domenica 7 novembre 2010

Dentro la pietra.

            

Le cose a volte galleggiano sulla superficie dell’acqua, si muovono lentamente spinte da una leggerissima brezza. Non ha alcun senso preoccuparsi della direzione che possono prendere, la loro natura è di andare, restare in balia di elementi fuori dal nostro controllo, senza che nulla possa cambiare questa semplice condizione.
            Nella clinica psichiatrica la donna osservava una pietra sul muro di fronte, una pietra liscia, gialla, ai suoi occhi l’unico oggetto importante al margine di quel giardino e di tutta la costruzione. Il medico le aveva chiesto più volte che cosa vedeva là sopra, in quel punto, ma lei non aveva mai voluto rispondere. La sua giornata scorreva così, con un’espressione del viso immutabile, raccolta in silenzio, e un lavorio incessante di quei suoi pensieri che indubbiamente scorrevano lungo tanti elementi diversi.
            Si ha pena di una persona quando è succube di qualcosa più forte della sua volontà, ma quando è la volontà stessa che riesce ad arginare tutto il resto, fino a mostrare di sé soltanto un involucro chiuso, invalicabile a tutti, allora ci si stringe dentro alle spalle, e si ha voglia solo di dichiararsi impotenti.
            Veniva il marito, quasi ogni giorno, per una visita breve, come a tentare una possibilità, a scrutare in quegli occhi fermi, quasi senza più sguardo, se qualcosa di diverso potesse aleggiarvi. Non diceva quasi mai niente, si sedeva lì, accanto a lei, osservava con lei la pietra gialla incastonata nel muro, prendeva la mano della sua donna e la teneva un po’ tra le sue, come a cercare, sperandolo, di sentire un brivido nuovo, qualcosa di diverso sotto alla pelle. Poi andava via, con la testa bassa, conservando la stessa speranza per il giorno seguente.
            Certe volte veniva la figlia con lui, una ragazza giovane, che rimaneva in genere un passo distante, come a cercare di tenere lontana da sé la malattia che attanagliava sua madre. Aveva voglia di piangere, si vedeva, le pareva impossibile osservare quello straccio seduto senza alcuna volontà. Però c’era qualcosa di diverso a volte in quei giorni, dietro a quegli occhi di mamma; qualcosa di nuovo sembrava soffiare sulla superficie dell’acqua: difficile dire cosa fosse davvero, impossibile captare la traccia di tutti i pensieri che continuavano incessanti dentro a quella mente ammalata.
            Ma poi, quando i suoi familiari andavano via, quando lei restava da sola, ecco che all’improvviso si alzava dalla sua sedia. Non cambiava espressione, niente di diverso pareva attirarla, eppure, con lentezza infinita, arrivava fino a quel muro in fondo al giardino, fino a quella medesima pietra gialla cementata in mezzo alle altre. Stava lì quella donna, almeno per qualche minuto; accarezzava la pietra come fosse il dolce viso di un suo familiare, forse proprio la figlia, e ci lasciava senza parole a noi, poveri infermieri al servizio della medicina, convinti di poter indagare con la nostra piccola scienza su cose così maestose, superiori alle nostre pretese, oltre la superficie immobile dell’acqua, sfiorata soltanto da una brezza leggera.

            Bruno Magnolfi
           

               

sabato 6 novembre 2010

Il margine di un solo pensiero.

           

