martedì 16 novembre 2021

Pronta a difendere tutto.


            Il mare era tranquillo quel giorno; un vento leggero di bonaccia sonnacchiosa sembrava essere stato capace, durante la notte, di calmare poco per volta qualsiasi moto ondoso, lasciando in quella mattinata di sole la superficie dell’acqua come una tavola azzurra, una distesa aperta e leggera, soltanto una dolce massa trasparente e rinfrescante per gli occhi. La fotografia che ho tra le mani risale a diversi anni più indietro, ora mi ricordo esattamente il momento: ero con Franca, in una di quelle giornate autunnali piene di luce, quando in spiaggia non ci va più quasi nessuno, e noi due a quell’epoca ci eravamo regalate due giornate per noi, un fine settimana senza pensieri, lontane da tutto, sistemate in una pensione ancora aperta lungo quel litorale. Camminavamo senza scopo sulla battigia, si rideva di sciocchezze, lei era ancora la mia bambina, forse l’ultima volta che mi è sembrata davvero così, e a me giungeva dal largo del mare l’impressione di essere davvero felice, spensierata, senza il tormento di alcuna preoccupazione. <<Mamma>>, diceva Franca correndo sopra la sabbia, <<è tutto così bello oggi; vorrei non cambiasse mai nulla>>. Le sorridevo, la prendevo per mano, poi andavamo a sederci accanto ad una barca capovolta. Osservo ancora quella foto semplice, scattata da un signore con il suo cagnolino, incontrato per caso, e provo lo struggimento di qualcosa che in seguito è quasi sfuggito ai miei desideri.

            Forse mi aveva già avvertito qualcuno, dicendo che la crescita inesorabile di Franca avrebbe scatenato in me un progressivo senso di solitudine, ma non avevo immaginato fosse davvero possibile, o almeno non con quella forza che in seguito si è dimostrata. Lo so, sono le sue scelte, anche quel prendere le distanze da ciò che la sua famiglia le rappresenta, l’imparare a camminare da sola, senza più alcun sostegno, in assenza dei troppi legami che renderebbero in seguito tutto ancora più difficile. Però è doloroso osservarla sganciarsi poco per volta dai suoi genitori senza poter fare nulla per evitare questo passaggio. Con questi pensieri riguardo ancora un momento la foto, ed infine la vado a riporre insieme alle mie cose, in mezzo alla nostalgia che sempre mi procurano i miei più intensi ricordi. Per certi versi sono stata proprio io ad incoraggiarla nel perseguire a fondo i propri interessi, come qualcosa per cui valga la pena combattere, e Franca ha fatto esattamente così, nonostante suo padre non avesse mai evitato di mostrarle le sue reticenze.

            Riconosco che lei ha avuto fin da piccola una sua forte personalità, ed anche se a me piacerebbe oggi poterla ancora guardare in una certa maniera, mi devo convincere che oramai Franca è una donna, una persona che ha compreso perfettamente i meccanismi maggiori che regolano la realtà, ed io non ho da raccontarle quasi più nulla per indirizzare di nuovo i suoi desideri, come fosse ancora bambina. Devo accettare quindi, non posso fare altro. Il problema è suo padre. Carlo mi ha già spiegato varie volte di non essere troppo contento dell'andamento che hanno preso le cose, ma con lei per adesso si è limitato a sbuffare qualche volta e niente di più; però io avverto che nell'aria si stanno addensando le nuvole classiche di un gran temporale, uno di quelli che in un attimo ti bagna interamente di pioggia e di vento, nonostante l'ombrello. Ho cercato già di mediare, naturalmente, ma tutto ciò che posso fare capisco benissimo che non sarà mai sufficiente ad evitare lo scontro. Non riesco a far fronte in una maniera adeguata alle cose che vedo, questo è il punto; perciò tendo sempre di più a darmi forza per mezzo dei sentimenti che già conosco, quelli che riguardano il passato della mia famiglia, come per farmi schermo verso quanto forse ci aspetta.

