La casa
dove sono nata da mio padre e da mia madre è composta di appena tre piccole stanze,
e a me probabilmente, da quando ho iniziato a discernere, sono apparse ai miei
occhi il miglior luogo dove stare tranquilla e protetta. Per i primi tre anni
che ho vissuto difatti sono stata coccolata da tutta la mia famiglia, e tenuta
in braccio oltre che dai miei genitori anche dalla zia e dai miei nonni, che mi
hanno fatta sentire sempre al centro del mondo. Ma ad un certo momento a mia
madre è iniziata a gonfiare la pancia, ed alla fine è arrivato lui, il mio attuale
fratellino, a togliere da me un po’ di quelle attenzioni che credevo assodate
una volta per tutte. Di colpo mi sono trovata di fronte ad un problema che non
avrei mai creduto di dover affrontare, e cioè se iniziare ad esprimere tutta la
mia indignazione per aver dovuto subire l’ingresso inaspettato dentro la casa di
un infante cicciottello e bisognoso di tutto che sembrava attirare le simpatie proprio
di tutti, oppure accettare la sua presenza come quella di un piccolo bambino al
quale avrei dovuto accordare le mie attenzioni come facevano esattamente tutti
gli altri della famiglia. Dopo qualche tempo, come si può immaginare, mi sono comunque
abituata alla sua presenza, ed infine ho iniziato a mostrare a tutti quanti che
volevo un gran bene a quel mio fratellino, anche se certe volte dentro di me avrei
voluto strozzarlo.
La zia in
quel periodo aveva cominciato a venire molto spesso a casa nostra, con la scusa
di farmi prendere un po’ d’aria a così portarmi fuori per qualche passeggiata. Da
sola con lei ritrovavo un certo piacere nel farmi vedere da tutti coloro che si
fermavano a salutarla, prendendomi naturalmente i complimenti e le attenzioni
del caso, anche se troppo spesso c’era qualcuno che mi chiedeva notizie di
Marco, del mio piccolo fratello nato da poco. In seguito, però, ci feci
l’abitudine a discorsi del genere e a rispondere a certe domande ricorrenti su
di lui, ed iniziai a mostrarmi sempre sorridente, perché avevo già capito che
era quella la maniera migliore per essere benvoluta da chiunque. Andavano quasi
peggio quelle rare giornate in cui si usciva con la mamma, pronta a spingere l’elegante
carrozzina blu, con dentro naturalmente mio fratello, che ci era stata prestata
a noi da un’altra famiglia proprio come la nostra, nella quale però i bambini
erano già cresciuti anche troppo per desiderare ancora di adoperarla. Perciò
tutti allungavano la testa per vedere il piccolino ed allargare dei grandi
sorrisi mentre si complimentavano con la mia mamma e con me, che dovevo annuire
ogni volta che dicevano che sarei stata brava e paziente ad insegnargli tutto
ciò che serviva.
La nonna,
la madre di mia mamma, era morta da poco tempo, prima ancora della sua seconda gravidanza,
e lei era sprofondata in una depressione piuttosto difficile da contenere.
Parlava poco in quel periodo, e anche se si occupava di me, di Marco, di tutta la
famiglia, sembrava però che facesse tutto quanto solo per un senso profondo del
dovere, e non per l’entusiasmo di tirar su dei bambini, che rimaneva così nascosto
che in tutti i casi nessuno riusciva ad avvertirne il lato positivo. Mio padre
proseguiva a fare quello che aveva sempre fatto, lavorando per tutta la
giornata e trascorrendo la maggior parte del suo tempo libero al caffè-biliardo
insieme ai suoi amici. Perciò, poco per volta, mi sentii spinta sempre di più a
dare un aiuto concreto alla mia mamma: mi sentivo ormai cresciuta, grande, in
grado di occuparmi almeno delle cose più semplici della nostra casa, e così mi
sembrava di non aspettare altro che Marco si tenesse ritto sui suoi piedini, e quindi
che potesse camminare da solo, per portarlo con me almeno nel cortile sul retro,
ed occuparmi di lui, spiegargli con parole semplici ciò che io già sapevo, e fargli
scoprire i piccoli dettagli da cui eravamo circondati.
Lui certe
volte mi osservava incuriosito, ma raramente sembrava attratto da ciò che per
me erano gli elementi fondamentali di ogni giornata: imparare sempre cose
nuove, mostrare all’insegnante di scuola la propria attenzione, avere dei buoni
rapporti con i compagni di classe; e poi naturalmente stare vicino al babbo e
alla mamma, aiutare in casa a svolgere alcune piccole attività quotidiane.
Marco si imbambolava con facilità, bastava dargli un fazzoletto di stoffa e lui
ne passava la trama tra le sue ditine, senza mai stancarsi. Oppure osservava
con attenzione una semplice parte di un gioco, senza mai smettere, e certe
volte guardava qualcosa che io neppure riuscivo a vedere. <<Mamma, Marco
è seduto senza fare niente>>, dicevo in certi casi, come se a me
risultasse una grande stranezza; ma la mamma non se ne preoccupava, ed alzava
le spalle, come ad indicare che andava bene così, e che non bisognava mai forzare
mio fratello nel fare qualcosa.
Bruno
Magnolfi
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