giovedì 23 novembre 2023

Azioni necessarie.


Alla fine, Federico è tornato a casa, mostrando un vistoso bendaggio che gli copriva interamente l’occhio sinistro, e poi la faccia smunta, l’espressione seria, di chi si sente stanco e provato da un’esperienza a dir poco negativa. La mamma si è subito prodigata con gesti e parole per cercare di alleviare le sue sofferenze, ma lui si è mostrato superiore, come se avesse già superato la prova del dolore. Nostro padre, che ultimamente per qualsiasi cosa sembra cadere spesso dalle nuvole, gli ha chiesto che cosa mai fosse accaduto, e lui con riluttanza ha spiegato a tutti noi di avere sbattuto semplicemente contro un palo segnaletico mentre correva, e nient’altro. In seguito, quando io e lui siamo rimasti soli per un momento, gli ho chiesto la spiegazione vera, e Federico ha detto che, mentre sfilava all’interno della manifestazione degli studenti, qualcuno lo ha riconosciuto come un simpatizzante del Centro Giovanile di Destra, e immaginando fosse lì solo per provocare, gli si è rivoltato contro, fino a dargli un pugno in piena faccia. <<Ero con Cristina>>, mi ha detto lui con tenerezza, <<e stavamo camminando, semplicemente, senza fare altro>>. Io non ho detto che l’avevo notato nella piazza dell’ateneo, in mezzo alla calca, e per non irritare le sue presunte nuove posizioni politiche non ho fatto alcun apprezzamento, di alcun genere. Però mi è parso che qualcosa in lui fosse cambiato parecchio, anche se non saprei dire che cosa di preciso.

Ho atteso a lungo il momento migliore, infine gli ho detto a voce bassa che mi dispiaceva che per tanto tempo io e lui non ci fossimo comportati come dei veri fratelli, mostrando sempre una distanza che forse non ha nemmeno mai avuto un vero senso. <<però è colpa mia>>, gli ho detto subito; <<perché non ho mai saputo bene come comportarmi, ed ho lasciato spesso soltanto al silenzio il compito di trasmettere i miei pensieri e le mie idee>>. Federico è rimasto immobile, con la sua buffa testa mezza fasciata. Sicuramente non si aspettava un’ammissione di colpa da parte mia, e soprattutto una richiesta di cambiamento, anche se l’ho visto tremare leggermente a quella mia offerta di vicinanza. Sicuramente ha pensato per prima cosa che ci fosse un motivo di qualche genere per decidermi a parlare in questa maniera, ma poco dopo deve aver riflettuto meglio, ed alla fine ha detto: <<non so, è un periodo strano, e tutto sembra accadere molto rapidamente. Però sono contento che mio fratello mi parli così, in modo sincero, perché in fondo non è successo niente di irreparabile tra noi, ed anche se fosse successo, sono d’accordo che sia giunto il momento di lasciar perdere e mettersi a fare le persone mature>>. Ho sorriso, anche se avevo voglia di abbracciarlo. Ma subito abbiamo scambiato una battuta di spirito, ed ognuno quindi ha ripreso ad occuparsi delle proprie cose.   

<<Anche la mamma è strana in questo periodo>>, gli ho detto, dopo che lui ha girato per casa mettendo in ordine i suoi libri scolastici. Lui non ha risposto, ma si vedeva che non stavo dicendo niente di insolito. <<Deve essere preoccupata per la depressione del babbo>>, ha però detto in modo svelto, come per togliere importanza alla faccenda. <<Non so>>, gli ho fatto io; <<forse si sta incrinando qualcosa tra di loro, o magari intorno a loro. Può darsi che sia giunto un periodo di stanchezza nel loro rapporto, e che forse non sia neppure una cosa troppo recente, ma che adesso si è catalizzata con il riposo forzato di nostro padre, che così immobile e silenzioso per casa non l’avevo neppure mai visto>>. Poi Federico si è scosso, ha voltato la testa, probabilmente ha cercato dentro di sé un argomento che soppiantasse questi discorsi che con certezza lo facevano sentire male, e allora ha detto: <<ero con quella ragazza, oggi; quella Cristina di cui ti ho già accennato; mi piace, sto bene assieme a lei, ed anche se mi sono preso un pugno in faccia che forse nemmeno meritavo, sono contento di essere andato alla manifestazione di stamani per stare con lei>>. Probabilmente, l’attimo dopo ha riflettuto meglio sulle proprie parole, ha lasciato trascorrere qualche secondo, ed alla fine ha chiesto: <<ma tu non c’eri?>>, come se fosse quasi il suo ultimo pensiero, anche se nessuno di noi due sapeva che era la domanda che voleva rivolgermi fin da quando era rientrato in casa.