            Forse è tutto inutile. Sto qua, sopra questa panchina al margine del viale, e osservo la gente che passa a piedi lungo l’ampio marciapiede, per andarsene in fretta chissà dove. Le auto continuano a rincorrersi lungo la carreggiata, e gli alberi intorno a me sembrano immobili, pazienti, quasi rassegnati. Non soffro di solitudine, mi piace stare qui a vedere gli altri che sfilano via da una parte o dall’altra, sono loro, secondo me, che si muovono quasi inutilmente.
            Poi arriva una donna, si accende con calma una sigaretta, fermandosi in piedi a pochi passi dalla mia panchina, quindi aspira una profonda boccata, guarda avanti, mi vede, infine decide di sedersi al mio fianco. Non dice niente, si vede che non ha alcuna voglia di parlare, continua a fumare e a guardare la porzione di questo viale che si allunga da una parte e dall’altra circondata dagli alberi. Poco più avanti c’è una fermata dell’autobus, e qualche persona sta lì ad attendere la sua vettura, ma sono tutti distanti.
            La donna tira fuori qualcosa dalla sua borsa, forse un diario, scrive in fretta delle parole sopra a una pagina, quindi richiude il quaderno e aspira le ultime boccate dalla sua sigaretta. Infine getta a terra quel mozzicone e lo schiaccia col piede. Io non la guardo, avverto i suoi movimenti, quel suo sfaccendare, e proseguo indifferente con le mie riflessioni.
            Lei torna a tirar fuori il quaderno, lo apre ad una pagina precisa, cercandola con le sue dita gialle di nicotina, poi, come fosse da sola, legge a voce alta una frase, un pensiero, qualcosa che forse ha scritto per sé, ma che adesso probabilmente vuol condividere. Finisce, chiude il quaderno, io non dico niente, lei non si volta neppure. Ha ragione, penso, non ha alcuna importanza dirsi qualcosa, potrei dire che apprezzo il suo modo di incorniciare i pensieri, ma mi sembra di sciupare qualcosa dicendolo.
            La donna resta ancora qualche minuto, infine si alza, si accende una nuova sigaretta con calma, poi si allontana, portandosi dietro tutti i pensieri fermati dentro al quaderno. Aspetto un minuto, forse due, rifletto un attimo ancora su tutto ciò da cui mi sento improvvisamente coinvolto, mi alzo in piedi con calma infinita e mi giro. Osservo la donna ormai quasi distante che ha già superato il gruppo di persone che aspettano l’autobus, abbozzo i primi passi per cercare di raggiungerla, poi aumento subito l’andatura, preoccupato di perdere una traccia importante.
            Ad un tratto mi pare quasi di correre, per niente al mondo adesso vorrei lasciar dissolvere un segnale del genere, infine raggiungo la donna, la affianco, mi fermo. Lei si ferma a sua volta, si volge verso di me, non cambia espressione, ma dice soltanto: tornerò ancora domani, alla medesima ora, a leggerle di nuovo qualcosa dei miei appunti.


            Bruno Magnolfi

venerdì 5 novembre 2010

La muffa, sulle risate.

           

