mercoledì 7 luglio 2010

La ricerca di un motivo per piangere.

           

L’automobile correva lungo l’autostrada. La donna aveva appena detto come a se stessa, ma con modo sgarbato, che quel viaggio le pareva ogni volta più lungo. L’uomo alla guida aveva fatto soltanto una smorfia col viso, senza aprire la bocca. Poi, dopo una pausa lunga più di un chilometro, aveva parlato, pur senza entusiasmo: “Ci possiamo fermare, giusto per muovere un poco le gambe…”. “Va bene”, aveva risposto lei, “Ho proprio bisogno di un buon caffè”.
La giornata era tiepida, riscaldata da un pallido sole che si muoveva con lentezza tra strisce sottili di nuvole. Il paesaggio era piatto, campagna a perdita d’occhio e nient’altro di rilevante. L’automobile parve respirare con il motore che scendeva di giri mentre accostavano al parcheggio dell’area di servizio; la donna prese la borsetta dal sedile posteriore e scese per prima, movendo le gambe inguainate dentro alle calze con sincronia quasi perfetta.
Al bar non c’era nessuno, solo un signore vestito con sufficiente eleganza ed una faccia apparentemente pronta al sorriso. La donna si sedette ad uno dei tavolini, accavallò immediatamente le gambe con gesto studiato e lasciò che il signore ben vestito, in piedi al bancone, le desse un’occhiata.
Persisteva una musichetta di fondo dentro al locale, quasi un ronzio di voci e chitarre, il barista dette l’impulso alla macchina per i caffè e poco dopo li servì all’uomo, rimasto in piedi ad aspettare. Lui prese le tazze e le portò fino al tavolino, sedendosi a sua volta di fianco alla donna.
“Che posto insignificante”, disse lei sollevando il caffè come fosse la sua medicina. L’uomo guardò il signore ben vestito che a sua volta si era messo ad osservare qualcosa fuori dai vetri; infine replicò: “Non ci vedo niente di strano, un posto qualsiasi, ecco tutto…”.
L’aria là dentro era ferma, un senso di uguale e ripetitivo pareva sottolineare l’appartenenza del luogo a tutta l’autostrada, all’asfalto identico, al viaggiare noioso, un mondo frutto di uno stupido motore a quattro tempi, e nient’altro. Intanto il signore ben vestito aveva fatto due o tre passi svogliatamente dentro al locale, poi aveva preso una sedia, con calma, ed era andato a sistemarsi al tavolino della donna e dell’uomo, con modi di fare del tutto naturali.
“Ho una pistola nella tasca dove sta la mia mano, aprite i portafogli senza farvi notare e datemi tutti i contanti che avete”. L’uomo abbassò il suo caffè con la sorpresa dipinta sul viso, la donna finse un comportamento seccato, il barista continuava a sistemare tazzine e bicchieri dietro al suo banco.
Tutto si svolse in fretta e senza incidenti, il signore ben vestito si alzò e raggiunse la porta dopo aver intimato ai due di rimanere seduti per almeno dieci minuti. Quando infine si alzarono la donna dentro alla borsa trovò qualche spicciolo per pagare i caffè, e uscirono storditi giusto per salire sulla loro automobile, senza affrettarsi, in perfetto silenzio. Quando lasciarono il parcheggio dell’area di servizio la donna fece un singhiozzo di pianto, ma l’uomo non seppe neppure spiegarsi il perché.

Bruno Magnolfi


martedì 6 luglio 2010

Lungo un qualsiasi marciapiede.

