mercoledì 24 marzo 2010

Una parte di normalità.

           

            L’uomo aveva osservato il traffico di persone lungo il marciapiede, rimanendosene affacciato per un po’ alla sua finestra. Non ci trovava niente di anomalo in quella giornata, anche se non sapeva spiegarsi a chi doveva servire quella normalità di cui spesso si parlava. Le auto si fermavano ad un semaforo poco distante, i pedoni attraversavano la strada, tutto pareva come sempre. Il colpo di stato dei militari, la settimana precedente, era fallito, e a parte qualche recrudescenza le cose nel paese erano rimaste le medesime. I giornali negli ultimi tempi avevano detto che la corruzione dilagava, che diventava sempre più un fatto ordinario, ormai non meravigliava più nessuno, però tutti erano chiamati ad aprire gli occhi, anche se sembrava una raccomandazione blanda, quasi insensata. Certo era sempre più difficile pensare che il governo del paese fosse l’espressione della gente. Ma la gente camminava silenziosa, non si interessava di politica, forse non riusciva neanche a distinguere un esponente politico dall’altro.
            L’uomo indossò la sua giacca e scese nella strada. Aveva un appuntamento di lavoro, doveva vendere un appartamento, o almeno farlo vedere a una persona che poi avrebbe deciso se acquistarlo o meno. Salì sulla sua auto e si mosse nel traffico con la radio che trasmetteva le ultime notizie. Qualche scontro a fuoco c’era stato nel paese, soprattutto nelle zone di campagna, ma niente di importante. Lì nella capitale la polizia pattugliava ogni centimetro di strada, era difficile pensare alla possibilità di atti di violenza. In ogni caso tenere una piccola pistola carica sotto alla giacca dava all’uomo una certa sicurezza. Trovò un parcheggio con una certa fatica in quella strada centrale, poi spense il motore ed uscì dall’auto. L’agenzia per la compravendita di immobili di cui l’uomo era il direttore, praticamente aveva chiuso, visto il mercato ormai fermo di quegli ultimi tempi. Restava qualche appartamento di lusso da piazzare, certo abbassando i prezzi all’osso in modo da renderli appetibili, e ci pensava lui, rimasto da solo a mandare avanti tutta l’attività. Giunse davanti al grande portone di legno del palazzo ottocentesco mentre dalla parte opposta arrivava un uomo ben vestito, con mezza faccia coperta dal cappello e dagli occhiali scuri. Si presentarono, e quello disse di essere il ministro degli interni. L’uomo sentiva un tremore nelle gambe, il ministro era venuto senza scorta, forse per dare meno nell’occhio, pensò.
Salirono fino al primo piano, l’appartamento era immenso, dieci stanze con mobili di pregio, tutte grandi; il ministro osservava in silenzio, con modi freddi. Parlarono del prezzo, pareva troppo alto. Discussero in maniera nervosa, andando subito al sodo ad evitare parole commerciali e frasi di circostanza. Poi il ministro disse senza mezze misure che facendogli risparmiare un dieci per cento sulla cifra, lui gli avrebbe procurato un lavoro di usciere al palazzo del governo, per se stesso o per un suo familiare: “Avrà pure un figlio da sistemare…”, disse con un sorriso odioso. L’uomo in silenzio rifletteva sul fatto di non avere una famiglia, e in quel momento questa sicurezza lo faceva sentire bene, quasi come fosse un vantaggio. Poi quel lavoro di vendere gli appartamenti a lui piaceva, non aveva mai pensato di cambiarlo, nonostante le cose non andassero certo bene ultimamente. Disse di no, in maniera secca, senza repliche. Il ministro si accigliò, disse parole sconvenienti, chiuse sgarbatamente una porta come a mostrare che quella casa non valeva i soldi chiesti.
L’uomo tirò fuori la pistola, con calma, senza farsi sopraffare dall’emozione. In fondo lui era un uomo qualsiasi, uno di quelli normali di cui parlava tanto la radio. Un’occasione come quella non sarebbe mai più capitata ad uno come lui. Il ministro cambiò completamente atteggiamento, disse che non c’erano problemi, avrebbe preso l’appartamento alla cifra stabilita, ma l’uomo gli disse di rimanersene in silenzio. Lo fece spostare dentro una stanza che fungeva da dispensa, dietro alla grande cucina, lo fece voltare e poi sparò, un colpo solo, mortale, coperto dai rumori della strada che giungevano dalle finestre spalancate. Chiuse la porta a chiave, ripose l’arma, poi serrò tutte le imposte e le finestre, infine uscì dall’appartamento, raggiunse velocemente la strada e se ne andò, sicuro di aver fatto la sua parte. Fuori la gente continuava a camminare avanti e indietro lungo la strada, lui osservò il traffico e seppe di star bene, di sentirsi perfettamente a proprio agio. Entrò nell’auto e mise in moto: la radio continuava a richiamare tutti alla normalità, e andava bene così, le istituzioni continuavano a fare i propri interessi, nonostante tutto.


