lunedì 8 marzo 2010

La cosa migliore.

            
            Fuori dalla finestra non c’era niente, solo una strada grigia con qualche alberello tisico dalle radici affondate sul ciglio sassoso. Certe volte lui spalancava la finestra e si affacciava dal davanzale nella speranza segreta di trovare qualcosa di nuovo là fuori, come se potesse fermarsi qualcuno ad aspettarlo sotto alla casa dove lui abitava, giusto per dirgli: “Andiamo, non è il caso di tardare dell’altro, adesso è il momento…”. Invece ogni volta, ogni mattina, lui si svegliava in quella sua stanza con già il sapore del niente dentro alla bocca; apriva quelle persiane con un moto ripetitivo e automatico, quelle cigolavano sui cardini in un triste lamento spalancandosi sulla medesima strada, e nessuna novità era mai lì ad aspettare la sua nuova giornata.
Certe volte si chiedeva come fosse possibile che il tempo procedesse sempre in quella maniera monotona, con quei modi definiti una volta per tutte, e lui, che non ci credeva all’immobilità delle cose, continuava ad immaginare un futuro diverso, uno spiraglio di vita migliore.  Dietro la casa c’era il laboratorio, il caseificio, come dicevano tutti al paese, e lì tutti i giorni lui e suo padre producevano mozzarelle, ricotta, formaggi freschi. Erano sempre le medesime operazioni, i fornitori portavano il latte ed il caglio, e loro filtravano, impastavano, bollivano, ogni giorno nel medesimo modo. “Giuseppe”, diceva suo padre. “Controlla la temperatura della pasta…”, e lui controllava, osservava la macchina che filava le mozzarelle e sapeva che tutto era a posto, proprio come doveva.
Venivano con i furgoni a ritirare i prodotti finiti ogni due giorni, e una volta firmata la bolla tutto era fatto e concluso. Ogni tanto lui si fermava a fare due chiacchiere con quegli autisti che portavano il formaggio ai grossisti. Nessuno di loro aveva mai di che lamentarsi: tutti erano contenti di quella vita, avrebbero voluto guadagnare di più, questo si, ma si accontentavano di quanto riuscivano a mettere assieme. Per Giuseppe invece non era questione di soldi. Lui si sentiva come costretto a fare quella vita, come se non avesse potuto mai scegliere, e il suo destino avesse scelto per lui, fin da quando era piccolo, forse da quando suo padre aveva cominciato a produrre il formaggio, da quando aveva bisogno di aiuto nel laboratorio, e gli diceva quasi ogni giorno: “Appena ti farai un po’ più grande imparerai tutto quanto, e da qui usciranno quintali di mozzarella e ricotta…”.
Poi gli anni erano passati e tutto era scivolato via proprio come aveva pensato suo padre, non c’era stata alcuna possibilità di mandare avanti le cose in maniera diversa. Così Giuseppe adesso guardava la strada e sognava che da lì arrivasse qualcosa o qualcuno a dirgli che la sua vita doveva cambiare, osservava di nuovo quegli alberi stenti e immaginava la strada che un giorno qualsiasi lo portasse con sé. Poi si ammalò gravemente e fu allora che smise del tutto di pensarci, e infine, dopo quasi sei mesi, quando riuscì finalmente a tornare guarito nel laboratorio e a riprendere il lavoro insieme a suo padre, si guardò attorno e gli parve tutto diverso e migliore: forse in quel periodo era passato dalla strada qualcuno a dirgli di andar via, di andare con lui, ma Giuseppe non l’aveva ascoltato, e forse era stata quella la cosa migliore.


            Bruno Magnolfi

sabato 6 marzo 2010

Una donna estroversa.

            

