domenica 29 marzo 2026

Persona come tante.


            Praticamente ogni serata, escluse quelle rarissime volte in cui si sente troppo stanco, oppure quando addirittura ha un po’ di febbre, l’uomo di famiglia la trascorre all’interno del caffè-biliardo, dove in genere scambia delle chiacchiere poco impegnative con i conoscenti di sempre, oppure si lascia trascinare in qualche piccola sfida con le biglie e la stecca giocando all’italiana su uno dei due biliardi della sala sul retro. Quando giunge nel locale normalmente si lascia servire il solito caffè che sorseggia con calma e in piedi davanti al bancone, magari scherzando con qualcuno, seduto sulle poltroncine di plastica, che prosegue senza interesse a seguire qualche programma leggero alla televisione posizionata in un angolo, e subito dopo poi si affaccia nell’altra grande stanza, per vedere se ci fosse chi stesse già giocando sul panno verde. Non disprezza affatto starsene seduto là dentro a seguire qualche partita, e trascorre la serata commentando con qualche espressione colorita i comportamenti dei giocatori impegnati, ancora prima di apprezzare le loro qualità nell’impostare un preciso tiro di sponda o di rinquarto, ma certe volte viene invitato con insistenza, a seguito forse della sua sottile ironia, a svolgere lui stesso una piccola gara con tanto di piccola scommessa in soldi.

            Ma stasera nel locale sembra non ci sia proprio nessuno, e d’altronde non c’è neppure da aspettarsi qualcosa di diverso in certe giornate uggiose d’inverno durante la prima metà settimana, quando anche tutto quel gruppo maschile, che si ritrova là dentro soprattutto di venerdì e di sabato, preferisce rimanersene a casa propria. Sul retro però c’è un uomo che lui sinceramente non ha mai visto prima, e che sembra si diverta ad impostare da solo le traiettorie delle biglie sul tavolo verde, provando e riprovando le risposte a certi tiri impostati. Quello, dopo un minuto, alza lo sguardo su di lui, lo osserva senza interesse, però sorride e chiede subito se gli possa andar bene di fargli compagnia in una partita senza troppo impegno, giusto per far trascorrere al meglio quella serata. L’uomo di famiglia si fa avanti uscendo da quella penombra che regna vicino alle pareti della sala, e poi annuisce, come a raccogliere con indolenza quella piccola sfida. Nella rastrelliera sceglie la stecca che più gli si addice, ne pulisce il manico con un pezzo di carta, ne tratta con il gesso la punta, poi, senza più dare alcuna importanza allo sfidante, rialza sistemandoli in posizione i cinque piccoli birilli al centro del tavolo. Si stabilisce il tiro di inizio, e lui lascia che l’altro faccia così la prima mossa.

            L’uomo di famiglia si sente allenato, capace di mettere in difficoltà l’altro, ma non ambisce a mettere in luce troppo in fretta le proprie capacità, così lascia che lo sfidante si senta quasi padrone della partita, in grado di dominarla senza neppure troppi tentennamenti. Intanto arrivano due o tre conoscenti che si siedono nell’area di margine e poco illuminata del tavolo da gioco, quasi senza neppure salutare i presenti per non interrompere la concentrazione dei due giocatori. Lui adesso si sente spalleggiato da quel pubblico, quasi sostenuto nell’imbastire quella partita; perciò, mette a segno almeno un paio di tiri piuttosto ricercati, iniziando a mettere in difficoltà l’avversario. L’altro inizia a sudare, si vede che la sua capacità decisionale traballa, che non prova più quella forte convinzione iniziale sulle proprie qualità di giocatore, e in questo frangente commette qualche piccolo errore di cui lui però evita di approfittare, lasciandosi andare a qualche tiro di alleggerimento, senza mettere assieme dei punti preziosi.        

            Così la partita termina con un vantaggio minimo da parte dello sfidante, che adesso si sente quasi un gran giocatore, e ride forte salutando la propria vittoria come una dimostrazione di vera e indiscutibile bravura. La rivincita va avanti più o meno sulla stessa falsa riga, ma adesso è l’uomo di famiglia che si aggiudica la partita grazie ad un semplice tiro fortunato verso il finale, dopo che i due giocatori si sono fronteggiati con un punteggio simile e quasi monotono. L’uomo di famiglia adesso dice che dovrebbe proprio andare via, ma l’altro si indigna, e allora viene lanciata da questi una posta più alta, un bel pacchetto di soldi che mostrino con il loro valore la qualità alta di quella sfida. Così si ricomincia a giocare, mentre altre persone intervengono per seguire quella partita così importante, in grado di segnare nel bene o nel male una serata senza troppe caratteristiche. Inutile dire che l’uomo di famiglia adesso spadroneggia sul tavolo verde: non infierisce sul malcapitato, però lo tiene sotto, lo provoca, si lascia andare persino a qualche espressione ironica, pur senza mai esagerare. Vince, ma tenendo costantemente la partita sul filo delle possibilità, e commentando qualcuno dei propri tiri maggiormente riusciti come un semplice frutto della fortuna che stasera sembra affiancarlo.   