Bruno Magnolfi

martedì 23 marzo 2010

L'attesa.

           

            Sul mare, in quella giornata di sole, tutto appariva più bello, anche i pensieri tristi, anche gli elementi spiacevoli degli ultimi tempi. Le avevano fatto una bella festa i colleghi per il suo ultimo giorno di lavoro all’ufficio postale, ormai quasi un anno fa, e spesso le tornava a mente, ma ritrovarsi in pensione con tutto quel tempo libero da riempire in qualche modo per lei era stato più difficile di quel che aveva previsto. Si era seduta su di una barca capovolta ad osservare l’orizzonte fermo, ad ascoltare quel ritmo sonnacchioso delle piccole onde di risacca, e i suoi pensieri fluivano via leggeri, come sempre. In fondo vivere da sola  aveva i suoi vantaggi, pensava. Passeggiare, riflettere, tutte cose attorno alle quali sviluppava spesso le sue giornate, attività che ormai conosceva anche troppo bene. Se n’era andata anche Ernesta, la sua amica di sempre. Suo marito era rientrato in casa e l’aveva trovata così, seduta sulla sua poltrona dove le piaceva leggere il giornale, con ancora il sorriso sulle labbra, aveva detto. Ma a quello non doveva pensarci, altrimenti le veniva la malinconia.
Il mare era bellissimo in primavera a quell’ora del mattino, quando la sabbia umida dell’arenile pareva lisciata dalla notte, e l’acqua trasparente un elemento quasi immobile, rimasto così da sempre. Lei camminava ed osservava. Abitava da sola, non aveva mai avuto un marito; e adesso quella solitudine era prepotente, le dettava tempi e modi, la faceva sentire trascinata via dalle giornate, senza che potesse farci niente. Certe volte aveva trovato qualche oggetto interessante sopra al bagnasciuga, piccole cose arrivate lì chissà da dove, portate dal vento e dalle correnti: sugheri sagomati usciti dalle reti dei pescatori, statuette di legno intagliato sciupate dall’acqua e dal sale, bottiglie di vetro vuote, senza alcun messaggio. Le piaceva trovare quegli oggetti, era come immaginare la presenza di qualcosa di vivo, un piccolo contatto con qualcuno che aveva adoperato quelle cose, e poi le aveva perse, come spesso succede nella vita.
Si sentiva importante quando lavorava all’ufficio postale, tutti la conoscevano e la salutavano, e poi c’erano quegli anziani silenziosi in fila a ritirare la pensione: non avrebbe immaginato che tutto finiva un giorno, stupidamente, con la festa dei suoi colleghi. C’era una scatola insieme ad un ciuffo d’alghe, lì sulla riva, una piccola scatola di legno forse per tenerci le matite, come si usava tanto tempo fa. Pareva un quadro surrealista, una natura morta fatta di conchiglie, sassolini colorati, fili d’alga e quel bordo bianco di spuma di mare che arrivava a tratti, lì vicino. Era bella quella scatola, ma adesso le dispiaceva sciupare quel quadro ben composto, quell’immagine così ben fatta. Pareva come la sua vita, dove ogni elemento era scorso via bene, nella maniera giusta, se non ci fosse stata quella maledetta solitudine di adesso.
Infine prese la scatola: era bella, di legno scuro, l’aprì. Non c’era niente dentro, solo un po’ d’acqua e dei granelli di sabbia, ma sotto al coperchio c’era scritto un nome, il suo. Certe volte la vita fa dei giri strani, pensò. Certe volte va a rinchiudersi in luoghi scuri, da dove sembra impossibile possa ancora avere un senso, però bisogna aprirli quei contenitori, scoprire ciò che è rimasto dentro nell’attesa. Con la mano tolse la sabbia appiccicata sopra al legno e mise via la scatola dentro la sua borsa. Guardò il mare e pensò che ormai lo conosceva bene, lo aveva osservato a lungo persino troppe volte. Doveva fare altre cose, forse dipingere, forse aiutare gli altri, trovare un senso a quel vuoto che adesso la martellava prepotentemente; questo le indicava la realtà, questo le dicevano gli oggetti attorno a sé: l’attesa era finita, ora stava a lei reagire.