            La donna allo specchio si osservava i piccoli difetti del viso. Avrebbe dovuto uscire di casa tra non molto, ma siccome si doveva incontrare con alcune persone tra cui un uomo che lei reputava bello, tutto questo la metteva in forte disagio. I loro rapporti erano soltanto di lavoro, non sussistevano dubbi su questo, però ciò non significava affatto che lei dovesse sfigurare al suo fianco, recandosi a quella colazione tra colleghi d’ufficio. Così, dopo molte incertezze, aveva infine deciso quale vestito indossare tra i tanti possibili, un abito che si adattasse meglio al suo spirito, al suo essere, alla sua interpretazione del momento, e in conseguenza, aveva anche deciso con quale colore ombreggiare gli occhi e le labbra. Aveva passato mezza mattina ad osservare le stoffe, i colori, le sfumature, a definire come voleva che fosse la giornata che aveva di fronte. Ma adesso, dopo che si era osservata a fondo nei particolari che vedeva riflessi dentro allo specchio, aveva capito che c’era qualcosa che non tornava sulla sua faccia.
Improvvisamente, guardandosi dentro a quel rettangolo senza segreti, si era come resa conto di sentirsi diversa da come effettivamente lei era. La sensazione provata era del tutto particolare: si trattava del fatto che lei, dentro di sé, era un’altra persona rispetto a come era fuori. Non se ne era mai resa conto fino a quel giorno, ma la sua faccia, la sua espressione, il suo viso, non corrispondevano affatto a ciò che lei pensava di sé. Era come se la persona che la stava guardando allo specchio fosse un’estranea, un’altra donna, e questo era spiacevole, una sensazione senz’altro antipatica.
Cercò di conservare la calma, sistemò alcune cose del tutto marginali, tanto per prendere tempo, cercò di pensare a degli argomenti di cui avrebbe voluto discutere durante quel pranzo, ma poi, inevitabilmente, tornò di nuovo a guardarsi dentro allo specchio. C’era poco da farsi illusioni, lei non era se stessa, era inutile cercare scusanti con il rossetto o il periodo di stanchezza. Era difficile spiegarsi una cosa del genere, e soprattutto diventava complicato presentarsi ad altre persone con un interrogativo del genere dentro alla testa. Si concentrò su alcune piccole rughe che potevano essere coperte con del fondo tinta. Accese lo sguardo con un ombretto deciso sopra le palpebre. Disegnò le sue labbra con del rossetto perfetto per ciò che desiderava mostrare. Infine era pronta, ma la sua messinscena non corrispondeva a se stessa.
Cercò di pensare qualcosa di diverso, ma la sua mente andava verso quel suo sentirsi una persona diversa da come effettivamente lei era. Uscì di casa ed il suo taxi arrivò dopo un minuto. Cercò di osservare il suo sguardo nello specchietto della vettura mentre dettava l’indirizzo del ristorante, poi, come vinta dalla situazione, si rannicchiò in un angolo del sedile posteriore. Arrivò che tutti ormai erano in sua attesa. Si fermò in una posizione qualsiasi, aspettò che gli altri, anche quel bello che si mostrava in splendida forma, si voltassero verso di lei, e infine disse, attirando l’attenzione di tutti: “Scusate, forse non dovevo neppure venire, ma oggi per me non è proprio la giornata più adatta. Sto male, ma non è questa la cosa importante; il problema è che non so cosa mi stia succedendo, cosa stia attraversando la mia povera testa…”. Gli altri l’applaudirono, era bello che qualcuno fosse più estroverso di tutti.

            Bruno Magnolfi

venerdì 5 marzo 2010

Congiunture difficili.