            Vorrei tanto non essere mai nata in questo vicolo, in questo posto da derelitti, dove si respira soltanto aria umida, con la vita che va avanti tra le grida che arrivano dalle finestre delle case scalcinate di fronte, e le parole che nessuno vorrebbe mai sentir dire, giù nella strada, quando i soliti scansafatiche si scambiano insulti o anche peggio, magari per niente, a volte solo per qualche sciocchezza. Io mi affaccio, guardo giù nella strada sempre identica, e mi pare impossibile come si possa vivere qui, e si continui a credere che le cose in questo modo possano essere ancora accettabili.
            Certe volte prendo la mia borsetta ed esco da questo quartiere, me ne vado in giro, a vedere gli altri posti della città, quelli più signorili, e qualche volta faccio delle compere, acquisto per me una camicetta o una gonna, e torno a casa con la sensazione che le cose possano andare in maniera diversa da quella a cui tutti qui siamo ormai abituati. Certe mattine c’è il sole, io guardo quello spicchio di cielo che riesco a vedere dalla finestra, e mi sembra che tutto possa cambiare, basterebbe poco, mi illudo, un minimo di buona volontà.
            Mio fratello, prima di andarsene definitivamente da casa, disse che se fossi stata soltanto un po’ più passabile avrei almeno potuto battere il marciapiede; così disse, e poi aggiunse che nel modo com’ero combinata, invece, non c’era proprio niente da fare. Hai ragione, pensai io in quel momento, da me non si riesce proprio a tirar fuori niente di buono, se non questo star qui a piangere, a guardare dalla finestra il vicolo maledetto, che mi lascerà portare via solo da morta, senza che neppure i vicini di casa quel giorno riescano a dare troppa importanza al mio funerale.
            Guardo la strada, certe sere, e non riesco a vedere nient’altro che persone senza futuro, che vagano in mezzo alle case muffite fingendo di essere vivi, forse immedesimandosi in qualcun altro che apparentemente sembra solo più fortunato, ma proprio per questo quasi migliore di loro. Io li guardo, dalla finestra, e mi pare che niente potrà mai cambiarli: urlano, si dicono dietro delle cose del tutto irripetibili, credono di essere furbi, soltanto perché qualcuno concede loro un po’ di importanza, un elemento che in questo quartiere viene subito chiamato rispetto, e con questo procedono avanti, fingendo di non aver bisogno di altro, e di essere superiori alla media.
            Io accudisco mia mamma, tiriamo avanti con i soldi della sua pensione, lei non si interessa quasi di nulla, non scende neanche più fino alla strada, guarda la televisione e questo le basta. Io spesso mi stringo nella mia cameretta, so che non ci sarà alcun futuro per me, eppure, quando posso, apro la mia finestra e guardo fuori, quel piccolo stupido mondo che posso vedere da qui. A volte fantastico, mi immagino che le cose possano andare in altra maniera, mi stringo nei miei scialletti sopra le spalle, e osservo la forma che ha assunto l’intonaco umido sulla facciata della casa di fronte. Poi rientro e chiudo la finestra accostandoci sopra le tendine fiorite.
            Preparo qualcosa da mangiare, scambio giusto due parole con la mamma, ogni tanto, poi la lascio lì, davanti alla sua televisione, a dormire e a sprofondare nella sua poltroncina. Io torno a guardare fuori, appena posso. Stasera ci sono le stelle, riesco a vederne qualcuna nello spicchio di cielo qua sopra, poi guardo di nuovo la macchia d’umido sulla facciata di fronte: col buio ha assunto una forma ancora diversa, mi sembra bellissima, non saprei spiegare perché. Qualcuno parla a voce alta nel vicolo, come se stesse dentro a un deserto; altri rispondono, poi ridono, tutti in maniera sguaiata. Lo so che cadrà prima o poi quell’intonaco umido, quello sotto alla macchia che continua ogni giorno a farsi più larga. So che cadrà tutto insieme, e spero tanto che lo faccia proprio quando quelle persone sono lì sotto ad urlare, a ridere forte, a rendere la vita impossibile a tutti noi che vorremmo un’esistenza diversa, che cerchiamo una speranza qualsiasi, qualcosa che valga la pena di campare così, una vita che sia almeno priva di quelle loro risate.
           

            Bruno Magnolfi

giovedì 4 novembre 2010

Piccole ordinarie abitudini.

            

