mercoledì 15 marzo 2023

Incertezza diffusa.


            I Dirigenti delle Poste della Provincia di Pisa erano in tre, ed avevano avvertito telefonicamente con scrupolo della loro visita alla sede di Calci, ma appena una mezz’ora prima del loro arrivo effettivo, dicendo in modo generico alla signora Vanni che sarebbero passati in giornata per rendersi conto personalmente della situazione creatasi in quella struttura. Lei naturalmente aveva subito avvertito gli altri quattro impiegati, pur con una voce un po’ stridula, e tutti così si erano disposti a svolgere il proprio lavoro in sostanza come sempre facevano, però con un’apprensione ed un’incertezza al proprio interno che neppure sapevano bene come spiegarsi. Gli ospiti erano passati dalla porta sul retro, uno dei tre impegnato costantemente in gravi conversazioni al proprio telefono cellulare, gli altri due con dei modi di fare quasi da svagati, come fossero lì per dovere e senza averne minimamente la voglia; poi si erano seduti in una stanza con la Direttrice di Calci e le avevano chiesto quello che tutti quanti in paese sapevano già. Uno di loro aveva scritto qualcosa su una propria enorme agenda foderata di pelle, e tutto si era svolto di fretta, tanto che almeno apparentemente non aveva lasciato alcuna conseguenza. Sulla porta, al momento di andarsene, avevano chiesto di nuovo alla signora Vanni qualcosa che peraltro era appena stato detto, come fossero distratti da altro, e poi uno di loro, quello con l’abito più elegante ed i modi maggiormente decisi, aveva usato la solita frase adeguata ad occasioni del genere: <<le faremo sapere>>, eclissandosi quindi rapidamente verso cose senz’altro molto più importanti di cui occuparsi.    

            Quei pochi minuti avevano assunto per gli impiegati un valore pressoché decisivo, e quando erano rimasti finalmente da soli, la sensazione preponderante nei loro animi aveva subito lasciato il posto ad una assurda voglia di festeggiare, quasi avessero superato una prova il cui risultato sarebbe stato sicuramente migliore, in qualsiasi caso, di quell’incertezza. <<Non è successo niente>>, aveva detto la signora Vanni per tranquillizzare gli altri quattro che adesso le ponevano qualche domanda insistente; <<le cose rimangono esattamente com’erano, ed il nostro lavoro non subisce alcuna variazione>>. Anche in paese qualcuno aveva notato un’auto scura e costosa, con quelle tre figure incravattate che erano entrate alla svelta nel loro Ufficio Postale, e qualche domanda verso Laura, come sempre in attività allo sportello del pubblico, era stata subito formulata, pur senza ricevere da lei, come da accordi, alcuna risposta. Alberto, durante quella visita, avrebbe avuto voglia in qualche maniera di intervenire, ovviamente presentandosi ai dirigenti come tesserato sindacale, ma all’inizio era rimasto un po’ incerto, e poi le cose si erano svolte talmente di fretta che non aveva saputo neanche formulare al momento una propria presentazione adeguata. I Dirigenti comunque erano in contatto continuo con i Carabinieri, che stavano svolgendo in qualche maniera alcune indagini atte a scoprire l’identità di colui che aveva effettuato la telefonata minatoria alla sede postale di Calci, soprattutto per evitare che cose del genere si ripetessero, addirittura con una maggiore gravità di risultati.

            In paese tutti si erano guardati attorno, dando fiato al buon senso che spingeva chiunque a mostrarsi sospettoso di qualsiasi propria conoscenza, ma nulla era venuto fuori, a parte alcune discussioni scoppiate per strada da parte di qualcuno che si era sentito addosso con troppa insistenza gli strani sguardi di più di un proprio paesano, quasi come avessero emesso già una sentenza. Nella sostanza, nessuno aveva la più pallida idea su chi fosse il telefonista, ma soprattutto non si capiva per nulla il motivo che aveva spinto quell’uomo dalla voce roca e biascicata a compiere un gesto del genere. Qualcuno, proprio per esagerare, aveva addirittura sbottato con ironia che forse era meglio chiudere una volta per tutte l’Agenzia Postale di Calci, in maniera da lasciar vivere il paese nella profonda tranquillità di cui aveva potuto vantarsi per un tempo notevole, ma altri pretendevano e ricercavano costantemente la verità, stabilendo, assieme anche al sindaco e agli assessori comunali, che la sede Postale di Calci era necessaria alla cittadinanza, e per nessuna ragione ne avrebbero accettato l’assurda chiusura. A questo proposito era stato anche steso, probabilmente di notte, sopra alla recinzione di un giardino poco distante, un telo bianco, forse un vecchio lenzuolo, con su scritto malamente a vernice: “No alla chiusura”, ed il proprietario di quel piccolo giardino, per paura di eventuali rappresaglie, aveva deciso di lasciarlo sventolare ogni qual volta una macchina passando muoveva un po’ l’aria, piuttosto che rimuoverlo da dove era stato fissato.

