martedì 7 settembre 2010

La comprensione del senso.

            

            L’uomo resta fermo sulla banchina del porto, le mani sprofondate nelle tasche della sua giacca, il cappello con la tesa di poco sopra gli occhi, quasi a nascondere qualcosa del viso. Osserva l’acqua scura che oscilla lievemente sciabordando sul cemento del molo. Dall’altra parte forse devono iniziare le operazioni di carico di una nave ormeggiata e quasi immobile, senza alcuna attività apparente, che si direbbe deserta se non fosse per uno scroscio d’acqua gettato in mare su un fianco dalle pompe di sentina. Forse deve partire, tra qualche ora, o domani, chissà. Intanto in giro non si vede nessuno. La luce verde e l’altra rossa che segnalano l’imboccatura della rada, lampeggiano con regolarità, la sera avanza, l’uomo si siede sopra una grossa bitta d’ormeggio.
            Oltre la diga foranea del porto, il mare lontano lascia biancheggiare la cresta delle onde più grandi, qualche gabbiano plana mansueto trasportato dalla brezza salmastra. L’uomo si alza, riprende a camminare con calma restando vicino allo spigolo del molo, continua ad osservare qualcosa nell’acqua, i suoi passi scricchiolano sui frammenti di ghiaia. Più avanti un anziano pescatore con la canna ha tirato su qualche muggine, l’uomo va verso di lui, si avvicina fino a tre o quattro metri, poi si ferma come ad osservare la sua operazione per tirare su un altro pesce, ma subito dopo lo lascia alle spalle e procede.  
            I pensieri si intrecciano, arrivano a gruppi, a cascata, ma spesso sembrano intenzionati a interrompersi, come non ci fosse alcuna necessità della loro presenza. L’uomo arriva alla fine del molo, il vento si sente in quel punto, deve tener fermo il cappello sopra la testa se non vuole vederlo finire nell’acqua. Poi torna indietro, ripassa alle spalle del pescatore che ora sta riponendo la sua attrezzatura: il sole dietro le nuvole ormai è già tramontato, ancora pochi minuti di luce, poi sarà buio. L’uomo guarda di nuovo la nave: si sono accese delle luci sul ponte e nelle cabine e si sente il ronzio del motore che lascia un velo di fumo su in alto. Sicuramente deve partire, pensa l’uomo; tra qualche ora, o domani, chissà, ma questo pensiero gli pare la chiave di tutto, e si sente rasserenato da quella consapevolezza: qualcosa si muove, procede in avanti, pensa ancora; non è vero che siamo tutti fermi ad aspettare la morte.


            Bruno Magnolfi

lunedì 6 settembre 2010

La norma di vita.

            

            Quello che rimane certo è che in tutto questo tempo e nonostante tutto l’impegno non è affatto migliorato, aveva detto il padre di Luca. Questo sicuramente è vero, aveva risposto la madre, però dobbiamo convenire che non è neppure peggiorato, e questo forse è già un risultato. Si erano seduti nella saletta d’attesa dell’ospedale psichiatrico, e aspettavano il turno per essere ricevuti dal medico. Lui si sentiva depresso, pensava che le cose sarebbero andate avanti così, probabilmente fino a quando loro due sarebbero stati troppo anziani per poterlo ancora accudire, e questa gli pareva una prospettiva tristissima. Lei continuava a vivere giorno per giorno e a volte le bastava soltanto l’articolazione indistinta di una parola da parte di Luca per lasciarsi commuovere: le pareva già così un progresso grandissimo, e questo per lei era sufficiente a qualsiasi sacrificio.  
            Luca aveva ormai otto anni, non aveva risposto quasi a nessuno di tutti gli stimoli che avevano cercato di sollecitargli, niente pareva scalfire la corazza in cui restava chiuso. Anche i medici avevano sperato qualcosa di più, ma alla fine i risultati erano quelli che erano, lui rimaneva lì, inattivo, sprofondato in un mondo diverso. E’ vero che certe volte aveva meravigliato tutti mostrando capacità che nessuno gli aveva insegnato, ma erano stati momenti sporadici che la maggior parte delle volte pareva aver sviluppato da solo. Si continuava così, stimolandolo, osservandolo, senza darsi grandi speranze.
            Sopra le sedie della sala d’attesa il padre di Luca non aveva argomenti, restava in silenzio e ripensava alle piccole cose avvenute negli ultimi tempi, quelle che in qualche modo avessero un senso, potessero risultare significative per il medico che seguiva la loro situazione. La madre andava avanti come sempre a dire qualcosa a suo figlio, pur lentamente, sottovoce, spesso usando parole isolate, come dando continuazione ad un dialogo sul quale contava e che a lei pareva importante non interrompere. Luca come sempre guardava un punto qualsiasi davanti a sé, con le mani toccava qualcosa di immaginario sulle sue gambe, pareva sempre sul punto di dire qualcosa, di esprimersi, di spezzare da solo quella corazza e abbracciare con slancio i suoi genitori; ma non lo faceva.
            Poi un uomo arrivò quasi di corsa, bussò alla porta della stanza dove il medico faceva le visite e attese che gli aprissero. In quell’attimo, come richiamato da qualcosa, si volse verso Luca e lo osservò. Luca tirò su il suo sguardo, lo guardò in fondo agli occhi, e in un attimo l’importanza di tutte le cose parve oscillare: le sue mani smisero di cercare qualcosa, sua madre rimase in silenzio, persino il ronzio di un neon dentro al soffitto parve attenuarsi, poi la porta si aprì e Luca si alzò autonomamente dalla sua sedia: è il mio turno, sembrava dicesse, dobbiamo tutti sottostare alle norme.


