martedì 18 settembre 2018

Parte debole.


      

            Ci sono giorni in cui tutto mi appare distante, persino estraneo talvolta. Mi aggiro scivolando in religioso silenzio tra il nostro salotto del piano terra e la piccola serra curata che adoro, ricavata com’è su di un lato della spaziosa e luminosa veranda, all’interno di questa casa edificata appena fuori mano rispetto al piccolo paese vicino, dove la nostra famiglia però abita praticamente da sempre, ed è così che mi perdo nel tempo allentato di alcune preziose mezz'ore sottratte ai miei compiti, magari soltanto per osservare la costola di un libro di cui forse non riesco neppure in questo momento a ricordare con precisione il contenuto preciso, oppure nel muovermi con calma in mezzo a tutte queste mie piante, dove in ogni stagione si trova quasi sempre qualche nascosto fiorellino meraviglioso che mostra di voler ancora sbocciare. Clara in genere sta su, in camera sua, almeno negli orari in cui non deve recarsi a dare una mano alla signora Martini, la proprietaria del negozio di mercerie che rimane quasi sulla piazza del centro abitato, perdendosi spesso in qualche lettura leggera e sicuramente di scarso impegno. Forse qualche volta addirittura mi osserva con sguardo pressoché immobile dalla sua luminosa finestra, probabilmente proprio mentre mi muovo nel nostro giardino, dando le spalle alla casa durante le piccole attività che mi assorbono, intenta come sono a sistemare le piante per farle crescere nel migliore dei modi, anche se poi a me non importa che lei mi sorvegli, anzi, va bene così.
            Mi sto convincendo sempre di più che era tutto estremamente diverso quando Ernesto era ancora qui insieme a noi, anche se adesso non saprei proprio elencare le vere differenze che con la memoria riesco addirittura a registrare con una certa difficoltà tra le mie riflessioni. Mi sorprendo quasi nella ricerca di rinviare sempre a più tardi le scoperte piacevoli e facili che potrei senz’altro fare anche troppo di fretta, come per allungare il più possibile tutti i pensieri che ancora trattengo quasi con gelosia dentro di me, ricordi sparsi di tutti questi anni trascorsi con mio marito soprattutto all’interno di questa nostra casa accogliente e piacevole. Forse le reali variazioni che in questi momenti mi sembrano più importanti in senso assoluto, se ci rifletto per bene, stanno avvenendo esclusivamente dentro di me, ne ho quasi certezza, pur a distanza di tutto questo tempo che trascorre incessante, insieme al bisogno che sento sempre più forte di non rassegnarmi troppo alla monotonia che vivo da quando lui non c'è più, ed in questo modo riesco a sentirmi certe volte quasi a disagio, nonostante tutto ciò che normalmente  mi passa dentro la mente non mi spinga per nulla a cambiare qualcosa di particolarmente essenziale all'interno delle mie giornate simili e lente.
            Poi Clara scende, mi chiede magari se ci sia da occuparsi di qualche acquisto giù al market oppure in qualche altro negozio, quindi si infila nella rimessa, e con calma mette in moto l’automobile della nostra famiglia, che oramai, visto che io negli ultimi tempi non mi fido a sufficienza dei miei riflessi, adopera lei quasi esclusivamente, e dopo avermi salutato indicandomi l’ora prevista per il suo ritorno ecco che compie la curva e poi se ne va, lasciandomi sola custode di tutta la nostra abitazione. Non mi interessa di ciò che si dice in paese di me o anche dei miei comportamenti. So che quando mi trovo a camminare lungo quei marciapiedi del centro abitato, ci sono certe persone che incontrandomi mi lanciano un saluto soltanto per un sentimento di puro dovere, e quasi nessun sorriso che non sia di cortesia viene espresso nei miei confronti, a meno che non stia passeggiando insieme con Clara, che immagino appaia sempre a chiunque la parte più debole della nostra famiglia, quella da apprezzare perciò con forza maggiore.

            Bruno Magnolfi  
           

lunedì 10 settembre 2018

Monotonia.




