mercoledì 21 giugno 2017

Biglietto inutile.

          

Generalmente c'è silenzio e tranquillità nel suo piccolo appartamento, tanto che cambiarsi d’abito e prepararsi con calma per uscire può presentarsi come un'attività quasi piacevole, specialmente se confrontata con il solito ritrovarsi in strada o sui mezzi pubblici in mezzo alla gente ed alla confusione. A lei non piacciono i luoghi affollati e cerca sempre la maniera migliore di evitarli, anche se in certi casi non risulta proprio possibile.
Scusi, le dicono da dietro mentre entra nel supermercato, e lei si gira, riconosce vagamente un’espressione che proprio non le sembra nuova, tanto che il tizio che l’ha chiamata sorridendo le dice subito il suo nome per esteso, quello di un vecchio compagno di studi che adesso è proprio lì, di fronte a lei, come se non fossero passate affatto quelle decine d’anni che hanno modificato profondamente i loro volti e forse anche le loro espressioni naturali. Lei sorride, gli stringe la mano, lo abbraccia addirittura, si scambiano ovviamente qualche informazione, ma lui spiega che è di corsa, deve andare via, così le lascia in mano solo un biglietto con il suo numero di telefono, chiedendole per favore di chiamarlo, appena lei vorrà. 
Velocemente tutto rientra nell’ambito delle solite cose, anche quella manciata di sensazioni un po’ nostalgiche mescolate ad un afflusso di immagini scaturite fuori da una memoria forse confusa e anche distratta, fino a lasciare lentamente quasi richiudere la porta col passato, a vantaggio del presente sempre denso ed invischiante. Solo una volta a casa quel biglietto torna fuori, tra le buste e i confezionamenti alimentari, fino a strapparle un semplice sorriso, ed un altro piccolo effluvio di pensieri, adesso più tranquilli ed in parte anche maggiormente soddisfacenti. Il numero col nome viene messo sopra un mobile, in bella vista, come fosse la foto incorniciata di un familiare negli anni della gioventù, e la solitudine e la calma dell’appartamento riprendono come sempre il sopravvento.
Trascorre il tempo cadenzato dalle abitudini, l’alternarsi perenne tra l’interno dei pensieri e l’esterno dei comportamenti, quasi un meccanismo semplice ed inevitabile, come il movimento perpetuo che non cambia, e scivola veloce quasi fosse il senso stesso delle cose. Lei prosegue a cambiarsi d’abito e ad uscire, quando non può proprio farne a meno, e a tornare anche nel supermercato, senza ritrovare più nessuno che le ricordi qualcosa di quei vecchi tempi, e senza incontrare più di nuovo lui, ormai tornato già distante nei ricordi, perso chissà dove nella fretta e nella confusione di ogni giorno.
Rientrando a casa scioglie ogni volta quel senso di leggero fastidio dato dalla strada e dalla gente in movimento, ma riprende subito la calma tanto necessaria, respira l’aria ferma o quasi, che appena ce la fa dallo spiraglio di una finestra a smuovere le tende. Poi, forse per automatismo, si ritrova in mano quel biglietto con quel numero, adesso assurdo, inutile, senza alcun significato, e come tutti i confezionamenti alimentari che vanno uno per uno nella pattumiera, anche quello in un attimo va a cadervi dentro, a chiusura definitiva di un periodo.

Bruno Magnolfi


lunedì 19 giugno 2017

Ragazza per me.

            