            Franca poi non mi racconta quasi più niente di quello che fa quando esce da casa. Si reca al liceo, poi al Conservatorio, e anche dal maestro Bottai qualche volta; ma poi fa le prove con questo gruppo di jazz, come fosse una pianista già navigata, una musicista piena di capacità e d’esperienza. Ci si è buttata in mezzo a questa faccenda, come fosse la sua vera strada, ed io non so più dirle niente, non riesco neanche a chiederle qualcosa a riguardo. Trascorre molto tempo fuori dalla nostra abitazione, e Carlo ha già cominciato col dire che sta tralasciando i suoi studi liceali, che ha preso una strada sbagliata, che è necessario farla riflettere. Non lo so, non mi aspetto niente di buono prossimamente; in ogni caso Franca è mia figlia, ed io sarò sempre pronta a difenderla.

 

            Bruno Magnolfi  

giovedì 11 novembre 2021

Enormi verità.


            Simone è un bravo ragazzo. La sua mamma da quando è nato lo ha tirato su, anno dopo anno, completamente da sola, con tante rinunce e parecchi sacrifici, e lui soltanto quando ha raggiunto la maggiore età ha iniziato a rendersene conto davvero. Per questo oggi si trova talvolta a disprezzarla, lei e il suo mestiere di cuoca, perché sa di doverle molto, di essere stato per lei anche il motivo principale per cui tirare avanti, in certe giornate. Non vorrebbe sentirsi così, però non ne può fare a meno, tanto che adesso cerca sempre di darle un aiuto, proprio per coprire il suo sentimento nascosto. Ed è anche consapevole di assomigliarle in moltissime cose, e che il tratto di esistenza che lui si trova davanti, ad iniziare da subito, probabilmente non sarà molto diverso da quello compiuto da sua madre fino a questo momento. Simone comunque coltiva dentro di sé un modello di donna molto diverso da lei, anche se riconosce che sua mamma non ha potuto scegliere mai, ed è sempre stata costretta a percorrere le strade che si è trovata di fronte. Così lui prova spesso un'insofferenza a cui non si sente di trovare una motivazione diversa da questo generico e innato malessere che lo accompagna, quasi un dolore esistenziale, ed anche i lavoretti precari che si trova ad accettare come cameriere, secondo il suo parere, sono semplicemente la conseguenza logica di tutti gli aspetti irrisolti che oramai trascina con sé. Si reputa una persona sensibile, sotto quella scorza che cerca di mostrare durissima, e forse per questo non si fa troppe illusioni sul proprio futuro.

            Frequenta qualche altro ragazzo scombinato come lui qualche volta, anche se spesso trascorre delle serate in giro da solo, quando risulta libero da impegni di lavoro, anche per non avere mai degli obblighi con nessuno. In certe occasioni intravede Franca, la figlia dei signori Neri, almeno quelle volte in cui lui va a prendere con l’utilitaria la sua mamma, che lavora nella cucina di quella villa, e gli sembra una ragazza invidiabile e fortunata, ma non tanto per essere nata in una famiglia di ricchi, quanto perché vede in lei una persona con la possibilità di scegliere davvero cosa farne della propria vita. Frequenta il liceo con ottimi voti, suona il pianoforte, studia al Conservatorio, adesso sta persino in un gruppo di jazz, tutto quello che per lui semplicemente sarebbe sempre apparso del tutto impossibile. Per questo stasera Simone si è spinto fino in questo piccolo locale da solo, perché là dentro c’è Franca con il suo gruppo di suonatori intellettuali che si esibiscono proprio stasera, e lui vuole ascoltarla, vuole sapere tutto quello che fa, desidera rendersi conto di quali siano i suoi scopi, cosa le passi dentro la testa, quali siano i suoi orizzonti, quali le sue necessità. È difficile per Simone avere chiari i propri intenti, e di fronte ad una domanda di questo genere non saprebbe proprio che dire; però sa che adesso vuole capire, conoscere, immaginare, sentirsi vicino a quello che Franca cerca di essere.