Il signor Erik era seduto su una delle poltrone di pelle intorno al grande e lucido tavolo per le riunioni, il computer portatile acceso di fronte e il telefono accanto. Mancava ancora un’ora all’incontro, ed io e il signor Erik preparavamo ognuno per suo conto e in silenzio i documenti sui quali avremmo discusso con gli altri dirigenti della società. La situazione era difficile, si trattava di far fronte ad una riduzione delle commesse di quasi il dieci per cento: gli argomenti sui quali confrontare le idee erano la manutenzione dei livelli produttivi in attesa del rilancio, e l’introduzione di buone idee per agganciare a breve termine nuovi mercati.
C’erano molte aspettative da parte di tutti nei confronti del signor Erik; pur essendo lui un consulente tecnico esterno era giudicato nel suo campo il migliore, un grande pignolo nel suo lavoro, un vero mago in situazioni difficili, ed ogni suo parere sarebbe stato senz’altro vincolante. Io ero soltanto un capoufficio in quella sede, il mio parere fortunatamente non sarebbe stato neppure richiesto, mi sarei limitato a passare le carte e a versare l’acqua ai relatori una volta iniziata quella riunione.
Fuori dalla grande vetrata in fondo alla sala, appena coperta da una tenda bianca a listoni, la giornata appariva grigia e noiosa, e i forti rumori del traffico nelle strade congestionate di tutto il quartiere non arrivavano affatto, dando l’idea di un luogo tranquillo e silenzioso. Il ticchettare dei tasti sul computer del signor Erik era il rumore più forte dentro alla sala, e le telefonate che ogni tanto raggiungevano il suo telefono si limitavano ad una vibrazione leggera, poche parole sussurrate nell’apparecchio e poi basta. Ma una mosca era entrata chissà da dove in quel silenzio irreale, e ronzava nell’aria attirata dal monitor acceso di quel computer. Il signor Erik sull’immediato aveva finto opportuna indifferenza, ma quando la mosca era andata a posarsi sulla sua fronte un gesto di fastidio gli era sfuggito. Mi aveva guardato, ed io avevo assunto l’espressione di chi non sa proprio come risolvere la situazione incresciosa.
Poi mi ero alzato, avevo tirato la tenda motorizzata, e fatto scorrere il vetro per cercare di far uscire la mosca. Il rumore da fuori era penetrato come una bomba, insieme ad un senso di polvere e di aria calda sgradevole, che cozzava terribilmente con l’atmosfera filtrata e condizionata nella quale eravamo stati immersi fino ad allora. La mosca naturalmente neppure si era avvicinata al finestrone, ed io prontamente avevo richiuso la vetrata e la tenda. Il signor Erik a quel punto aveva chiesto del bagno, probabilmente per dare a me la possibilità di sbarazzarmi in qualche maniera di quella maledettissima mosca. Così difatti cercai di fare, una volta rimasto da solo, brandendo un giornale ripiegato e cercando di schiacciare la mosca appena questa si fosse posata su un piano. I miei tentativi però sembravano inutili, la mosca pareva mi evitasse con accuratezza, ed io avevo iniziato a sudare per la tensione e anche per lo sforzo a cui ero costretto.
Infine si era fermata, ma proprio sulla tastiera del computer acceso del signor Erik, ed io mi ero avvicinato con tutta la calma che ero riuscito a trovare, giusto per infierire un colpo mortale alla bestia che sfortunatamente un attimo prima si era sollevata. Ma il colpo che ormai avevo scagliato con il mio giornale forse era stato superiore ad ogni mia intenzione, e non mi aveva neppure permesso di rendermi conto che in un attimo avevo annullato tutto il lavoro svolto quella mattina dal signor Erik: il computer si era spento senza che fosse stato fatto alcun salvataggio, ed io, senza parole, me ne ero reso conto proprio nello stesso momento in cui lui stava rientrando dentro alla stanza, ed era rimasto lì, immobile, ad osservare esterrefatto quel che stava accadendo.


Bruno Magnolfi

giovedì 4 marzo 2010

Pannocchie umide.



Lo so che cos’è che accomuna le nostre piccole menti. Conosco perfettamente quel piccolo tarlo che lavora finemente dentro di noi e non ci lascia mai in pace: ci stuzzica, fa la sua galleria poco per volta, segue percorsi per noi sconosciuti. Ho sempre saputo di non essere solo con i miei pensieri, di avere con me tutti voi che meditate le stesse cose che anch’io medito, e siete irritati col mondo nella stessa maniera come sono irritato io adesso. So cosa abbiamo in comune, senza che neppure stiamo a spiegarci.
Ogni volta che siamo perdenti, un senso di affanno, una necessità stringente di stare da soli ci porta talvolta a scappare per strade tortuose, con la voglia impellente di ritrovare quei piccoli pensieri confortevoli di sempre, quei percorsi mentali senza novità, utili solo a riscoprire qualche certezza per un momentaneo benessere. Progetti fantasiosi di gesti utili agli altri, di attività impellenti da intraprendere, parabole iperboliche da sfruttare subito per non perdere per sempre quell’unica possibilità che ci è data, ci guardano dall’alto. E poi niente, resta solo il silenzio e la tristezza di rimanere da soli e di non avere fatto proprio niente. Questo è ogni volta ciò che rimane quando cogliamo alla fine il senso di uno sforzo che ci ha un’altra volta lasciato fiaccati, coscienti di non aver combinato nulla di buono. Eppure l’intenzione c’è stata, anche l’impegno, siamo sicuri di aver fatto tutto quanto ci era possibile, e forse questo in qualche maniera ci basta, o in ogni caso siamo sicuri che ce lo faremo bastare. Già da adesso sappiamo che tutto quanto quel tempo che andremo a gettare via nel nostro prossimo sogno non ce lo restituirà mai nessuno, eppure siamo disposti a puntarlo come in un gioco d’azzardo, per poi sorridere di fronte ad un risultato diverso da quello sperato.
Ieri sono uscito di casa per una passeggiata, un qualsiasi giro a piedi. C’era il sole, ma anche delle nuvole grandi che ogni tanto ne ostruivano i raggi. Camminavo, le mani sprofondate dentro alle tasche, la testa che girava attorno ai soliti percorsi. Per strada le persone correvano verso importanti destinazioni, erano assorte nei loro tragitti, impossibile distogliere quelle loro concentrazioni. Quando sono rientrato le nuvole erano a terra, sul pianerottolo della mia casa, sotto ai miei piedi, ed il cielo era lì, su quel pavimento, quasi inerte. Ho assaporato quelle nuvole, proprio come avrebbe fatto ciascuno di voi: erano umide, grandi pannocchie vaporose cariche d’umido, senza sapore.