Indubbiamente mi piacciono i suoi modi, quella maniera di sorridere, di apprezzare gli altri, la capacità di fare tutto senza mai eccedere in nulla. Quando poi le parlo, al contrario di ciò che vorrei, sono però soltanto capace di mettere in fila delle sciocchezze di cui mi pento appena un attimo più tardi, e per questo cerco subito di concentrarmi meglio sulle mie parole, anche se alla fine la cosa migliore che riesco a fare è rimanermene in silenzio. Mi fa piacere comunque anche soltanto guardarla, senza dire niente, anche se lo faccio quasi sempre di nascosto, senza che lei si accorga del mio interessamento.
Gli altri scherzano ai tavolini della gelateria all’aperto dove in questo periodo ci ritroviamo spesso al pomeriggio, anche se sembrano sempre tutti pronti ad andarsene da qualche altra parte, come se quello spazio fosse soltanto una rampa di lancio per chissà quale altro luogo. A me invece basta ci sia lei, il resto mi pare del tutto ininfluente. Così qualche giorno addietro ho deciso di parlarle da solo, chiamandola da una parte e dicendole le cose come stanno. Lei mi ha sorriso, ed alla fine ha detto soltanto che le fanno sempre piacere i complimenti. Non so che cosa abbia capito o che cosa non abbia proprio voluto comprendere, ma in ogni caso non mi sento per nulla soddisfatto né del mio comportamento né della sua risposta.
Così probabilmente continuerei anche soltanto con le mie maniere timide, i miei sguardi forse poco importanti, se non fosse che lei adesso sembra abbia deciso improvvisamente di non farsi più vedere alla gelateria. Perciò l’attendo con determinazione seduto come sempre a quei tavolini per tutto il pomeriggio, ed alla fine chiedo informazioni ad uno che pare sappia sempre tutto. Si è messa con uno che va spesso al bar del maneggio, dice lui, e mentre lo ascolto resto quasi pietrificato. Il giorno dopo naturalmente sono lì a guardare i cavalli e a sincerarmi della situazione, quando effettivamente arriva lei, finge subito di non vedermi e poi sparisce oltre la staccionata, dentro al corridoio delle stalle. Dopo un minuto le vado dietro e vedo subito però che c'è anche lui, un tizio che la tiene per i fianchi, e che adesso sembra discutere con una certa vivacità. La chiamo per nome, lei si volta, però mi saluta appena, così io mi avvicino ancora, poi prendo una spranga di legno appoggiata ad un angolo e subito li affronto, tutt’e due.
Un cavallo nitrisce innervosito, lui dice con le mani bene in vista che non c’è da preoccuparsi e che tutto praticamente è a posto, si può stare tranquilli. Per questo il primo colpo lo sferro proprio sui suoi bracci, e forse potrei anche continuare, ma poi mi giro verso di lei che probabilmente sta urlando qualche cosa, anche se io non sento niente. Mi abbatto sulla sua testa con un colpo di piatto proprio all’altezza della faccia, ma lei si abbassa all’improvviso e così riesce a schivare la legnata; poi senza pensarci scappa via. Mi volto immediatamente per rincorrerla, ma l’altro non so come mi è subito addosso, e con una mossa alle mie spalle gli riesce di gettarmi a terra, quindi mi toglie la spranga dalle mani, ed alla fine mi rifila un pugno nello stomaco che mi lascia senza fiato.
Adesso non mi faccio più vedere da nessuno: resto in casa tutto il giorno e cerco di cancellare poco per volta i fatti e soprattutto le espressioni di loro due, quando è stato il momento in cui mi hanno fatto buttare fuori dal personale del maneggio. Però ci sarà per me la possibilità di una rivincita, lo so per certo, e non mi farò certo sfuggire quel momento.


Bruno Magnolfi

giovedì 15 giugno 2017

Fantasma al piano di sopra.

