sabato 7 agosto 2010

Sulla bocca del paese.

            

            Un uomo qualsiasi passeggia lungo un marciapiede del paese, così passa davanti ad una casa dove, dalla finestra spalancata per il caldo, si vedono due donne in una cucina che rimangono sedute e parlano tra loro, davanti a una tazzina di caffè. Lui si ferma un attimo, le osserva, loro si voltano verso la finestra, l’uomo si tocca la falda del cappello, le due donne dicono buongiorno, poi ognuno dei tre distoglie lo sguardo e torna alle proprie occupazioni.
Le due donne stavano parlando proprio di lui, dell’uomo col cappello, e forse lui ha sentito qualcosa della loro conversazione, ma forse non se ne è neanche curato: lui si sente un uomo qualsiasi, le sue opinioni hanno un peso decisamente molto relativo, potrebbe addirittura non averne affatto, la differenza probabilmente non si noterebbe.
Le due donne riprendono i loro discorsi ma a voce più bassa: si parla della moglie di quell’uomo, che a distanza di qualche anno dal loro matrimonio ha fatto la valigia pochi giorni prima e se n’è andata, sembra addirittura senza tante spiegazioni. Il paese è percorso da chiacchiere, analisi, domande, possibilità presunte, ma niente si continua a sapere di preciso, e con l’uomo tutti si comportano come se nulla fosse accaduto, considerato anche che lui svolge la sua vita come sempre. Un uomo qualsiasi però dovrebbe crollare, a un certo punto, almeno confidarsi con qualcuno, e invece niente, lui continua come se nulla fosse stato.
            Le due donne sorseggiano il caffè, dicono che lui è una persona taciturna, anche troppo silenzioso, e quella moglie pareva svelta, quasi furba, forse troppo sorridente con tutti, non poteva durare a lungo il loro matrimonio. Poi si servono ancora un goccio di caffè, quasi per trovare la scusa per dirsi ancora qualcosa su quell’argomento: lui è un bell’uomo, dice l’una, però non brilla, sembra scolpito in un pezzo di legno senza l’anima, ed appoggiato lì, a fare arredamento. Però è certo che senza una donna com’era quella moglie, la sua giornata adesso è vuota, priva di colore.
            Ma l’uomo qualsiasi è tornato sui suoi passi, cammina ancora davanti alla finestra aperta, si ferma, toglie il cappello in senso di rispetto per le due donne e dice a voce bassa: la mia solitudine di adesso è impagabile, se proprio vi interessa saperlo; riscopro giorno dopo giorno l’importanza di tutte le mie cose, di questo paese, delle mie piccole attività; il tempo di ogni giorno mi sembra dilatato e ricco, e tutto mi appare migliore, addirittura divertente, mi piacciono persino quei discorsi insignificanti che in questo periodo sento fare su di me, per cui non vi curate di abbassare la voce: le vostre chiacchiere sono benvenute. 

            Bruno Magnolfi

venerdì 6 agosto 2010

Per le strade di una città qualsiasi.

            