            Davanti alla Casa del Popolo già si sapeva come sarebbe andata a finire la faccenda, e tutti mentre bevevano un bicchiere di vino erano pronti a giurare che la soluzione peggiore possibile per Calci sarebbe giunta in paese all’improvviso, come se non ne esistesse nessun’altra possibile. Ridevano comunque, naturalmente anche per un senso ironico innato, le persone che parlavano così, disposte e rassegnate oramai ad accettare anche il peggio possibile, pur di togliere di mezzo una volta per tutte quell’incertezza che sembrava catalizzare qualsiasi conversazione.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 14 marzo 2023

Assecondare.


            I miei pensieri più intensi mi lasciano molto spesso una sensazione di solitudine, ed allora ne ho quasi paura. È vero che non voglio mai parlare con nessuno di alcuni desideri che tengo rigorosamente nascosti dentro di me, come dei segreti; però mi rendo anche conto che adesso non posso più tacere, non posso più essere come sono sempre stata, perché in questi pochi ultimi giorni qualcosa sta cambiando in modo estremamente rapido. Mi guardo in uno specchio appeso dentro la mia camera, arrotondo le labbra per dare carattere ad una parola, poi sollevo lo sguardo per mostrare un’espressione più spiccata; devo avere decisione con me stessa, indifferenza invece verso chi potrà ridere di me, oppure criticarmi. Ognuno ha il diritto di provare le sensazioni che desidera, ed io in questo momento so che sto dando una spallata a tutto ciò che sono stata fino ad ora, e sento già dentro di me le variazioni che per questo sono sicura arriveranno. Non tanto per ciò che sono o ciò che faccio, quanto per la mia personalità, che è rimasta ormai sopita per un tempo troppo lungo, ed adesso capisco che è praticamente pronta per lanciarsi verso qualcosa di cui non conosco quasi niente, però so che sta qui, di fronte a me, mi osserva, e quasi mi attende. <<Laura>>, dice mia madre oltre la porta chiusa, <<non hai voglia di uscire un po’ da questa stanza?>>. Osservo l’uscio, fingo di vedere la mia mamma attraverso il legno, ed anche lei così è qui, proprio davanti a me, con il suo profilo noto da donna semplice di casa, tanto che cerco di risponderle in una maniera per lei insolita, come se la mia persona all’improvviso fosse un’altra, ed io stessi incarnando un personaggio che adesso mi sento quasi capace di inventare. <<Adesso, arrivo>>, le dico alla fine, allungando sillabe e parole più del solito, quasi per dare a questa mia semplice risposta un carattere diverso. 

Infine, esco furtiva dalla mia solita stanza, ma lo faccio lentamente, e poi mi vado ad appoggiare allo schienale di una sedia di cucina per fissare dritta mia madre, come se fosse improvvisamente una persona estranea. <<Che c'è>>, fa lei, subodorando subito che nella mia mente gira qualcosa che devo rivelarle. <<Mi vedi diversa>>, dico io. <<Lo so. Perché anche se devo molto esercitarmi, ed anche immaginare di stare continuamente sopra ad una specie di continuo palcoscenico, quindi recitare, ed assumere espressioni differenti, indossando delle maschere, abbandonando le mie fattezze, resto comunque quella che sono sempre stata. Insomma, mi sono iscritta ad un corso di recitazione, ed assolutamente non posso sfigurare, ma soprattutto sento dentro di me di essere già una persona differente, la stessa di sempre cioè, solo con una maggiore consapevolezza>>. La mamma allarga la bocca come per esprimere una vocale di sorpresa, ma senza darle fiato, restando così, immobile a guardarmi per almeno qualche istante, forse incapace di esternare anche una semplice opinione. <<Ma da quando meditavi questa cosa?>>, mi chiede alla fine, ovviamente per cercare di comprendere qualcosa di più, oltre la sorpresa che le ho fatto.

Sorrido, non ho alcuna certezza, ne sono consapevole, ma se voglio evitare che chiunque altro metta in dubbio il percorso che d’ora in avanti ho intenzione di intraprendere, forzatamente fin da adesso devo mostrare decisione, sicurezza di me, delle mie doti, se ci sono, anche se sono la prima a dubitarne. Mia madre però starà sempre dalla parte di sua figlia, e mi sosterrà, anche se non dovesse essere proprio convinta di ogni scelta che farò. <<E da quando coltivi certe aspirazioni?>>, mi chiede, occupandosi subito di qualcosa d’altro. <<Non lo so>>, faccio io; <<soltanto, è maturata dentro di me, poco per volta, la voglia di provare qualcosa di cui non ho alcuna esperienza; e poi terminerà, naturalmente, al momento in cui dovrò rendermi conto che è soltanto tempo perso>>. Lei oggi deve stirare i panni che ha ritirato dopo averli lasciati ad asciugare, e per la sua mentalità niente è più importante di qualcosa così pratico, così concreto, così giusto, come quello a cui deve dedicarsi. Non desidero cambiare niente di lei e delle sue idee, penso mentre cerco di aiutarla, ma io adesso devo essere me stessa, e correre dietro a tutto ciò che sta passando dentro alla mia testa.