Il signor Cesare e sua moglie uscirono di casa per tempo, in modo da avere la possibilità di cercare con calma la strada e la casa dove abitavano i coniugi Bangi, naturalmente in base alle indicazioni che gli avevano fornito quei due nuovi amici, parcheggiare l’automobile con calma, e suonare il campanello all’ora convenuta per il loro appuntamento. Si erano conosciuti soltanto un paio di settimane più addietro, in occasione di una piccola mostra di quadri, niente di particolarmente importante, una collettiva di studenti promettenti dell’Accademia delle Belle Arti, che avevano esposto alcuni loro lavori in una piccola galleria lungo il corso, dove in molti erano entrati per caso, e solo alcuni per curiosità.
Alcuni apprezzamenti generosi scambiati davanti alle tele li avevano portati a presentarsi, e così quando infine erano usciti dalla galleria non avevano trovato niente di meglio da fare che andare insieme in un caffè lì vicino. Si erano seduti, avevano parlato di tutto senza entrare mai troppo dentro ai dettagli, e avevano dimostrato l’un l’altro di condurre una vita sufficientemente analoga, tanto da scambiarsi i numeri di telefono e  decidere di rivedersi, magari per una piacevole cena. Così il signor Cesare aveva acquistato quel pomeriggio un paio di costose bottiglie di vino, e insieme a sua moglie, passata dal parrucchiere per l’occasione, erano arrivati fin lì, in quella stradina un po’ oscura, giungendo di fronte ad alcune abitazioni forse diverse da quelle che si sarebbero attesi.
Buonasera, disse lui alla signora Bangi appena lei gli ebbe aperto; siamo arrivati, spero solo non sia troppo presto. Niente affatto, rispose lei con una largo sorriso, mio marito al contrario stava già diventando un po’ ansioso, fatevi avanti. Il signor Cesare strinse la mano al signor Bangi mentre le loro signore si facevano dei complimenti, e una volta tolti i soprabiti andarono tutti a sedersi in un salottino, davanti ad un tavolo basso da fumo. Sono contento, disse subito il signor Bangi; adesso possiamo davvero fare quattro chiacchiere con calma e conoscerci meglio. Sua moglie portando nell’altra stanza il sacchetto di carta con dentro le due bottiglie di vino, si era subito premurata di tornare assieme ad un largo vassoio con gli apertivi, aveva appoggiato tutto quanto sul tavolo basso, e aveva incoraggiato gli ospiti a servirsi di tutto.
Poi, quando ogni complimento apparve forzato e gli argomenti iniziarono a farsi carenti, decisero tutti di spostarsi in sala da pranzo, dove ogni cosa sembrava già pronta, e la signora di casa aveva già sapientemente deciso dove far sedere i suoi ospiti, evitando imbarazzi. Sparì giusto un attimo, solo per ritornare con degli antipasti e le bottiglie di vino già aperte. Il signor Cesare a quel punto ebbe come una perplessità, e chiese del bagno. Sua moglie, dopo che lui si era allontanato dal tavolo, disse solo che era un inguaribile igienista, e non gli riusciva di mettersi a tavola senza essersi accuratamente lavato le mani.
Fu a quel punto che le cose parvero imbrogliarsi. Tornò il signor Cesare scusandosi, ma la signora Bangi disse che non era bello mostrare di credere la loro una casa poco pulita, anche se lo disse ridendo. Chi ha mai detto una cosa del genere, rispose con energia la moglie del signor Cesare. Forse lo avete soltanto pensato, aggiunse con poca voce il signor Bangi, che in genere amava stare in silenzio se gli altri avevano voglia di parlare, ma che in quel caso voleva dire la sua. Vedete, disse il signor Cesare con il fare di chi deve dire una cosa importante; è una mia debolezza dare sempre un’occhiata nel bagno; è da lì che si capiscono tante abitudini, anche se sembra antipatico questo comportamento.
I Bangi restarono in silenzio senza riuscire a dire niente, si guardarono pensando ambedue che il mondo era composto di tante persone diverse, e cercarono di mandare avanti la cena. La moglie del signor Cesare, invece, la quale non voleva far apparire il marito soltanto un ficcanaso, riprese la parola solo per dire: in fondo, ognuno di noi, ha le proprie abitudini. Ma questo apprezzamento non fece altro che innervosire la signora Bangi, che rispose di botto: ma insomma, è un’indagine quella che siete venuti a svolgere a casa nostra stasera? Il signor Cesare lentamente e con serietà si sollevò dalla sedia, ma solo per dire: che c’è di male, forse ci nascondete qualcosa? Tutti gli altri si alzarono da tavola a quel punto, e il signor Bangi si proiettò con decisione verso la porta, mostrando, sia con quel gesto che con l’espressione che aveva assunto, che sarebbe stato contento se i due ospiti avessero abbandonato la casa. Sua moglie in un lampo spuntò con i soprabiti, e i due uscirono fuori, quasi neppure salutando.
Non mi piace questo quartiere, disse il signor Cesare a sua moglie una volta fuori da lì; queste case sembrano sporche, e le persone che vi abitano, sicuramente, non devono proprio esserne di meno.    


Bruno Magnolfi

mercoledì 3 novembre 2010

(Profilo n. 3). Un dito sporco.