            Ero andato assieme al mio amico in quella grande città che non conoscevo, giusto per fargli compagnia durante il viaggio e girare un po’ tra quelle case e quelle strade mentre lui stava dietro ai suoi affari. Mi ero scritto l’indirizzo sopra un foglietto, proprio come lui mi aveva detto di fare mentre spegneva il motore della macchina: ci dovevamo ritrovare esattamente lì, nel pomeriggio, verso le quattro, ed io con allegria avevo cominciato subito a girare a piedi da solo, a casaccio, senza alcuna meta, fino a perdermi in quel groviglio di vie, di case e di persone tutte uguali.
Dopo un bel po’, quasi a fine mattinata, mi sentivo quasi stufo di quel girare a vanvera, così ero entrato dentro a un bar, giusto per farmi una birretta, come facevo sempre al paese, e parlare del più e del meno con qualcuno. Ma tutti là dentro andavano di fretta salvo una ragazza con il vestito troppo corto che mi aveva subito chiesto di accompagnarla in un posto lì vicino. Io le ero andato dietro, e lei era entrata dentro al portone di un palazzo, e lì, nella fresca penombra dell’andito, mi aveva preso una mano e se l’era piazzata sotto alla sua gonna. L’avevo lasciata fare, non sapevo quale fosse il gioco, ma lei poco dopo mi aveva chiesto dieci euro, così io timidamente avevo tirato fuori una banconota da cinquanta proprio mentre qualcuno arrivava dalle scale, e lei scappava via con quelle, senza dirmi niente.
Quando uscivo era sparita, così cercavo di tornare indietro di corsa, verso il bar, magari per vedere se era lì vicino, ma adesso tutto pareva ancora uguale, e mi perdevo di nuovo, senza alcun punto di riferimento. Così frugavo nella tasca per vedere l’indirizzo che mi ero scritto, ma quello non c’era, era sparito, ed io provavo un senso forte di disperazione. Trovavo un ragazzo che pareva girasse lento, senza fare niente, così gli chiedevo se conosceva una via con dei palazzi in un certo modo e di fronte anche degli alberi che avevo visto, e lui diceva subito di si, che lo sapeva dove si trovava il posto. Si offriva di accompagnarmi fino lì, ma svelto, dicevo io, che ho un appuntamento, e lui iniziava a girare quasi di corsa lungo quelle strade tutte identiche, lasciandomi il compito di seguirlo senza fiato.
A tratti si fermava, quel ragazzo, come per pensare, mi toccava i bracci come per sincerarsi che eravamo assieme, poi ripartiva. Alla fine, dopo un angolo, scoprivo che era sparito, e poco dopo mi accorgevo che era sparito anche il mio portafoglio che tenevo nella tasca posteriore dei calzoni, e tutto quanto, di colpo, mi appariva ostile, un dedalo di gente senza scrupoli pronte ad approfittarsi di uno come me. Riprendevo a girare cercando la mia strada, e dopo un po’ iniziavo a camminare tenendomi in mezzo alle vie, perché il mio amico verrà a cercarmi, pensavo, ma le macchine mi suonavano il clacson ed altri mi dicevano qualcosa dai finestrini aperti. Io mi sentivo spaurito e disperato, l’orario dell’appuntamento era già passato e non sapevo più che cosa fare.
Un uomo veniva da me per dirmi che avevo perso la sciarpa, ma non era la mia e non era neppure la stagione per portare la sciarpa, così gli rispondevo sgarbatamente qualcosa e me ne andavo. I piedi mi facevano male, le orecchie erano disturbate dai rumori e gli occhi parevano stufi di indagare strade tutte identiche.
Trovavo una guardia, gli dicevo la mia storia, ma quello sosteneva che stava facendo un servizio e non mi poteva dare aiuto: dovevo presentarmi al Commissariato che si trovava non so dove e lì chiedere se qualcuno poteva accompagnarmi, ma io ringraziavo e lasciavo perdere qualsiasi cosa. Alla fine mi sedevo sopra una panchina, nel giardinetto di una piazza senza nome, mentre le auto già iniziavano ad accendere i fanali e il mondo pareva ancora più ostile di prima, lasciandomi vuoto e perso. Poi arrivava il mio amico, per un miracolo insperato: non mi chiedeva niente, mi faceva salire sulla sua macchina come fosse stata la cosa più normale della terra, e alla fine mi portava via, sorridendo tra sé, come se tutto si fosse svolto come già lui aveva immaginato.


            Bruno Magnolfi    

giovedì 5 agosto 2010

Gli Uffici per l'Integrazione Pubblica.

         