           

            L’uomo, da solo, scruta il piccolo tavolo tondo e la sedia dove intende mettersi comodo. La sua giornata è già colma di indecisioni, sente che il tempo scivola inevitabilmente e lui non riesce a dare un indirizzo alle cose. Ha guardato le sue scarpe camminare, ha sentito la sua voce riferirsi a qualcuno, ma questo non ha significato alcunché. Forse neppure gli interessa dare un senso preciso al suo giorno, forse la sua ricerca di faccende di cui occuparsi è solo l’ennesimo tentativo per scoprire qualcosa di se stesso. Infine si siede, ma dopo un primo momento reputa inutile e quasi dannoso quel gesto.  Il locale gli piace, c’è calma, ogni cosa sembra stare ben posizionata al suo posto, e fuori dalla vetrata la strada al contrario continua ad essere l’anarchica mescolanza di tutto.
            Si avvicina con metodo un cameriere, chiede gentilmente cosa desidera, l’uomo dice, senza guardarlo, il piatto del giorno e un quarto di vino. Non ha fame, è evidente, ma l’abitudine a sedersi ad un tavolo e di mangiare a quell’ora che spacca la monotonia della giornata è così forte che non si sente in grado di fare resistenza. Ha un piccolo notes dentro alla tasca, lo estrae, rilegge gli appunti delle cose che avrebbe voluto fare quella mattina, si rende conto che non ne ha compiuta nessuna.
            Niente di nuovo, è normale perdersi in mille altre cose che per via gli vengono a mente, anzi, forse il suo incaponirsi ad annotare le cose da fare, ha proprio il senso della smentita, del disattendere scientifico di ogni proposito. Che cosa può essere mai una giornata qualsiasi, trascorsa da solo girando per strada con mille pensieri e altrettante divagazioni, se non lo scegliere a braccio in ogni momento le cose da fare, decidere volta per volta dove andare, dove fermarsi, in che cosa occupare un po’ di quel tempo?
            Nel bar-ristorante c’è poca gente, ognuno di loro nuota all’interno della propria indifferenza per tutto, il cameriere si affretta a servire le ordinazioni per restarsene poi immobile in qualche angolo fuori dalla vista. In fondo alla sala c’è un uomo, da solo, potrebbe essere lui. Ha finito già di mangiare, così legge il giornale, aspetta, lascia trascorrere il tempo. Non c’è niente che assomigli ai suoi gesti, ai suoi modi di fare, eppure qualcosa li unisce. Infine si alza, saluta con un gesto il cameriere, passa vicino al suo tavolo tondo ed esce, senza alcuna incertezza. 
            L’uomo vorrebbe alzarsi a sua volta, raggiungerlo, chiedergli di spiegargli dove stia il suo errore, perché continua a sentire dentro di sé l’angoscia di aver solo perso del tempo, di non essere riuscito neanche stavolta ad essere utile, di non aver messo a frutto di nuovo quel tempo che continua a scorrere e a finire nel niente. Poi osserva quel suo simile mentre scorre lungo la strada, oltre la vetrata, dove il marciapiede è ingombro di gente: niente ha senso, riflette; va accettato così tutto quanto, sollevare la testa dai propri pensieri e camminare verso qualcosa, lungo un qualsiasi marciapiede.


            Bruno Magnolfi

lunedì 5 luglio 2010

Soltanto così.

          