Non c’è niente da fare, penso; ormai devo proseguire lungo la strada che ho intrapreso, che mi piaccia o meno. Forse qualche tempo addietro avrei ancora potuto tentare di fare qualcos’altro, invece di occuparmi soltanto di queste emerite sciocchezze. Certe volte mi sono anche giustificato in qualche modo, dicendomi che qualcuno doveva pur fare le cose che stavo facendo in quel momento, però alla lunga un’interpretazione del genere non regge, me ne rendo conto, e tutti i nodi che sono riuscito ad elaborare poco per volta alla fine vengono al pettine.
Quindi eccomi qui, sospeso tra tutte le mie abitudini ed una solenne incapacità ad affrontare nuove situazioni.  Cammino per strada con le mani sprofondate dentro le tasche e guardo ciò che c’è attorno a me come un viaggiatore stanco e svogliato che cerca di memorizzare ancora qualcosa di quello che riesce a intravedere. Mi ferma un tizio che conosco facendomi già da lontano un gran saluto, così gli dico subito che ho fretta per cercare di non perdere troppo tempo, ma quello mi chiede se mi vada di mettermi con lui per affrontare una faccenda nella quale c’è da mettersi in tasca un  po’ di soldi.
Lo guardo subito con interesse, lui dice che non si può parlare in mezzo ad una strada, e quindi mi trascina in un caffè poco lontano dove individuiamo un tavolo libero in un angolo.  Mi mette a parte, con poche parole e molti gesti, di una combinazione per cui fingendo di acquistare una certa cosa potremo rivenderla velocemente guadagnandoci una somma, e a me sembra tutto liscio e lineare: lui è conosciuto nell’ambiente, ma essendo io una faccia nuova posso presentarmi senza problemi e portare in fondo senza difficoltà la trattativa. Non ho molto da perdere, penso, così accetto con riserva, anche perché vorrei pensarci almeno un giorno intero prima di dedicarmi davvero a questo lavoretto.
Ci rivediamo il giorno seguente e lui mi porta delle carte; sembra tutto a posto, io devo soltanto presentarmi ad un certo indirizzo e spiegare in breve che mi interessa acquistare un determinato immobile. Appena firmati i primi documenti non resta che rivendere tutto quanto ad una terza persona che lui conosce e a cui interessa molto l’acquisto di un edificio di quel genere, tanto che con pochi passaggi a noi resta soltanto trattenere una bella fetta di questa piccola torta. I soldi da parte nostra non ci sono, è evidente, ma tirando fuori alcune carte che il mio conoscente ha messo a punto, ci vorrà diverso tempo prima che si scopra che il conto su cui sono depositati è assolutamente vuoto, ed a quel punto con una semplice transazione potremo sistemare ogni particolare.
Mandiamo avanti velocemente questa trattativa, e le cose filano subito per il verso giusto, tanto che al momento giusto il mio conoscente fa saltare fuori il compratore subito entusiasta della cosa, e tutto in breve si sistema. Ci dividiamo i soldi qualche tempo dopo infilandoci dentro al solito caffè, e poi ci salutiamo come se non ci fossimo mai neppure conosciuti. Adesso posso davvero intraprendere qualcosa, penso camminando per la strada, ma non mi viene a mente niente, se non tornare velocemente alle solite cose di ogni giorno.

Bruno Magnolfi

venerdì 7 settembre 2018

Opinioni diverse.