Bruno Magnolfi


mercoledì 3 marzo 2010

Intorno alla piazza.

            

            Spesso mi chiedevo come mai gli altri avessero sempre da guardarmi. Forse per il mio vizio di ridere da solo, di sorridere a tutti, pensavo. Ma che c’era di male? In fondo era un bel comportamento il mio, avrebbero dovuto impararlo anche loro. Spesso mi guardavo attorno e scuotevo la testa: non riuscivo a comprendere perché nessuno degli altri ridesse come facevo io. Eppure il mio comportamento avrebbe dovuto incoraggiarli, spingerli a fare proprio come me. Invece niente.
Poi decisi che non mi importava, che tutto andava bene anche così. Chiedevo una sigaretta e me la davano. Certe volte qualcuno mi allungava anche degli spiccioli, e quelli mi facevano comodo, li mettevo tutti nella stessa tasca e ogni tanto li facevo tintinnare. Poi li portavo alla mamma e le dicevo ridendo che mi erano stati regalati. Mi mettevo sempre a gironzolare attorno a una piazza, dove c’era il semaforo, le macchine si fermavano, e gruppi corposi di persone attraversavano la strada. Era sempre pieno di gente lì attorno. Io ridevo, chiedevo una sigaretta e quelli me la davano senza problemi.
Poi un giorno arrivò un tizio per regalarmi una bicicletta. “Così ti muovi un po’ da qua”, mi disse. Una bicicletta da donna, un po’ rugginosa, subito mi piacque. Era bello andare a giro con la mia bicicletta, anche se mi limitavo solo a spingerla. Forse avrei dovuto imparare a sedermi sopra il sellino, a far girare i pedali, ma mi sembrava difficile, e poi non mi importava. Però era bello avere una bicicletta, mi dava importanza. Adesso qualcuno mi chiedeva dove andassi con quella mia bicicletta, e un altro mi aveva detto di rispondere: “Al mare!”, ed io rispondevo sempre in quel modo, e poi ridevo. Stavo quasi tutto il giorno intorno alla piazza, ogni tanto mi mettevo su una panchina e appoggiavo la mia bicicletta. Appena il sole spariva dietro a un palazzo, però, me ne tornavo subito a casa. Lì c’era la mamma e la mia sorella che non mi chiedevano niente, ma avevano sempre da brontolarmi perché ero sporco o perché continuavo a ridere, anche con loro. La mattina dopo riprendevo i miei giri.
Attaccato al manubrio della mia bicicletta adesso ci tenevo sempre qualche busta, e senza chiedere nulla qualcuno aveva preso a regalarmi qualcosa: l’accendino per le sigarette, una sciarpa, un borsello per metterci i miei spiccioli, e qualche sigaretta di scorta. Era bello avere quella gente che si curava di me, ed io ridevo, scuotevo la testa e ridevo.
Quando rubarono la mia bicicletta da sotto casa della mia mamma non avevo per niente voglia di ridere, perché senza che me ne fossi neanche accorto mi ci ero affezionato davvero a quella mia bicicletta. Allora andai in piazza da solo, senza neanche i sacchetti, e cercai di dire a tutti quello che mi era successo, ma quelli adesso avevano imparato a sorridere, e si limitavano a dirmi: “Si, si…”, e scappavano via. Qualcuno mi offrì una delle sue sigarette, ma a me non importava neanche più, avrei voluto capissero che la mia bicicletta era stata rubata, non c’era più niente da ridere e neanche avevo più voglia di fumare.
Così, dopo qualche giorno, smisi di andare, come sempre avevo fatto, in quella solita piazza; rimasi a casa, a far compagnia alla mamma che era ormai anziana e aveva bisogno della mia compagnia. Restai a casa senza un motivo, per starmene seduto a non fare niente, solo a ripensare per tutto il giorno a chi mai avesse potuto rubare quella mia bicicletta. Poi mi ammalai, e smisi di pensare anche quello.