            Bruno Magnolfi

lunedì 22 marzo 2010

Frammenti scomposti.

            

            “Potresti dirmi che è sciocco, da parte mia, cercare la verità in quello che dici. Ma non è questo. Quello che scalfisce la nostra relazione è il fatto che tu non dica niente, che lasci dei silenzi, dei vuoti tra di noi che non vengono mai riempiti”, disse lei. Lui si guardò attorno, come prendendo una pausa di riflessione. C’erano molte nuvole in cielo quel giorno, i tetti delle case apparivano umidi, le panchine del belvedere erano deserte, là sopra si vedevano soltanto loro due. Poi disse: “Qualsiasi cosa per te non sarebbe sufficiente, e se anche lo fosse basterebbe per dieci minuti, una mattinata, al limite per qualche giorno, poi tutto tornerebbe come prima”.
Si alzò dalla panchina, si accese una sigaretta, si guardò ancora attorno distrattamente, si vedeva che era in imbarazzo, forse che non avrebbe voluto neppure essere lì, ma accettava il gioco come chi sa valutare il peso delle cose. “Forse hai ragione”, disse lei a cui non piaceva mettere gli altri a disagio, specialmente lui; “Spesso sono troppo apprensiva, mi sembra continuamente che tutto mi sfugga di mano per quanto cerchi di stringere a me le poche cose che sono riuscita ad avere nella mia vita”. “Ecco…”, disse lui senza guardarla, “Continui a dividere le cose e le persone tra quelle che ti appartengono e le altre, senza invece cogliere le parti belle o più interessanti che ti passano vicino, magari mescolate alle cose di ogni giorno ”.
“Però devi riconoscere che con te riesco ad essere molto misurata”, lo interruppe lei. “Ci vediamo soltanto quando lo decidi tu; ci sentiamo per telefono solo una volta o due alla settimana: a me sembra di stare anche troppo nell’angolo ad aspettare che ti prenda la voglia di interessarti a me”. “Questo è vero”, disse lui. “Ma non potrebbe essere in altra maniera; le nostre giornate sono complesse, siamo continuamente risucchiati da altre cose, altri interessi; vedersi, per me e per te, è diventata un’oasi di frescura nel caldo torrido del deserto; una pausa nella frenesia delle cose da fare”. “Vuoi dire che con questo poco tempo non possiamo neanche permetterci di dire tutto, di essere sinceri?”. “Certo”, riprese lui; “Non vale neanche la pensa di provarci, perché è un proposito assurdo, una sfida persa in partenza. L’unica possibilità che resta è immaginare tramite i pochi elementi a disposizione quello che per forza di cose non possiamo dirci. Possiamo scambiarci dei frammenti, niente di più. Ricostruire tutto il quadro è lo sforzo mentale e affettivo a cui siamo chiamati”.
Lei si alzò in piedi, si avvicinò al parapetto come assorbita improvvisamente da qualcosa che aveva visto. Poi si volse verso di lui. “La nostra intesa quindi farebbe da collante per tutti i frammenti che ci scambiamo?”. “Esatto”, disse lui dopo una boccata di fumo della sua sigaretta, ed è un equilibrio di cose che gestiamo solo tu ed io”. Si avvicinarono lentamente, e lei si lasciò abbracciare, come a suggello di quel ritrovarsi; lui le sfiorò il viso con la mano, poi la baciò, con dolcezza. Lei guardò l’orologio, disse: “Dobbiamo andare”, con un filo di voce, quasi sussurrando. Così si salutarono in un attimo, come sempre senza dirsi quando e dove si sarebbero rivisti, e ognuno di loro con gesto nervoso rientrò velocemente dentro la sua auto, pronto per raggiungere ognuno la sua casa e il proprio coniuge.


            Bruno Magnolfi

sabato 20 marzo 2010

Solo come un cane.