Torna anche mio padre, e lei non sa neanche di che cosa parlare, tanta è la confusione di cui si sente preda. Non importa, penso; non è niente di grave quello che sto facendo: si abitueranno, tra non molto, li obbligherò ad ascoltarmi, forse, mentre interpreterò davanti a loro qualche lettura di teatro. E poi saranno contenti, prima o dopo, penso. Perché non ci può essere quasi altro di importante, per dei genitori come loro, che assecondare in qualche modo le passioni forti e decise della propria figlia, che in fondo fino ad oggi non ha reclamato per sé quasi nient’altro.

 

Bruno Magnolfi

domenica 12 marzo 2023

Senza troppi riguardi.


Un uomo, parecchio tempo addietro, era entrato nell'Ufficio Postale di Calci. Laura in quel periodo era stata assunta da poco, e fin dagli inizi lavorava costantemente e con un certo entusiasmo dietro allo sportello dedicato al pubblico, considerato che in paese conosceva praticamente tutti. Così parlava e si intratteneva spesso con gli utenti che giungevano là dentro, sempre che non ce ne fossero altri ad attendere il proprio turno. Ma questo tizio malvestito, con i capelli sporchi e arruffati, un'età indefinibile e l'espressione incattivita sopra una faccia piuttosto scostante, persino riflettendoci decisamente a fondo, lei era proprio sicura di non averlo mai visto. L’uomo si era avvicinato lentamente al vetro divisorio, aveva tirato fuori da una tasca un bollettino precompilato che dimostrava la propria volontà di effettuare un versamento, poi aveva bofonchiato qualcosa, mostrando all'impiegata quella carta, come fosse una tassa che a suo parere comunque non gli spettava, un balzello che in ogni caso avrebbe sicuramente pagato malvolentieri.

"Questi sono tutti nemici", aveva intanto pensato quell'uomo senza neppure guardarsi troppo intorno. "Loro mi osservano, credono di sapere già tutto di me con una semplice occhiata, e invece non hanno proprio capito un bel niente. Non mi interessa nulla di quello che possono immaginarsi di me, e in ogni caso, io sono superiore alle loro stupidaggini, posso averli tutti quanti dentro ad un pugno in un attimo, se soltanto lo voglio". Laura, dopo aver pronunciato un professionale buongiorno, aveva raccolto dalla fessura sopra al bancone il precompilato, lo aveva passato nella macchina che aveva a fianco, ed una volta siglato qualcosa, aveva chiesto al cliente il corrispettivo da incassare. Lui era rimasto immobile, senza neanche guardarla, ma intanto aveva pensato: "dovrebbero pagarmi loro, per l'onore che faccio a questo luogo infame, soltanto per essere giunto fin qui, come fossi un qualsiasi paesano di questo comune stramaledetto".

In quella pausa di incertezza, Laura lo aveva osservato meglio, ma non era riuscita per niente ad immedesimarsi, come spesso faceva, in quella strana personalità che aveva di fronte, al fine di comprendere meglio i suoi guai. "In un posto così vorrei tanto poter tirar fuori una bella pistola", aveva continuato a pensare lui in quel momento, quasi annuendo con il capo a quei propri pensieri. "E invece di pagare mettere una bella paura a tutti quanti, dire a qualsiasi cristo presente, cliente o impiegato che sia, al momento in ufficio anche casualmente, di sdraiarsi per terra e intanto vuotare le tasche. Poi, con maniere dure e dirette, lasciar rovesciare sul banco tutti i contanti che tengono sotto allo sportello, e pure i soldi delle cassette che accumulano dietro, ed infilare rapidamente tutto quanto dentro una borsa, prima di sparire via, con tanti ringraziamenti". Invece aveva tirato fuori da una tasca delle banconote stropicciate e forse anche sporche, che aveva disteso di malavoglia sotto al vetro divisorio, come fossero vere e proprie gocce del suo sangue. Laura aveva preso con calma quei soldi, li aveva distesi a sua volta, contati, poi da un apposito contenitore aveva estratto alcune monete per dare al cliente il resto al suo pagamento, insieme alla ricevuta timbrata.

