martedì 7 luglio 2009

Un artista.



            “Buongiorno signor Ernesto”, gli aveva detto anche quel mattino la sua vicina di casa, una donna anziana molto cortese, residente in un terra tetto con piccolo giardino, quasi uguale a quello dove abitava lui, lasciatogli dai suoi genitori, che non mancava mai di salutarlo regalandogli un grande sorriso, in qualsiasi occasione. Era stata lei, Ernesto non poteva certo dimenticarlo, la sua prima compratrice dei suoi quadri. “Sono bellissimi”, gli aveva detto tanti anni prima, quando ancora era in vita suo marito direttore di banca, e lui si era sentito lusingato da quelle parole incoraggianti. Naturalmente da quella volta Ernesto aveva continuato a dipingere, aveva partecipato a delle mostre, aveva vinto anche qualche premio, ma non c’era stato per lui quel salto di qualità che aveva sognato. Adesso erano ormai trascorsi quasi trent’anni, e tanto di quell’entusiasmo che aveva allora, ormai se n’era andato. Aveva invece continuato a fare l’insegnante d’arte alle scuole medie, a parlare con i ragazzi di tutte le grandi scuole artistiche della civiltà, e dei periodi storici, delle grandi figure della pittura, e a riempirsi la casa di tele che continuava a studiare nei minimi dettagli, e a dipingere con calma, dopo la scuola, elaborando tutto il suo sapere sopra a quelle superfici, che immancabilmente finivano per andarsi a coprire di polvere da qualche parte in casa sua. Qualche mese addietro la sua vicina gli aveva detto sottovoce: “...peccato, signor Ernesto…”, e lui era rimasto colpito da quelle semplici parole, ma non subito. “…nelle sue tele si vedeva il tocco dell’artista…”, aveva detto quella donna, che ancora andava con le amiche in giro per le mostre. Non le aveva dato peso, non aveva pensato troppo a quei significati, Ernesto, ma da quel momento gli si era instillata dentro una malinconia che mai aveva provato prima: gli dava noia quel pensiero, adesso, avrebbe voluto cancellarlo, dire ad alta voce che non era vero, lui non era un fallito, aveva dipinto qualche quadro, senza impegno, quasi per passare il tempo. Ma dentro di sé sapeva che non era vero, e quello strano struggimento che provava, si riaccendeva come per una dannazione ogni volta che vedeva la vicina: gli ricordava la sua incapacità ad essersi gettato a capofitto in ciò che più di qualsiasi altra cosa lo aveva mai interessato nella vita. Certe volte, specialmente quando si trovava da solo, gli sembrava terribile pensare di aver avuto delle possibilità di esistenza diverse da quel grigiore quotidiano, da tutta quella monotonia che lo aveva portato ormai quasi alla pensione, senza essersi infilato, come sarebbe stato probabilmente abbastanza naturale, in quella materia che almeno in quegli anni padroneggiava così bene. Così aveva iniziato ad odiare quella vecchia, ad evitarla tutte le volte che poteva, anche se abitava nella casa proprio a fianco della sua. Non sapeva proprio come uscirne, persino la strada dove viveva, e dove si trovavano tutte quelle villettine quasi uguali, con le facciate dai colori pallidi, pastello, le risultavano tutte odiose, come abitate da tante vecchie identiche, pronte in ogni ora del giorno a rinfacciargli, con il loro sorriso cortese, con quelle maniere educate e borghesi, che lui non ce l’aveva fatta, non era riuscito ad uscire da lì, ad essere artista, affrontando il mondo con un’altra faccia. Le sere specialmente, lo facevano sentire provato, e fu durante una di quelle, nel periodo estivo, quando tutto il vicinato si metteva nei propri giardinetti davanti casa a prendere il fresco, che lui tirò fuori tutte le sue tele ed iniziò a stenderle lì, sul marciapiede, per mostrarle a tutti. Uscirono da casa, curiosi, vennero vicino ma non tanto, ad ammirare le sue tele, qualcuno gli strinse la mano, come per suggellare la dipartita del suo cervello dalla normalità che imperava in quella strada, ma fu la vecchia, la sua vicina, che da sola andò vicino a lui, e con le lacrime agli occhi, chissà per cosa, gli disse solamente: “…bravo; bravo; l’artista, quando c’è, deve uscire, prima o poi…”.