            

            Mi aveva impressionato vedere quelle scene in televisione e sui giornali. Quei cani torturati, rinchiusi per anni in delle piccole gabbie, sacrificati per motivazioni sciocche o marginali. Mi pareva impossibile che tutti o quasi rimanessero così indifferenti ad uno scempio di quel genere. Certe volte mi sedevo da solo a riflettere attorno a quelle immagini che avevo visto tante volte. Mi sembrava così triste il mondo, perso dietro a sciocchezze e cattiverie senza significato. Guardavo la gente e mi accorgevo che tutti erano così. Uscivo di casa, facevo delle lunghe passeggiate senza pensare a niente, poi mi intristivo nella mia solitudine che non interessava mai nessuno. Pensavo che tutto era uno schifo, non trovavo altri termini per definire la realtà.
Certe volte nel pomeriggio andavo lungo l’alveo di un piccolo fiume che scorreva vicino al paese, dove c’erano dei larghi prati di erba verde. Passeggiavo, pensavo, senza preoccupazioni. Ci andavo spesso, mi piacevano le mie passeggiate, mi pareva di tornare a quando ero un ragazzo, quando avevo ancora degli amici, altri ragazzi della mia stessa età che venivano volentieri insieme a me, non mi lasciavano da solo, si divertivano a prendermi in giro, questo si, ma poi erano buoni. Certe volte mi chiedevano qualcosa che non capivo, poi ridevano, e allora anch’io ridevo, come loro. Così ero rimasto affezionato a quei posti, quei prati verdi, e avevo sempre continuato ad andarci volentieri.
Poi un giorno, mentre osservavo da solo l’acqua scorrere tra i sassi, mi arrivò vicino un cane, forse un esemplare da caccia sfuggito a qualcuno di quelli che sparavano alle anatre, pensai. Mi venne vicino scodinzolando, mi annusò, si fece accarezzare. Io mi mossi lungo la mia strada, lui venne con me, come se fosse già a conoscenza del posto dove eravamo diretti. Io continuavo a camminare e lui dietro, senza problemi. Entrò in casa con me, nel mio piccolo appartamento, annusò i mobili, poi si mise acciambellato da una parte, stanco, indifferente a tutto. Io gli detti l’acqua, scesi a comprare una scatoletta di carne che poteva andargli bene, poi stetti ad osservarlo mentre dormiva. Non potevo assolutamente tenerlo con me, mi era impossibile. Spesso non riuscivo neppure a badare alle mie poche cose, alla mia vita di tutti i giorni.
Tre volte alla settimana veniva a casa mia l’assistente sociale, mi faceva delle domande, riempiva dei moduli; spesso guardava dentro al frigorifero, poi si offriva di venire assieme a me a fare la spesa, pagava lei il conto, era contenta quando le assicuravo che avrei mangiato di più, che sarei stato attento a non rimanere così magro. Guardavo il cane e pensavo. L’assistente sociale non sarebbe stata contenta di trovarlo lì. Dovevo disfarmene prima che lei tornasse: io ero affezionato a lei, non volevo procurarle un dispiacere.
Così tagliai la gola al cane con il coltello più grande e affilato che avevo in casa, e lo feci con un  gesto deciso, che non lasciasse dietro di sé incertezze. Il sangue si sparse sopra al pavimento, ma io asciugavo tutto con della carta che bruciavo nella stufa. Lasciai il corpo lì, sul pavimento, per diverse ore. Poi presi il medesimo coltello che avevo usato prima e iniziai a fare a pezzi quel corpo di stupido cane che probabilmente era scappato a qualche cacciatore, ma gli ossi erano duri, non riuscivo a spezzarli, cosi presi una sega che tenevo per la legna , e con quella riuscii a farne tanti pezzi. Misi tutto dentro a tanti sacchetti di plastica che mi davano sempre al supermercato, e un po’ per volta li andai a gettare dentro ai cassonetti dei rifiuti.
Avevo fatto tutto per bene, ero soddisfatto, ma quella settimana l’assistente sociale non venne, e non si fece vedere neanche il sostituto. Così iniziai ad essere nervoso, forse qualcuno del vicinato si era chiesto dove fosse finito il cane, pensavo. Ad ogni ora che passava  mi sentivo sempre più preoccupato, come se tutti quelli che mi conoscevano nel condominio sapessero già tutto, del cane e anche del resto, ma lasciassero che fosse l’assistente sociale a dirmi che il mio comportamento non andava bene, che avevo sbagliato un’altra volta. Ero nervoso, non riuscivo a fare niente. Poi arrivò, io ero pronto, in cucina avevo già preparato il coltello, quello grosso e ben affilato, ma lei parlò subito di tutt’altre cose invece di chiedermi del cane, così io mi dimenticai di tutto e risposi alle sue domande come sempre.
Poi andammo insieme a fare la spesa al supermercato, ed io infilai nel nostro carrello anche qualche scatoletta di carne per il cane. Lei mi chiese a chi doveva servire quella roba, ed io ero sicuro che lei sapesse già tutto così feci una risata, ma poi mi tornò a mente che al cane quella roba non poteva più servire, così mi misi da una parte, silenzioso, senza rispondere. L’assistente sociale non disse altro, mi riportò a casa come sempre, poi mi chiese delle altre spiegazioni. Non dissi niente, guardavo il pavimento, proprio lì dov’era stato il cane morto, e mi sentivo dispiaciuto, non so se l’assistente sociale se ne rendeva conto.
Poi lei se ne andò, lasciandomi di nuovo da solo, e allora iniziai a sentirmi male, proprio come quelli che torturavano gli animali, che li tenevano in delle gabbie piccole. Mi sentivo uno di loro, uno che non si fa assolutamente degli scrupoli, e all’improvviso avevo chiaro tutto quanto, ora capivo quello che prima mi sembrava assurdo: era la solitudine che portava ad essere cattivi, a fare degli errori, era così: avrei dovuto senz’altro dirglielo all’assistente sociale.