            Bruno Magnolfi

martedì 2 marzo 2010

Ciò che si è.

            

            Avevano iniziato a lavorare subito dopo la mezzanotte. Si trattava di aprire velocemente un buco nel muro di mattoni dall’appartamento in ristrutturazione, fino a potersi infilare nella gioielleria a fianco. Era un’occasione troppo propizia per poterla lasciar perdere. Il paese era circa a cinquanta chilometri da dove loro abitavano, ed era immerso nel sonno a quell’ora. Erano in quattro, l’idea era di Mauro, poi c’era Renato, esperto in casseforti, Leandro il muratore e Stefano che faceva il palo sul marciapiede. Nessuno di loro aveva mai fatto una cosa del genere, ma tutti, per una ragione o per l’altra, avevano bisogno di soldi.
Il problema era evitare i rumori: si trattava di lavorare a mano sul cemento fino a togliere i mattoni uno ad uno, in numero sufficiente per far passare almeno Renato, che era magro, fin dentro al negozio. Iniziarono subito spronandosi l’un l’altro e parlando con un filo di voce, in modo quasi ridicolo. Dopo un’ora Leandro era esausto, sia per la fatica che per la tensione. Gli altri andavano avanti al posto suo. Ne avevano parlato per giorni di quella nottata, avevano considerato ogni cosa, si sentivano forti delle loro convinzioni, e Mauro era in gamba, aveva studiato il piano nei minimi dettagli.
Alle tre il foro era pronto, Renato poteva passare. Faceva impressione entrare in quel bel negozio pulito in quella maniera. Uno per volta entrarono dentro anche gli altri. Leandro pensava che gli sarebbe piaciuto andarci a comprare una collana a sua moglie, là dentro, sedendosi assieme a lei davanti al negoziante, e scegliendo con calma, come due clienti qualsiasi. Forse l’avrebbe anche fatto, tra un mese o forse due, con quei soldi che avrebbe fruttato quella rapina. La cassaforte però non voleva saperne di aprirsi: era un vecchio modello, ma era più tosta di quello che avevano pensato, e in fondo Renato qualche anno prima le aveva vendute qualcuna come rappresentante di commercio, ma mai svaligiate. Non era il caso di perdere tempo, così presero quel che potevano dalla vetrina, dagli espositori, dai cassetti del banco.
Alle quattro Stefano fischiò. Gli altri ancora dentro spensero immediatamente le lampade, restarono immobili, e per un attimo solo i loro battiti cardiaci accelerati parevano riempire quel vuoto di tutto. Mauro disse qualcosa sottovoce nel buio, ma gli altri due non capirono. Passavano i minuti e non arrivava altro segno da fuori. Poi sentirono un altro fischio, lontano. Poco per volta ripresero fiducia, accesero una lampada e continuarono con il lavoro. Uscirono poco dopo con estrema circospezione ripassando dal muro, e quando tutt’e tre furono nell’appartamento, vicini alla porta di uscita, spensero tutte le luci e Mauro lentamente si affacciò sulla strada. Stefano non si vedeva, però c’era ancora la macchina, parcheggiata vicino. Il sacco con tutta la roba ce l’aveva Renato, Leandro aveva gli scalpelli e gli utensili da muratura. Dietro non avevano lasciato niente, avevano sempre usato dei guanti, nulla poteva ricondurre a loro quel furto.  
I carabinieri saltarono fuori all’improvviso e li immobilizzarono in un attimo. Loro non fecero alcuna resistenza, tanto più che non erano armati e non si aspettavano una cosa del genere. Poi spuntò fuori anche Stefano, con le manette, guardava Mauro e piangeva, come un bambino. Mauro lo guardò cercando qualcosa da dire in quella situazione irreale, infine trovò le parole: “Siamo dei disgraziati, non è colpa tua; è destino che si debba rimanere quello che siamo…”.   