Allora mi sono alzato dalla scrivania, ho fatto due o tre passi nella stanza come per prendere tempo, e poi ho detto: <<non sono queste le manifestazioni che cambieranno davvero le cose. Non è un momento facile, e dovremmo cercare di impegnarci a fondo se non vogliamo che tutto peggiori rapidamente>>. Lui è sembrato di nuovo pensieroso, ma non ha trovato niente da ribattere. Alla fine, ha mormorato soltanto: <<allora c’eri anche tu, e forse mi hai visto in mezzo a tutti gli altri ragazzi>>. Sono tornato a sedermi alla scrivania, con gesti lenti, quasi affaticati. <<Certo>>, gli ho detto con determinazione. <<Anche se non credo che serviranno a molto queste azioni>>.

 

Bruno Magnolfi   

lunedì 20 novembre 2023

Magica calma.

 

La mamma certe volte sorride mentre semplicemente e con modi abituali prepara il letto nuziale per la notte. Però avere da qualche tempo un marito dentro casa per tutto il santo giorno, adesso che i medici hanno deciso per lui un lungo periodo di riposo dal lavoro, e in certi momenti vederlo anche piuttosto imbambolato per via delle compresse di soporiferi e di altre cose piuttosto pesanti che sta regolarmente assumendo, è una prova a cui forse non si sentiva del tutto preparata. In ogni caso, lei cerca di affrontare la situazione sempre con il suo solito spirito ottimistico, trovando ogni volta il lato più positivo di ogni cosa, ed alleggerendo, per quanto ritiene possibile, qualsiasi piccola situazione nel momento in cui si fa troppo opprimente. Qualche settimana addietro, ed in diverse occasioni, aveva provato la forte sensazione di essere sempre più sola, e questo aspetto della realtà le aveva comportato una profonda riflessione sulla sua inflessibile necessità di famiglia, quel suo dedicarsi sempre e comunque a chi la circonda, il proprio sentirsi generosamente a disposizione delle necessità di suo marito e dei suoi figli, ma ora che le cose hanno iniziato a subire una inaspettata e profonda variazione, le pare sempre di più che ci sia qualcosa che stia come scricchiolando nella sua vita. Quasi per scherzo poi, qualche giorno addietro, si era portata a casa dal supermercato una bottiglia di grappa di scarsa qualità, e non perché le piacesse il sapore di quel tipo di liquore, quanto per cercare di stordirsi leggermente, e così tentare di essere maggiormente allegra e aperta verso i membri della sua famiglia. Se ne era vergognata, naturalmente, nel mentre nascondeva in luogo sicuro tra le mura domestiche quella bottiglia, ma alla fine la giustificazione al suo comportamento la stava trovando sempre di più in vari momenti della giornata. Sembrava quasi convincersi, ad ogni piccolo sorso, che quella fosse esattamente la propria medicina, e che in una situazione quasi fuori controllo come quella che tutti in un modo o nell’altro stavano vivendo, fosse assolutamente necessaria per lei una reazione di quel genere.