            Bruno Magnolfi

venerdì 19 marzo 2010

Il portafortuna.

            

            Non era affatto difficile addormentarsi su una corriera. Era sufficiente avere una giornata di duro lavoro alle spalle, sedersi là sopra e lasciarsi dondolare dagli scossoni che provocava la strada mentre la campagna scorreva, come in un film. Solo che io non avevo una giornata di lavoro alle spalle: ero salito sopra quel mezzo pubblico per andare a trovare un amico, ma senza neppure sapere se quell’amico abitasse ancora in quella casa di paese di cui lui mi aveva dato l’indirizzo quasi un anno prima, durante l’ultima volta che ci eravamo incontrati, e dove io non ero neanche mai stato. Non conoscevo neppure la sua situazione attuale quale fosse: cosa faceva, con chi abitava, perfino se avesse accettato di ricevermi, e soprattutto se fosse d’accordo ad ospitarmi per almeno una notte, ma se era possibile anche di più. Di fatto non sapevo davvero a quale altra porta bussare, e i miei ultimi soldi li avevo ormai spesi per acquistare il biglietto per quella corriera. Non so perché in quel periodo mi fossi ridotto così, soltanto con uno zainetto sopra le spalle che conteneva tutto ciò che mi era rimasto, però insieme a me avevo ancora speranza, ottimismo, voglia di pensare al futuro in modo positivo, nonostante qualsiasi batosta avessi ricevuto.
            Mi ero addormentato mentre pensavo al mio amico, a cosa avrei trovato dietro alla sua espressione sorpresa, a come mi avrebbe accolto. A volte per qualcuno gira male la vita, non c’era da farne alcuna meraviglia, e aiutarsi l’un l’altro poteva essere bello, forse per ognuno dei due. Accanto a me si era seduto qualcuno durante una fermata della corriera, ma aveva cercato di non disturbare ed io mentalmente mi ero sentito riconoscente verso quella persona. Pensavo ad occhi chiusi alla gente che se ne tornava in famiglia a quell’ora di sera, a parlare delle cose della giornata, a scambiarsi pareri, a confermare gli affetti che li tenevano assieme. Non provavo vergogna, ma io mi sentivo diverso, era proprio così. Chissà cosa mai potrebbe essere stato per me quel futuro di cui adesso discutevano a voce alta qualche sedile più avanti. Era importante avere coscienza della mia situazione difficile: ma d’ora in poi mi sarei rimboccato le maniche, avrei cercato di costruire qualcosa, con calma, certo, con infinita pazienza. Ma avevo bisogno di una spinta iniziale, di quel piccolo aiuto per poter ripartire.
            Quando mi volsi verso quella ragazza lei mi sorrise: aveva appoggiato il suo piccolo bagaglio sopra le gambe, e stava lì, ad osservare distratta tutti e nessuno. “Mi scusi”, le dissi, riferito al fatto che avevo occupato ben più del mio spazio sopra al sedile. “Non si preoccupi…”, rispose; “In questa corriera è sempre così”. Avrà avuto due, tre anni meno di me, ma pure sfiorandosi, pensavo che la distanza tra noi era enorme, incommensurabile. Guardai di nuovo fuori dal finestrino, “C’è ancora molto per arrivare al paese?”, le chiesi. “No”, mi rispose; “Solo dieci minuti”. La corriera andò avanti seguendo il suo percorso di strade, poi la ragazza mi sfiorò il braccio: “Devo scendere”, disse; “Arrivederci”. La guardai per un attimo, come si guarda una persona a cui ci sentiamo legati. “Può darmi un bacio, per favore…”, le chiesi; “Ne ho solo bisogno come di un portafortuna”. Lei mi sorrise, lasciò trascorrere solo un momento trattenendo immutato quel suo sorriso, poi mi baciò, con tenerezza sincera, chiudendo gli occhi, in un gesto di generosità e di affetto che non dimenticai più, per tutta la vita.
             

