Ho sentito
dire da mia zia che mio padre, pur non mostrandolo, si sente piuttosto orgoglioso
dei miei risultati scolastici, ed è quindi contento di me, soprattutto perché a
lui piacciono molto le persone vincenti, quelle che riescono a costruire e ad
avere una personalità propria e a farsi valere dagli altri. Non so che cosa
voglia dire tutto questo, e forse nelle parole di mia zia in ciò che mi ha confessato
c’era persino una leggera punta di critica nei confronti del babbo, ma in ogni
caso a me tutto quello che proseguo a fare riesce così naturale che non potrei
essere una bambina diversa da come sono ed appaio agli occhi di tutti. Lui
certe volte dice anche che probabilmente sono un po’ fortunata, ed io gli
sorrido, perché credo comunque che questo sia un bel complimento, e che al
contrario di mio fratello io sia capace di trovare con facilità il tratto
positivo delle cose, come mi ha anche spiegato la mia maestra, e a superare in
questo modo ogni compito o difficoltà che mi trovo ad affrontare. A mio padre probabilmente
piacerebbe che si manifestasse in questo senso una maggiore somiglianza tra me
e mio fratello, e che magari io mi prendessi l’impegno di essere, oltre ad una
sorella maggiore, anche una guida nei confronti di Marco, sia nelle normali cose
da fare, ma soprattutto nei nostri studi, anche se a me purtroppo torna estremamente
difficile spiegargli ciò che è necessario sapere, o come ci si comporta sui
banchi scolastici, perché lui è sfuggente, sempre chiuso in sé stesso, come se
non desse nessuna importanza a ciò da cui è circondato.
Lui appare perennemente
il bambino malato, quello debole, colui che non riesce a tirarsi fuori dal
ruolo che ha assunto dopo aver trascorso tanto tempo in mezzo agli ospedali, al
punto che è come se adesso portasse costantemente con sé la sua malattia, persino
nei suoi modi fare, o nell’osservazione della realtà, e nel suo confrontarsi
con gli altri, talvolta anche nei miei riguardi e persino verso quelli di
nostro padre, che ovviamente lo vorrebbe più reattivo, forse più forte, e soprattutto
un po’ più combattente. Quando sto con mia zia lei non mi chiede quasi niente
di lui, come se quasi non fosse interessata alla sua crescita, al suo sviluppo,
al suo risollevarsi dai periodi difficili che si è trovato a trascorrere. Non
ho mai pensato fino ad oggi a come sarà il suo futuro, però quando lo guardo,
pur nel dispiacere che provo spesso per la sua incapacità nel divertirsi e nel giocare
con me o anche con gli altri bambini proprio come sempre si dovrebbe alla sua
età, ritengo che conservi in sé stesso come una parte di colpa, incapace come
si è dimostrato di cambiare il proprio atteggiamento passivo, e di risollevarsi
dalla veste che ha assunto poco per volta. Mio padre una volta mi ha persino
spiegato che Marco è come se fosse adirato con tutti, quasi che ritenesse
colpevole ciascuno di noi delle sofferenze che ha dovuto sopportare in prima
persona, ma io non ci credo, e poi mi dispiace davvero non essere in grado di
aiutarlo come sicuramente meriterebbe.
Poi mio
padre dice che tutte queste sono soltanto semplici piccolezze, e che non ci
vorrebbe neppure molto per superare d’un balzo ogni ostacolo. Lui dice che per
riuscire ad essere bravi oggigiorno ci vuole tutto l’impegno possibile, ma
soprattutto sapere dentro noi stessi che cosa realmente si desidera. Alla fine,
solleva le spalle, aggiunge che forse non lo sa neppure lui, e che la realtà è davvero
complessa, e che risulta composta da una serie innumerevole di enormi sciocchezze.
Io naturalmente lo ascolto, anche se non sono d’accordo, e mi pare che sia
talmente difficile comprendere che cosa possono essere le cose davvero
importanti al punto che non valga neppure la pena di porsi questo tipo di
problemi, e che sia fondamentale soltanto impegnarsi in ciò che ci piace di più
e che per natura ci riesce di affrontare con maggiore facilità. La mia mamma
non interviene quasi mai su questi argomenti, perchè per lei probabilmente le
cose sono del tutto invariabili, e dobbiamo accettare tutto quanto senza porsi
neppure il problema di cambiare le nostre azioni e i nostri pensieri. Quando
certe volte parlo con Marco, spiegandogli magari che cosa sia successo in quel certo
giorno nella mia classe, o che cosa è stato detto dalla maestra o da qualcuno
dei miei compagni, mi sembra che le sue riflessioni, mentre continua ad
ascoltarmi in perfetto silenzio, siano estremamente lontane dalla realtà, quasi
che esistesse un mondo immaginario e parallelo nella sua mente, qualcosa che
lui prosegue giorno per giorno a costruirsi per conto proprio.
A mio padre
non ho mai detto qualcosa del genere, anche perché lui non mi chiede mai un
parere su mio fratello. Anche mia zia d’altronde non affronta mai argomenti del
genere, e se anche io non dico niente a nessuno di quello che qualche volta mi
pare di intuire o comprendere su Marco, alla fine devo riconoscere che il suo
atteggiamento nei confronti di tutti è estremamente particolare, totalmente
diverso da quello di tutti gli altri bambini che frequento o che conosco.
Bruno
Magnolfi