<<In fondo>>, pensa ancora adesso mentre di nuovo fa scorrere la mano sopra le lenzuola pulite e stirate che fanno una gran mostra invitante sotto alla coperta colorata; <<ho sempre pensato di poter vivere semplicemente della mia famiglia e per la mia famiglia; ma un aiutino per digerire bene ogni boccone che certe volte risulta un po' amaro, può essere davvero utile>>. Poi Celeste si muove, come sempre appagata, tra le mura domestiche che sanno ancora infondere in lei sicurezza, protezione, compiacimento nello svolgere il ruolo naturale che le si è sempre mostrato in  quel tirar su con pazienza e attenzione i propri figli, ed infine riconosce che questo momento difficile potrà presto passare, come tutte le cose, e lei tornerà facilmente ad essere la madre di famiglia che si è sempre sentita d’essere. Suo marito ha bisogno di cure, i suoi figli necessitano di maggiore comprensione, per cui è tutto normale quello che sta accadendo, nessun campanello di allarme sta davvero suonando. Ed infine, quale coppia con figli non è chiamata prima o dopo a risolvere qualche piccolo problema quotidiano? Le cose si trasformano qualche volta, e i sentimenti di solidarietà e di appartenenza ad un nucleo familiare che tengono uniti loro proprio come tutti gli altri, non stanno subendo in questo momento una vera e propria crisi, ed anche se poi fosse proprio così, questa non appare diversa da tutte le altre che attraversano sicuramente ogni casa della città. <<Non vedo comunque il rischio di cadere in quella disperazione che forse qualcuno vorrebbe, magari proprio i vicini di casa invidiosi della nostra serenità>>, pensa ancora Celeste; <<ed io desidero comunque continuare a pensare in positivo, in qualsiasi caso>>.

Poco dopo lei e suo marito si coricano in quel letto che ogni notte li accoglie da sempre in modo confortevole, regalando loro un sonno ristoratore costellato dei sogni il più rosei possibile. Lui non dice niente, compie i soliti gesti di sempre in modo meccanico, lei gli getta qualche occhiata ugualmente senza parlare, ed anche se forse tutto appare anche troppo ordinario, per lei è già sufficiente così. Non ha mai chiesto grandi risultati alla propria giornata, Celeste; ha sempre saputo accontentarsi, e poi cosa c’è di meglio che sistemarsi in un cantuccio dove non dà alcun ingombro, e da lì compiacersi di suo marito, dei figli che crescono, che si fanno uomini, e dell’affiatamento che a suo parere non è mai venuto meno tra loro? No, ne è convinta, non c’è niente che non vada bene e per il proprio verso; si tratta soltanto di qualche momento un po’ più difficile di altri che è destinato a restare presto alle spalle di tutti. <<Domani>>, pensa ancora a conclusione delle sue riflessioni, <<sarà un giorno nuovo, migliore, e le cose che oggi mi sono apparse complesse si mostreranno spianate e risolte, come se niente avesse mai increspato l’orizzonte di questa magica calma>>.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 16 novembre 2023

Medicazione.


            Nella piazza dell’ateneo, proprio adiacente al polo universitario cittadino, i ragazzi stamani si sono già riuniti in almeno un migliaio, e la manifestazione indetta dalla Sinistra Studentesca che tra poco inizierà a snodarsi lungo le più larghe strade di tutto questo quartiere, alla fine è stata concessa anche dal questore della città, e nei propositi il corteo dovrebbe svolgersi in maniera vistosa e colorata ma del tutto pacifica. Naturalmente le camionette delle forze dell’ordine si sono comunque già schierate su un lato, e gli agenti, in tenuta antisommossa, presidiano la zona più delicata, quella da dove potrebbero inserirsi i provocatori di Destra. Io mi tengo su un margine, anche perché fino adesso non ho incontrato nessuno tra chi eventualmente potrei conoscere, e tutto sommato cerco di tenermi al di fuori del gruppo di testa dei più agitati. <<Marco>>, dice all’improvviso una voce femminile dietro di me, ed io non faccio quasi a tempo a voltarmi e a riconoscere Tiziana, che lei sta già chiedendo: <<anche tu sei qui per curiosità, mi immagino, proprio come me>>. Attendo un secondo, poi rispondo: <<Si, più o meno>>, cercando in questo modo di non smentire la sua impressione, e soprattutto di non mostrarmi troppo coinvolto dalle idee di questa piazza.