Ma era stato proprio in quel momento che un ragazzo del paese di Calci, insieme ad un amico, ambedue alle spalle dell'uomo, si era lamentato con voce un po' troppo alta della presenza dentro un ufficio pubblico di una persona brutta e sporca come quella che si era ritrovato davanti, dispiacendosi con qualche risolino anche per le impronte di fango lasciate dalla stessa sul pavimento. L'uomo, dopo aver preso con sé le sue cose, ma senza salutare né ringraziare l'impiegata, si era girato con calma verso i ragazzi, e con la mano libera aveva fatto il gesto di preparare un pugno da assestare contro quei due, anche se loro, ridendo, si erano subito scansati, soprattutto per evitare la sua vicinanza. Poi, strascicando leggermente i propri piedi, si era diretto verso l'uscita, ma non era apparso troppo intenzionato ad andarsene, come se avesse ancora qualcosa da fare là dentro. Nessuno lo aveva trattenuto in ogni caso, ma in questa fase tutti i presenti, compresa una signora di una certa età che probabilmente era lì per ritirare la propria pensione, si erano chiesti di dove giungesse un tipo del genere, e soprattutto quale fosse il motivo della sua presenza all'interno di quell’edificio.

Alla fine, era uscito, e aveva proseguito, in ogni caso, come a studiare le abitazioni e le case vicine all'ufficio postale, poi era andato con tutta calma a riprendere posto a bordo del suo vecchio motorino a tre ruote, ma anche dopo averlo rimesso in moto, aveva continuato a preoccuparsi di tutto ciò che c’era attorno, fino a percorrere la strada principale del paese di Calci molto lentamente, quasi a passo d'uomo, tanto pareva interessato a ciò che vedeva. Sul cassone del mezzo, scrostato e sicuramente riverniciato a mano già più di una volta, si intravedeva ancora una vecchia scritta che recitava: "Piero Calzolaio", e a giudicare anche da tutto il resto, non si riusciva a mettere in dubbio che il suo mestiere fosse esattamente quello indicato, magari portato avanti senza troppi riguardi.

 

Bruno Magnolfi


mercoledì 8 marzo 2023

Accadimenti inspiegabili.


            Davanti alla Casa del Popolo di Calci si è già detto tutto quello che umanamente era possibile dire. Qualcuno, magari più ottimista di altri, ha persino provato a spiegare che la situazione creatasi in paese, per il prossimo impellente futuro, non sarà obbligatoriamente del tutto negativa, e che forse le decisioni da prendere, da parte delle autorità investite da quel genere di problemi, potranno portare persino qualche beneficio alla cittadinanza, e che quindi ci saranno sicuramente degli sviluppi positivi che comunque al momento non si può neppure supporre. All’ufficio postale le cose vanno avanti praticamente come sempre, e sopra le tre o quattro sedie della minuta sala d’attesa riservata al pubblico, le poche persone che frequentano l’agenzia ed attendono il proprio turno, si scambiano qualche parere usando costantemente dei toni pacati, senza mai parlare con voce troppo alta. Laura, dietro allo sportello, chiacchiera con chiunque si trovi davanti, rispondendo con gentilezza alle cose anche personali che le vengono chieste, ma restando in silenzio su tutti gli argomenti che riguardano le indagini peraltro ancora in corso, come pure gli altri risultati emersi in merito alla telefonata di stampo terroristico ed intimidatorio ricevuta nei giorni scorsi. <<Domani saremo chiusi>>, ripete a tutti con semplicità, come se non bastasse il grande avviso affisso sulla parete e sulla porta vetrata dell’ufficio che i sindacati hanno voluto ben evidenziare, quasi a dare una maggiore importanza a quanto tutti forse vorrebbero rapidamente lasciarsi alle spalle. Per lei, comunque, ciò che conta più del resto, è quel primo appuntamento alla scuola di recitazione di Pisa fissato per la serata, e quel manuale di teoria della dizione che in pochi giorni sta quasi divorando, pagina dopo pagina.  

            Lorenza le ha fatto un piccolo accenno, dimostrando di avere vagamente compreso l’intesa che si è formata tra lei e Alberto, ma Laura, assorbita nei pensieri dalla sua nuova carriera che forse le si sta aprendo, si è limitata a sollevare una spalla, come per dimostrare che per lei certe cose non hanno alcuna importanza. Si sente maggiormente sicura di sé, sta uscendo in modo rapido da quel bozzolo inutile in cui era rimasta relegata per un sacco di anni, ed anche con la sua amica Elena ultimamente non trova più quei grandi riscontri di personalità che fino ad oggi aveva sempre avuto. Alberto, invece, prosegue in ufficio a stazionare nel suo angolo dedicato a lui, smistando come sempre la posta in arrivo e in partenza, gettando qualche occhiata verso i colleghi e rispettando un decoroso silenzio, mentre ogni tanto continua ad osservare là davanti quella ragazza che da qualche giorno gli sembra più sfuggente del solito. Ma adesso tutto questo non ha molta importanza: ha deciso di proporsi come rappresentante sindacale della sede postale di Calci, e come tale in questa fase assumere, sempre che ciò sia possibile, tutte le responsabilità che sono inerenti ad un ruolo del genere. Il marito della Lorenza gli ha sottoposto, dentro alla sede del suo sindacato, tutta una serie di cose che in seguito dovrà mostrare di conoscere, e lui si è sentito così già investito del nuovo incarico.