           

            Certe volte, prima ancora che tutti si spieghino, che trovino le parole per dirmi ciò che hanno pensato, io sento che le loro cose le conosco già, come se avessi già sentito i loro discorsi, e non avessi bisogno di altro. Non guardo mai in faccia nessuno, quando mi parlano, non ne ho alcun bisogno; loro dicono qualcosa, sento il brusio di quei ragionamenti, ma per me è già tutto chiaro, come non ci fosse neppure bisogno di quei discorsetti. Rido mentre guardo a terra un punto qualsiasi; rido di quelle parole che già conosco, che ho già sentito nella mia testa, e nessuno capisce che cosa io abbia bisogno di ridere, così aspettano un po’, lasciano tutti che io dia loro la possibilità di dire ancora qualcosa, e intanto mi guardano, come se non mi avessero mai visto in precedenza.
            Io vorrei ridere soltanto tra me, dico la verità, e giusto di quelle parole, di quel loro modo di dirmi le cose, come a un bambino, ma non riesco proprio a resistere: guardo ancora quel punto là a terra, e rido senza riuscire a fermarmi. Qualcuno scuote la testa, mi guarda e pensa che io non sappia far altro che quello: ridere e basta. Invece no, loro non lo sanno, ma certe volte io piango.
            Piango soltanto quando sono da solo, quando nessuno può rendersi conto che io sono triste. Sono triste perché quelle parole che in precedenza credevo di sapere così bene, che non avevo neppure bisogno di ascoltare per comprenderne il significato, quelle che tutti gli altri mi riferivano, che avrebbero voluto farmi ascoltare, ma che io avevo già compreso, ecco che improvvisamente, quando sono da solo, si confondono tutte tra loro, si distorcono, si sformano, non hanno più nessun senso, ed io, derubato di quelle parole, mi sento completamente svuotato, vuoto di tutto.
            Non lo so perché questo succeda, ma all’improvviso tutto quello che credevo di conoscere bene cade a terra, proprio verso quel punto che precedentemente stavo osservando, ed io rimango a vagare nel vuoto, senza niente. E’ allora che piango, ma loro non se lo possono immaginare neppure, perché mi sento così soltanto quando sono da solo, e quindi nessuno mi vede.
            Quando ritornano tutti, si mettono subito a dirmi qualcosa, scherzano, pensano alle parole migliori da dirmi, ed ecco che dentro di me tutto riprende la solita logica, di nuovo le parole diventano inutili, ed io sento dentro di me tutto quello che vogliono dirmi. Non parlo mai, io, non ho alcun bisogno di usare le loro parole, quelli mi guardano, mi fanno le analisi, sostengono che non ci sia niente che impedisca a me di parlare; eppure non parlo, non dico niente, e alla fine ricomincio anche a ridere, con le mie risate che lasciano tutti storditi, delle quali in nessuna maniera io sento di poter fare a meno.
            Che male c’è, in fondo, penso; lascio a loro tutta la logica delle parole, tanto a me neppure serve, io le cose le capisco senza bisogno di altro, mi basta guardare per terra in un punto qualsiasi per tornare a ridere forte. Poi un giorno come tutti quegli altri si mettono in tre a parlare tra loro e a farmi domande. Io guardo a terra il solito punto, poi dico: silenzio!, sorprendendo un po’ anche me stesso. Così quelli mi guardano e dopo un po’ se ne vanno. Più tardi mi fanno entrare dentro a una stanza e dicono che forse la cosa migliore di tutte è che io inizi a fare qualche disegno.   
            La faccenda a me pare interessante, non ho mai fatto cose del genere, però non ho alcuna voglia di far vedere a loro che mi piace l’idea. Guardo per terra e infine mi metto a fare dei segni con un dito sporco. Mi forniscono di tutto il materiale che serve: carta, matite, penne, tutte cose del genere, poi mi lasciano solo. Io prendo un foglio, lo strofino a terra fino a quando quello si sporca per bene, poi con il dito ci faccio qua e là delle macchie, e infine torno da loro. Silenzio, dico a voce bassa mostrando il disegno, e rido di nuovo, proprio come un pazzo, di tutti.


            Bruno Magnolfi 

martedì 2 novembre 2010

Qualcuno già conosciuto.

