nel momento in cui ne aveva ormai compiuti sette, e in mezzo ai quali purtroppo era cresciuto poco, in modo gracile, pallido, senza quello sviluppo che ci si sarebbe potuto attendere da lui, però quei sintomi che lo avevano allettato così a lungo per una debolezza estrema ed una forte incapacità nell’avvicinarsi ad un normale percorso infantile, adesso, dopo le ultime accurate analisi, sembravano proprio del tutto scomparsi. Il passo era stato salutato naturalmente da una grande gioia in famiglia, e le cose, molto rapidamente, avevano ripreso per tutti un andamento molto più ordinario, nell’eliminazione quasi completa sia dei molti farmaci che avevano intossicato quegli anni sofferenti, sia di quei percorsi dietetici imposti dai luminari della medicina, incredibilmente destabilizzanti. Marco perciò era tornato a scuola come un bambino qualsiasi, e in classe i suoi compagni, che non lo vedevano oramai da ben più di tre mesi, naturalmente incoraggiati dalla loro sensibile maestra, si erano sentiti in dovere addirittura di far partire un applauso caloroso per il suo rientro.  

            Ma solamente poche settimane più tardi suo padre, impegnato come sempre nel proprio lavoro manuale, aveva subìto una brutta caduta, accusando dei fortissimi dolori alle spalle che non gli avevano permesso di riprendere il lavoro per quasi un mese, nonostante le cure ben appropriate ai risultati di alcune analisi piuttosto approfondite. Per Marco andare ogni tanto a far compagnia a suo padre perennemente dolorante e sdraiato nel proprio letto con delle vistose fasciature al collo ed al torace, era stato come un rovesciamento di posizioni quasi insopportabile, tanto da preferire rimanersene in disparte per quasi tutto il tempo che si tratteneva all’interno della sua camera, incapace, al contrario di sua sorella, di sillabare anche una sola parola di conforto al suo indirizzo. In quei frangenti aveva iniziato a riflettere a fondo sul concetto stesso della malattia e sul potere che esercitava questo stato a proposito delle relazioni con tutti gli altri attorno, fino quasi a rendere quel degente, nei propri pensieri meditati a lungo durante la propria condizione di ammalato cronico, addirittura un privilegio per la propria condizione rispetto a chi godeva di ottima salute. Gli pareva che tutto il mondo improvvisamente girasse intorno a chi cadeva disgraziatamente nello stato di ammalato, ed adesso l’atteggiamento conseguente di tutti quanti accanto a suo padre fosse addirittura manipolato da quello stesso stato, fino a concedergli un privilegio esistenziale non indifferente.

            Marco avrebbe forse voluto descrivere in maniera minuziosa queste sensazioni che provava adesso con una certa maturità data dai suoi quasi otto anni e con la provata esperienza di degente alle proprie spalle, ma nessuno, né tra le mura della sua stessa scuola, e tantomeno a casa sua, gli aveva mai rivolto delle precise domande che gli permettessero di descrivere in qualche modo quella sua comprovata consapevolezza. Suo padre, d’improvviso dopo la caduta, aveva mutato addirittura atteggiamento verso chiunque, e se anche cercava di non lamentarsi troppo dei dolori che provava, di fatto mostrava come preponderante quella debolezza insita in una persona che improvvisamente ha bisogno di tutto e dell’aiuto di tutti, sollecitando dalle persone vicine quella compassione di cui normalmente, e Marco ne era più che sicuro, avrebbe volentieri fatto a meno. In ogni caso, e forse proprio in virtù di tutto questo, nessuno tra i suoi amici e tra i suoi colleghi di lavoro, soprattutto per non dare corda a questa situazione di evidente estrema debolezza ed ai mutati rapporti interpersonali, era andato a fargli anche soltanto una semplice visita veloce per sincerarsi delle sue condizioni, e lui si era forse sentito abbandonato quasi da tutti, a parte i membri stretti della propria famiglia, nonostante fosse contento da un lato di non doversi mostrare ad altri così infermo e dolorante.

            Loriana al contrario sembrava dover spiegare per filo e per segno tutto quanto era accaduto a suo papà, e forse si mostrava in questa fase come il vero e necessario tramite notiziario di tutto quello che c’era da sapere riguardo all’infortunato, anche perché la moglie Rachele, in linea con i suoi abituali comportamenti, sembrava sempre voler sminuire agli occhi di chi le chiedeva qualche notizia la vera gravità dell’accaduto, usando poche parole di spiegazione e forse fidando, oppure anche  augurandosi, una ripresa rapida delle condizioni di Franco, con cui parlava soltanto a monosillabi, ad evitare ogni suo eventuale affaticamento. Di fatto i problemi per tutta la famiglia erano evidenti a tutti, ad iniziare da quelli economici, nonostante un’assicurazione provvidenziale elargisse una minima diaria in favore dell’infortunato, e in ogni caso il periodo nero in cui quella casa era caduta appariva adesso piuttosto pesante, tanto da lasciar ignorare abbastanza spesso da parte della moglie e dei suoi figli la stessa camera dove restava perennemente sdraiato Franco, proprio nella ricerca di quella normalità che sembrava resistere strenuamente solo nelle altre stanze dell’appartamento.   

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 3 settembre 2026

Per la strada.