            
            Il suo vicino di casa va in ufficio solo la mattina, poi rientra nel suo appartamento per consumare il pranzo che acquista in una rosticceria lungo la strada, e vi rimane in genere fino alla metà del pomeriggio, quando torna ad uscire per concedersi una semplice passeggiata lungo le vie di quel quartiere. Lei riconosce quei suoi passi quando il vicino scende le scale; lo guarda dalla finestra mentre si allontana, immagina facilmente anche quale sarà il suo itinerario. Le piace la sua presenza, rendersi conto di quelle abitudini, degli orari, di come scorrono le sue giornate, ma soltanto in qualche raro caso decide di prendere in fretta la borsa e di andarlo casualmente ad incontrare sul portone condominiale, o sul marciapiede poco distante.
            Lo saluta, certe volte scambia con lui qualche parola distratta, ma mai niente di più. Non vuole sapere nulla della sua vita, di quello che pensa, cosa vorrebbe fare tra una settimana oppure tra un anno. A lei basta sentirlo presente, con i suoi ritmi, gli orari, le abitudini. Le suonano alla porta, la dirimpettaia del pianerottolo le dice che l’inquilino del terzo piano è stato portato d’urgenza in ospedale, direttamente dall’ufficio dove lavora: si è sentito male spiega, sembra sia caduto a terra come un fagotto, senza che si capisse come mai. Adesso pare che tutto sia sotto controllo, però naturalmente stanno facendo diversi accertamenti. La dirimpettaia prosegue a guardarla negli occhi per tutto il tempo, anche quando non ha più niente da dirle, e lei cerca di non mostrare alcuna emozione, poi la ringrazia delle informazioni e infine chiude la porta.
Potrebbe forse disinteressarsi di tutto, pensa mentre cerca di farsi scivolare via il fastidioso ed infido indagare della dirimpettaia, e proseguire con le sue cose come se niente fosse successo; oppure prendere la sua borsa ed arrivare fino in ospedale, senza reticenze, per presentarsi dal vicino, magari salutarlo con cortesia avanzando una qualsiasi scusa per essersi ritrovata proprio in quel reparto, e sincerarsi in questo modo delle sue effettive condizioni. Invece non fa niente, se non le solite cose di ogni giorno, anche se l’assenza del vicino non è certo un elemento di poco conto. Ci pensa, lo immagina, fino a sentirne i passi lungo le scale, anche se sa che non è lui.
Infine aspetta, come le è dato di poter fare, guardando spesso la strada dalla sua finestra e stando bene attenta a qualsiasi voce o rumore riesca a sentire. Spera che tutto torni in fretta nelle stesse condizioni di com’era prima, e che tutte le abitudini e gli orari del vicino si ripresentino rapidamente come sempre. Poi arriva: lo riportano nel suo appartamento certi parenti, lo fanno scendere dall’automobile con calma, lui appare pallido, forse dimagrito, però sembra pronto in pochi giorni a riprendere tutte le sue attività. Se ne vanno tutti alla fine, lei segue ogni movimento dalla sua finestra, ed adesso sa che il suo vicino è in casa, magari seduto sulla sua poltrona preferita, ad ascoltare la radio oppure a leggere qualcosa.
Allora lei prende la borsa, approfittando di dover scendere ad acquistare qualcosa per la cena, e gli suona il campanello. Lui arriva, apre, lei lo saluta, come sempre, e sul pianerottolo gli chiede come si sente, se magari abbia bisogno di qualcosa o se può essergli utile. Inizialmente non mi ero neanche accorta della sua assenza, gli dice; probabilmente c’era un fantasma che in questi giorni lo stava già sostituendo.


Bruno Magnolfi

martedì 13 giugno 2017

Soltanto bambini.