Poi ci scambiamo qualche convenevole, ed infine, anche sospinti dalla calca verso il marciapiede dove comunque stiamo un po' ristretti, e in considerazione proprio della confusione creata da tutti quanti che continuano a chiamarsi e a girare da una parte all’altra, decidiamo di infilarci in un piccolo caffè poco distante, dove molti ragazzi si sono affollati attorno al bancone, ma in una saletta minuscola sul retro c’è ancora un tavolino libero. Ci sediamo, ed io dopo un attimo mi faccio passare, dal tizio che cerca di tenere a bada i clienti, due succhi di frutta e due bicchieri di carta. Adesso io e Tiziana ci guardiamo con una certa calma mentre sorseggiamo le nostre bibite, e mentre sono mentalmente alla ricerca di un argomento che ci accomuni, le chiedo scontatamente che esame stia preparando in questo periodo. Lei mi guarda, sorride, poi inizia subito a parlarmi di Svevo e della sua “coscienza”, e di come il suo modo di affrontare la scrittura in quegli anni fosse già molto avanti rispetto ai Tozzi e ai Pirandello dell’epoca. Annuisco, ma lei sembra proprio aver trovato il filone giusto, e così prosegue spiegando in fretta: <<La psicoanalisi non era stata ancora sdoganata in quegli anni, ma lui per propria intuizione aveva già operato un grande lavoro su di sé, e con i suoi personaggi giungeva poi a rinnovare una volta per tutte il vecchio romanzo ottocentesco>>.

Mi viene quasi da sorridere, sembra proprio che questa ragazza che ho di fronte stia sfoderando gli argomenti preparati per l’esame, ma poi annuisco ancora, e di colpo le chiedo dove abiti. Così parliamo anche dei locali e degli spettacoli a cui lei ha assistito ultimamente, e tutta questa conversazione però viene interrotta all’improvviso da un’esplosione di cori urlati e di forti fischi provenienti dalla piazza dove intanto sono sopraggiunti altri ragazzi e in cui si sta formando il corteo vero e proprio che, da un attimo all’altro, sembra proprio pronto a partire. Così paghiamo rapidamente e usciamo per vedere che cosa realmente stia accadendo, e soprattutto verso dove si stia dirigendo la fiumana di persone che ha affollato oramai ogni spazio libero. Ed è esattamente in questo momento che intravedo, tra le innumerevoli teste che formano quasi un muro compatto davanti a me, mio fratello Federico, mentre si guarda attorno forse un po’ stralunato, ma senza notarmi. È insieme a una ragazza, riesco a vedere, e stanno parlando tra loro rimanendo molto vicini, ed immagino probabilmente sia proprio quella Cristina di cui sembra si sia invaghito negli ultimi tempi, e che velocemente lo sta portando lontano da quelle idee malsane della gioventù di Destra che sembrava lo avessero tanto affascinato. Poi lo perdo, mescolato tra i gruppi di studenti del Liceo e degli Istituti Tecnici, ma infine lo rivedo poco dopo mentre insieme alla ragazza escono subito dal corteo che intanto ha iniziato a confluire lungo via del Corso. Mi ritiro schiacciandomi contro un portone, e Tiziana mi osserva per comprendere che cosa stia facendo. <<C’è mio fratello>>, le dico allora tanto per giustificare quel mio gesto, <<e non voglio proprio che mi veda>>.

<<Va bene, ma io adesso torno a casa>>, dice Tiziana; <<devo ancora studiare molte pagine, ed ho l’appello solo tra due settimane>>. <<Ti accompagno>>, mi offro, anche per trovare una scusa per non infilarmi tra le maglie della manifestazione, ma lei dice in fretta che non ce n’è bisogno, e così in un attimo la perdo, confusa in mezzo a molti altri che adesso sembrano disperdersi nelle piccole strade del quartiere. Quando torno a casa mia madre mi spiega con agitazione che le ha telefonato Federico, e sembra abbia avuto un piccolo incidente, niente di grave per fortuna, ma sembra si sia dovuto fermare ad un Pronto Soccorso del Centro per farsi medicare.