            Resta quasi immobile per tutto il tempo, nel buio in fondo alla sala, ed ascolta con un certo impegno quella musica così difficile; poi, quando loro hanno finito e Franca sembra abbia smesso di ridere e di parlare con tutti, lui l’avvicina con timidezza, le fa i complimenti, e quindi si offre di accompagnarla a casa con la propria utilitaria, lei e la sua custodia rigida con dentro il pianoforte elettronico. Lei adesso sta accanto a Lorenzo, anche perché è la persona che conosce meglio là dentro, ma lui ha soltanto un vecchio motorino, non può accompagnarla. E’ arrivata fino al locale con un tassì, e naturalmente pensava di tornare indietro nella stessa maniera, ma l’offerta di Simone non le dispiace, così può anche sentire da lui un parere obiettivo su ciò che ha ascoltato. Lorenzo appare impacciato, forse non vorrebbe vederla andar via con un tizio più grande, ma non può fare niente, non gli è neppure possibile opporsi, lui è soltanto un amico di Franca, nient’altro. Si offre di portarle la tastiera fino alla macchina, che fortunatamente non è molto distante, poi la saluta, ed infine torna indietro, ad aiutare gli altri del gruppo a rimettere a posto le cose dentro al locale.

            Franca è contenta, tutto sta andando nella maniera migliore per lei: le dispiace vedere Simone sempre con quell’espressione abbattuta, quindi gli spiega il solito concetto che lui conosce a memoria, per cui se le cose si desiderano veramente, a volte è possibile persino vederle realizzate. Lui annuisce, non sopporta le frasi ad effetto, in ogni caso sa che per quanto riguarda la ragazza che gli siede accanto, in questo momento tutto ciò sembra proprio una grande verità.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 9 novembre 2021

Attesa risposta positiva.


            “Iniziano quasi ogni brano con dei suoni distesi, pacati, mescolando piccole frasi strumentali in un’atmosfera completamente atonale, organizzando piccole tensioni che tendono in seguito a distendersi. Poi alcune volte si riconosce una linea di basso che richiama gli altri verso un nucleo armonico, ed alla fine giungono una serie di accordi del pianoforte che tendono come a completare tutti i valori sospesi. Gli altri a quel punto iniziano a muoversi, generalmente senza fretta, su una delle scale modali, ed anche le percussioni strutturano comunque un ritmo più o meno cadenzato. Non dura molto, i fiati sono i primi a rompere il gioco, e tutto confluisce nuovamente nell’alveo dei suoni liberi, ma sempre su dei toni piuttosto smorzati.” Difficile rendere il senso di un’esperienza complessa come quella di ascoltare della musica di chiara provenienza free jazz, però ripensata con maniere gentili, senza urla, senza alcuna ricerca del grido tirato. Pare quasi, in certi momenti, di trovarsi davanti ad un quintetto da camera, una combo gentile e garbata, capace di mescolare con strumenti tradizionali tanti linguaggi diversi, fondendo facilmente tra loro culture e reminiscenze lontane, quasi un elenco completo e disordinato di idee.

            “Il locale è il solito jazz club, come ce ne sono tanti ormai in ogni città; piccolo, disadorno, mal illuminato, dove le prime sedie per il pubblico sono accostate alla pedana dei musicisti, quasi nel tentativo di mescolare quei ruoli. La musica si tocca davvero in luoghi del genere, letteralmente, ed anche se spesso vi si possono incontrare solamente i soliti appassionati, ugualmente stasera si respira un’aria diversa, che non sa di risaputo, e che si inoltra per nuovi sentieri, seppure riconoscibili.” Come spiegare quando qualcosa ti prende, ti stuzzica, ti colpisce, anche se non ne vedi nell’immediato una ragione precisa? Perché chi sta suonando non si permette di fare il virtuoso del proprio strumento, piuttosto sa lasciare continuamente all’altro la possibilità di introdursi, di fraseggiare, di esprimersi, nella ricerca continua di un vero dialogo sonoro. Non si avverte alcuna necessità di primeggiare in una musica del genere, e in questa maniera si apprezzano gli spunti, gli accenni, addirittura le piccole citazioni.

            “La bravura di questi ragazzi sta proprio nel cercare di non scavalcarsi mai l’uno con l’altro, e di evitare continuamente gli assolo sparati a cui qualcuno forse è più abituato, lasciando la contemplazione, per un pubblico attento come questo, di un’atmosfera dipanata, senza sforzi, quasi rarefatta in certi momenti.” La difficoltà di chi suona non sta nello spremere lo strumento per cavarne fuori mille sonorità complesse, ma di lasciare al contrario che la semplicità di ogni suono avvolga una struttura composta da tanti piccoli tasselli, di eguale importanza l’un l’altro, lasciati come un mosaico a galleggiare su una musica spesso libera da ingombranti strutture. “Qui si attinge ad un archivio mentale di elementi diversi, e si elabora in senso creativo strutture melodiche e armoniche in tempo reale, nell’interazione e nel rispetto di ognuno, all’interno di un gioco strumentale  continuo di tutti quanti i componenti del gruppo”.