            Bruno Magnolfi

giovedì 18 marzo 2010

Pomeriggio sospeso.

            

            Lei aveva indossato una vestaglia da camera, si era seduta al tavolo, aveva aperto il suo piccolo diario. Doveva spingersi in avanti, lo sapeva: avrebbe dovuto riordinare la casa, farsi una doccia, vestirsi per uscire, ma era rimasto in aria il passaggio quasi impalpabile di lui, forse il suo odore, la sua ombra, quel suo esser stato lì in silenzio fino a poco prima, e questo bastava a paralizzale dolcemente qualsiasi movimento. Aveva scritto la data sopra al foglio bianco, poi aveva iniziato il suo pensiero con: “Dovrei…”, interrompendosi subito. A che serviva annotare cosa sarebbe stato giusto fare, pensava, la realtà era diversa. Ogni sua intenzione veniva ogni volta vanificata, lo sapeva, non poteva farci niente.
Sentiva giungere un rumore leggero dalla strada, qualcosa che la riportava vagamente alla realtà, ed era un oscillare appena percettibile, quasi un leggero moto altalenante, tra la vita della strada e quel suo starsene lì, immersa in riflessioni dolci, rese ovattate e morbide dalla cipria che ricopriva ogni pensiero. Poi scrisse: “Farmi desiderare…”, senza essere convinta di quelle semplici parole. Le venne da sorridere: come sarebbe mai stato possibile tenere un comportamento freddo, stabilito a priori, un percorso meditato volto al raggiungimento di un fine certo? Cosa poteva mai escogitare per cambiare anche solo qualcosa in quella realtà incondizionata? “Niente…”, scrisse; “non è possibile”.
Poi si mosse, andò nell’altra stanza, alzò il telefono: aveva voglia di sentire la sua voce, di sapere che era vero, che esisteva, che sapeva dirle cose dolci, belle, sfiorarla delicatamente con quelle sue parole, ma adesso era solo egoismo il suo, capriccio da bambina, non doveva cedere a comportamenti così stupidi. Forse aveva voglia di piangere, ma non sapeva più se era per se stessa o se era per lui, per quanto le mancava. In ogni caso doveva sforzarsi di essere più razionale, definire qualcosa dentro di sé e poi tenere fede a quella scelta.
Giunse di nuovo il rumore dalla strada, e la luce obliqua del pomeriggio filtrava dalle tende indicando qualcosa a terra, sopra al pavimento. Continuava a sentirsi imbambolata, nonostante i suoi deboli sforzi, e adesso le pareva che la testa le girasse, come se una piccola ubriacatura fosse scesa dentro di lei. Era rimasta la bottiglia di vino rosso sopra al tavolo, e i due calici da cui avevano bevuto. Versò ancora qualche goccia, giusto per sentire quel profumo, poi andò decisa verso la finestra e l’aprì, con un gesto deciso. L’aria era immobile, ma i rumori della strada entravano nell’appartamento come a volergli dare vita. Lei spinse il suo sguardo sopra i tetti vicini, fino ad un campanile immerso dentro alla città. Poi tornò al tavolo, prese di nuovo la penna che aveva abbandonato sopra al foglio, e scrisse in fretta: “Sono felice…”; poi chiuse il diario ed iniziò ad occuparsi di altre cose.


            Bruno Magnolfi

mercoledì 17 marzo 2010

Dietro al semaforo.

