mercoledì 9 settembre 2026

Fare qualcosa.


            La casa dove sono nata da mio padre e da mia madre è composta di appena tre piccole stanze, e a me probabilmente, da quando ho iniziato a discernere, sono apparse ai miei occhi il miglior luogo dove stare tranquilla e protetta. Per i primi tre anni che ho vissuto difatti sono stata coccolata da tutta la mia famiglia, e tenuta in braccio oltre che dai miei genitori anche dalla zia e dai miei nonni, che mi hanno fatta sentire sempre al centro del mondo. Ma ad un certo momento a mia madre è iniziata a gonfiare la pancia, ed alla fine è arrivato lui, il mio attuale fratellino, a togliere da me un po’ di quelle attenzioni che credevo assodate una volta per tutte. Di colpo mi sono trovata di fronte ad un problema che non avrei mai creduto di dover affrontare, e cioè se iniziare ad esprimere tutta la mia indignazione per aver dovuto subire l’ingresso inaspettato dentro la casa di un infante cicciottello e bisognoso di tutto che sembrava attirare le simpatie proprio di tutti, oppure accettare la sua presenza come quella di un piccolo bambino al quale avrei dovuto accordare le mie attenzioni come facevano esattamente tutti gli altri della famiglia. Dopo qualche tempo, come si può immaginare, mi sono comunque abituata alla sua presenza, ed infine ho iniziato a mostrare a tutti quanti che volevo un gran bene a quel mio fratellino, anche se certe volte dentro di me avrei voluto strozzarlo.

            La zia in quel periodo aveva cominciato a venire molto spesso a casa nostra, con la scusa di farmi prendere un po’ d’aria a così portarmi fuori per qualche passeggiata. Da sola con lei ritrovavo un certo piacere nel farmi vedere da tutti coloro che si fermavano a salutarla, prendendomi naturalmente i complimenti e le attenzioni del caso, anche se troppo spesso c’era qualcuno che mi chiedeva notizie di Marco, del mio piccolo fratello nato da poco. In seguito, però, ci feci l’abitudine a discorsi del genere e a rispondere a certe domande ricorrenti su di lui, ed iniziai a mostrarmi sempre sorridente, perché avevo già capito che era quella la maniera migliore per essere benvoluta da chiunque. Andavano quasi peggio quelle rare giornate in cui si usciva con la mamma, pronta a spingere l’elegante carrozzina blu, con dentro naturalmente mio fratello, che ci era stata prestata a noi da un’altra famiglia proprio come la nostra, nella quale però i bambini erano già cresciuti anche troppo per desiderare ancora di adoperarla. Perciò tutti allungavano la testa per vedere il piccolino ed allargare dei grandi sorrisi mentre si complimentavano con la mia mamma e con me, che dovevo annuire ogni volta che dicevano che sarei stata brava e paziente ad insegnargli tutto ciò che serviva.

            La nonna, la madre di mia mamma, era morta da poco tempo, prima ancora della sua seconda gravidanza, e lei era sprofondata in una depressione piuttosto difficile da contenere. Parlava poco in quel periodo, e anche se si occupava di me, di Marco, di tutta la famiglia, sembrava però che facesse tutto quanto solo per un senso profondo del dovere, e non per l’entusiasmo di tirar su dei bambini, che rimaneva così nascosto che in tutti i casi nessuno riusciva ad avvertirne il lato positivo. Mio padre proseguiva a fare quello che aveva sempre fatto, lavorando per tutta la giornata e trascorrendo la maggior parte del suo tempo libero al caffè-biliardo insieme ai suoi amici. Perciò, poco per volta, mi sentii spinta sempre di più a dare un aiuto concreto alla mia mamma: mi sentivo ormai cresciuta, grande, in grado di occuparmi almeno delle cose più semplici della nostra casa, e così mi sembrava di non aspettare altro che Marco si tenesse ritto sui suoi piedini, e quindi che potesse camminare da solo, per portarlo con me almeno nel cortile sul retro, ed occuparmi di lui, spiegargli con parole semplici ciò che io già sapevo, e fargli scoprire i piccoli dettagli da cui eravamo circondati.

            Lui certe volte mi osservava incuriosito, ma raramente sembrava attratto da ciò che per me erano gli elementi fondamentali di ogni giornata: imparare sempre cose nuove, mostrare all’insegnante di scuola la propria attenzione, avere dei buoni rapporti con i compagni di classe; e poi naturalmente stare vicino al babbo e alla mamma, aiutare in casa a svolgere alcune piccole attività quotidiane. Marco si imbambolava con facilità, bastava dargli un fazzoletto di stoffa e lui ne passava la trama tra le sue ditine, senza mai stancarsi. Oppure osservava con attenzione una semplice parte di un gioco, senza mai smettere, e certe volte guardava qualcosa che io neppure riuscivo a vedere. <<Mamma, Marco è seduto senza fare niente>>, dicevo in certi casi, come se a me risultasse una grande stranezza; ma la mamma non se ne preoccupava, ed alzava le spalle, come ad indicare che andava bene così, e che non bisognava mai forzare mio fratello nel fare qualcosa.

 

            Bruno Magnolfi

 

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