            Franco sta seduto al tavolo della cucina. In questo tardo pomeriggio non è neppure uscito da casa come suo solito, ed invece si è messo a scrivere con una matita alcuni elenchi di nomi e di cifre su dei fogli di carta, molto probabilmente qualcosa riguardante le proprie attività di lavoro che ha necessità di mettere in riga, mentre sua moglie al momento si sta occupando dei suoi lavori di cucito, prima di dedicarsi alla preparazione della cena. I loro bambini stanno in un angolo mentre tengono tra le mani alcuni dei loro giocattoli, e sembrano occupati semplicemente ad osservarli, mentre restano in silenzio. Poi qualcuno suona alla porta, ed il padre di Marco sollevando lo sguardo dal tavolo chiede a suo figlio di andare ad aprire per vedere chi mai possa essere. Il bambino di malavoglia giunge all’uscio di casa, apre con qualche difficoltà la serratura e subito dice ad alta voce che c’è il solito mendicante che cerca del babbo. Franco si alza dalla sedia, arriva fino alla porta, si infila una mano nella tasca dei calzoni e alla fine ne tira fuori un paio di monete che allunga al mendicante che peraltro conosce da tempo. Infine, richiude la porta, torna verso il tavolo e sottovoce dice alla moglie che quelli che appena dato a quell’uomo erano gli ultimi soldi che aveva, e che in casa non c’è più neppure un centesimo. <<Per fortuna domani devo riscuotere il compenso di alcuni piccoli lavori che ho terminato ultimamente>>, aggiunge giusto per far tirare un respiro di sollievo a Rachele. Poi risprofonda in mezzo ai suoi conti, senza però aver ricevuto alcun commento in risposta alle sue affermazioni, e forse per questo dopo appena un paio di minuti torna a parlare con sua moglie: <<Così mi piace Marco>>, le dice come dopo una lunga riflessione. <<Quando fa ciò che gli si chiede di fare, e magari ci meraviglia per qualcosa in cui riesce anche per conto proprio>>.

            Rachele si ferma un attimo, si avvicina al marito e gli risponde sottovoce, toccandogli lievemente una spalla, che il loro bambino probabilmente non sarà mai come lo vorrebbe lui. <<Marco è sempre immerso nei propri pensieri, e poi è un osservatore, gli interessa soltanto guardare e scoprire le cose a fondo e fin nei minimi dettagli; non gli piace la competizione, generalmente non si impegna in cose che gli risultano troppo difficili o fuori dalla sua portata. La sua normalità però è data dalla ricerca costante di qualcosa che forse gli altri bambini non riescono neanche a notare>>. Franco annuisce a malincuore, come se gli fosse giunta una cattiva notizia che peraltro già sapeva ma della quale non desiderava in alcun modo rendersi conto. Poi riprende con i suoi conti. Loriana adesso ha preso a parlare con suo fratello, gli chiede come fosse vestito quell’uomo che si è presentato alla porta e cose del genere, ma Marco sembra evasivo, come se avesse dato una scarsa importanza a ciò che è appena accaduto. La mamma intanto ha messo sopra al fornello qualcosa per la cena familiare, e un certo odore di buono inizia a spargersi per tutta la stanza dove sono radunati. <<Bambini>>, dice lei rivolta ai suoi figli, <<ora è il momento di andare a lavarsi accuratamente le mani>>. Loriana si alza dalla seggiolina dove sta seduta e prende per mano il fratello, indirizzandolo verso il bagno, poi gli lava lei stessa le manine con tutta l’attenzione possibile.

            Franco allora si alza dal tavolo, ripone in una vecchia cartella tutti i suoi fogli e sgombra quel tavolo che tra pochi minuti sarà apparecchiato con tutte le stoviglie che servono. Rachele, mentre gli dà la schiena occupandosi del cibo, al momento si sente sollevata per quello che ha appena detto. Le pare di essere stata piuttosto chiara nell’esposizione delle caratteristiche di suo figlio, e poi non ha mai visto di buon occhio il desiderio di suo marito di far crescere il loro figlio maschio come un bambino capace di eccellere agli occhi di tutti. Le sembra che Franco si sia sentito un po’ amareggiato da quelle opinioni, ma lei si sente adesso assolutamente a proprio agio avendogli riferito con precisione quello che anche le insegnanti della scuola materna le hanno spesso riferito di Marco. Magari, quando avranno più soldi e potranno permettersi qualcosa in più, acquisteranno uno di quei giochi educativi e particolari pensati proprio per bambini come lui, immagina mentre sminuzza delle verdure; <<forse va soltanto incoraggiato nel tirare fuori la testa da quelle nuvole in cui sembra spesso immerso, ma io sono convinta che la sua personalità, già così evidente all’età di soli quattro anni, emergerà sicuramente in qualcosa che al momento non si riesce neppure a immaginare>>.

            Infine, si siedono tutti attorno alla tavola rapidamente imbandita, e Marco spiega con calma, senza riferirsi a nessuno in particolare, che gli è piaciuto molto quell’uomo che si è presentato alla porta; <<è stato gentile con me, mi ha sorriso più volte, e poi mi ha detto che era proprio molto contento di vedermi di nuovo, dopo avermi incontrato altre volte per la strada>>.

 

            Bruno Magnolfi