            

            Un uomo attraversa la strada ad un passaggio pedonale. Lo fa come ogni giorno, perché deve attraversare quella strada per recarsi al suo posto di lavoro. Esce da casa, costeggia lungo un marciapiede alcune abitazioni grigie tutte uguali, arriva vicino ad un giardinetto di fronte al quale c’è il suo bel passaggio pedonale. In quel giardino ci ha portato i suoi figli la domenica tante volte quando erano più piccoli. Ancora li ricorda quei momenti, il profumo di sugo che usciva da qualche abitazione, il sole della primavera, i bambini che giocavano a rincorrersi. Adesso si sono fatti grandi i suoi figli, ma ancora abitano in famiglia, nella sua casa, anche se escono da soli e se ne vanno in giro, con gli amici; ma spesso lui gli ripete le solite raccomandazioni, lo fa con spirito di padre: dice di non fare tardi, di non bere, di essere retti, di stare attenti a quel passaggio pedonale, quello davanti al giardinetto, perché è pericoloso, lo sanno tutti nel quartiere.
La vita sembra scorrere via senza inciampi, lì davanti casa, lungo quella strada polverosa sempre uguale, con il suo traffico intenso nelle ore di punta, però c’è sempre qualche auto che passa via veloce a sera tardi, per far sentire a tutti la potenza del motore. Lui certe volte arriva fino ad un caffè poco lontano, alla sera: attraversa la strada sul passaggio pedonale ed è subito arrivato, lo fa giusto per trascorrere un’ora o due a parlare con gli amici. Ogni giorno sembra diverso in quello scorrere inevitabile del tempo: lui continua ad uscire di casa al mattino, cammina lungo il marciapiede e poi attraversa la strada sopra al passaggio pedonale. Davanti alla fermata poco distante aspetta la corriera e poi via in fabbrica, insieme ad alcuni colleghi che abitano vicino.
Prima, tanti anni fa, c’erano soltanto delle strisce bianche a terra, ad indicarlo in modo semplice quel passaggio. Poi arrivarono un gruppo di operai e misero il semaforo, perché ci si era resi conto che attraversare la strada in quel punto era un po’ pericoloso. In tutto il quartiere si tirò un sospiro di sollievo, parve una fuga in avanti la modernità di quella scelta, poi ci si fece l’abitudine. Adesso lui cammina fino lì, attende che il semaforo segnali il suo via libera, ed ecco che si può attraversare quella strada, in perfetta sicurezza. Sua moglie a volte lo guarda arrivare dalla finestra, quando torna dalla fabbrica.
Certe volte lui si sente stanco, il suo lavoro è pesante, ma qualche giorno si lava e si cambia i vestiti velocemente, e poi esce con lei, a fare due passi, e magari attraversano la strada all’altezza del passaggio pedonale e costeggiano la via principale di quel quartiere periferico, dove ci sono dei negozi, e si possono osservare le vetrine. Non c’è niente di male nel sentirsi bene in quelle sere: salutare qualche conoscente, sapere di aver fatto fino in fondo il proprio dovere, trattenere qualche spicciolo dentro alle tasche anche per acquisti non previsti, per qualcosa non estremamente necessario. Sua moglie è ancora una bella donna nonostante l’età, lui ne è orgoglioso, cammina volentieri con lei tenendola a braccetto. Poi attraversano di nuovo la strada sul passaggio pedonale e rientrano a casa, che si è fatto già tardi.
E poi quel giorno grigio, quando lui rientra dal lavoro con la testa pesante, piena di pensieri. Attende il segnale del semaforo, poi attraversa la strada, come sempre. Ma una moto arriva forte, a tutta birra, e lo sfiora. Non è successo niente, nessuno si è fatto male, ma per lui, per l’uomo che attraversa la strada tutti i giorni, è peggio di uno schiaffo. Non ha parole da dire, raggiunge la sua casa, velocemente, bofonchia qualcosa tra di sé, non sa spiegarsi neppure con sua moglie, ma si mette a letto, distrutto di fatica, ammalato. Sarebbero bastati pochi centimetri per scatenare una tragedia, lui lo sa, lo sente, e avverte come un tradimento di tutta quella sua vita condotta fino lì, fino a quel passaggio pedonale, e non riesce ad accettare che proprio la sua vita sia così rapida a volgergli le spalle.


            Bruno Magnolfi