            La sua mano sorreggeva il bicchiere con l’acqua, l’altro braccio era disteso, a riposo sul fianco. La pastiglia era andata giù con facilità lungo la trachea, tra pochi minuti sarebbe iniziato il suo effetto. Le dita attorno al bicchiere continuavano a stringere il vetro più del dovuto, forse per via dell’agitazione di cui lui era rimato preda fino ad allora, così pensò che avrebbe dovuto rilassare i suoi muscoli, sciogliere quell’ultimo barbaglio di tensione, ma in quell’attimo il calice gli cadde di mano andando in frantumi sopra le piastrelle del pavimento.
Succedeva sempre così per tutti i dettagli legati alla sua esistenza, rifletté: cose a cui dava troppa importanza, altre che continuava a ignorare; ogni elemento appariva sempre squilibrato tra i suoi interessi, spesso cercava dentro di sé il giusto valore da dare alle cose, senza assolutamente riuscirci. Rilassò anche l’altro braccio lasciandolo disteso lungo il fianco, poi fece due o tre passi fino a raggiungere il tavolo.
Si sentiva come paralizzato, improvvisamente i suoi occhi osservavano gli oggetti usuali senza riuscire a metterli a fuoco, e si perdevano in quelle inezie diventate improvvisamente fondamentali. Avrebbe dovuto cambiare completamente  il suo modo di essere, di comportarsi, di pensare, ad iniziare da oggi, da subito, anche se non riusciva a capire da quale punto rifarsi. La pastiglia stava  togliendo poco alla volta il dolore dalla sua testa, lasciandogli uno strano senso di vuoto, come se si allargasse per lui la possibilità di occuparsi di molte altre cose.
Si sentì stanco, e andò a sedersi  su una poltroncina nell’angolo, poi si accorse di aver lasciato i vetri del bicchiere sparsi per terra, e gli parve una fatica terribile provare a rimuoverli.
Qualcuno suonò alla sua porta, e d’improvviso gli giunse insieme a quel suono sgradevole l’impressione che la giornata avesse ripreso il suo corso, come sempre, togliendogli l’aspetto meditativo che fino ad un attimo prima gli era parso oltremodo necessario. Decise di non muoversi, e chiunque fosse stato a suonare il suo campanello non replicò. Infine decise di sollevarsi, ma solo per raggiungere la finestra, poi scostò leggermente la tendina, e guardò fuori, lungo la strada, fino ad accorgersi che non c’era niente che lo interessasse davvero di quel mondo esterno.


Bruno Magnolfi

domenica 4 luglio 2010

Qualcosa per cui vivere.

            

Spesso capita che il mio collega di lavoro venga da me durante l’orario di turno della nostra fabbrica, e mi dica: Luigi, oggi non è proprio la giornata giusta per star qui a far gli operai ed annoiarci con queste stupidaggini ripetitive. Dice così per ridere, ma poi, durante la pausa per il pranzo, quando siamo seduti nella sala mensa con il nostro vassoio, lui guarda il sole e il cielo fuori dalle finestre, e sembra che sia assente, che non stia davvero insieme a noi.
Certe volte fa discorsi strani, il mio collega, dice che non siamo nati per star dentro a una fabbrica tutto il santo giorno ad assemblare pezzi di una macchina che non sappiamo bene neppure a cosa serva. Io gli ripeto che così dicendo non saremo mai soddisfatti di noi, del nostro lavoro, della nostra vita, e che se ci è toccato in sorte di far questo, bisogna in qualche modo adattarci e non pensare più a certi discorsi. Ma lui ci riflette un po’, guarda nel niente, poi dice, Luigi, dobbiamo andarcene da qui, guarda qua come siamo ridotti, tra un po’ non avremo più neppure i sogni, guarderemo la televisione come fanno già molti altri, e vedremo là dentro lo schermo la gente che sta bene e si diverte tutto il giorno, e ci sembrerà solo immedesimandoci in quelle persone di poter scambiare il nostro ruolo con il loro, e di riuscire a star bene e divertirci tutto il giorno anche noi; ma non è così, io e te lo sappiamo, è solo un digestivo per ingollare in silenzio la nostra vita stupida. Io lo lascio dire, quello è il suo modo di riflettere le cose, non mi preoccupo più di tanto: gli sorrido, cerco di seguire i suoi ragionamenti, poi mi fermo.
            La settimana scorsa invece vado in fabbrica, inizio il turno e lui non c’è. Chiedo a qualcuno degli altri operai se hanno visto il mio collega, ma nessuno l’ha incontrato. Passa con un po’ di tensione tutta la mattina, poi all’ora di pausa gli telefono: l’apparecchio suona a vuoto, nessuno mi risponde. Quando esco dal turno timbro il cartellino e vado direttamente a casa sua, passo a vedere cosa sia successo, ma trovo solo un biglietto sulla porta del suo appartamento deserto al terzo piano. C’è scritto “per Luigi”, così lo stacco e lo apro. Dice di andare al “solito posto”, e lì mi darà delle istruzioni per spiegarmi meglio. Ci penso, tengo in mano il foglio, vado a casa mia. Tutta la notte rifletto su quale sarà quel “solito posto”, poi mi viene a mente il tavolo d’angolo del bar fuori dalla fabbrica, dove certe volte stiamo lì a bere una birra e a sognare di trovarci da tutt’altra parte.
Il giorno dopo sono lì, mi siedo al tavolo, mi guardo attorno, non c’è niente. Poi passo la mano sotto al piano di legno di quel tavolo e sento che c’è un altro foglio incastrato dentro a una fessura. Lo prendo, lo apro, lo leggo, è un messaggio lungo. Dice: “Luigi, ho sistemato tutto, ti aspetto per partire insieme, devi prendere il treno delle cinque, scendere alla stazione di cui ti avevo parlato qualche volta, sarò lì ad aspettarti, vieni da solo”. Non ci vado al lavoro il giorno dopo, avverto la segretaria e poi cerco di pensare cosa fare. Alla fine metto il cappello e gli occhiali scuri, prendo il treno delle quattro e scendo alla stazione che conosco, quella di cui mi ha parlato il mio collega, ci vuole poco ad arrivare, mi metto dietro a una colonna e aspetto. Dopo mezz’ora lo vedo, è lì che si aggira lungo il binario, come se niente fosse, e io mi nascondo anche di più. Lo guardo, resto dove sono, vedo che sta bene, che non ha bisogno di me per i suoi progetti. Aspetto, aspetto a lungo che vada via, infine rimango solo, poi prendo il treno che mi porta indietro e torno a casa.
“Ciao collega”, gli dico dentro la mia lettera immaginaria, “Scusa se non vengo con te; ti sarei solo d’intralcio, però ti porto nel mio cuore, so che per te ci sarà da qualche parte una vita diversa, non so neppure immaginare quale, ma ti auguro che sia assolutamente la migliore che desideri, la meriti, ci hai sempre creduto, te la sei guadagnata, senz’altro più di me…”.   