Bruno Magnolfi

lunedì 6 luglio 2009

Solo una rosa.



            Vendere fiori non sempre era semplice. Si doveva avere un sorriso per tutti, come il commercio al dettaglio spesso richiede, però c’erano anche clienti che portavano i fiori sopra a una tomba, altri che invece omaggiavano i vivi, che facevano la corte a una donna, c’era chi festeggiava una nascita, o chi andava a una festa per un compleanno, e chi a un matrimonio. Poi c’erano quelli che amavano i fiori, indipendentemente da tutto, e in casa propria ne riempivano un vaso ogni giorno, e infine coloro dei quali non si capiva quale ragione ci fosse per spingerli lì. Uno di questi con uno strano cappello si era infilato dentro al negozio con l’aria di chi non sa che pesci pigliare, aveva girato con gli occhi tra tutti i colori e le specie di piante, infine aveva comprato solo una rosa. La settimana seguente era tornato, ed aveva ugualmente acquistato una semplice rosa. Poi non si era più fatto vedere per un lungo periodo, ma quando era tornato, ero da sola in negozio ed era quasi l’ora di chiudere, si era fatto ancora confezionare una rosa, la più bella che avessi, e alla fine, quando aveva pagato e non gli restava altro da fare che uscire, si era invece girato verso di me, mi aveva donato quel fiore, e in un fiato aveva spiegato: “Ciao, Marisa, tu non puoi riconoscermi, ma io sono Eugenio, il tuo compagno di giochi di quando avevamo dieci anni”. Naturalmente io rimasi di sasso, primo perché quell’uomo non assomigliava a nessuno che io ricordassi, poi perché non capivo quel suo comportamento un po’ ambiguo. Gli chiesi qualcosa per sincerarmi che fosse davvero l’Eugenio che io ricordavo tanti anni prima, e tutto emerse in poche parole come un miracolo dai nostri ricordi. Era impossibile non chiedergli che cosa gli fosse successo, perché non si fosse fatto riconoscere fin dalla prima volta, ma lui parlò di cose difficili da dire e spiegare, che era meglio per tutti non fare domande. Parlammo dei nostri anni bellissimi, di quando eravamo bambini, quando le cose erano ancora tutte da essere, e la vita pareva leggera, priva di serietà e di amarezze. Mi aiutò a chiudere il negozio, poi si rimase ambedue per un attimo fermi, in silenzio, da soli, lì, su quel marciapiede, e a me venne da piangere, in maniera un po’ stupida, forse infantile, mentre l’ora serale ovattava le cose e rendeva tutto forse più triste. La vita di ognuno di noi è un libro da scrivere, pensai, mentre salutavo Eugenio ignorando praticamente tutto di lui: però delle volte certe pagine combaciano in maniera inattesa, e forse è questo il senso di tutto, è sufficiente quell’attimo, anche se giunge solo una volta ogni tanto, perché dentro di sé ha già tutto, e non serve nient’altro.

            Bruno Magnolfi


domenica 5 luglio 2009

Inutile fuga.