Faccio, come sempre in questi giorni, dei conteggi ordinari dentro la baracca di cantiere, quando mi accorgo che fuori ci sono due operai che continuano a litigarsi, anche se dalle parole non riesco a comprenderne il motivo. Naturalmente non mi muovo dal mio tavolo: in fondo tutti sanno perfettamente che io sono qui e che posso sentirli, quindi immagino non sia niente di importante. Quando esco invece, vedo subito che uno è a terra e sta sanguinando da un braccio, mentre altri due con dei fazzoletti di carta bagnati stanno cercando di pulire e tamponargli la ferita. Rientro in baracca, prendo immediatamente la borsa del pronto soccorso e mi dirigo dall’operaio, visto che sono anche responsabile della sicurezza. Non è niente di serio, anche se ha perso del sangue, e comunque va capito subito se uno dei due abbia tirato fuori un coltello o qualcosa di quel genere.
Nessuno parla, così io alzo la voce per dare tutta l’importanza che meritano questi fatti, però mi viene in mente un’immagine di bambini ad occhi bassi davanti al loro maestro, e forse in questo modo non riesco a dare l’enfasi che vorrei alla mia voce ed anche ai miei gesti. Rissa in cantiere dico: licenziamento su due piedi previsto dal contratto nazionale di lavoro. Tutti tacciono. L’operaio ferito si rialza, dice che è caduto sopra ad un martello, e che comunque adesso sta quasi bene, non è niente, gli basta una garza, magari anche soltanto un cerotto. So perfettamente che nulla è vero di quanto mi viene raccontato, così guardo tutti in faccia con grande serietà, come se da un momento all’altro venisse fuori dalla mia espressione qualcosa di irreparabile per loro.
Rifletto, non conviene a nessuno che affondi troppo le cose, neppure al cantiere che deve procedere il più velocemente possibile e senza alcun intoppo. L’operaio ferito però è pallido, forse qualcosa non va dentro di lui, magari potrebbe svenire da un momento all’altro. Lo porto con me nella baracca, lo faccio sedere, mentre gli altri riprendono il lavoro ognuno con le sue mansioni. Non posso lasciar correre, quanto è accaduto è troppo grave, non posso comportarmi come non fosse successo quasi niente, qualcosa devo fare, altrimenti perdo l’autorità che devo mantenere, e devo anche scongiurare il pericolo che i fatti si ripetano, magari in maniera anche più grave.
Prendo tempo, riabbasso la testa con serietà in questi miei conteggi, come fossero d’importanza superiore a qualsiasi altra cosa, e spero proprio che l’operaio ferito, seduto stancamente in fondo, stia come lentamente riprendendosi. Attendo ancora qualche minuto, poi mi giro per chiedergli come vadano le cose, però in questo momento sembra svenuto, forse il caldo, la tensione, la debolezza per aver perso troppo sangue. Telefono immediatamente ad un pronto soccorso, descrivo il ferito e poi aspetto. Lui riapre gli occhi, dice che non c’era bisogno di chiamare dei soccorsi, è pronto a riprendere il suo lavoro adesso, e altre cose di quel genere.
Esco fuori: gli altri sono tutti a testa bassa, nessuno parla adesso, così vado dal primo e gli dico in modo secco che adesso voglio sapere esattamente quello che è successo, ma lui biascica qualcosa ad occhi bassi che sta a significare che lui non ne sa proprio un bel niente. Rientro in baracca, minaccio il ferito di farlo tenere in ospedale per una settimana o anche di più se non mi racconta cosa sia successo. Lui dice semplicemente che parlava con gli altri a voce alta, si è indispettito per una sciocchezza e girandosi maldestramente è caduto inciampando su un utensile. Lascio perdere, alzo il telefono e annullo la chiamata al pronto soccorso, poi dico all’operaio di riprendere il lavoro. Non importa, rifletto, posso ignorarli; saranno loro che più tardi uno per volta mi verranno a dire cosa sia successo, perché non riescono a tenere a lungo qualcosa solo per se stessi. Li terrò in pugno, basta solo attendere, e allora a voce alta potrò spiegare a tutti con disprezzo, ed anche con un po’ di tenerezza malcelata, che siamo tutti soltanto dei bambini.


Bruno Magnolfi

venerdì 9 giugno 2017

Grandi cambiamenti.

          

Certe volte si può camminare sopra un marciapiede, costeggiando magari una siepe con le foglie polverose, senza rendersi neanche conto che quel tratto di strada lo percorriamo praticamente ogni giorno. Tanto da essere oramai convinti con l’abitudine di essere tutto sommato nel giusto, e di andare così nella direzione migliore, senza più neppure domandarselo. Sentire addosso ogni volta l’aria fresca del mattino, insieme ai pochi sguardi degli altri, e ancora prima di giungere sul posto di lavoro pensare anche solo di sfuggita alla fortuna di abitare neanche troppo lontano da lì, cosa questa che certamente fa sentire migliori. Lei si guarda attorno come sempre proseguendo a camminare con il suo passo svelto, e riflette che forse anche quel poco tempo che impiega è comunque sprecato, pur riconoscendo che ormai è stabilito così, e che non si può certo cambiare nulla di tutto questo.
Un attimo, una conseguenza, quasi un metodo per intercalare due spazi diversi, e tenerli collegati ma alla giusta distanza. Qualcuno ieri sera ha sporcato un muro con della vernice, niente di irreparabile certo, probabilmente diventerà in poco tempo qualcosa a cui non fare neanche più caso, come a tutto il resto d’altronde, fino a quando magari saranno cancellati quei segni, e d’un tratto le cose toneranno al loro punto iniziale. Ecco, lungo la strada ci sono questi particolari che possono variare, e forse nient’altro. Poi però ci sono i pensieri, ed anche qualche piccola preoccupazione, però di tipo ordinario, perché le altre mettono solo paura.
Non sapere più che cosa si desidera, per esempio, ed andare avanti cercando di non riflettere mai su questo aspetto, quasi come evitare un luogo senza rumori, per non sentire neanche il battito del proprio cuore, o anche il respiro, o il proprio corpo ancora vivo e presente insomma.  Lei si trova in una fase difficile, si potrebbe anche dire: ma forse non è del tutto così, visto che basta una sciocchezza qualsiasi per farle ritrovare l’entusiasmo che sembrava definitivamente perduto.
Un uomo la incontra lungo quel marciapiede, la guarda, la stessa espressione ogni volta, come non ci dovesse mai passare un briciolo in più oltre quell’esile, ininfluente, scarica elettrica. Invece oggi la ferma, le chiede qualcosa fermandosi, e a lei sembra già una persona diversa da quella che vede ogni volta, così trattiene la borsa, come se lui fosse un ladro, un rischio, una minaccia; lo guarda sul viso appena un momento, poi dice che è l’ora meno dieci minuti, nella stessa esatta maniera che pensa già sapesse anche lui. Riprende subito a camminare, non c’è alcun motivo per non farlo ancora, l’uomo si volta, la guarda da dietro, lei no, perché forse lui si aspettava qualcosa di diverso, forse un sorriso, un buongiorno, forse un incoraggiamento per chissà mai che cosa.
Il passo di lei adesso è più lento del solito, ma i suoi pensieri invece vanno veloci: per domani ha deciso che cambierà marciapiede, probabilmente; anche se in questo modo forse cambieranno già molte cose della sua vita.