            <<Mi è proprio piaciuto>>, dice G.M. ad un conoscente che ha incontrato davanti al bancone di legno del jazz club per un’ultima bevuta, prima di andarsene via, per scappare a riscrivere rapidamente gli appunti sul pezzo in pubblicazione domani. <<Forse non siamo neppure più abituati ad ascoltare una musica del genere, anche se è l’alternativa più forte al prodotto di largo consumo>>. L’altro sorride, e quando si volta ci sono proprio due dei ragazzi del gruppo di jazz, quelli che per primi hanno finito di riporre i propri strumenti, ed adesso si sono fermati lì accanto, forse per bere qualcosa anche loro. <<Ci fa molto piacere>>, dicono sottovoce sorridendo la pianista ed il batterista, inarcando la testa in mezzo alle spalle, come a mostrare quasi un infantile moto di timidezza. <<Eppure non ci voleva molto ad inventare una musica così>>, dice ancora il giornalista; <<era sufficiente pensarci>>. Il tono è molto cordiale, i ragazzi spiegano in due parole le loro recenti esperienze fino a stasera; G. M. naturalmente prende appunti, e sembra molto contento di essersi imbattuto in due strumentisti così giovani e freschi per una musica talmente fuori dalle mode come quella che hanno proposto stasera, perciò chiede ancora qualcosa sui ruoli all’interno della loro formazione, ed infine rinnova con enfasi i suoi complimenti.

            <<Se qualcuno ci aiuta, addirittura vorremmo fare a breve una registrazione seria del materiale che abbiamo suonato stasera. Magari per riversarlo poi su un vinile>>, dice Lorenzo, il batterista. G.M. allora si volta mentre sta uscendo: <<Stiamo a vedere che cosa succede dopo la pubblicazione del mio articolo sul giornale di questa città; magari la risposta positiva che adesso cercate potrà giungere proprio da lì>>.

 

            Bruno Magnolfi

domenica 7 novembre 2021

Altrimenti nulla.


<<In fondo sono quasi contenta>>, dice la prima ragazza alla sua amica mentre si stanno accomodando dentro al locale. Si sono date appuntamento proprio là dentro, di sicuro anche per incontrarsi con certi amici che naturalmente adesso sono già in ritardo, ma soprattutto per venire ad ascoltare un nuovo gruppo che suona musica free jazz, del quale negli ultimi giorni si parla molto in giro, in questa specie di buco adibito a club dove comunque si beve, si ascoltano delle sonorità dal vivo, si trascorre forse una serata un po’ diversa da qualsiasi altro posto di tutta la città. <<Certo>>, fa l'altra; <<soltanto in questo modo potevi comprendere>>. Scelgono un tavolino libero, si siedono, si guardano in giro. Per il momento vengono diffuse certe datate registrazioni di Miles Davis tratte dal suo periodo acustico, ma non è detto che la musica rimanga la medesima ancora per molto. Arrivano altri nel locale, e in mezzo a tutti anche gli amici delle due ragazze, così per un attimo si sprecano sorrisi, baci e saluti, fino a quando tutti decidono finalmente di sedersi. <<Difatti, adesso ho capito>>, fa la tizia di prima senza alzare troppo la voce. <<Voi avete sempre dei segreti>>, dice uno dei ragazzi appena giunti, magari soltanto per mostrare che lui sta sempre attento a ciò che gli succede attorno. Le ragazze lo guardano, sorridono, trattengono i loro pensieri dietro a delle maschere di ordinaria socialità, anche se è evidente quanto abbiano in profondo disprezzo i ficcanaso.