            I bambini avevano a lungo continuato a rincorrersi sul prato spazioso, e Valerio li aveva distrattamente osservati, continuando a sorseggiare la birra seduto al tavolino del chiosco, sotto alla frescura dei grandi platani e dei tigli del parco che riempivano la vista di verde e tranquillità al margine di un viale sempre pieno di traffico. Il pomeriggio di quella domenica sembrava apparentemente scorrere via, calmo e distratto, senza problemi, lasciando alle spalle del giorno soltanto pensieri comuni e riflessioni ordinarie. Invece, solo qualche ora prima, a Valerio avevano detto che doveva fuggire. Alla sua vicina di casa i carabinieri avevano chiesto notizie di lui, e tutto era apparso già chiaro. Cambiando nome Valerio si era convinto, per quei dieci anni durante i quali aveva abitato in quella città, in quel palazzo senza caratteristiche degne di nota, di esser riuscito a lasciare il passato fuori dalla sua nuova vita. Non era così, doveva fuggire di nuovo, lasciare tutto quello che era riuscito a mettere assieme, trovare un’altra città, un altro nome, un nuovo lavoro. Forse non avrebbe neppure dovuto rientrare nel suo appartamento, nemmeno per prendere le cose più utili o più urgenti: sicuramente l’ingresso era osservato di notte e di giorno, la trappola senz’altro era pronta, ci sarebbe cascato come un pivello. Eppure stavolta, davanti alla birra, seduto in quel chiosco, Valerio si sentiva mancare la forza: non era facile abbandonare tutto quello che era riuscito a mettere assieme, andarsene ancora, interrompere quel flusso di vita che adesso era parso così regolare; e poi non riusciva neanche a immaginare in quale altro posto fuggire. Aveva ormai perso le conoscenze di un tempo, non sapeva neppure a chi poteva rivolgersi, adesso, e all’improvviso il suo mondo si riduceva ad un incubo, un incubo che aveva vissuto già tanti anni prima, ma con uno spirito del tutto diverso, con un’energia che adesso aveva perduto. Non avrebbe mai voluto finire la birra che teneva sul tavolo, non avrebbe mi voluto che i bambini smettessero di correre sul prato poco distante, il denso flusso di traffico lungo il viale doveva invece riprenderlo dentro di sé, portarlo verso qualcosa, era così, continuava ad imporre questo pensiero tra tutti quelli possibili, ma lui non riusciva a trovare una decisione da prendere. Alla fine si alzò, pagò la sua birra e si avviò verso casa: qualsiasi decisione da prendere sarebbe stata presa da altri, almeno quel giorno, Valerio non si sentiva capace di scegliere ancora qualcosa, forse era quello il suo limite, forse, da qualche parte sopra a quel libro pazzo sul suo destino, era scritto che quella domenica non era la migliore per lui.


Bruno Magnolfi

sabato 4 luglio 2009

Un uomo qualsiasi.



            L’uomo con un nome qualsiasi aveva già completato due volte il giro delle bancarelle presenti alla sagra. Aveva veduto qualcuno che conosceva di vista, seduto alle tavolate sul prato, dietro ad un bicchiere di vino o ad un boccale di birra, ma aveva fatto in maniera che nessuno lo salutasse o lo fermasse per dirgli qualcosa. “Sono tutti venuti in compagnia”, pensò, e questa riflessione lo fece star meglio, come se gli desse sollievo il fatto che in giro non ci fosse nessuno da solo, oltre lui. Ogni anno in paese quella festa era attesa da tutti, e tutti si asserbavano, per quelle poche serate, un senso di gioia e di sfrenatezza che durante il resto dell’anno non era comune. Si era fatto servire un panino da una ragazza dietro a un bancone di legno, e si era seduto ad un angolo mangiando con calma. In fondo non aveva da andare in nessun posto preciso, né tornare a casa, né altro, così poteva rimanersene seduto dov’era, ad osservare la luce di quel bel tramonto rosato che lentamente andava scemando. All’uomo con un nome qualsiasi gli piaceva quel senso di festa in quell’ora stupenda tra il giorno e la notte, la musica sparata dagli altoparlanti legati ai tronchi degli alberi, i ragazzi che urlavano e si correvano dietro, disseminando quell’aria profumata di cibi sfrigolanti sopra le griglie, di risate sguaiate e di richiami festosi. Aveva sempre fatto così, anche durante gli anni passati, restando da una parte a guardare i suoi compaesani che si ritrovavano, scambiandosi con gran facilità tutto quello che nei giorni normali era forse difficile per loro da mettere in mezzo. Non si sentiva uno di loro, non si era mai sentito parte della gente che abitava il paese, forse perché gli piaceva stare da solo a pensare e ad osservare le cose. Non era mai riuscito a trovare una collocazione, un ruolo qualsiasi con gli altri, troppo vecchio per fermarsi con quelli che erano giovani, troppo giovane per far comunella con i vecchi che passavano il tempo sulle panchine. Era sempre stato da solo, l’uomo con un nome qualsiasi, e tutti forse lo avevano sempre considerato soltanto un solitario per indole, o forse non lo avevano considerato per niente, solo uno con un nome qualsiasi, che non va ricordato, se c’è non fa peso, se non c’è non manca a nessuno. Però gli faceva piacere sognare una cosa: che tutti si sarebbero ricordati di lui nel giorno della sua morte, e lo avrebbero rispettato, forse sarebbero andati anche a rendergli visita, si sarebbero tolti il cappello, avrebbero appoggiato un fiore sulla sua bara, e forse avrebbero dimenticato, almeno in quel giorno, che lui aveva avuto per tutta la vita soltanto un nome qualsiasi.