Bruno Magnolfi

sabato 3 luglio 2010

L'assenza di collegamento.

            

            I due ragazzi si ritrovavano ogni giorno, dopo la scuola elementare, all’ombra di uno stretto edificio scalcinato edificato da solo nel niente, del quale si diceva che fosse un’importante centralina della corrente elettrica di quel quartiere periferico. I cavi neri e ben tesi su in alto arrivavano da un lato e dall’altro ripartivano, e continuamente si sentiva ronzare qualcosa all’interno, ma di fatto era proprio da lì che iniziava la campagna, con la sua terra incolta che oltre quelle ultime case era attraversata da sentieri di buche fangose ai cui bordi venivano scaricati cumuli di immondizia e di calcinacci.
Loro si ritrovavano proprio sotto quella cabina, come sul confine di qualcosa, e si sedevano sopra una pietra liscia e lunga, a parlare sottovoce di tutto, a far passare quella giovinezza da fratelli minori che il più delle volte erano portati ad odiare. In casa erano quelli cui nessuno badava, posti a sedere alla tavola che non contavano niente, costretti ad ascoltare tutti gli altri della famiglia restando perennemente in silenzio.
Le loro teste dai capelli cortissimi erano continuamente toccate dalle mani dei loro tanti fratelli, per scherzo, rimprovero, richiesta d’attenzione, tanto che crescere in fretta e sfuggire a quei modi era la cosa che forse desideravano di più. I loro pensieri erano già come dovevano essere, da grandi, e le loro risate spensierate nemmeno un ricordo; non avevano biciclette, non avevano pattini, il prossimo anno avrebbero dovuto cercarsi un lavoro, e per adesso riuscivano soltanto a ritrovarsi lì, loro due, all’ombra di quella cabina, e qualche volta andare a cercare qualcosa di utile tra i cumuli di immondizia e di calcinacci.
Fu un giorno qualsiasi, quando il caldo di quel giugno si era già fatto opprimente, e l’erba alta là attorno aveva lasciato seccare al sole i suoi steli, donando a quell’aria un profumo di terra riarsa, di paglia bruciata e di polvere fine. Luccicava qualcosa più avanti, loro due si avvicinarono con circospezione, guardandosi attorno. Erano soli, e lì, a margine di qualche asse marcio e imbiancato, c’era rimasta una radio, una di quelle vecchissime, enormi, con il mobile di legno mezzo scassato, però con tutti i pulsanti e le rotelle al loro posto.
La presero, la portarono ai piedi della cabina, e immaginarono funzionasse, visto che c’era anche il filo della corrente e la spina. La nascosero, e fu il giorno seguente che cercarono di forzare la porta della centralina elettrica, tanto per vedere se al suo interno ci fosse stata una presa, per provare se la radio funzionasse davvero. Il lucchetto saltò dopo una certa fatica, e loro entrarono dentro, lasciando girare con sforzo la porta di ferro sui cardini arrugginiti. Misero dentro la testa, tra ragnatele robuste, quel tanto che era sufficiente, cercando velocemente di adattare gli occhi a quel buio, immersi dentro al ronzio adesso fortissimo dei trasformatori. La scarica di corrente e la fiammata li colse ambedue, non ci fu alcuno scampo per loro, e forse l’elettricità saltò in tutto il quartiere, tanto l’assorbimento fu forte. Restò lì, ai piedi dei sogni, la loro pietra, rifugio dei pensieri da grandi, e quella radio, quella radio vecchissima, che forse non funzionava neanche.