            La procedura indicava una serie di domande alle quali era doveroso rispondere correttamente. Si entrava dal grande portone in cima alla scalinata in pietra dopo essersi informati in modo esaustivo su ciò che era necessario portare con sé, quale abito indossare, cosa aver pensato durante il tragitto fino lì, e soprattutto con quale stato d’animo era consigliato presentarsi, in modo che non si ponessero equivoci o imbarazzi.
L’edificio era imponente, i bassorilievi sopra ai portali mostravano tutto lo spessore storico e culturale che ne aveva definito quell’architettura; i corridoi all’interno apparivano maestosi, come se ogni aula o piccola stanza che si apriva oltre le identiche porte in legno scuro, fosse solo una piccolissima appendice di un insieme che raccoglieva qualsiasi diversità.
I questionari erano consegnati all’entrata, ed ognuno si piazzava seduto dietro a un banco della grande sala oltre la portineria, a riempire i moduli che gli erano stati consegnati. Non esistevano dei tempi prefissati: improvvisamente un funzionario appariva alle spalle del candidato, osservava il lavoro svolto fino a quel momento, prendeva in mano i fogli e decideva in pochi secondi l’ufficio al quale presentarsi.
Nessuna domanda, nessuna richiesta di chiarimenti era permessa: a chi ne presentava per suo ardire, un sorriso eloquente mostrava che era necessario tornare un altro giorno, possibilmente con maggiori certezze a cui affidarsi. Il silenzio degli ambienti lasciava risaltare l’importanza di ogni passo sopra a quei grandi pavimenti in marmo, e anche il semplice scricchiolare della suola delle scarpe era evidentemente un elemento da evitare.
Oltre la grande porta a vetri in fondo al corridoio principale si apriva qualcosa di cui nessuno in genere parlava: già solo aver varcato quella soglia era dimostrazione chiara di aver piena coscienza di sé e del luogo ove si era stati ammessi, ed esser stati scelti per arrivare fino lì significava essere degni di conservare completa riservatezza di ciò di cui si era stati testimoni.
Ogni giorno si assisteva a un grande via vai intorno all’edificio; dall’esterno le finestre vetrate dei piani superiori apparivano in qualsiasi periodo dell’anno rigorosamente chiuse, ed i tendaggi che si intravedevano non venivano mai scostati, in modo che da fuori era impossibile capire se nelle stanze ci fosse qualcuno oppure no. Di certo si sapeva che era impossibile avere altre informazioni, e l’unica verità di cui continuamente si parlava in tutte le strade dei dintorni e in ogni negozio del quartiere, era che gli uffici per l’Integrazione Pubblica erano quelli, ma ogni altra cosa era del tutto indiscutibile.


Bruno Magnolfi 

mercoledì 4 agosto 2010

Nessuna scelta.

            

            Amedeo Giraldi è da solo nella cucina del suo appartamento. Qualcuno, nei  confronti della sua persona, durante gli ultimi giorni appena trascorsi, ha detto qualcosa di estremamente sgradevole, lo ha sbeffeggiato, senza mostrarsi neppure apertamente, urlando solo qualcosa di quasi incomprensibile sotto alle sue finestre, ed un ragazzo, forse, sul muro di fronte alla sua casa, con una bomboletta di vernice spray, ha scritto: “Amedea”, con un preciso intento canzonatorio. Lui, stravolto, ha subito preso qualche giorno di permesso telefonando in ufficio e inventandosi impegni impellenti e inderogabili, poi si è come barricato in casa sua, con le finestre chiuse, pronto a difendersi da qualunque cosa, senza neppure capire bene la natura dell’attacco.
            La sua vita è sempre stata lineare, adesso pensa, corretta, in armonia con tutto e con chiunque: non capisce chi possa aver messo in giro delle voci del genere nel chiaro intento di denigrare la sua persona e metterlo in fortissima difficoltà. In un primo momento aveva salito le sue scale di corsa, dopo aver visto quella scritta ingiuriosa, poi, una volta in casa, gli era venuto da piangere, quasi da disperarsi: il suo segreto, la sua difficoltà di sempre, l’inconfessata verità, gettata così, in un attimo, sulla bocca di tutti, come se non fosse costantemente stato attento ad ogni parola, ad ogni atteggiamento, a qualsiasi sguardo o inflessione della voce, una cosa che non avrebbe mai immaginato.
            Poi si era calmato, ma la vergogna non gli permetteva ancora di affrontare nessuno. Vivere da solo è un disastro, pensava adesso, ti lascia vulnerabile e non ti permette di confidarti con nessuno, di parlare, di sfogarti, di cercare con le parole una qualsiasi soluzione. Aveva cercato di telefonare ad un amico già diverse volte, Amedeo Giraldi, ma pur avendo preso in mano l’apparecchio almeno in due o tre casi, non era riuscito poi a comporre neppure il numero. 
            Continua a girare dentro casa come un leone stretto nella gabbia, Amedeo Giraldi, e adesso, improvvisamente, il suo orgoglio pare reclamare una sua parte: avrebbe voglia di uscire sulla strada a testa alta, con la massima indifferenza verso tutti e soprattutto verso quella scritta, e non gli importa niente se qualche stupido sente la voglia di dire qualcosa della sua natura, lui si reputa superiore a certe cretinate. Ma ancora non si sente pronto, e continua a girarsene in cucina, ad osservare il tavolo, le piastrelle, le sue cose, senza riuscire a prendere alcuna decisione.
Poi infine decide: apre la porta, esce, scende le scale nel silenzio più assoluto, arriva fino all’andito del suo palazzo, varca il portone ed esce in strada. Sorpresa: non c’è più la scritta sopra al muro, qualcuno in quelle ore si è preso la briga di cancellare tutto con una mano di vernice. Amedeo Giraldi tira un sospiro di sollievo: tutto adesso pare rientrare nella norma, la vita può riprendere come sempre, le sue giornate forse non sono compromesse, e lui inspira l’aria come se fosse libertà. Poi riflette meglio, resta fermo, si guarda attorno, non si sente bene: adesso, all’improvviso, prova un’inesplicabile delusione, un malessere che non aveva mai provato, e quasi avrebbe voglia di cancellarlo quello strato di vernice e ritrovare quel suo orgoglio, anche se poi, che importa, pensa, tutto vada pure per suo conto.
           