Bruno Magnolfi 

venerdì 3 luglio 2009

La ricerca del silenzio.



            In azienda, per tutto il giorno di lavoro, si sentiva giungere dalla zona esterna il ronzio dei compressori d’aria che ogni pochi minuti si avviavano e si fermavano tramite dei relè automatici. Ognuno di lavoranti operava solo nel proprio piccolo laboratorio a cui era assegnato, con le pareti di vetro e attrezzato di tutto, tutti gli utensili possibili per la lavorazione dell’oro, dell’acciaio e delle pietre, per il resto andavano avanti tutto il giorno, spesso in orario straordinario, rispettando solo una piccola pausa ad ogni ora, ed un’ora intera per il pranzo. Erano in trenta là dentro, ragazzi e ragazze dai venti ai trent’anni, ma ognuno viveva nel chiuso della propria produzione decisa ogni mattina dal loro capo, e Arianna da un po’ di tempo aveva iniziato a soffrire di quei rumori di sottofondo che superavano facilmente i vetri del suo laboratorio. Durante le pause cercava di respirare uscendo da là dentro, assieme agli altri, ma oramai anche i discorsi dei suoi colleghi erano diventati esasperanti, sempre i soliti, sempre con quei toni monocordi, come ronzii anche quelli. La verità è che lei aveva sempre più bisogno di silenzio, non riusciva a sopportare tutto quel rumore, ogni tanto guardava gli altri oltre le vetrate e le pareva impossibile che solo lei fosse diventata così ipersensibile. Aveva provato a portarsi della musica distensiva, da ascoltare con le cuffie, ma le cose non erano migliorate. Arianna sapeva che quella sua sensibilità al rumore sarebbe diventata per lei sempre più un problema. Non riusciva a concentrarsi sul lavoro, ed anche se la produzione era diventata sempre più bigiotteria, per via del mercato che pareva non andare, però i lavori finiti dovevano essere perfetti, il capo controllava tutto, e lei continuava a fare degli errori, a impiegare troppo tempo, a lavorare male. Non poteva lasciare che il capo se ne accorgesse, doveva stare attenta, non si poteva certo permettere di perdere quel lavoro, doveva resistere, e così ogni giorno cercava di dimenticare i suoi problemi, cercava di pensare ad altro, di farsi forza, di ripartire in qualche modo. Poi arrivò il giorno peggiore. Lei era nervosa, fin dal mattino le sbatteva una palpebra di un occhio senza volerlo, e solo il soffio del suo microsaldatore le pareva un rumore assordante. Continuava ad incastonare dei vetri sfaccettati in una serie di anelli, tutti simili, compiendo i medesimi gesti che però andavano effettuati con una precisione massima. Si alzò dal suo sgabello di lavoro, ad un tratto, senza neanche spegnere il motore del suo portautensili; uscì dal suo laboratorio e percorse il corridoio, in fondo c’era l’ufficio del capo. Arianna aprì la porta e lui alzò lo sguardo dal computer. “Deve spegnere i compressori”, disse in un fiato con tutta la decisione che riuscì a trovare. Lui si tolse gli occhiali senza parlare, la osservò, poi disse: “La prossima settimana vengono gli operai a sostituirli con una macchina silenziata di nuova concezione, non avremo più questo noiosissimo rumore di fondo”.