            L’altro alla fine paga quanto era stato pattuito, e soltanto adesso forse si rende conto di aver giocato con qualcuno con delle capacità nettamente superiori alle proprie, bravo anche nell’essersi destreggiato con maestria utilizzando con oculatezza la propria modestia, sicuramente un giocatore navigato insomma, pur nei panni semplici di una persona qualsiasi.   

 

            Bruno Magnolfi

sabato 21 marzo 2026

Pomeriggio da disperati.


            La mamma quel giorno li aveva lasciati nel giardino di casa a giocare; era dovuta uscire per un impegno improvviso, ma niente di troppo impegnativo: <<Una mezz’ora, un’ora al massimo>>, aveva detto, e si era raccomandata più di una volta, specialmente con Loriana, la figlia più grande che aveva già nove anni, di comportarsi per bene e ad ambedue di fare il più possibile i bravi.

Marchino invece, appena rimasto da solo con la sorella, forse per un senso di libertà, si era subito messo a correre avanti e indietro lungo il vialetto del loro giardino e anche intorno alle aiuole, saltando dai gradini della porta sul retro e facendo il diavolo. Loriana lo aveva ripreso più volte: <<Ti viene la tosse>>, gli aveva detto, ma non era riuscita a fermarlo.

Quando Marchino poi era caduto, le sue mani erano andate ad infilarsi dentro a una siepe bassa, e per fortuna non si era neanche poi fatto male, a parte forse un graffietto, se non fosse stato per l’ape che ronzando sui fiori esattamente in quel punto, aveva avuto l’idea di pungerlo proprio su una delle sue guance morbide.

La sorella aveva subito portato in casa il fratello per non far sentire gli urli ai vicini, e poi aveva cercato di curarlo bagnandogli la faccia con l’acqua, ma quando si era resa conto che il viso di Marco era gonfio e che il dolore doveva essere forte davvero, le era venuto da piangere anche a lei, sentendosi persa, incapace, impossibilitata a sistemare le cose.

Rientrò la mamma più tardi e li trovò così, disperati, semplicemente coscienti di non essere riusciti a cavarsela.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 18 marzo 2026

Spiazzo fiorito.


            Lei si prepara del caffè ogni giorno, soprattutto a metà del pomeriggio. Poi, stando in piedi, mentre porta la tazza alle labbra, osserva fuori dalla finestra qualcosa, forse una chiazza di colore indefinibile, ma senza neppure un’idea precisa su che cosa guardare, o che cosa magari le interessi vedere. Resta così piuttosto a lungo, da sola, nella cucina essenziale, sorseggiando la sua bevanda calda e tenendo gli occhi rivolti verso un punto lontano, qualcosa che tra i suoi pensieri probabilmente non ha alcuna importanza, ma che serve soltanto ad allargare la propria mente in un nulla indistinto, vaporoso, offuscato, un vuoto che le permetta di staccare la sua volontà dagli impegni, e dimenticare per qualche minuto i propri doveri di moglie e di madre. È una pausa completa che lei dedica a sé stessa, sicuramente, come un ritrovare il piacere di annullare ciò da cui è circondata, quasi un sentirsi al di fuori dalla vita ordinaria che la stringe per tutto il giorno tra le sue spire.