            

            La ragazza si chiamava Caterina, e quel mattino si era recata alla stazione degli autobus, aveva brevemente osservato il tabellone delle partenze, e infine era andata a sedersi nella sala d’attesa. Accanto a dove lei si trovava, due signore parlavano sottovoce di qualcosa, di altre persone che loro due, scambiandosi con convinzione le proprie opinioni, mostravano di conoscere bene, tanto da apparire sicure nei loro giudizi, anche se pareva che ognuna conservasse il proprio punto di vista. La sala non era affollata, c’erano seduti soltanto sei o sette passeggeri, tutti in attesa della loro corriera, in silenzio, a parte quelle due donne.
            Poi un uomo si era alzato dal posto dove stava seduto, era passato davanti alla ragazza, e a lei era parso di riconoscerlo, anche se non avrebbe saputo dire realmente chi fosse o dove lo avesse già visto. Quello si era fermato per un attimo davanti alle due donne che continuavano a parlare di tutti, aveva attirato la loro attenzione guardandole in faccia, ma non aveva detto niente, come se il suo parere fosse già dentro ad una semplice occhiata. Loro si erano immediatamente interrotte, come colte da una critica che dava loro fastidio, avevano gettato uno sguardo fuori dalle vetrate come per assicurarsi che il loro mezzo non fosse ancora arrivato, e infine erano rimaste ferme, in silenzio, almeno apparentemente in accordo con l’uomo.
            La corriera era arrivata subito dopo, tutti si erano alzati e in un attimo si erano sbrigati a salire sulla vettura, andando a scegliersi i pochi posti a sedere rimasti liberi. La ragazza si era sistemata accanto a quell’uomo, per combinazione casuale, gli aveva sorriso leggermente, poi aveva messo a posto la sua borsa e le sue cose mentre il mezzo partiva. L’uomo non aveva detto niente, aveva soltanto aperto leggermente il quotidiano che fino ad allora aveva lasciato ripiegato dentro a una tasca, iniziando a leggerlo con attenzione, senza dare alcuna mostra di conoscere chi gli fosse seduta vicino. Le due donne avevano ripreso a parlare esattamente come poco prima, ma essendosi piazzate nei sedili più in fondo, le loro parole si perdevano nei rumori del traffico e del mezzo pubblico.
            La ragazza osservava le case, le auto, tutto ciò che scorreva fuori da quei finestrini, e intanto continuava a pensare a dove poteva aver già visto quell’uomo, ma, nonostante tutto il suo impegno, quelle sue riflessioni non portavano a niente, se non a immaginare un vicino di casa o qualcosa del genere, anche se qualcosa continuava a farla sentire curiosa, come se ci fosse quasi un motivo per cui la memoria non volesse aiutarla. Il mezzo pubblico ogni tanto faceva una sosta, qualche passeggero scendeva, qualcun altro saliva, e la ragazza, che stava andando a far visita ad una sua amica, osservava chiunque passasse nel corridoio quasi attendendosi un aiuto da un nuovo arrivato.
            Invece tutto proseguiva come all’inizio, con quella sensazione dentro di lei che pareva a tratti suggerirle qualcosa e spingerla a scrutare dentro alla mente tutte le facce che poteva ricordare, al contrario lasciandola, in altri momenti, vuota di tutte le sue congetture. La corriera proseguiva il viaggio, e tra non molto la ragazza sapeva che sarebbe arrivata nei pressi della casa della sua amica, ma mentre rifletteva su questo, ecco che l’uomo le aveva chiesto il permesso di passare, soltanto con un semplice gesto, ed era scivolato con attenzione fino nel corridoio, mostrando di essere ormai giunto alla sua destinazione. La ragazza si era leggermente alzata per lasciarlo passare, aveva osservato con tutto l’acume possibile il profilo di quel viso, e aveva riflettuto di nuovo, cercando, almeno in quell’ultima possibilità, la chiave di tutto. L’uomo, in questa sua operazione, aveva richiuso con calma il giornale, e si era spostato nel corridoio tenendo lo sguardo attento a dove metteva i suoi piedi, mostrando un leggero moto come di perplessità, ma solo nel momento in cui ormai era passato, proprio mentre quasi si allontanava da quella fila di sedili, e infine aveva detto, voltandosi, ma solo di poco: arrivederci Caterina; e con ciò, mentre la corriera ormai si stava fermando, era andato verso lo sportello di uscita.


