venerdì 17 luglio 2026

Piccolezze.


            Ho sentito dire da mia zia che mio padre, pur non mostrandolo, si sente piuttosto orgoglioso dei miei risultati scolastici, ed è quindi contento di me, soprattutto perché a lui piacciono molto le persone vincenti, quelle che riescono a costruire e ad avere una personalità propria e a farsi valere dagli altri. Non so che cosa voglia dire tutto questo, e forse nelle parole di mia zia in ciò che mi ha confessato c’era persino una leggera punta di critica nei confronti del babbo, ma in ogni caso a me tutto quello che proseguo a fare riesce così naturale che non potrei essere una bambina diversa da come sono ed appaio agli occhi di tutti. Lui certe volte dice anche che probabilmente sono un po’ fortunata, ed io gli sorrido, perché credo comunque che questo sia un bel complimento, e che al contrario di mio fratello io sia capace di trovare con facilità il tratto positivo delle cose, come mi ha anche spiegato la mia maestra, e a superare in questo modo ogni compito o difficoltà che mi trovo ad affrontare. A mio padre probabilmente piacerebbe che si manifestasse in questo senso una maggiore somiglianza tra me e mio fratello, e che magari io mi prendessi l’impegno di essere, oltre ad una sorella maggiore, anche una guida nei confronti di Marco, sia nelle normali cose da fare, ma soprattutto nei nostri studi, anche se a me purtroppo torna estremamente difficile spiegargli ciò che è necessario sapere, o come ci si comporta sui banchi scolastici, perché lui è sfuggente, sempre chiuso in sé stesso, come se non desse nessuna importanza a ciò da cui è circondato.

            Lui appare perennemente il bambino malato, quello debole, colui che non riesce a tirarsi fuori dal ruolo che ha assunto dopo aver trascorso tanto tempo in mezzo agli ospedali, al punto che è come se adesso portasse costantemente con sé la sua malattia, persino nei suoi modi fare, o nell’osservazione della realtà, e nel suo confrontarsi con gli altri, talvolta anche nei miei riguardi e persino verso quelli di nostro padre, che ovviamente lo vorrebbe più reattivo, forse più forte, e soprattutto un po’ più combattente. Quando sto con mia zia lei non mi chiede quasi niente di lui, come se quasi non fosse interessata alla sua crescita, al suo sviluppo, al suo risollevarsi dai periodi difficili che si è trovato a trascorrere. Non ho mai pensato fino ad oggi a come sarà il suo futuro, però quando lo guardo, pur nel dispiacere che provo spesso per la sua incapacità nel divertirsi e nel giocare con me o anche con gli altri bambini proprio come sempre si dovrebbe alla sua età, ritengo che conservi in sé stesso come una parte di colpa, incapace come si è dimostrato di cambiare il proprio atteggiamento passivo, e di risollevarsi dalla veste che ha assunto poco per volta. Mio padre una volta mi ha persino spiegato che Marco è come se fosse adirato con tutti, quasi che ritenesse colpevole ciascuno di noi delle sofferenze che ha dovuto sopportare in prima persona, ma io non ci credo, e poi mi dispiace davvero non essere in grado di aiutarlo come sicuramente meriterebbe.

            Poi mio padre dice che tutte queste sono soltanto semplici piccolezze, e che non ci vorrebbe neppure molto per superare d’un balzo ogni ostacolo. Lui dice che per riuscire ad essere bravi oggigiorno ci vuole tutto l’impegno possibile, ma soprattutto sapere dentro noi stessi che cosa realmente si desidera. Alla fine, solleva le spalle, aggiunge che forse non lo sa neppure lui, e che la realtà è davvero complessa, e che risulta composta da una serie innumerevole di enormi sciocchezze. Io naturalmente lo ascolto, anche se non sono d’accordo, e mi pare che sia talmente difficile comprendere che cosa possono essere le cose davvero importanti al punto che non valga neppure la pena di porsi questo tipo di problemi, e che sia fondamentale soltanto impegnarsi in ciò che ci piace di più e che per natura ci riesce di affrontare con maggiore facilità. La mia mamma non interviene quasi mai su questi argomenti, perchè per lei probabilmente le cose sono del tutto invariabili, e dobbiamo accettare tutto quanto senza porsi neppure il problema di cambiare le nostre azioni e i nostri pensieri. Quando certe volte parlo con Marco, spiegandogli magari che cosa sia successo in quel certo giorno nella mia classe, o che cosa è stato detto dalla maestra o da qualcuno dei miei compagni, mi sembra che le sue riflessioni, mentre continua ad ascoltarmi in perfetto silenzio, siano estremamente lontane dalla realtà, quasi che esistesse un mondo immaginario e parallelo nella sua mente, qualcosa che lui prosegue giorno per giorno a costruirsi per conto proprio.      

            A mio padre non ho mai detto qualcosa del genere, anche perché lui non mi chiede mai un parere su mio fratello. Anche mia zia d’altronde non affronta mai argomenti del genere, e se anche io non dico niente a nessuno di quello che qualche volta mi pare di intuire o comprendere su Marco, alla fine devo riconoscere che il suo atteggiamento nei confronti di tutti è estremamente particolare, totalmente diverso da quello di tutti gli altri bambini che frequento o che conosco.

 

            Bruno Magnolfi 

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