            La vita del paese comunque sta attraversando un brivido che sembra coinvolgere più o meno tutti gli abitanti, ed anche se il desiderio generale è il ritorno rapido alla normalità, ugualmente quello che capita in un piccolo comune come quello di Calci sembra improvvisamente potersi paragonare agli avvenimenti di una grande città. A Gino poi è tornato in mente all’improvviso quell’ammanco di soldi che si era verificato parecchio tempo prima, quando, con rapide indagini dei carabinieri, si era scoperto come l’impiegato che stava al pubblico in quel periodo avesse il vizio di arrotondare qualche piccola cifra da mettersi in tasca. Così lui adesso ha pensato che ci potesse essere una relazione tra quello e gli ultimi avvenimenti, e perciò ne ha parlato, con i suoi modi dimessi e apparentemente distratti, con Alberto, il quale invece si è messo subito in allarme, tanto da telefonare al marito di Lorenza, il sindacalista, giusto per ricordargli quella faccenda. Sono state prontamente informate le forze dell’ordine, ma si è subito capito che le due cose non avevano alcuna relazione. In ogni caso Alberto si è sentito importante, ed in considerazione di tutti questi fatti, il Sindacato Provinciale ha mostrato un certo apprezzamento per avere almeno un tesserato all’interno di un Ufficio Postale da qualche tempo al centro di tante vicissitudini.

            Nella nottata qualcuno ha scritto sul muro delle Poste, usando della vernice indelebile: “tutti innocenti”, ed anche questo ha gettato nuovo discredito su quegli uffici e sugli impiegati che ci lavorano. La Direttrice ha prontamente stigmatizzato il gesto, ha fatto stendere una mano di vernice sopra la scritta, ed ha alzato le spalle quando qualcuno le ha chiesto spiegazioni. <<Non ho niente da dire>>, ha spiegato ad un giovane giornalista di un sito locale, e forse è proprio questa la pura verità, considerato che lei sempre meno riesce a spiegarsi tutti questi accadimenti.

 

            Bruno Magnolfi    

lunedì 6 marzo 2023

Altra maniera.


            Il paese dove è nato e dove ha sempre vissuto, secondo la sua idea, sembra sia il luogo più giusto e più importante di tutti, anche se si tratta di un piccolo centro abitato come tanti altri, e dove ci sono ben pochi svaghi e delle vere attrattive. Ma proprio per questo, forse, tutti gli altri piccoli comuni della provincia di Pisa, secondo il suo parere, sono soltanto da disprezzare, come non ci fosse proprio alcuna ragione anche soltanto per reggere il confronto. Starsene la maggior parte del tempo per conto proprio, indifferente agli altri, pur sostando di domenica mattina nella piazza principale di Vicopisano di fianco a diverse altre persone, vuol dire aspirare a pieni polmoni l’aria che soltanto lì si respira, del tutto differente da quella di Bientina, di Calcinaia, di San Giuliano, di Calci, o di Cascina, paesi dove la gente non ha alcun criterio di sé, dove è assente persino l’anima in quei luoghi, e nessuno degli abitanti merita niente. Questa è sempre stata la sua idea di fondo, e l’odio campanilistico verso gli altri centri abitati che circondano il suo comune è anche qualcosa che supera la ragione, come un’idea fissa, inalienabile in lui. Certe volte si è ritrovato a pensare che sindaci e giunte comunali di quei posti insopportabili, dovrebbero dimettersi in massa, e lasciare semplicemente alla gente di Vicopisano la possibilità di governare su tutti quei loro territori. Poi, naturalmente, ad ogni lungo periodo in cui sembra proprio che questi argomenti siano nella sua mente la fissazione più forte di qualsiasi altra, seguono anche altri momenti più quieti, in cui lui prosegue, come ha sempre fatto, il suo mestiere di ciabattino e di calzolaio, chino sul piccolo banco da lavoro della sua bottega. Tutti lo conoscono, anche se lui non parla mai con nessuno, limitandosi a poco più di qualche grugnito nei momenti in cui un cliente gli porta un paio di scarpe da risuolare, oppure ritira del lavoro già prontamente eseguito, e in genere, a regola d’arte.