La musica per il momento non è ad un volume troppo alto, si può parlare, anche se al loro tavolo, escluse le ordinazioni rivolte ad un giovanotto vestito strano che si occupa di servire quella ventina di clienti già presenti, nessuno sembra abbia troppa voglia di parlare. <<Noi stiamo bene>>, fa dopo un attimo una delle due ragazze di prima, come se qualcuno avesse nutrito dei dubbi in quel senso; ma l'altra le riserva un’occhiataccia con espressione seria, come se quella avesse iniziato a svelare qualcosa di sé o di loro due. <<Se continui in questo modo me ne vado>>, le afferma in un orecchio dopo un attimo, quasi l’avesse offesa. Uno dei ragazzi dice di conoscere il bassista del gruppo che suonerà fra poco, ma questa informazione non sembra interessare molto nessuno dei presenti al tavolo. <<Vado a telefonare>>, dice poi la ragazza senza riferirsi a qualcuno in particolare, e quindi si alza preoccupandosi soltanto del suo cellulare. Dopo un attimo l’altra la segue, quasi ci fosse la necessità di un sostegno morale in ciò che sta facendo la sua amica. Dopo pochissimo però tornano a sedersi tutt’e due, probabilmente senza essere riuscite a parlare con nessuno, anche se adesso sembrano quasi più tranquille.

<<Sono curiosa però>>, dice la ragazza di prima mentre mette via il telefono. Nessuno comprende esattamente a cosa si stia riferendo, e lei aggiunge subito ridendo: <<della musica, è evidente>>, mentre prende un sorso della birra che intanto le hanno portato. Gli altri sembrano leggermente in imbarazzo, a qualcuno piacerebbe addirittura che, chi deve farlo, adesso iniziasse proprio a suonare sopra quella piccola pedana accostata alla parete di fondo, ma giusto per rompere quest’aria un po’ pesante attorno al loro tavolino. <<No, ragazzi, non ci credo; sembra che stasera arrivi anche un importante giornalista proprio qua dentro, un critico musicale, inviato qui per scrivere un articolo su questi che devono suonare>>. Gli altri si guardano attorno come per individuare tra quei due o tre che stanno ancora in piedi, il soggetto in questione, mentre la ragazza prosegue a consultare lo schermo del suo cellulare.

Parte in quell’attimo la suoneria proprio del suo telefono, e lei di colpo si alza, risponde rapidamente mentre sembra scappare via da qualche parte, nello stesso momento in cui i musicisti della formazione in cartellone, giungono infine con gli strumenti sopra al piccolo palco, e le luci si attenuano, lasciando accesi soltanto dei faretti sopra le loro figure. Torna la ragazza: <<scusate>>, dice con un certo imbarazzo. <<Purtroppo le cose non sono mai come vorremmo>>. Gli altri la guardano, anche la sua amica attende la conclusione di quella frase, ma sembra invece non ci sia alcun seguito. <<Non è un momento facile>>, dice l’altra ragazza, quasi per giustificare gli strani atteggiamenti di quella sua amica. Quindi il gruppo sopra la pedana inizia a suonare con una certa decisione. Tutti ascoltano, anche perché non è proprio possibile fare altrimenti.

 

Bruno Magnolfi       


venerdì 5 novembre 2021

Piccole soddisfazioni.


            Giro la mano che la sorregge, osservo con occhio clinico la lucentezza e i riflessi del metallo, quindi decido di dare a tutta la superficie un’altra passata col panno imbevuto di crema, almeno nei punti più in vista. Lucidare la tromba è diventata per me un’ossessione, nonostante certe volte sia molto attratto dal lasciare lo strumento alla sua natura opaca, sporca, vissuta, come fosse costituita soltanto di suono, e non di materia. Ma in me c’è anche il desiderio di tirar fuori, sempre e comunque, la sua voce migliore possibile, quel timbro caratteristico che cerco di mettere a punto in solitudine e con grande pazienza, adattando in varie maniere il mio labbro all’imboccatura, sperimentando con calma le diverse impostazioni, come le dita sui pistoni, e mettendomi alla ricerca delle vibrazioni che magari mi sembrano ogni volta quelle più adatte. Suono la tromba quasi sempre con una sordina leggera ben innestata, gustando appieno la risonanza di tutto il suo corpo, e comunque, quello che non mi piace per niente del mio strumento, resta proprio la sua natura squillante, per cui sono cosciente di soffiare dentro al canneggio quasi cavalcando un reale controsenso, nello sviluppare cioè la sua preziosa capacità di essere anche morbida, soffusa, persino delicata. Comunque posso tentare da solo qualsiasi esperimento, ma quando mi ritrovo in sala prove a fare musica insieme agli altri ragazzi, tutto improvvisamente mi appare diverso.