Sta giù, gli fo, ti dico io cosa c'è da vedere. Va bene, fa lui; una vera fortuna avere tutto per noi un posto di osservazione così privilegiato. Già, gli fo io, e la cosa più importante è che nessuno ci possa notare, che nessuno riesca neppure ad immaginarsi che noi stiamo vedendo perfettamente tutto quanto ciò che ci sta attorno. Dai allora, non perdere altro tempo, dimmi cosa riesci a guardare, fa lui, e cerca di essere il più possibile imparziale nelle tue descrizioni. Bé, ci sono delle persone che camminano lungo il marciapiede, fo io, gente piuttosto interessante devo dire, ma tra queste intravedo giusto due individui, un uomo ed una donna, che proprio in questo momento si sono fermati a parlare tra loro non molto lontano da qui. Non riesco purtroppo ad interpretare le loro voci, a comprendere del tutto le parole che si dicono, avverto soltanto una specie di brusio, ma dalle espressioni e dai gesti che fanno credo proprio stiamo discutendo di cose estremamente importanti.
Descrivili, fa lui, non tenermi così sulle spine. D’accordo, fo io: lui sembra il tipo di persona che sa sempre tutto, forse potrebbe essere un insegnante, sembra peraltro molto orgoglioso di indossare una giacca sportiva che sfoggia come per darsi un contegno. Lei invece è una signora un po’ avanti con gli anni, abbigliamento ordinario però curato, forse un tipo a cui non la si dà a bere facilmente: una persona attenta, meticolosa, e difatti non rimane certo in silenzio ad ascoltare il professore, ma anzi sembra interromperlo spesso, pur con una certa educazione, per dirgli senza mezzi termini quale sia la sua opinione.
Va bene, fa lui, però adesso chiariscimi meglio la dinamica dei fatti: insomma se si riesca a comprendere chi dei due abbia ragione, ad esempio, o magari chi riuscirà a concludere meglio tutta la discussione, chi sarà capace di coinvolgere persino altre persone in quanto si stanno dicendo questi due. Non lo so, faccio io, ci sono delle cose che sembrano come sfuggirmi, ma a me pare sia la donna in questo momento ad essere più motivata rispetto agli argomenti del professore, anche se sono convinto non calcherà mai troppo la mano in tutto quanto. E’ come se della chiacchierata ne facessero una questione di principio, sembra quasi che nessuno dei due intenda riconoscere le opinioni dell’altra.
Eppure ci deve pur essere una soluzione per tutto quanto, fa lui; si deve pur trovare il giusto argomento che metta a tacere ogni altra convinzione e mostri un interesse più alto che non sia una sciocca vincita sul campo che lascia assolutamente il tempo che trova. Ecco, fo io, adesso però si è avvicinata una terza persona, si ferma vicino a loro, sembra sia un conoscente di ambedue, difatti scambia con loro dei saluti essenziali, e poi rimane per qualche attimo in ascolto degli argomenti portati avanti fino adesso dal professore e dalla signora. In una pausa dice qualcosa, sfoggia un carattere calmissimo, il tipo di persona che riesce a ponderare ogni parola che esprime. Ma ora sembra proprio abbiano trovato un punto di convergenza, si riavviano, riprendono come tutti a camminare lungo il marciapiede.
Bene, fa lui, forse sono riusciti a trovare l’equilibrio che pareva mancasse, oppure semplicemente quei due si sono sentiti sopraffatti da un’opinione maggiormente obiettiva di quella che avevano loro, e così hanno deciso di chiudere lì ogni altra discussione. Forse nessuno alla fine aveva davvero ragione, ma tutti si sono accorti che c’era troppa individualità in ciò che sostenevano.


Bruno Magnolfi

martedì 4 settembre 2018

Memoria persa.

         