            Bruno Magnolfi 

domenica 5 settembre 2010

Oltre la politica più abituale.

         

            La riunione era per le sedici. Lei si era portata la cartella con gli appunti e alcuni documenti in merito all’intervento che si era preparata. Le sue parole avrebbero dovuto essere soffici, accarezzare i temi importanti senza dare l’impressione di aggredire nessuno. Non era affatto semplice mettere tutti d’accordo, o meglio, far stare dalla propria parte almeno la maggioranza dei rappresentanti: ognuno di loro aveva più di un motivo per rivendicare qualcosa, ed uno di questi doveva rientrare all’interno delle possibilità prospettate dal suo discorso. Che poi niente fosse vero questa era tutt’altra storia. Tutti sapevano che spesso si costruiva nel niente, dando l’impressione di avere delle forze alle spalle che di fatto non c’erano, oppure mostrando delle opportunità che di fatto erano frutto solo di fantasia. Ma questa era la politica, si sapeva, e lei ne era cosciente anche di più, pur sentendosi da un po’ di tempo nauseata da quelle parole, quei comportamenti, quei modi di essere.
            Era entrata dentro la sede salutando tutti come suo solito, qualcuno le aveva fatto i complimenti per il suo abito, o per i capelli, o per chissà cosa; lei aveva appoggiato la sua cartella sopra una scrivania, poi era andata nel bagno. Si era guardata allo specchio, poi aveva cercato di darsi una rinfrescata a quel trucco sul viso che adesso le pareva troppo vistoso. Aveva sbiadito il colore sugli occhi e sulle labbra, aveva calcato di meno con la matita, aveva reso più morbido il suo fondo tinta, di fatto impiegandoci, in tutte queste operazioni, un tempo a dir poco esagerato, curando meticolosamente ogni dettaglio ed usando tutti i possibili strumenti che aveva nella sua borsetta.
Poi era tornata a guardarsi di nuovo dopo aver girato su se stessa lentamente in modo da dimenticarsi per un momento della sua immagine. Non si era piaciuta, ma aveva guardato il suo orologio da polso e si era accorta quasi con piacere che la riunione era già cominciata da almeno venti minuti. Per discrezione nessuno era venuto a cercarla, ma di fatto in molti probabilmente si erano chiesti dove fosse finita.
Lei si era guardata ancora allo specchio, si era data una ravviata finale anche ai capelli, infine aveva ripreso la borsa e con modo deciso aveva spalancato la porta. Nel corridoio non c’era nessuno, neppure i soliti che dovevano fumarsi la sigaretta, e sopra la scrivania c’era ancora la sua cartella a segnalare, a chi fosse passato di lì, la sua presenza impellente in sala riunioni. Tentennò, prese la cartella, poi, con tutta la calma necessaria, visto che non c’era nessuno, raggiunse la porta che dava sul marciapiede.
Fu allora che un ritardatario arrivò trafelato, la vide, le chiese tra il serio e l’ironico: non avranno mica iniziato? E lei, senza scomporsi: no, no, senza di noi non inizieranno di certo. 


Bruno Magnolfi

sabato 4 settembre 2010

Trenta e lode.