            Perché la propria personalità sullo strumento da sola non basta, non riesce a mostrare la confluenza di idee e di pensieri che è necessaria per raggiungere la fusione di tutti gli intenti in uno stesso manufatto sonoro. Noi suoniamo del jazz attuale portato all'estremo, una sorta di dialogo musicale complesso, senza uso di suoni elettronici, adoperando per ogni brano qualche manciata di regole armoniche le più varie, in certi casi anche adottate da epoche diverse dalla nostra, che poi seguiamo e rispettiamo, tentando però in varie maniere di superarle, sempre in un'alternanza continua di spinta verso un possibile limite. L'introduzione del pianoforte, come strumento centrale e principe della musica occidentale, all'interno della nostra formazione, forse era già nell'aria da qualche tempo, ma nessuno di noi sapeva bene come riuscire a collocarlo adeguatamente tra le nostre sonorità. Poi è arrivata Franca, e in un attimo ha risolto ogni dubbio. Lorenzo crede ancora di essere stato lui a presentarci questa brava pianista dagli studi classici, ma non è del tutto vero. Il fatto è che inconsapevolmente ne sentivamo tutti la mancanza, perché era come se non avessimo ancora il perno esatto attorno a cui far ruotare tutto il resto.

Naturalmente non sapevamo bene come avremmo reagito individualmente noi del gruppo, così come non era scontato che una ragazza sensibile e anche attenta come lei potesse davvero inserirsi adeguatamente in questa formazione. Ma già i primi risultati sono apparsi ottimi, ed anche le registrazioni che abbiamo fatto in sala prove per analizzare in seguito l’ascolto dei materiali, lo ha dimostrato ampiamente. Lo sforzo più grande a cui siamo chiamati adesso è quello di superare la spinta individualistica di ogni componente, e di piegare i suoni e i fraseggi di ciascuno verso un risultato ancora più collettivo. Franca ha compreso al volo la nostra filosofia, e l’ha subito abbracciata appieno, rivestendo benissimo il ruolo che dagli inizi le avevamo richiesto.

Lorenzo la guarda con degli occhi particolari qualche volta. Si nota che è attratto da lei, dal suo padroneggiare quella tastiera, dalle sue conoscenze musicali, ma anche da quei modi eleganti e pacati, da persona che ama stare in disparte, tirando fuori comunque un proprio notevole temperamento appena iniziamo a suonare. A me personalmente, e devo dire anche agli altri ragazzi, non interessa poi molto se quei due intrattengono tra loro una relazione speciale oppure no, considerato che sono anche compagni di classe all’ultimo anno del liceo; a me basta che siano sempre così seri e determinati quando vengono a suonare con il nostro gruppo, anche perché, se non sbaglio, la formazione così composta come risulta adesso, potrebbe attirare un discreto interesse e una forte curiosità al momento di portare la nostra musica in qualche locale cittadino. Qualcuno ci noterà nei prossimi tempi, ne sono praticamente sicuro; e questo senza dubbio sarà per tutti noi il motivo più saliente di una grande soddisfazione.

 

Bruno Magnolfi      

mercoledì 3 novembre 2021

Nervi saldi, possibilmente.

            

            Va persino troppo bene, almeno per il momento, penso. I ragazzi hanno accolto Franca in una maniera quasi entusiastica nel nostro gruppo, e a dire la verità le sonorità e l'importanza basilare di un pianoforte in una formazione come quella di cui sono soltanto il batterista, ha quasi rivoluzionato davvero la maniera che fino a questo momento avevamo noi di fare musica. Però non mi aspetto che vadano avanti sempre così le nostre cose: prima o dopo qualcuno punterà il suo dito proprio su di me per incolparmi di aver portato un elemento destabilizzante tra di noi, e di questo poco per volta me ne sono praticamente convinto. Perché è evidente che se non troviamo la maniera migliore per darsi un energico sostegno l'un l'altro, e di mostrare la massima solidarietà tra di noi, soprattutto scegliendo più saggiamente i propri spazi sonori, qualche volta capiterà che uno o due tra di noi si sentirà praticamente giustificato a tirare fuori qualche gelosia in merito al proprio strumento, dando corda alla sensazione inevitabile di apparire un po’ in secondo piano rispetto al tempo trascorso, quando suonavamo soltanto in quattro: una reazione che potrà anche farsi seria se non riusciamo subito a tenerla sotto controllo. Questo penso.