            Certe volte la figlia maggiore, uscendo fuori dalla stanza dove lei e suo fratello giocano o si occupano dei propri compiti scolastici, la interrompe facendosi sulla soglia: <<Mamma, che cos’hai?>>, le chiede, come se sapesse perfettamente che in quell’istante sua madre non è davanti a sé, ma sta fluttuando in una diversa dimensione, un luogo distante da tutto quanto, che per quel momento ne rende persino l’espressione degli occhi qualcosa di poco riconoscibile. Sua madre lascia lentamente rientrare il suo sguardo dentro la cucina, si sposta quanto basta per appoggiare la tazza ormai vuota sul piano dei fornelli, ed infine, sempre con una lentezza inusuale, si volta verso sua figlia: <<Niente, cara; è tutto a posto>>, le dice, senza la preoccupazione di mostrarsi neppure troppo convincente. I suoi figli non sono dei confusionari, riescono a giocare persino senza produrre rumori, e per diverse manciate di minuti addirittura senza neanche parlare tra loro, generalmente rendendosi autosufficienti, come se non avessero bisogno d’altro che di un piccolo oggetto, di una bambolina di pezza o di un guscio di noce tra le proprie mani minute per fantasticare attorno a qualcosa che appare visibile soltanto a loro due. <<Torna a giocare>>, dice la mamma in un soffio, ed anche se la sua espressione adesso resta seria, la bambina obbedisce, al punto da sapere perfettamente come non ci sia niente di cui preoccuparsi davvero, tanto da tornare immediatamente nell’altra stanza senza ribattere niente, e quindi riprendere le sue occupazioni infantili.

            Altre volte la mamma accende la radio, per tenendola ad un basso volume, e mentre si occupa di affettare qualcosa per preparare la cena, oppure di sminuzzare gli ortaggi prima di metterli dentro la pentola, lascia che suo figlio minore a suo modo la aiuti, mettendo in ordine le foglie degli spinaci, o pulire dei fagiolini, o amalgamare accuratamente un soffritto di cipolla e di carote ancora prima di metterlo al fuoco. La radio trasmette la musica, ma altre volte mette in onda un racconto o una semplice commedia, ed allora ci vuole un attimo per farsi trascinare in un ambiente diverso, dove gli attori che recitano, senza possibilità di farsi vedere, riescono semplicemente con la propria voce a ricreare una situazione del tutto realistica, tanto da attrarre tutta la possibile attenzione di chi sta seguendo il programma. C’è sempre come un’aria malata in questi casi, come se Marco tendesse ad occuparsi di cose da grandi quasi come per spingersi fuori da sé, e addirittura anticipare i tempi della sua esistenza, proiettandosi verso quel mondo che la sua lunga degenza in ospedale certe volte gli ha come cercato di negare, o quasi che lui non trovasse ormai più niente di divertente nei normali giocattoli per i bambini della sua stessa età.  

            Poi la mamma si muove nelle stanze del piccolo appartamento, a volte indagando con lo sguardo su ciò da cui è circondata, ed è allora che i suoi due figli, pur mostrando quasi una velata indifferenza verso di lei, capiscono perfettamente come la loro madre stia rapidamente formandosi un giudizio preciso su quelle loro attività, fino al punto di interromperli ed invitarli ad uscire nel giardinetto di casa, a godersi la giornata tiepida, a prendere l’aria che fa sempre bene, piuttosto che restarsene ancora in quella stanza con le solite cianfrusaglie di ogni giorno tra le mani. Ai due bambini non piace troppo quella sua spinta ad occuparsi d’altro, però generalmente non commentano i suoi consigli, e prendono quelle poche parole come un pensiero espresso soltanto per il loro benessere, ed anche per la propria gratificazione, nonostante il sospetto maggiore che resta dentro di loro sia quello che lei in quel preciso momento desideri restare semplicemente da sola dentro la casa. Fuori, tra le aiuole ed il vialetto lastricato, ci sono comunque molte cose di cui occuparsi, e non è affatto un problema anche soltanto sedersi sopra al gradino di fronte e poi starsene lì, tranquilli, a riflettere a fondo sul tempo che lentamente trascorre intorno ai loro profili e che proietta l’ombra tagliente del sole su tutto quello spiazzo fiorito.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 10 marzo 2026

Desiderio di normalità.