            A nessuno è passato mai per la mente che quell’uomo scuro, ombroso, dallo sguardo basso, sempre da solo, potesse fare del male a qualcuno, ed anche quando lo si vede oggi transitare per strada a bordo del suo motorino chiuso a tre ruote, per tutti è una presenza in fondo quasi rassicurante: è uno del paese, fa parte del panorama, come lo era stato suo padre prima di lui, che gli ha insegnato il mestiere, gli ha lasciato due stanze e la bottega, e poi nient’altro; uno che è sempre stato lì, insomma, in mezzo a loro, come uno di loro. Invece lui ha sempre coltivato dentro sé stesso la voglia irrazionale di una vendetta inspiegabile, come un pensiero fisso che ti resta dentro quando arriva, e non riesce più a trovare libero sfogo. Quando qualche cliente, che lui non conosce e non ha mai visto prima, entra nella sua minuta bottega, lui non lo guarda e non gli dimostra né disprezzo né altro, anche se immagina che chi sta trovandosi di fronte giunga senz’altro da qualche altro comune della provincia, limitandosi a svolgere il suo lavoro nella stessa maniera di sempre, come con tutti gli altri. Però l’odio che prova lo avverte profondo dentro di sé, come se fosse impossibile passare sopra ad una differenza così forte tra le persone, differenza che per lui è sempre stata la cosa fondamentale. Annuisce, prende con la mano le scarpe a cui rifare i tacchi, e bofonchia le sue solite parole: <<domani, si, domani>>, e nient’altro, anche se un po’ deve sforzarsi nella piena consapevolezza che quello che sta facendo è soltanto il suo mestiere, e niente di più o di diverso.

            C’è un legno, appoggiato in un angolo dietro di lui; è un bel legno, pesante, robusto, e lui sa che potrebbe sempre usarlo, in qualsiasi momento, perché basterebbe che un tizio, proprio come quello che se n’è appena andato, dicesse qualcosa di poco digeribile, per farglielo prendere svelto. Un colpo alla testa, oppure diritto a una spalla, senza troppi tentennamenti, e le cose sarebbero immediatamente aggiustate. Che cosa gli può mai importare di uno che viene da Navacchio oppure da Pontedera; sono tutti una massa di persone senza spina dorsale, gente da perdere, nemici, forse addirittura differenti, proprio dentro sé stessi, da quelli di Vicopisano. Lui li odia, lo sente, ne è certo, anche se non ha certo bisogno di darlo a vedere, di mostrare a tutti quanti i suoi sentimenti, anche se spera che qualcuno prima o dopo immagini quei suoi pensieri. Lui, se soltanto vuole, è capace di parlare come tutti. Non ha bisogno di strascicare, come invece fa, le parole che dice. Ma quasi nessuno merita che lui si sforzi, e poi non ha nessun interesse a comportarsi in un’altra maniera che non sia quella che tutti conoscono. Li odia, li odia tutti, e salva soltanto quelli del suo paese, ma alla fine forse sa che è la sua stessa solitudine ad averlo reso così, differente, isolato, incapace di essere con gli altri in un’altra maniera.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 4 marzo 2023

Direzione contraria.


            Oggi, giro per strada quasi senza preoccuparmi di alcun altro impegno, se non camminare lentamente salutando qualcuno che incontro ogni tanto sul marciapiede di via XX Settembre, il quotidiano immancabile dentro la tasca, una sottile cartella di documenti stretta in una mano. Vorrei essermi formato un’opinione precisa su quanto sta accadendo in questo piccolo paese, ma non ci riesco, mi pare tutto così insolito che sono capace soltanto di sospendere ogni giudizio, nell’attesa che il tempo chiarisca almeno qualcosa. Mia moglie svolge la propria attività alle Poste oramai da tanto tempo, e quello che mi è sempre apparso esattamente il luogo di lavoro più immobile e monotono di tutta Calci e dintorni, al punto che in qualità di sindacalista non ho mai preso neppure in considerazione il fatto che potessero esserci là dentro degli estremi contrattuali per una qualsiasi rivendicazione da parte del personale, adesso appare completamente diverso. All’improvviso difatti tutto sembra rapidamente cambiato, e la minaccia anonima di far scoppiare un ordigno all’interno di quell’edificio, dimostra che probabilmente ci sono anche degli elementi che mi sono del tutto sfuggiti, almeno fino ad ora. Ho chiesto alla Direttrice dell’Agenzia di indire, insieme al resto del personale, un giorno di sciopero, e relativa chiusura degli uffici, come atto dimostrativo di protesta per quanto accaduto, e lei, pur non troppo convinta di questa azione, ha detto comunque che andava bene, solo doveva naturalmente comunicarlo alla Direzione di Pisa ed attendere anche il loro parere.