            Lucio confida al medico di provare un forte senso di oppressione ogni volta che si corica nel letto e chiude gli occhi per addormentarsi, come se il suo corpo cercasse quasi di sfuggire in qualche modo a quel necessario stato di riposo.  Si tratta di alcune sensazioni un po’ particolari, spiega meglio, come se tutte le preoccupazioni della giornata ed anche del periodo si concentrassero nella mia mente proprio in quegli attimi, spaventandomi e rendendomi spesso irrigidito. In pochi minuti però la stanchezza e l’abitudine prendono naturalmente il sopravvento, ed infine riesco come tutti ad addormentarmi, tanto che alla fine sono in grado in genere di riposare bene per tutta la notte senza dover affrontare altri problemi, conservando pur tuttavia una parte di quel forte turbamento provato subito prima del sonno, restandomi impresso nella mente come una brutta esperienza, al punto che riesco a sentirne ancora il sapore amaro per tutto il mattino seguente dopo il risveglio.
Il medico chiede allora a Lucio se questa sua presunta oppressione non sia data per esempio dalla monotonia o dalla pesantezza del suo lavoro, oppure da alcuni comportamenti assunti da qualche suo collega o da qualche conoscente, o anche dai rapporti che intrattiene con i suoi affetti più vicini magari, che in certi casi forse riescono a deluderlo; o magari semplicemente da qualcosa che lui stesso vorrebbe fare e che invece proprio non affronta, ma mentre lo ascolta Lucio comunque si limita a disegnare un gesto in aria con la mano, presentando un mezzo sorriso sopra la sua faccia, come a mostrare l’infondatezza di tutte quelle ipotesi. No, dice subito dopo. Non è questo. Si tratta di una parte di me, di un elemento della mia personalità che sento nel profondo, dove nessun altro ha un ruolo, se non solamente me stesso e la mia sensibilità.
Forse è soltanto un ricordo, prosegue Lucio, qualcosa che senza averne precisa coscienza cerco di far riaffiorare ogni volta alla mia mente, qualcosa che con ogni probabilità adesso non ho più dentro di me, forse perché semplicemente l’ho rimosso: praticamente ci sono certe zone del mio passato di cui sono sicuro una volta essere stato custode geloso dentro di me, ma che poco per volta sono uscite dalla mia memoria. Non so, magari tra un po’ di tempo probabilmente riuscirò a mettere a fuoco nuovamente quel particolare ricordo o tutti quegli altri di chissà quanto tempo fa, però sono sicuro che la mia mente ne ripescherà soltanto la parte che maggiormente sceglie di desiderare, tralasciando furbamente tutte le altre. Sarà così semplicemente un’altra cosa, anche se sono sicuro fingerò che siano stati proprio quelli i miei ricordi che avevo come perduto, ed in questo modo tutto verrà brutalmente riplasmato, come fosse un materiale duttile a cui si può cambiare la forma ogni volta che si vuole. L’oppressione che provo insomma è data forse proprio da questa debolezza che sento nel mio animo, da questa mancanza sistematica di qualche elemento nella mia memoria, e dalla incapacità che provo alla fine di avere in me dei ricordi veri, concreti, obiettivi.
Tutti siamo fatti più o meno così, dice il medico, la nostra memoria produce un continuo lavorio di miglioramento e di sostituzione dei particolari di ogni ricordo, fino a rendere la memoria di ogni fatto del passato spesso quasi un’altra cosa, forse più piacevole, più congeniale alla nostra voglia di tenerne a mente fedelmente dei dettagli. Va bene, dice Lucio, in ogni caso l’oppressione che provo non è certo qualcosa di così comune, e non può essere curata banalmente con qualche pillola o degli ordinari ritrovati medici. Ci vorrebbe un cambio di programma nella mia mentalità, qualcosa che mi provocasse una certa indifferenza verso tutto il mio passato, piuttosto che cercare di ricostruirlo. Come se improvvisamente mi ritrovassi a vivere soltanto di presente, senza bisogno alcuno di avere ancora dei ricordi.


Bruno Magnolfi 

martedì 21 agosto 2018

Presente irrispettoso.



Ricordo che una volta, durante un giorno qualsiasi, io ed il mio amico andammo a far visita ad una ragazza, una tizia di nostra conoscenza che sapevamo abitare una strana casa che peraltro non avevamo mai visto, qualcosa che a suo dire stava a cavallo tra una baracca abusiva sul mare ed un appartamento studentesco situato nel vecchio centro storico della città. Lei naturalmente si mostrò estremamente felice del nostro arrivo, ma essendo del tutto inaspettato dovette spiegarci in due parole che purtroppo per quel giorno aveva un impegno accademico piuttosto importante in qualità di assistente universitaria nella facoltà dove lavorava, lasciandoci comunque padroni del suo appartamento per tutto il tempo che volevamo, con l’impegno da parte sua di tornare al più presto, forse addirittura nella stessa serata. Più tardi poi ci avrebbe spiegato al telefono che sarebbe rientrata soltanto il giorno seguente.
Cosi io ed il mio amico da soli iniziammo subito con l’accendere la televisione senza darle volume, ad ascoltare la musica di una buona collezione di dischi sistemati in bella mostra sopra una stuoia, e dandoci da fare soprattutto a rovistare nel frigo, aprire qualche bottiglia di vino buono trovata nella dispensa costituita da mensole e scatole, e divertirci di qualche altra sciocchezza. Ridevamo sdraiati sulle poltrone e sopra il divano, e quando decidemmo di guardarci un po’ in giro per inventare qualcosa, si andò subito a bussare ad una vicina di casa che avevamo intravisto da una finestra.
Decidemmo di improvvisare una specie di festa, io ed il mio amico, e in poco tempo la vicina riuscì a trovare quattro o cinque persone disposte a venire da noi a fare baldoria. Piazzata la musica a tutto volume, cucinammo qualcosa di semplice e poco dopo finimmo naturalmente quasi tutti sbronzi a ridere e ballare. Più tardi gli altri andarono via, ed io con il mio amico ci addormentammo stanchissimi sul divano tenendoci aggrovigliati con la vicina di casa, tanto che tutto parve andare benissimo almeno fino a quando, ormai nella tarda mattinata seguente, tornò la ragazza proprietaria dell’appartamento.
Disse che eravamo degli sciagurati, che non era possibile fare affidamento su gente come dimostravamo di essere, che al momento dovevamo rimettere in ordine ed in fretta tutta la casa, e che comunque non sarebbe bastato semplicemente ripristinare le cose, perché c’era un discrimine che ci divideva, il nostro vivere tutto al presente così contrario al rispetto sensibile e generoso degli altri e del futuro da parte di persone proprio come lei si sentiva di essere.
Restammo in silenzio, io ed il mio amico, e senza aggiungere niente dopo poco uscimmo a testa bassa da quella casa. Non avevamo un programma preciso, così dopo un lento giro nei dintorni provammo a bussare alla porta della vicina di casa con cui avevamo trascorso la notte. Ma anche lei ebbe parole di fuoco, dicendo con voce alta che eravamo degli sciagurati a cui non si poteva affidare un bel niente, e mentre continuava a parlare con una certa irritazione, noi ce ne andammo da lì e da quella zona, senza trovare commenti da fare. Che importa, si diceva tranquilli: in fondo è anche giusto spassarsela un po’.