            Credo peraltro di essermi messo in una situazione piuttosto difficile caldeggiando l’ingresso di Franca nel gruppo, e purtroppo soltanto adesso inizio a rendermene conto del tutto. Lei comunque è serena come non l’ho neppure mai vista da quando ho iniziato a conoscerla, e probabilmente si tirerà subito da parte se solo riesce ad intuire il suo possibile intralcio al percorso del gruppo, anche se sa perfettamente di non esserne causa diretta. E poi può darsi pure che superato il primo momento di entusiasmo per suonare davanti ad un pubblico di attenti ascoltatori, sia forse capace di mostrarsi meno partecipe delle nostre prove e dei nostri appuntamenti, considerato soprattutto anche gli impegni che sicuramente avrà nel futuro per seguire adeguatamente il suo percorso di studente del Conservatorio. A me piacciono sempre di più, sia il suo modo di fare, sia il carattere che mostra; e poi la grinta che tira fuori, la sua generale maniera d'essere, il suo inedito sorriso di adesso; ma anche di questo sono costretto a conservare in me una certa segretezza, per non apparire di parte in ogni scelta che adotto. Penso poi che anche a scuola le cose tra noi evidenziano la necessità di restare il più possibile riservate, soprattutto nei confronti dei nostri compagni di classe, specialmente i più impiccioni, che non cessano mai di porre delle domande spesso insidiose. Poi naturalmente c'è la nostra insegnante di letteratura, la cara signora Sarti, sensibile e attenta, che non ha mai sottaciuto, devo dire, la sua simpatia per il nostro banco scolastico, mio e di Franca, pur restando sempre imparziale nei suoi giudizi su tutti noi.

            Insomma, credo che la situazione si sia fatta piuttosto complessa, penso. Ma forse è proprio questo esattamente il momento di tenere il più duro possibile sulle nostre decisioni. Certo, personalmente vorrei essere più libero di manifestare i miei apprezzamenti, e forse mi dispiaccio parecchio di non poter esporre i sentimenti che provo, però poteva essere immaginabile fin dall’inizio che si evolvesse tutto in una situazione del genere, anche se per me non c’era altra strada per esaltare la vicinanza con Franca, almeno penso. Oggi la osservo mentre siamo in classe, al liceo, nascosto dietro ai miei occhiali da lettura, e mi sembra d’improvviso la persona che più desidero, quella per cui sono disposto a mettere in gioco quasi tutto, persino la mia batteria. Poi ci ritroviamo di nuovo con i ragazzi in sala prove, e allora devo ascoltare la musica che suoniamo con il distacco che serve, fino a sbottare e a prendermela proprio con lei, anche più del dovuto, quando mi sembra che il suo accordo arrivi in ritardo sulla battuta, oppure che il suo pianoforte imposti quasi una gara con le mie percussioni. Devo tenere i nervi saldi, penso allora. Mostrare tutta la capacità di stare dalla parte migliore, quella che non si lascia mai prendere dalle emozioni gratuite. Ma non è facile, lo ammetto, e non so proprio per quanto tempo potrà durare in questa maniera.

 

            Bruno Magnolfi   

       

lunedì 1 novembre 2021

Incolmabile distanza.


Mio padre fino a questo momento si è mostrato completamente indifferente alle mie attività musicali. Persino il fatto che io sia riuscita a superare l'esame di ammissione al Conservatorio, almeno per ciò che ha fatto vedere, non gli ha provocato alcuna reazione; che poi mi sia addirittura inserita in un gruppo di jazz, e con quello tenti prossimamente di suonare in qualche locale cittadino, forse gli ha suscitato addirittura un senso di silenziosa ripulsa, mescolando insieme in questo sentimento tutte quante le mie attività di pianista. Non ha importanza, già mi aspettavo qualcosa del genere, in ogni caso non voglio farmi influenzare dai suoi sottaciuti giudizi, né in un senso e neppure nell'altro. Porto avanti le cose che mi interessano, perseguo ciò che credo importante, senza tralasciare naturalmente tutto il resto. Ieri ho incontrato di nuovo Simone, il figlio della nostra cuoca, e mi è sembrato abbattuto, come se le cose non gli andassero bene. Non gli ho fatto nessuna domanda diretta, comunque, e lui non ha cercato di spiegare niente di sé. L'ho invitato al jazz club però, spiegandogli che finalmente avrei suonato là dentro col mio gruppo, giusto il prossimo venerdì. Mi è parso interessato, ha detto persino che forse ci sarà.