            Costeggio così lo slargo davanti alla Casa del Popolo, e com’era prevedibile vengo subito fermato da qualcuno che mi saluta con entusiasmo e mi chiede qualcosa. Sono molto conosciuto in certi ambienti, e nel passato il Partito mi aveva anche chiesto di presentarmi come candidato a Sindaco nelle Elezioni Amministrative locali, ma io ho sempre rifiutato, soprattutto per una mia incapacità nel mettermi troppo in vista in certe battaglie politiche. Ho preferito cioè continuare ad occuparmi come sempre degli aspetti contrattuali di alcune categorie di lavoratori, piuttosto che pormi a simbolo di una intera popolazione. Forse a qualcuno è persino dispiaciuto, ma a me è andato bene così, tanto più che già nei sondaggi non era per niente chiaro quale potesse essere la coalizione vincente. Poi, da non molto tempo, è arrivato alle Poste il nipote del vicesindaco di destra, vincitore naturalmente di un regolare concorso, ma probabilmente aiutato dalla famiglia nella sua assunzione ad impiegato, e qualcosa è iniziato già a muoversi. Alberto, così come si chiama questo giovanotto, all’improvviso mi chiede di fargli avere la tessera sindacale della mia organizzazione, ed io lo accontento, non posso fare nient’altro, però qualcosa inizia a non tornarmi per niente. Ad un certo punto poi, si comincia da molte parti a vociferare che la sede di Calci di Poste e Telegrafi verrà chiusa, senza che ci sia una spiegazione esauriente per una scelta del genere, se non quella di potenziare la sede di un paese vicino. Infine, la bomba, o meglio la sua minaccia, che in fondo è quasi la stessa cosa.

            Non so più che dire a queste persone che desiderano conoscere la mia opinione in merito a questi fatti: sorrido, dico che è presto per trarre delle conclusioni che rischiano di apparire assolutamente affrettate, assicuro tutti che non sono a conoscenza di qualcosa che invece loro sembrano ignorare, e con questo mi stacco da questo gruppetto che si è formato, e muovo verso la sede postale. Desidero parlare con Alberto, conoscere qualcosa di più delle sue idee, capire se questa tessera sindacale, almeno nelle sue intenzioni, avesse degli scopi precisi, oppure fosse soltanto una controversia all’interno della propria famiglia. Così giungo davanti all’edificio nel momento esatto del termine dell’orario di lavoro, e dopo poco difatti si apre la porta e i pochi impiegati escono e si salutano tra loro. Mia moglie mi vede e mi viene incontro, ma io le faccio cenno di attendere un attimo, e così fermo Alberto e gli chiedo se vada ancora tutto bene, adesso che è un nostro tesserato. Mi risponde di sì, senza aggiungere molto su questo argomento, però timidamente mi chiede se fosse possibile incontrarsi magari in un altro giorno, naturalmente fuori dall’orario di lavoro, in considerazione di alcune cose che vorrebbe conoscere. <<Non ci sono problemi>>, gli dico; <<per me va bene anche domani, nel tardo pomeriggio, nell’ufficio del sindacato>>. Lui mi stringe la mano, mi saluta, e poi se ne va, lasciandomi immerso in dubbi ancora maggiori di quelli che avevo.

            Mia moglie Lorenza dopo un attimo mi viene vicino, e forse deducendo qualcosa dalla mia strana espressione, mi chiede se ci siano dei nuovi problemi, ma io scuoto la testa, la prendo sottobraccio e mi avvio insieme a lei verso la nostra abitazione. <<Non ho la più pallida idea su che cosa abbia desiderio di parlarmi, questo tuo collega>>, dico sottovoce a Lorenza; <<però ho l’impressione che qualcosa dentro di lui stia correndo più veloce del necessario, e forse proprio nella direzione contraria a quella dei suoi familiari e dei suoi parenti>>.

 

            Bruno Magnolfi  

           

mercoledì 1 marzo 2023

Non per ambizione.


            <<Buongiorno>>, aveva detto semplicemente lei, sedendosi con timidezza di fronte ad una donna oltre la mezza età, con una ciocca di capelli scuri su un lato della fronte, talmente sciolti che ad ogni sorriso, o quando diceva qualcosa anche a bassa voce, quelli si muovevano leggermente, mostrando un’immagine del viso non del tutto definita. <<Forse sono venuta nel luogo sbagliato>>, aveva ripreso lei dopo che si era preparata a lungo quel piccolo discorso, <<però vede, anche se sicuramente capisco bene che ho passato da un pezzo l’età per scegliere una passione a cui dedicarmi, ugualmente sento la voglia di provare>>. L’altra l’aveva osservata con sguardo serio adesso, mentre sembrava riflettere su chissà che cosa, poi le aveva chiesto: <<E come si chiama?>>, dispiegando sullo scrittoio un foglio che doveva rappresentare un modulo, un semplice elenco dei dati necessari per dare seguito all’iscrizione. Lei a quel punto aveva pensato che quella signora dovesse essere soltanto una segretaria, oppure una figura amministrativa là dentro, e quindi si era rilassata dettando in fretta data di nascita e recapiti. Ma la donna d’improvviso aveva posto la domanda cruciale a bruciapelo, con espressione quasi dura, e Laura lentamente aveva risposto: <<non ho mai provato a recitare, però mi viene facile immedesimarmi in qualcuno quando voglio, fino a provare così delle emozioni che non sono neanche le mie>>. La donna si era irrigidita, si vedeva che non le interessava metterla a proprio agio come aveva fatto inizialmente; poi si era alzata.