            Bruno Magnolfi   

venerdì 2 luglio 2010

Ordinarie tensioni esistenziali. 2

            

            Un uomo, passando con la sua bicicletta proprio mentre attraversavo la via con disattenzione, mi aveva urlato sgarbatamente qualcosa che neppure avevo capito, evitandomi appena di un soffio. Non so, se non avesse continuato per la sua strada, penso lo avrei strangolato.


            Bruno Magnolfi

giovedì 1 luglio 2010

Autocelebrazione di un giorno qualsiasi.

            

            La sequenza indica un uomo che esce di casa, gira per strada senza una meta precisa, si ferma dentro a un caffè e incontra uno sconosciuto. Quando l’uomo torna a casa scopre di essere una persona diversa.
In un secondo tempo, l’uomo uscito da casa, non avendo incontrato nessuno, rientra nervoso e irritato. Inoltre lo stesso, avendo dato appuntamento al caffè ad una persona che non conosceva, riesce a sentirsi diverso anche solo per quella possibilità a cui non ha adempiuto.
Sia l’uomo che lo sconosciuto, sapendo ambedue di riuscire a sentirsi diversi solo uscendo da casa e una volta raggiunto il caffè, spesso riescono a girare per strada anche senza una meta precisa.
 Di fatto la casa dell’uomo e dello sconosciuto è ritenuta diversa anche senza che né l’uno né l’altro abbiano girato per strada o si siano recati al caffè. In ogni caso la loro meta è precisa anche se non si fermano quasi mai proprio lì.
Spesso, dentro al caffè, allo sconosciuto è richiesto il motivo per cui l’uomo, visto girare per strada senza una meta precisa, si possa essere sentito diverso pur senza essere uscito di casa per spingersi addirittura fin lì.
In alcuni casi, girando per strada nei pressi del caffè senza apparenza di una meta precisa, lo sconosciuto ha incontrato un uomo che si è fermato dentro al locale, ed ha dichiarato di sentirsi diverso senza sapere per quale motivo.
L’uomo, il caffè e certe volte anche lo sconosciuto, si sono dimostrati diversi solo per essere usciti di casa e aver girato per strada senza trovare una meta. Una volta rientrati ognuno nel proprio ruolo, le cose si sono rivelate concrete anche se loro non si sono incontrati.
Infine, sia la casa, sia lo stesso caffè, risultano diversi per il solo fatto che l’uomo assieme allo sconosciuto hanno girato per strada senza trovare una meta, capitando in quei pressi prima di pensare a qualsiasi altra cosa. Il locale naturalmente, almeno quel giorno, è risultato deserto.

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Bruno Magnolfi