            Bruno Magnolfi

martedì 3 agosto 2010

Contro il mio simile.

            

La prima coltellata la sferrai con forza, stringendo bene con le dita quel manico robusto, affondando il più possibile la lama dentro al corpo. Non parlavo, non dicevo niente, non sentivo il bisogno di dire una sola parola, però guardavo con occhi fissi quello che facevo, ed i miei gesti si convincevano mentre andavo avanti. Non conoscevo quell’uomo, però provavo un sentimento di schifo nei suoi confronti, anche se non ero riuscito a chiarire dentro di me il vero motivo di quella sensazione. Sentivo che non sarei stato capace di cancellare in fretta quella repulsione che provavo, eppure il mio comportamento era l’unico giustificabile, il solo che potevo sentire come mio, immedesimandomi in quei fendenti come se non ci fosse stato altro, nient’altro possibile per me in quei momenti.
Di quel corpo provavo un viscerale ribrezzo, forse dello sguardo, forse dell’odore, non so; ciò di cui ero più certo è che non sopportavo di sentirlo ancora respirare, e proprio in quei momenti quell’essere immondo aveva iniziato ad emanare dei rantoli odiosi ed osceni. Così con una delle coltellate successive gli tagliai la gola, però tenendomi a distanza, con il braccio disteso, un colpo secco, quasi cercassi di non avere niente a che fare con quella carne molle, quello sguardo di vecchio, quel viso insanguinato, adesso quasi irriconoscibile, quel corpo puzzolente. Con la punta della lama continuai a tagliuzzargli la schiena e le braccia mentre rantolava a terra,  poi lasciai andare il coltello, e subito presi a calci quel corpo che ormai non si muoveva neanche più, quasi desiderando che facesse ancora resistenza, che si ribellasse al suo destino, per inondarmi ancora di soddisfazione.
Infine lo coprii di polvere e di terra usando le mie scarpe per sollevarne tutt’intorno, quasi a cercare di assorbire quel sangue che aveva sporcato il viottolo, quella stradina di campagna vicina ad una macchia di lecci e di querce, come desiderando annullare, disintegrare quel corpo ignobile. Scoprii all’improvviso di avere sudato nello sforzo di colpire, poi vidi un legno, un semplice bastone, lo passai sotto a quelle braccia che non facevano più alcuna resistenza, e trascinai quel corpo fino dentro al bosco; vidi una specie di fossa e lo feci rotolare dentro, poi, sempre con i piedi, lo coprii alla meglio di terra e sassi, e infine me ne andai.
Non raccontai mai niente di quell’incontro, e nessuno me ne chiese nulla. Ma io spesso ripenso a quanto era accaduto quel giorno, ed ogni volta riprovo la stessa sensazione, quella voglia profonda di distruggere chi mi assomigliava.


Bruno Magnolfi

lunedì 2 agosto 2010

La semplicità del futuro.