Anche a mia madre ho accennato che le prove col gruppo erano andate molto bene ultimamente, e che avendo ormai una buona decina di pezzi già pronti, eravamo stati invitati a suonare in un locale specializzato in musica dal vivo del nostro genere. Lei mi ha guardato senza riuscire sull'immediato a formulare un giudizio preciso; poi ha detto però che si sentiva orgogliosa delle mie scelte, e che sperava fossero proprio queste le cose in cui credevo davvero. Sono tornata nella mia stanza a provare qualcosa sul mio piano elettrico indossando le cuffie, ad improvvisare su qualche scala più difficoltosa, poi però ho smesso ed ho ripreso in mano i libri di testo del liceo. Con Lorenzo abbiamo deciso di cambiarci di banco, in maniera da non essere continuamente distratti dalla nostra voglia di parlare sempre di musica. Comunque non mi dispiace per niente sapere che lui sta adesso un paio di file dietro di me, che può vedermi quando gli pare, e magari immaginarmi ogni tanto mentre inseguo con degli accordi sulla tastiera quei difficoltosi tempi dispari della sua batteria mentale. Ci sentiamo molto più vicini adesso, devo dire, naturalmente grazie al fatto di suonare nello stesso gruppo di jazz, questo è il punto; e quindi per evitare che qualche insegnante più attento a certi dettagli iniziasse a prenderci di mira, abbiamo deciso di allontanarci, anche se solo su un piano squisitamente formale.

Mi sento bene, questa è il dato che ritengo più importante. Quando conosco adeguatamente le cose di cui si parla sono subito più sicura di me, e riesco così ad essere anche tranquilla. Le lezioni in Conservatorio sono già iniziate al pomeriggio, e almeno per il momento non mi sembra niente di difficile, anche se ho chiesto, nel caso manifestassi qualche problema, un aiuto da parte del maestro Bottai, che si è mostrato subito disponibile come sempre. Forse in tutto questo quadro, manca qualcosa di importante, ma per il momento non voglio pensarci, e lascio che le cose procedano come per conto proprio, dopo tutte le scelte che ho fatto. Quando sono vicina a Lorenzo mi sento quasi tremare: lo avverto, ogni volta che gli parlo, sempre più simile a me, come avessimo un canale speciale di comunicazione, e poi adoro la sua batteria, tramite lui mi pare addirittura che tutti i ragazzi che incontro siano improvvisamente migliori di come mi sembravano soltanto ieri. Lo ascolto chiacchierare ogni tanto, al cambio degli insegnanti, ma per me sembra quasi inutile con lui usare le parole ordinarie. Abbiamo un nostro linguaggio noi due, quella musica in cui fino ad oggi abbiamo mostrato di credere più che in tante altre cose.

Non so cosa potrà succedere nei prossimi tempi, ma oramai ho abbandonato l'idea di pensare al futuro, cercando di vivere il più possibile questo intenso presente. Resta mio padre, che attualmente sembra parlarmi, quando siamo a tavola, soltanto con dei monosillabi; ma non ha molta importanza: ho sempre sentito di essere molto diversa da lui, prima o dopo lo strappo più forte si sarebbe pur dovuto  manifestare. Non ritengo di fare niente di male: coltivo le mie scelte, cerco di dare corso alle cose in cui credo, penso che questo sia il massimo per le mie possibilità. Poi qualche volta osservo mia madre di nascosto: non posso certo essere come lei, rifletto; c'è una distanza formidabile tra noi, qualcosa che a me pare giusto si manifesti proprio in questo momento, quasi come un divario incolmabile.

 

Bruno Magnolfi