           

            La ragazza aveva alzato gli occhi dal libro rispondendo a qualcosa che si era mosso leggermente nel campo visivo di fronte a lei. Stava ripassando con impegno su un grosso tomo zeppo di sottolineature i temi principali dell’esame di antropologia culturale che avrebbe dovuto sostenere tra non molto, e come sempre le capitava, si sentiva assolutamente impreparata, come non avesse studiato affatto quei testi e quella materia.
            Vicino a lei era arrivato un ragazzo che non aveva mai notato prima alle lezioni o lungo i corridoi: non si era guardato attorno, non aveva chiesto niente a nessuno, si era messo a consultare le informazioni esposte nella bacheca appesa al muro come se fosse quello l’unico interesse di qualsiasi studente, indifferente al fatto che lì accanto si stessero sostenendo gli esami per quella disciplina.
            Poi aveva tirato fuori dalla tasca un fogliaccio ripiegato, aveva scritto qualcosa con una matita, infine, forse per appuntare le cose ancora meglio, era andato a sedersi su una delle seggioline proprio di fronte alla ragazza. Lei aveva continuato ad osservarlo con una curiosità che difficilmente si riconosceva, aveva addirittura riposto il grosso libro che aveva sulle gambe lasciando solo un dito tra le pagine socchiuse, giusto per tenere il segno, e quasi senza volerlo si era concentrata su quei capelli neri, riccioli, quei lineamenti dolci, quelle mani decise, quasi da uomo. Lui a sua volta aveva finito di scrivere le sue cose, aveva sollevato lo sguardo su di lei come avesse interpretato perfettamente i suoi pensieri, e le aveva sorriso, senza tentennamenti, facendola arrossire.
Portami via, pensava lei rincorrendo qualcosa ma soprattutto fuggendo dalle sue paure; sono qui, anche se i miei desideri sono altri: portami via, spiegami che non ha senso tutto questo sacrificio, che la vita è un’altra cosa, da scoprire con i sensi, da ascoltare mentre fluisce lenta attorno a noi…; portami via, ti sarò sempre grata per avere intuito come sono veramente, quello che attraversa i miei pensieri, ciò che mi distoglie da questo sciocco creare futuro sulla carta, piegando la testa a delle regole a cui per forza accondiscendo, ma che non condivido…
Lei aveva abbassato lo sguardo, la testa zeppa di pensieri contraddittori, poi si era concentrata su una macchia di colore in fondo al corridoio, infine si era trovata a resistere a se stessa ed al suo prorompente desiderio di volgere gli occhi ancora su di lui, che rimaneva seduto, di fronte, quasi per una sfida, e forse la stava osservando, forse avrebbe voluto chiederle qualcosa, chissà…
L’assistente era uscito dall’aula e aveva detto un nome a voce alta, ma non era ancora il suo, però lei si era alzata, aveva appoggiato il libro sopra la sua seggiolina rispondendo ad uno stimolo nervoso molto forte, e lui, con voce leggera ma decisa, le aveva detto: sei la prossima? Si, aveva risposto lei, senza sapere neppure come avesse fatto. Poi lui si era alzato, le era andato più vicino, aveva detto, quasi come fosse un segreto: dai, rimango qui ad aspettarti mentre fai l’esame, sono sicuro che andrà tutto benissimo, se prendi un bel voto ti offro l’aperitivo. A lei venne di abbracciarlo, ma non lo fece. Rimase sospesa in balia di tutte le emozioni possibili, poi chiamarono il suo nome, e quando uscì dall’aula lui era lì, sorridente, e a lei avevano segnato trenta e lode sul libretto.


Bruno Magnolfi

venerdì 3 settembre 2010

Fuori e dentro ai pensieri di sempre.

            