            

            - Ci vogliono idee nuove -, aveva detto semplicemente lo stilista parlando quasi sottovoce l’ultima volta che era entrato dentro allo studio. Noi avevamo provato una specie di brivido, come se tutti quei giorni di lavoro fossero inutili,  ciò nonostante avevamo annuito. Dovevamo disegnare il progetto per tutta la collezione, e continuavamo a lavorare sui tessuti, sui colori, sui tagli da dare alle stoffe, senza che effettivamente nessun nostro disegno, pur interessante e ben eseguito, riuscisse a risaltare sugli altri.
            Uscendo da là a sera inoltrata, pensavo nonostante una forte amarezza che lo stilista aveva ragione, e con questa idea fissa ero tornata verso casa portandomi dietro tutti i bozzetti migliori che in quel periodo ero riuscita ad elaborare. Volevo cenare con calma, distrarmi con le notizie di un telegiornale, e poi, dopo il caffè, tornare a riguardare i disegni, con lo sguardo più neutro possibile.
            La mia governante aveva sfornellato a lungo in cucina, ma io, cenando da sola e senza appetito, avevo spizzicato giusto qualcosa, poi ero andata sulla terrazza ad osservare le luci della città poco distante, accendendo una delle mie sigarette. Pensavo che non c’era alcun senso in quello che cercavo di fare, avevo passato in rassegna tutte le riviste di moda che avevo nella mia libreria, avevo ripensato a tutte le collezioni che ero riuscita a mettere a punto in quegli anni, eppure adesso non c’era niente che mi desse un’idea, uno spunto significativo.
            La creatività è un elemento impalpabile: certe volte fuoriesce come acqua da dentro una fonte; altre volte, pur con tutti gli sforzi, non ne sorte neppure una goccia, riflettevo come per darmi una giustificazione. Poi pensai di partire proprio da lì, dalla mancanza completa di idee, come se la realtà avesse bruciato in pochissimi anni tutto ciò che di nuovo si poteva inventare. Disegnai l’abito più semplice che riuscissi a pensare, quindi mi soffermai sui dettagli, i più elementari possibili, infine qualcosa nella mia testa iniziò di nuovo a girare.
            Certo, ci sono delle volte che si deve ripartire dai fondamenti, pensavo, anzi, bisogna riflettere proprio su quelli, attraverso l’esperienza che nel corso degli anni siamo riusciti a raggiungere. Ci sono principi a cui non possiamo voltare le spalle soltanto perché la nostra maturazione e la pratica ci ha portato lontani da tutto. Dobbiamo riuscire a guardare ancora dietro di noi, ripensare alle basi di tutte le cose, solo così il futuro ci parrà davvero a portata di mano.


            Bruno Magnolfi

domenica 1 agosto 2010

L'attesa del presente.

           

            L’attesa lascia il corpo spossato, stanco, sfibrato nello sforzo di ascoltare il silenzio della notte; o magari i segni inequivocabili del giorno, della luce sfavillante, della vita che procede e cambia i colori e i punti di vista, trasformando spesso ogni pensiero senza che se ne riesca a comprendere né il senso né il motivo. Si attende l’alba, poi la sera, si fa una passeggiata senza pensieri, poi un amico che dice cose divertenti, che spazzino via ogni amarezza lasciandoci almeno una flebile speranza.
            Ci si sente soli, certe volte, attenti ad ogni piccolo rumore che ci indichi un elemento nuovo, che ci prospetti una diversità, un pericolo, qualcosa magari da cui fuggire in fretta. Si attende che il destino si compia, senza sapere quali differenze ci si offrano in ogni attimo che giunge. L’attesa: che una qualsiasi novità ci privi di tutto, forse; o di riuscire a stare meglio di così, come l’arrivo di un’eventualità sperata, quasi meritata.
            L’uomo urla per strada la sua angoscia, qualcuno accorre, altri dicono che sono gesti assolutamente privi di significato, degni di persone che hanno perso del tutto l’equilibrio; eppure l’uomo si dispera solo per quell’attimo trascorso, quello di tutti, ma anche quello che nel suo caso ha esaurito ogni sua speranza, qualsiasi possibilità riposta in tutto il suo futuro, quello che ormai, nel gioco impalpabile di un presente che addirittura fugge per ognuno tra le proprie mani, è diventato in un unico momento solo passato.


            Bruno Magnolfi