Bruno Magnolfi

lunedì 13 agosto 2018

Maschera di oggi.

           

            Si muovono tutti quanti forse troppo in fretta, dice l’uomo, adesso non riesco neppure a mettere a fuoco le persone che normalmente mi hanno sempre incuriosito. E’ come se non ci fosse più necessità di scambiarsi una parola o un gesto di saluto. Sei soltanto ammalato, dice lei, adesso devi soltanto pensare a curarti e riposare, lasciando perdere questi piccoli dettagli senza alcuna importanza. Trascorre qualche minuto di silenzio, lui resta seduto a guardare ancora qualcosa fuori dal vetro della sua finestra, lei va avanti e indietro a sistemare alcune piccole cose prima di uscire dall’appartamento. Probabilmente sono diventato soltanto un vecchio noioso, fa lui sottovoce mentre cerca di sistemarsi con il piede una pantofola. Lei non gli risponde, si limita a guardarlo per un attimo per poi proseguire con le sue faccende.
            Questa finestra è sempre stato il mio passatempo preferito da quando non posso più uscire di casa: osservare da qui le persone che conosco come anche quelle che non ho mai visto, è come stare in mezzo a loro, ascoltare in qualche modo le parole che si dicono, comprendere i sentimenti che si scambiano o semplicemente manifestano. E’ quasi assistere ad un film muto dove tutti i comportamenti dei protagonisti si comprendono benissimo: i sorrisi, il modo di salutare, gli argomenti delle discussioni, le chiacchiere leggere, tutto. Ma adesso anche la vista non mi sostiene più, e a volte mi pare che tutti abbiano la medesima espressione, e che le persone che transitano lungo questa strada siano praticamente identiche, esattamente tutte con la stessa faccia, i medesimi gesti, gli stessi pensieri nella testa.
            Forse è così, dice lei sorridendo mentre ha già preso la borsa e si dispone a uscire. Probabilmente qualcuno si è accorto della tua curiosità, e così si è sparsa la voce tra chiunque si trovi a passare proprio da queste parti, di fare in modo di evitare ogni espressione davanti alla tua finestra, e di tenersi il più possibile indifferente anche a qualsiasi incontro gli possa capitare. No, non dire sciocchezze, sbotta l’anziano alzando leggermente un braccio. Non è così che va il mondo, nessuno fingerebbe mai qualcosa soltanto per non dare soddisfazioni ad un povero vecchio. Sono i tempi che sono cambiati, piuttosto, e nessuno oramai ha più niente da dirsi, figuriamoci poi ad esprimere i propri sentimenti con i gesti.
            Va bene, adesso esco, dice la figlia aprendo l’uscio; ripasso comunque prima dell’ora di pranzo, per vedere se hai bisogno di qualcosa. Va bene, va bene, dice lui senza voltarsi e mantenendo gli occhi sulla strada. Un tempo dovevamo farci comprendere ad una prima occhiata, dice poi tra sé. Ed eravamo pronti ad interpretare con attenzione qualsiasi sottigliezza nei modi di comportarsi della gente che ci trovavamo ad incontrare. Non è più così, è evidente, e tutto poco per volta si è appiattito in un vocabolario formato da due o tre gesti, poche espressioni, qualche faccia composta per pura convenienza. Non importa, dice poi come se la figlia fosse ancora lì vicino a lui; prendo atto di quanto è capitato negli ultimi anni, ed uno di questi giorni mi farò preparare una grande fotografia della mia faccia da mettere sopra questo vetro, così che tutti mi credano ancora pronto come sempre ad osservare il mondo da questa stupida finestra. E la mia soddisfazione sarà soltanto quella di mettermi a sonnecchiare sopra questa sedia ed immaginarli tutti ancora lì, lungo la strada, proprio come un tempo, a scambiarsi saluti ed espressioni, a fare gesti con le braccia e con il viso, sorridendosi tra loro o guardandosi anche storti; ancora veri però, senza alcuna maschera.