            Da tempo non stavo affatto bene da alcuna parte. Cercavo di mantenermi calmo, ma il problema si presentava continuamente: il mio passato in mezzo ai miei pensieri diventava ogni giorno più ingombrante, tanto da non farmi dormire, da lasciarmi inquieto e angosciato in ogni momento del giorno e anche della notte. Camminavo per tutta la città per cercare di distrarmi, ma non serviva a un bel niente.
Il fatto è che mi mancava un vero motivo per tirare avanti. Svolgevo il mio lavoro di magazziniere senza quasi parlare con nessuno, e il tempo libero lo passavo da solo. Così quando conobbi quella ragazza mi infilai dentro la storia senza neppure stare a pensarci. Io non le chiesi un bel niente e lei non chiese un bel niente neanche a me.
Veniva ad aspettarmi ogni tanto all’uscita dal lavoro con la sua macchina, una vecchia carretta scarburata, e si andava da me per starcene lì un paio d’ore, mai di più. Diceva a un certo punto che doveva andar via e anche a me andava bene così. Sembrava non avessimo molte parole da dirci, e ci sentivamo forti di questo. Per il fine settimana lei non c’era, così spesso io mi infilavo in una sala giochi e puntavo su qualche cavallo che tagliava il traguardo sempre a festeggiamenti ultimati.
Quando mi sdraiavo mi tornavano a mente gli anni che avevo passato in galera. Fino a che ero stato là dentro me l’ero cavata, avevo evitato centinaia di problemi con gli altri. Era stato difficile sopravvivere: considerare ogni piccolo accenno, ogni rumore, ogni parola detta con un tono leggermente diverso dal solito, e così via. La galera era questo, guardarsi sempre le spalle non da quello che riesci a comprendere, ma da ciò che non sai. Era stato lì che ero diventato taciturno e solitario. Quando era uscito ero sicuro che niente mi avrebbe fatto paura.
Ma adesso al contrario non volevano uscirmi più dalla testa quelle facce, quei modi, quel tenerti sempre sulle spine, il trattarti continuamente come chi non sa o non ha capito qualcosa. Era un po’ la stessa faccenda con la mia ragazza, pensavo, ma quello che non avevo capito con lei era la cosa finale che c’era in ballo. Me lo fece capire tutto insieme quando mi disse che dovevo aiutare lei e certi suoi amici per una rapina. Non potevo astenermi, sapevano già troppe cose sul mio conto, me l’avrebbero fatta pagare. Va bene, dissi io senza scompormi, e mi feci dire tutto ciò che serviva.
Poi la domenica andai alla solita sala giochi. Mi sarei dovuto incontrare con gli amici della ragazza nei giorni seguenti, per accordarci sul piano e sugli altri dettagli. Ma il mio cavallo decise di vincere quel giorno, e mi ritrovai qualche soldo. Non ripassai neanche da casa. Salii sopra un treno e filai via, tanto quello che facevo in quella città potevo farlo da qualsiasi altra parte, e in fondo avevo solo bisogno di una piccola spinta per ripartire sul serio.


Bruno Magnolfi

giovedì 2 settembre 2010

La fine della favola.

          

            Che senso ha cercare di spiegarti quello che provo? diceva lui sottovoce, senza neppure guardarla. Il bicchiere oscillava leggermente dentro la sua mano, la posizione del suo corpo mezzo disteso sul divano davanti al camino che fiammeggiava sembrava un’immagine di decadenza, come una figura statica dentro a un dipinto, senza rimandi, quasi l’interpretazione del nulla. Lei non si era minimamente spostata dalla sua posizione, restando seduta su un minuscolo sgabello di legno davanti a quel fuoco brillante, tenendo in mano l’inutile attizzatoio con il quale si divertiva ogni tanto a toccare una brace o a muovere leggermente un pezzo di legno.
            Perché, gli aveva risposto dopo un bel po’; in fondo sono sempre tua moglie, una persona che ti conosce bene, se solo mi interessassero i tuoi stiramenti sentimentali. Lui, come punto da una spina, si era sollevato dalla sua posizione, aveva appoggiato il bicchiere sopra al tavolo, poi aveva detto soltanto: non puoi certo pensare che la tua indifferenza non abbia un peso in tutto questo…
            Lei continuava a stuzzicare il pezzo di legno che intanto continuava a bruciare vigorosamente, poi emise uno sbuffo, solo per dire: è diverso, diciamo che la mia passionalità è sotto controllo, e non mi lascio prendere da stupidi entusiasmi preannunciatori di altrettante sofferenze, come invece fai tu. Perciò su questa strada non ti seguo, anche se mi divertono i tuoi contorcimenti.
            Lui si era sollevato definitivamente dal divano, aveva ripreso il bicchiere centellinando un ultimo sorso, poi si era spostato alle spalle di lei, osservandone la schiena ed i lunghi capelli sciolti. Per un attimo aveva pensato di assestarle un colpo alla nuca con le molle per il fuoco, giusto per non sentirla più con le sue riflessioni che ormai conosceva a menadito, ma invece aveva detto con voce risoluta: siamo diversi; per me innamorarmi è un elemento di instabilità, ma anche di vita, e così non riesco a farne a meno.
            Lei pensava qualcosa, ma restava in silenzio; poi disse: hai già pensato di assestarmi un colpo alla nuca come i tuoi istinti consiglierebbero di fare? Lui si sentì colto sul vivo, e in quell’attimo squillò il telefono. E’ lei, disse restando in piedi nella stessa posizione. Non posso parlarle prima di aver risolto il mio conflitto interiore. Lei si alzò lentamente dal panchetto dopo che alcuni altri squilli avevano saturato l’aria del salone, poi, quando aveva sollevato il ricevitore, si era resa conto che all’altro apparecchio avevano già riagganciato.
            Non ti merita, disse con sarcasmo, per stasera dovrai accontentarti di tua moglie. Lui si sentì come rasserenato da queste parole, fece due passi, la raggiunse tentando goffamente di abbracciarla. Lascia perdere, disse lei, sono meccanismi che conosco; l’incanto è finito ormai da tanto tempo.