            <<Laura Saffi>>, aveva detto leggendo il suo modulo; <<e in chi riesce meglio ad immedesimarsi?>>. Lei aveva guardato qualcosa sulla parete, dei disegni e degli acquerelli non incorniciati, poi aveva spiegato: <<lavoro al pubblico; e spesso mi devo frenare, altrimenti proverei continuamente le emozioni presunte di chi mi trovo di fronte>>. L’altra a questo punto aveva sorriso, come per dare anche una punta ironica alle proprie parole: <<ma da qui ad incarnare un personaggio c’è ancora molta strada. Vede, qua dentro si studiano generalmente delle tecniche di recitazione, e con quelle si riesce anche a spersonalizzarsi, per affrontare qualche spettacolo. Occorre sensibilità, naturalmente, ma forse non proprio del tipo di cui lei pare in possesso>>. Poi qualcuno era entrato dalla porta alle spalle di Laura, aveva chiesto qualcosa in fretta, e poi era sparito, tornando subito a chiudere l’uscio dell’ufficio. <<Che cosa direbbe>>, aveva proseguito la donna, <<se per caso fosse al mio posto, ad esempio>>. Lei si era alzata lentamente, sorreggendo la sua borsetta con le due mani e senza staccare lo sguardo da quel ciuffo che adesso le pareva il fulcro di tutto quanto. Poi, dopo una impercettibile mossa repentina, aveva detto, con una voce ben determinata: <<ci vuole impegno, dedizione, quasi una scelta di vita>>, quindi si era girata, appoggiando la borsa sulla sedia, e aveva continuato, con una voce differente dalla propria: <<recitare di fronte a del pubblico, è come mettersi alla prova, per tutto ciò che siamo riusciti a costruire di noi stessi, poco per volta. Conta l’esperienza, indubbiamente; ma ancora più importante è possedere un cuore grande>>.

            L’altra non voleva mostrarsi sbalordita, però adesso restava in silenzio, senza riuscire a staccare gli occhi dalla maschera che riconosceva di fronte a lei. Quindi era tornata a sedersi, quasi commossa di qualcosa che non riusciva neanche a spiegarsi. <<Molto bene, Laura Saffi>>, aveva detto, appuntando uno strano segno sopra al suo modulo. <<Direi che possiamo provare, indubbiamente>>, aveva proseguito, come parlando a sé stessa; <<indubbiamente>>. Lei aveva sorriso leggermente allora, ed aveva atteso che la donna le spiegasse in quali giorni e in quali orari avrebbe dovuto presentarsi lì nel teatro, prima di consigliarle fortemente di acquistare almeno un volume di una serie di metodi che aveva rapidamente elencato sopra un foglio. Le aveva stretto la mano, alla fine, e siccome le era parso che mancasse qualcosa, aveva detto a Laura: <<si eserciti, comunque, anche da sola, davanti ad uno specchio; lei è portata, certo, è portata>>.

            Uscendo, Pisa appariva improvvisamente il raggiungimento di una città lontana, quasi oltre un mare immenso, e le sue strade così piene di storia ed enormemente interessanti, dove tutti i cittadini si muovevano sfoggiando grandi capacità nei settori più svariati, fino a mostrarsi appagati delle loro vite, sicuri di sé, forse felici. Lei adesso non poteva tornare subito a casa, dai suoi genitori, come non fosse accaduto nulla di speciale; perciò, era risalita sulla sua macchina ed aveva compiuto un largo giro, come per scorrere dai centri abitati dei paesi che si incontrano lungo la cintura della provincia, e in uno di questi si era fermata in un caffè, per sedersi ad un tavolino, e farsi servire un aperitivo che sentiva in qualche modo meritato. Le pareva adesso un passo importante quello che era appena riuscita a compiere, anche se sapeva perfettamente come fosse stata semplicemente la sua stessa personalità che era riuscita a reclamarlo per sé, soltanto quella; e non certo la propria ambizione. 

 

            Bruno Magnolfi