            La notte normalmente è lunga da trascorrere dentro ad un ospedale. Nel buio, se proprio lo si desidera si può perdere tempo ad ascoltare il respiro di tutti quei bambini che sono dentro a questa camerata insieme a me, e poi incuriosirsi di quel cadenzato transitare ogni tanto lungo il corridoio da parte di qualcuno del personale sanitario che magari fa dei piccoli controlli, oppure interviene per qualche problema, o aiuta un degente ad andare in bagno, e altre cose di questo genere. C’è poi qualcuno dei più piccoli, nella nostra ala pediatrica, che certe volte piange sommessamente, o meglio si lamenta, forse proprio mentre sta dormendo, oppure perché si sveglia di soprassalto ed evidentemente non trova le sue cose, la sua mamma, il suo lettino, la sua abitazione. Io invece mi raggomitolo tra le coperte e le lenzuola anche se generalmente sono poco morbide, e cerco di pensare a qualcosa che trascini via da qui almeno i miei pensieri, perché spesso di dormire e basta non ne ho affatto voglia. Certe volte mi pare d’essere sopra una zattera che galleggia in un mare indefinibile, ed io mi sento momentaneamente in salvo mentre proseguo a sorreggere il mio corpo sopra a questo relitto alla deriva, utilizzando tutte le forze che ancora posso avere, anche se non so dire verso dove porteranno le correnti che lo muovono. Il pigiama mi protegge, e le coperte creano quasi uno scudo attorno a me, ed io so per certo che fino a quando sarò capace di stringermi a questo cuscino bianco sicuramente non mi accadrà nulla di male.

            Quando giunge l’alba, di cui si intravede filtrare la luce dai finestroni oscurati, tutto cambia d’improvviso: le lampade vengono tutte accese, e le infermiere, parlando tra loro a voce alta, iniziano subito a fare il giro di tutti i letti delle camerate per controllare lo stato dei bambini e le loro necessità, portando in una mano dei termometri a mercurio tenuti dentro ad un barattolo di vetro, a bagno dentro l’etere o l’alcol denaturato, e poi svelte scuotono quelle sbarrette aiutando ognuno dei piccoli degenti a posizionare il proprio misuratore della febbre. A qualcuno vengono cambiate le lenzuola, e allora le operazioni sono brusche, rapide, come lo stesso lavaggio delle parti sporche, come se ciò che viene maneggiato fosse quasi un semplice oggetto, forse un fastidio inevitabile da togliersi alla svelta. Passa un buon quarto d’ora o anche di più avanti che le infermiere ritornino per controllare la temperatura e recuperare i termometri che tutti i bambini hanno ben tenuto nella loro posizione, e poi a seguito arrivano fortunatamente i carrelli con la colazione. Non che qualcuno di noi abbia particolarmente appetito, ma perché è il momento migliore della mattina, quello in cui si può assaporare il latte caldo, il caffè o quello che sia, e poi masticare qualche biscotto, assaporando una parvenza di normalità.

            A me viene imposto subito di orinare dentro una provetta. So che verrà analizzato con attenzione il liquido e poi in base ai risultati mi verranno ordinate le cure che mi servono. Quindi giungono i medici, con dei sorrisi falsi e la loro maniera di dare sempre poca importanza a tutto ciò che hanno di fronte. E spesso tolgono il sangue a qualcuno, e qualche volta scherzano e si sfidano tra loro su chi riesce a fare meglio queste operazioni. Uno di questi si vanta di essere capace ad estrarre il campione che gli serve con una mano sola, così viene da me, si fa allungare la siringa di vetro con l’ago avvitato sopra e cerca di stendermi il braccio per cercare la vena giusta. Io non ne voglio sapere di farmi torturare, perciò non stendo un bel niente, almeno fino a quando una suora non si siede direttamente sul mio braccio, ed il dottore, accompagnato dalle mie urla incontrollabili, maneggia con la sola mano destra la siringa, e procurandomi un dolore immenso riesce a fare tutto quanto. Per il resto del giorno non riuscirò a sentire il mio braccio come un arto normale, e terrò il gomito appuntito per quanto mi sarà possibile per ricacciare indietro quell’impressione insopportabile.  

            Quando infine arriva il primario tutti invece assumono espressioni di serietà e di competenza, anche se fino ad un attimo prima hanno giocato a tirarsi i lacci emostatici e a fare altri stupidi giochi del genere. Alle dodici, con l’orario delle visite, giungono le mamme insieme agli altri parenti, e la tensione allora si allenta, tutti parlano, chiedono, spiegano le cose, e in questo modo si cerca, sorridendo per sdrammatizzare, di dare importanza anche a quelle piccole sciocchezze da cui siamo perennemente circondati. Mi viene portato il quaderno dove la maestra elementare ha segnato per me gli esercizi da compiere, cercando in questo modo di allenarmi alle materie scolastiche, probabilmente già sapendo che non tornerò molto rapidamente nella sua classe, e che la mia permanenza in questo ospedale triste sarà lunga, anche se non immagina certo che dovrò essere trasferito in altre due cliniche prima di poter tornare nella casa della mia famiglia e a quella normalità che tanto desidero.  

 

            Bruno Magnolfi