            Bruno Magnolfi

mercoledì 1 settembre 2010

Siamo tutti perdenti.

            

            Avevano trascorso la serata in un bar, uno di quelli dove l’aperitivo si fonde assieme alla cena, poi avevano salutato i ragazzi a voce alta con i modi di fare di chi ha qualche impegno impellente, ed erano saliti sopra la moto di uno dei due, a caccia di qualcos’altro da fare. Lungo i viali avevano discusso più a gesti che a parole per definire la direzione verso cui dirigersi; infine, dopo numerosi giri e per trovare un’intesa, si erano fermati ad un chiosco a bere un paio di birrette. Quando erano tornati a percorrere i viali c’era già meno traffico in giro, e ripartendo da qualche semaforo si erano potuti permettere di tirare le marce alla moto, tanto per farsi notare da tutti.
            Poi si erano fermati ad un incrocio che immetteva in una piazza piena di alberi, giusto per decidere ormai di andarsene a casa, che tanto non valeva la pena di stare ancora a girare a vuoto in quella maniera, ed era stato esattamente in quel momento, mentre sulle strade non c’era più quasi nessuno, che avevano scorto nel verde l’extracomunitario claudicante scegliere una panchina e sistemare le sue cose probabilmente per passarvi la notte.
            Erano andati più avanti, come rispondendo ad un segnale preciso, avevano spento la moto, poi erano tornati indietro a piedi fino a ritrovarsi vicini a quella panchina. C’erano dei giornali per terra, ed uno dei due, con l’accendino, in perfetto silenzio, aveva dato fuoco alla carta. Le fiamme si erano alzate alla svelta, loro due si erano nascosti dietro ai cespugli, e in pochi minuti un lato vicino alla panchina dov’era sdraiato l’extracomunitario già crepitava.
            Erano passati pochi secondi, e il fuoco, privo di alimentazione, si era spento quasi del tutto. I due rimanevano indecisi su cosa fare, visto anche che l’uomo sdraiato sembrava non essersi accorto di niente, poi avevano deciso di rovesciare la panchina tanto per rovinargli almeno quel sonno pesante. Ma nel farlo, l’uomo si era svegliato, si era immediatamente reso conto di quanto stava accadendo, e ancor prima di alzarsi aveva assestato un pugno in piena faccia ad uno dei due. L’altro, nella poca luce che arrivava sotto quegli alberi, era rimasto come stordito, tanto imprevista gli sembrava quella reazione, e poi aveva cercato di aiutare l’amico che intanto era rovinato per terra.
            Ma l’uomo, resosi conto di tutto, pur claudicante com’era, si era scagliato verso di loro pestandoli a mani nude e senza concedergli alcuna possibilità di reagire, e in un attimo li aveva costretti a darsi alla fuga verso la strada. Poi, alla svelta, aveva raccolto la sua poca roba, era andato ancora verso di loro e li aveva intravisti vicini alla moto parcheggiata al margine di quel giardino.
            Così li aveva guardati con attenzione mentre i due, doloranti, erano saliti di nuovo sopra la sella ed erano ripartiti, e solo a quel punto aveva sentito dentro di sé un dolore sicuramente più forte di quello che aveva loro inflitto. Si era accasciato sopra ai talloni, aveva coperto il viso con le palme delle sue mani, e aveva iniziato a piangere lentamente e in silenzio. Piangeva di sé, della sua solitudine, della sua vita disgraziata, del suo essere niente; ma anche degli altri, dei più fortunati,  quelli che non riuscivano proprio a rendersi conto, e di quella guerra sotterranea che si svolgeva sotto agli occhi di tutti tra una parte del mondo e quell’altra, quasi come se si dovesse manifestare un vincitore finale, e non, com’era evidente, terminando per lasciare tutti perdenti. Poi raccolse le sue povere cose per andarsene in cerca di un posto diverso dove passare la notte, e scomparve zoppicando nel buio.

            Bruno Magnolfi