Bruno Magnolfi

mercoledì 7 giugno 2017

Discorsi correnti.

           

Spesso parlo con qualcuna tra le tante persone che incontro, a volte anche con coloro che magari non conosco neppure molto bene, e così scambio con chiunque mi trovi davanti le mie esperienze e anche i miei pensieri, specialmente quando mi trovo nei locali o di fronte al caffè che in genere frequento, e dico a queste persone molte delle cose che mi passano dentro la mente, assicurandole tutte di avere sempre avuto una conoscenza diretta di ciò che spiego loro, e narrando in molti casi storie e vicende vissute addirittura in prima persona, anche se qualche volta mi rendo ben conto di non essere del tutto sincero. Però mi viene naturale inventarmi in certi casi dei particolari, arrotolare le cose attorno ad un qualche elemento che mi sembra particolarmente zeppo di fascino, ed anche se qualcuno certe volte mi chiede magari qualche dettaglio per comprendere se sia proprio veritiera la mia narrativa, o magari se lo stesso individuo si limita ad annuire con poca convinzione, oppure semplicemente sorride, immaginandomi forse soltanto molto fornito di fantasia, in fondo a me non importa.
Ma è tutto vero, dico ogni volta con espressione seria e convincente però, anche se alla fine non mi interessa molto rendermi conto se vengo creduto oppure no. Mi piace guardare la faccia di certe persone che stanno ad ascoltarmi, questo è certo, mi diverte leggere sulle loro espressioni quel senso di meraviglia e di interesse che riesco a risvegliare, considerato poi che in qualunque momento posso smettere di raccontare, anche proprio all’improvviso, e spesso lo faccio, lasciando magari chi stava seguendo fino a quel momento le mie cose punto per punto senza neanche il gusto del finale per la vicenda in questione.
Poi trovo un tizio, mi dice come altri hanno già fatto in passato che non crede neanche una parola di quello che dico, e butta lì questa cosa con un tono risentito, come se ci rimettesse qualcosa nel credere alle mie argomentazioni. Sorrido, gli dico che so dove abita, che conosco anche molte delle sue abitudini, e so per certo che anche lui non dice mai niente senza infarcirlo con qualche discorso che si inventa ogni volta di sana pianta. Lui si guarda attorno, poi mi dice fermo che non potrei mai provare una cosa di quel genere, ed io gli rispondo che proprio cercando di difendersi mette maggiormente in luce quello che ho appena sostenuto.
Allora mi prende sottobraccio, dice che spesso lui è costretto ad inventarsi delle fandonie per riuscire a campare, perché ha qualche debito ed alcuni lo cercano per sapere quando restituirà loro i soldi. Gli dico che secondo me non c’è niente di male nel vivacchiare in qualche maniera, si tratta di esigenze di comportamento quasi normali, e che un po’ fa parte anche del proprio modo di essere al mondo. Lui mi porta in un angolo, dice sottovoce che da qualche tempo si sente disperato, non ce la fa proprio più a tirare avanti in questa maniera, ed ha urgente bisogno di una mano da qualcuno, anche se non sa proprio a chi riferirsi.
Lo guardo con calma, provo pena per lui, gli dico che forse potrei presentarlo a certe persone disposte forse ad aiutarlo, e che deve comunque stare tranquillo, mi basta un paio di giorni di tempo e posso sistemare per un po’ la sua faccenda. Lui si rincuora, mi guarda subito con occhi diversi, dice che sarebbe per lui una cosa preziosa, perché la sua vita è diventata un inferno. Gli batto sorridendo una pacca sopra le spalle, lo saluto, gli assicuro che il giorno seguente mi farò vedere al caffè, sicuramente con delle buone notizie. Poi me ne vado: a volte ci vuole anche poco per dare un filo di speranza a qualcuno.