            Bruno Magnolfi

lunedì 1 novembre 2010

Non posso più in questo modo.

            

            Non c’è mai niente in questa casa di ciò che uno cerca, niente di niente. Sembra impossibile, se ti serve e ricordi che avevi, che so, un pezzo di spago avanzato da chissà quale altro lavoretto, stai certo che quello non salterà mai più fuori, a meno che non ti serva proprio a un bel niente, ed allora te lo ritroverai sicuramente ingarbugliato in mezzo a mille altre cose, oppure dentro a una tasca di una giacca che non indossi da tempo. Bisognerebbe non preoccuparsi di niente, questa è la verità più profonda; lasciare correre tutto per proprio conto, abbracciando l’indifferenza come se fosse il tuo unico credo, mettendoti da una parte seduto, e nient’altro.
            Certe volte vado a farmi una birra nel locale che c’è qua vicino; mi piazzo lì, bello seduto, e dico soltanto a me stesso: questi dieci minuti sono per te, per sorseggiare la tua birra fresca e dimenticarti di tutti i tuoi guai. Invece non passa neppure un minuto ed ecco che arriva Lora a cercarmi. Ha un sesto senso, penso, altrimenti è del tutto impossibile. Viene lì, mi dice qualcosa, ed io sento che tutto mi sta già sfuggendo di mano. Mi dice solo qualche sciocchezza e le cose vanno subito a complicarsi. Per esempio resiste in lei la maledetta mania di fare domande, e così ecco che me ne arrivano subito diverse alle quali non vorrei neanche rispondere, ma poi dico qualcosa, giusto per tener buona Lora, e da lì inizia subito una discussione infinita, che non porterà a niente di buono, lo so già in partenza.
            Non finisco neppure la birra, mi alzo da lì, pago ed esco da quel locale, con Lora alle spalle, naturalmente. Lei continua a parlare, a dire che sono soltanto il solito di cui non ci si può minimamente fidare, e aggiunge con naturalezza altre cose del genere. Infine mi segue fino a casa, io la lascio entrare e intanto vado in cucina a cercare di preoccuparmi di qualcosa che possa assomigliare a una cena. Lora si toglie la giacca, legge immediatamente ogni mio pensiero e mi propone qualcosa che potrebbe far lei. Non c’è problema, dico io, se ti va, fai pure ciò che ti senti. Ed ecco che lei inizia a tirar fuori delle cose dal frigo, a tagliare e preparare, a sistemare delle padelle sopra ai fornelli.
            Avevo un’idea completamente diversa per questa serata, penso io, ma adesso c’è Lora e così tutto andrà in altro modo. Va bene, le dico, sei carina a preoccuparti per me, anche se non lo penso per niente. Poi si apparecchia la tavola e alla fine ci sediamo per mangiare le cose che ha preparato. Lei mi guarda e mi dice che così non va bene, mi sto proprio lasciando andare sempre di più, mi fa, e così mi ritroverò sempre peggio. Devi reagire, insiste. Io mangio guardando nel piatto, sono stufo di tutto, penso, ma non ho altra scelta: devo andare avanti a cercare di essere così come sono, non posso cambiare i miei modi solo perché lei sta qui e insiste nel dirmi quelle sue solite cose. Ma questo discorso con lei non funziona, così rimango in silenzio e annuisco.
            Finiamo di mangiare immersi in questi argomenti, ed io per cambiare registro le chiedo se le va di uscire con me, di farci un bel giro senza problemi, ma intanto penso che avrei avuto voglia di starmene in casa da solo a mettere in fila qualcosa, forse anche un po’ di questa mia vita. Lei dice subito: va bene; così io prendo una vecchia giacca dentro l’armadio, e mentre la indosso sento che in tasca c’è rimasto qualcosa. Tiro fuori quanto sento nella mia mano e vedo che è solo un pezzo di spago rimasto lì da chissà quanto tempo. Lora mi guarda, vede che sul mio viso più che sorpresa si è dipinta la faccia della rassegnazione, così dice: lo vedi che non puoi proprio andare avanti così?


            Bruno Magnolfi