Bruno Magnolfi 

giovedì 2 luglio 2009

Frammento di dialogo.



            “A volte ho l’impressione di muovermi dentro ad un bozzolo”, disse la persona di sesso maschile e di razza caucasica. “Riflettendoci meglio, so anche che compiendo un grandissimo sforzo potrei rompere e liberarmi del guscio, ma sono altrettanto sicuro di scoprire, in questa maniera, di trovarmi all’interno di un ulteriore e ben più consistente involucro, soltanto più grande”. “E’ tipico”, disse il dottore, “non mi dice niente di nuovo; però vada avanti, la prego”. “Vede”, disse la persona di sesso maschile, “quando mi trovo da solo riesco a convincermi di avere il coraggio e la forza per affrontare il mondo degli altri, quello che sta fuori dal guscio; ma quando poi mi trovo realmente con gli altri, la forza e il coraggio che avevo avuto fino ad un attimo prima, sfumano subito, ed io mi ritrovo sconfitto a subire i rapporti con le persone che incontro, senza essere nemmeno capace di pormi sul medesimo piano con loro. E’ questo il problema, mi sento sconfitto, ma se ripenso al passato sono sicuro che ogni sconfitta realmente subita da me, è stata così solo perché io ho voluto che le cose andassero in quella maniera, partendo perdente, ne sono convinto. E questo pensiero, purtroppo, mi deprime ancora di più”.  “Mi faccia un esempio”, disse il dottore. “All’età di quindici anni, visto che mi piaceva tantissimo, mio padre mi regalò una bicicletta da corsa”, continuò la persona di sesso maschile. “Andavo come il vento, battevo tutti coloro che cercavano di starmi vicino, e non ero mai stanco; avevo gambe, resistenza, fiato, tutto quello che occorre. Mi iscrissi a qualche gara per dilettanti e ne vinsi diverse. Quando arrivò il momento di inserirmi dentro a una squadra, di fare davvero sul serio, cominciai a non andare più tanto bene. In poco tempo smisi del tutto e riposi la bicicletta in un angolo. Adesso, se solo ripenso a quegli anni, mi prende una tristezza infinita. Potevo aver fatto molto di più, ma qualcosa mi ha tirato da parte, non mi ha lasciato fare tutto il percorso”. Il dottore si era intanto tirato su in piedi, aveva fatto qualche passo dentro la stanza, aveva guardato per terra. “E’ la fiducia in se stesso che le manca”, aveva osservato. “Per fare le cose lei deve sentirsi costretto, altrimenti rinuncia”. “Si, è proprio così”, rispose la persona di sesso maschile. “Bene”, riprese il dottore con enfasi, “le preparerò un elenco di cose da fare: andare nei bar, alle manifestazioni sportive, a passeggio, sempre da solo, ma dovrà cercare ogni volta di conoscere almeno qualche persona, chiedere loro il nome e il telefono, far conoscenza insomma, e portarmi ogni volta una relazione precisa di quello che ha fatto: spinto da me sono sicuro riuscirà in poco tempo a superare parecchi suoi limiti. Lei non è una persona qualsiasi, dentro di lei albergano potenzialità forti, possibilità di grande successo, capacità per raggiungere scopi insospettabili. Deve fidarsi di me, anzi, non ha neanche una scelta diversa, ma un’unica cosa in tutto il periodo non dovrà mai dire a nessuno, ed è questa: - me lo ha detto il dottore! – “.