            Bruno Magnolfi     

lunedì 6 agosto 2018

Piccoli malesseri.



Sto male, dico. Un sottile dolore persistente, una spalla che mi sento intorpidita, gli fo. Lui mi guarda un momento, poi volta lo sguardo da un’altra parte quasi non mi avesse neppure sentito. Trascorrono due minuti: forse è solo una piccola botta che ho ricevuto senza averle dato troppa importanza, gli fo. Qualcosa di cui in questo momento neppure mi ricordo. Va bé, magari passerà, non è certo il caso di farla lunga, aggiungo cercando di interpretare e dare fiato alla sua indifferenza. Trascorrono altri minuti. Non riesco quasi ad alzare questo braccio, gli dico per stuzzicarlo. Ma il dolore è diffuso, e non so comprendere come potrei individuare la fonte del mio malessere se anche volessi. Lui si volta un attimo verso di me, poi mi accarezza una mano, come ad incoraggiarmi a stare buono, e poi nient’altro. Sto fermo, in silenzio, così non mi può succedere niente di brutto penso, ma dopo un attimo una piccola fitta mi avverte che il dolore è ancora lì, sotto una spalla.
Lui si gira dopo il mio gemito, mi guarda con una certa intensità: vuoi che provo a toccarti la zona per comprendere dove si trova precisamente questo benedetto dolore, mi fa. Te ne sarei profondamente grato, gli dico. Lui mi viene più vicino, mi stampa un bacio accanto alla bocca, poi mi prende il braccio e lentamente me lo muove. Mi piace quando cerca di prendersi cura di me, lui lo sa benissimo e cerca di farlo il meno possibile, proprio per non farmi abituare. Ecco, gli fo ad un tratto, in questa posizione il dolore aumenta. Lui senza aggiungere niente lascia andare il mio braccio e mi prende la mano per un attimo, poi si volta ricominciando esattamente con la sua proverbiale indifferenza.
Se vuoi si può fare un salto ad un pronto soccorso, mi dice in un sussurro. No, non credo abbia molta importanza, gli dico. Piuttosto mi piacerebbe che tu mi tenessi la mano, proprio come hai fatto prima. Lui allora mi prende ancora la mano, ma senza alcuna intensità, tanto che dopo un po’ sfilo la mia dalle sue dita. Ti sento distante, gli dico, e a me sembra quasi di essere da solo col mio piccolo dolore. Lui si alza, si volta verso di me per un attimo appena, poi va nell’altra stanza. Quando torna mostra di aver indossato la giacca: esco, mi dice, ho bisogno di stare un po’ per conto mio. Non rispondo niente, mi sento sprofondare per quel suo atteggiamento, ascolto la porta di casa che si apre e si chiude e resto ancora fermo, come paralizzato. Non era mai accaduto qualcosa del genere, oppure non lo ricordo, così attendo da un attimo all’altro che lui ritorni indietro, che mi chieda perdono, che tutto si risolva in un attimo senza importanza. Ma niente succede, se non quel mio piccolo dolore che prosegue insistente.
Mi alzo, vado alla finestra, non vedo niente. Nessun rumore, nessun particolare che mi faccia stare meglio di questo malessere che mi sta prendendo sempre di più. Sto calmo, rifletto, cerco di comprendere meglio ogni particolare, infine esco anche io, in preda alla disperazione. Cammino per strada nei dintorni del mio appartamento, non incontro nessuno che mi riconosca, non vedo nessuno che io sappia riconoscere. Ma il mio dolore alla spalla adesso non c’è quasi più, oppure è stato soppiantato da qualcos’altro con un’importanza maggiore.


Bruno Magnolfi