Bruno Magnolfi

lunedì 5 giugno 2017

Ritardato anticipo.

          

Forse non sarebbe stato il caso di rispondere subito che per noi andava benissimo, dice lei mentre suo marito prosegue a guidare con attenzione e a velocità moderata. Però non si poteva neppure fare troppo gli scortesi, obietta lui. Lo so, insiste lei, in ogni caso potevamo inventarci qualcosa per rimandare almeno di una settimana o due questo benedetto invito a cena a casa loro. Tanto più che probabilmente era proprio ciò che si aspettavano da noi, ritrovandosi in questo modo anche a disagio da questo nostro comportamento così inaspettatamente deciso e anche troppo pieno di entusiasmo, che tu chissà perché hai voluto subito mostrare.
Credo invece che in casi del genere, continua lei, di fronte ad un invito in apparenza così delicato e gentile, si debba sempre riflettere bene se sia proprio il caso di essere così definiti nella risposta, soprattutto perché ci può essere qualcosa sotto che non è stato considerato adeguatamente e soprattutto a fondo. Vuoi dire quindi, fa lui, che è probabile a loro non faccia del tutto piacere averci come ospiti stasera, e che questo loro invito sia stato solo una cortesia nei nostri confronti. Ma certo, fa lei, sono più che sicura che in questo esatto momento loro due stiano addirittura sbuffando per il nostro scarso tatto nell’approfittare di una semplice generosità mostrata giusto da alcune parole colloquiali messe lì tanto per dire qualcosa.
Ma a me non sembrano i tipi di persone che dicono una cosa pensandone una differente, spiega con grande serietà il marito. Già, fa lei, e da quando in qua non si è vista, dietro ad un invito del genere, una maniera facile e cortese per aprire semplicemente un dialogo, un modo per mostrarsi semplicemente generosi, e vedere in questo modo fino a che punto gli altri riescono appunto ad essere perspicaci sulle vere intenzioni di chi compie il primo gesto? Il marito rallenta la corsa dell’auto per osservare un’insegna col nome della strada, poi si ferma per guardare con più calma il navigatore silenzioso che non sembra proprio voler indicare una direzione precisa.
Siamo in zona, dice alla fine, ma forse sono stati istituiti dei sensi deviati negli ultimi tempi, così non trovo la via, spiega mentre spegne e riaccende l’apparecchio. Va bene, fa lei, tanto siamo persino troppo in anticipo grazie a te, ed anche questa è una maniera poco educata per presentarsi a casa di qualcuno. Ma se l’orario previsto è passato già da una mezz’ora, fa lui togliendo e poi rinfilandosi gli occhiali. Vorrei solo sapere quando dici: concediamo del tempo, cosa intendi per davvero. Non so, fa subito lei guardandosi attorno, ma a me pare che questa serata non stia funzionando, e che tutto quanto abbia il cattivo gusto di mettersi di traverso.
D’accordo, fa lui, allora vuoi che torniamo indietro dicendo loro con uno stringato messaggio sul cellulare che non abbiamo trovato la strada e che sarà per un’altra volta? No, certo, dice la moglie: però una scusa maggiormente plausibile la si può trovare facilmente, anche a quest’ora; loro capiranno benissimo e si sentiranno sollevati, e in fondo pure se hanno cucinato qualcosa, potranno certamente piazzare tutto quanto nel congelatore e mangiare ogni pietanza con calma nei giorni a venire. Dici sul serio?, fa lui. Ma certo, dice la moglie: in questo modo potremo anche vedere se ci inviteranno nuovamente, o se, come immagino possibile, saranno proprio loro ad aspettarsi un invito da noi, magari con un largo anticipo vorranno sperare, e pure senza troppo entusiasmo stavolta da parte proprio di nessuno, giusto per non essere fraintesi.


Bruno Magnolfi