Bruno Magnolfi

mercoledì 1 luglio 2009

Un doloroso momento.



            Per i suoi gusti quell’attesa era durata anche troppo. Chi si credeva di essere Giovanni, pensava Greta, quel ragazzetto insulso che al liceo non se lo filava nessuno, e che adesso non si era fatto neanche vedere; non riusciva neanche a comprendere adesso come avesse fatto ad  attirarla fin lì, forse proprio perché le faceva anche un po’ pena, pensava, più che interessarle qualcosa di lui, o forse perché, sfortunatamente per lei, era anche curiosa, o roba del genere. Fino ad ora, in fondo lei frequentava solo la prima liceo, e Giovanni la seconda in una diversa sezione, nessun altro le aveva dato un appuntamento del genere ad essere più che sinceri, però adesso non riusciva a sopportare l’idea di essere trattata in quel modo. Lui le piaceva, Giovanni, questo era vero, con quel suo modo garbato, diverso dagli altri, la sua voce su un tono sempre un po’ moderato, e poi quel ciuffone biondo sugli occhi così personale e così demodé. Ma questo non aveva assolutamente valore. Stava già pensando a quale poteva essere la vendetta migliore per fargliela pagare tutta in un botto. Poteva distribuire foglietti nella sua classe con su scritto qualcosa di cui farlo arrossire; oppure poteva aspettarlo l’indomani mattina davanti al liceo, e a voce sgargiante dirgli tutto quello che avrebbe voluto e che le sarebbe passato dentro la testa. Ma meglio di tutte le pareva ignorarlo del tutto, far finta di niente, e solo quando lui fosse andato a chiederle scusa, semplicemente si sarebbe scusata anche lei, dicendogli che purtroppo aveva avuto da fare, e non c’era andata all’appuntamento ai giardini. Si sentiva ribollire di rabbia, e soprattutto voleva in fretta allontanarsi da lì, invece di aspettare che qualcuno di scuola vedendola sospettasse qualcosa. Però ancora non riusciva a decidersi, ed era quello uno dei momenti più strani che in vita sua aveva dovuto affrontare. Giovanni non le aveva neanche passato un messaggio per invitarla ai giardini, come in genere aveva sentito si usava. L’aveva direttamente aspettata fuori da scuola, probabilmente uscendo di fretta un minuto prima di lei, aveva aspettato che rimanesse da sola in quel primo tratto di strada che lei percorreva per tornarsene a casa, e così, con dei modi cortesi, con parole curate, le aveva chiesto se poteva vederla da sola nel pomeriggio, davanti a quegli stramaledetti giardini dove adesso era rimasta come un’idiota da quasi mezz’ora. Basta, non poteva restare di più; aveva già preso con stizza la strada per tornarsene a casa, Greta, aveva già percorso alcune decine di metri quando vide arrivare Giovanni. Aveva l’espressione impaurita, il viso un po’ pallido, le disse una scusa banale, una macchina lo aveva quasi investito, lui si era dovuto fermare a discutere, ma lei non gli dette alcun peso. Si era fermata sul marciapiede, ma girata di spalle, proprio per non dargli importanza, ed era così forte la tensione dentro di lei che quasi le veniva da piangere. Lui disse soltanto: “…mi dispiace, doveva essere un bel momento, e invece si è rovinato…”. “Non importa”, gli disse lei in tono di sfida, “ti lascio un’altra possibilità: potrai fare tutto di nuovo, iniziando ovviamente da un invito estremamente lusinghiero; però sappi che dovrai essere ben più convincente, dovrai scalare una montagna più alta, risolvere un problema ben più difficile, affrontare complicazioni che non avevi previsto, e riuscire soprattutto, con tutto quello che ti ho appena detto, a farmi scordare questo doloroso momento”.  


Bruno Magnolfi