            Bruno Magnolfi 

lunedì 1 marzo 2010

Cronoluigi.

            

          Iniziai con la convinzione che era possibile, ne ero sicuro. Ci sarebbe voluto forse un anno ma il mio progetto avrebbe funzionato senz’altro. Riparavo orologi, lo facevo da sempre, lavoravo a casa mia, in un piccolo sottoscala che avevo attrezzato esclusivamente per quello scopo: una volta la settimana restituivo gli orologi riparati al negozio e prendevo in carico quelli su cui lavorare. Tutto il mio tempo lo passavo a smontare e rimontare meccanismi minuti di precisione, concentrandomi a fondo, fino a perdere del tutto la cognizione delle ore trascorse. Così decisi che avrei dormito una sola volta ogni due giorni, per recuperare del tempo da dedicare alle riparazioni.
Era pesante impormi quei ritmi, ma il lavoro mi piaceva talmente da spronarmi in quel tentativo. Iniziai con l’allungare il mio turno lavorativo di dieci minuti ogni giorno. Dopo tre mesi andavo già avanti a lavorare per tutta la notte, e solo al mattino crollavo, ma il mio progetto doveva procedere. Così iniziai ad aiutarmi con delle metanfetamine in dosi leggere e solo al bisogno. In seguito usai anche il GHB, la cocaina, il crack, qualsiasi cosa mi desse la possibilità di andare avanti e di non avere quasi bisogno di riposare. Era solo questione di tempo, ne ero sicuro; dovevo abituare poco alla volta il mio organismo al nuovo ciclo di veglia e di sonno. Quando mi addormentavo, lo facevo ormai per almeno dieci ore filate, e al mio risveglio riprendevo a lavorare senza battere ciglio.
Nel mio sottoscala la luce del sole non arrivava minimamente, potevo permettermi di pensare che fosse qualsiasi ora del giorno o della notte. I miei orologi riparati ticchettavano allegri ricordandomi continuamente il progetto. Dopo altri quattro mesi c’ero arrivato. Saltavo completamente la notte occupandola interamente con il lavoro, andavo avanti per tutto il giorno seguente e infine crollavo la sera, con un sonno programmato di dodici ore. Al negozio erano contenti: mi dissero che ero diventato davvero bravo, e adesso riuscivo a produrre quasi il doppio di quello che avevo fatto l’anno precedente. Così chiusero i rapporti con un altro orologiaio che svolgeva il mio stesso lavoro e che io conoscevo ma solo di vista, giusto per concedere a me tutta quanta la produzione del settore riparazioni.
Adesso che avevo trovato il mio ritmo potevo sentirmi contento, continuavo a prendere soltanto del Subutex o del metadone, giusto per non sentire la dipendenza da quella robaccia che il mio organismo ormai aveva acquisito. Fu allora che arrivarono le porcherie elettroniche, l’ora digitale a lettura diretta: il mercato degli orologi meccanici crollò verticalmente, e nessuno faceva più riparare alcunché. Al negozio mi dissero che anche loro stavano cambiando completamente mercato, con il risultato che adesso il lavoro per me si era ridotto di più di due terzi, fino a lasciarmi inoperativo per tantissime ore ogni giorno. Addirittura ogni tanto potevo permettermi di chiudere gli occhi per cinque minuti, giusto per un sonnellino ristoratore.
Poi incontrai per caso lo spacciatore che mi aveva sempre procurato la roba, gli dissi che avevo del tempo e lui mi chiese di dargli una mano. Così la notte che mi ero abituato a trascorrere sveglio, mi recavo nei posti che lui mi indicava per vendere quella robaccia, e siccome non avevo mai sonno ero preciso con i clienti nelle consegne e nelle dosi. Quando mi arrestarono, un mese più tardi, dissi che il mio lavoro era un altro, ma non mi dettero retta, e mi costrinsero a dormire ogni notte, rispettando i turni di tutti gli altri carcerati rinchiusi là dentro. Quando uscii di galera ero a terra: non avevo un lavoro e non sapevo neanche più se mi conveniva dormire di notte o di giorno. Allora mi chiusi nel mio sottoscala e quasi per scherzo cominciai a costruire orologi artigianali, ideati da me, con un marchio mio, e in poco tempo i miei prodotti divennero un culto, procurandomi soldi e soddisfazioni.


            Bruno Magnolfi