 

Bruno Magnolfi

sabato 11 novembre 2023

Celere ripristino.


            Il medico specializzato, come si dice con una certa approssimazione in queste circostanze, soprattutto per non essere forse troppo precisi sul fatto che la materia in questione sia la psichiatria, sostiene subito di essere di fronte ad un indubbio episodio di forte depressione, le cui motivazioni scatenanti al momento sembrano particolarmente difficili da individuare, ma che in ogni caso, con una buona cura a base di psicofarmaci adeguati allo scopo, si può star certi di come lo stato del degente possa essere ritenuto recuperabile senz’altro, pur con una dose di inevitabile pazienza, anche da parte dei familiari. Achille avrebbe voluto accennare volentieri alle insolite macchie luminose che certe volte ha avvistato sullo schermo dell’elaboratore che usa nel suo ufficio, ma il dottore ha voluto sapere da lui tutt’altre cose: i suoi ricordi, il suo passato, i legami di lui bambino con i propri genitori, fino a costringerlo, invece di spiegarsi per esteso sulle sue apprensioni attuali, a rispondere essenzialmente con un titubante sì o con no a tutte quelle sue domande, lasciandolo confidare, in questo modo, di giungere più in fretta e facilmente al termine di quella visita forse inutile ed estenuante. Sua moglie è sembrata cadere poco per volta in una condizione di completa prostrazione durante tutto il colloquio, ed adesso che sono usciti dallo studio medico sembra quasi voler curare il suo consorte con piccoli abbracci, carezze, deboli strette alle braccia e alle mani, accompagnate da sguardi sorridenti, quasi un recupero dei gesti in uso all'epoca del loro fidanzamento.

Ma, mentre proseguono a piedi, una volta scesi dal mezzo pubblico, giusto per compiere quel piccolo tratto di strada che li separa dalla propria abitazione, a Celeste viene di pensare come la condizione di ammalato non sia del tutto deprecabile. Suo marito adesso sarà curato, assistito, coccolato dalla sua famiglia, e poi avrà anche il privilegio di restare con ostinazione in completo silenzio, come peraltro già sta facendo da lungo tempo, e poi permettersi di essere nervoso, intollerante, indisponibile a qualsiasi riflessione a voce alta, ogni attività, qualsiasi decisione chiara sulle sorti della sua famiglia. Il disgregarsi lento e inesorabile dell'andamento di casa ormai è evidente, pensa lei; ed il ritrarsi di ogni componente verso le proprie posizioni, almeno nell'ultimo periodo, comporta soltanto l'isolamento di ciascuno, fino a far comprendere che tra poco tempo probabilmente sarà anche indifferente alle sorti eventuali di tutti gli altri. <<Forse io resto l'unica a preoccuparmi della condizione di tutti noi, anche se, spesso, per darmi il coraggio che ci vuole, non vedo l'ora di rientrare a casa per buttar giù un buon bicchiere di liquore. Forse anche questa è soltanto una vigliaccheria, ma tutti noi abbiamo innato un certo spirito di autodifesa>>.

Achille rientra in casa con un fare guardingo, come se stentasse a riconoscere, almeno a prima vista, persino le mura di sempre, ma poi si siede al suo solito posto e infine resta lì, inattivo, inerte, quasi in attesa che le cose comunque procedano, ma senza il suo intervento, o addirittura che non procedano affatto. Celeste si cambia d'abito, poi torna nel piccolo soggiorno sorridente, quasi allegra, senza spiegare se questo suo comportarsi sia un incoraggiamento verso suo marito, oppure una reazione a quanto sta accadendo. <<Tra poco torneranno anche Marco e Federico>>, gli dice come fosse una notizia, <<intanto tu potresti rilassarti e guardare qualcosa alla televisione>>. Achille osserva per un attimo sua moglie, riflette forse alle parole che ha appena ascoltato, poi dice, a voce bassa: <<tu credi che riuscirò a risollevarmi da questa depressione?>>. Lei si ferma, si abbassa avvicinandosi per guardare meglio negli occhi suo marito, e dare così maggiore importanza alla sua risposta, e infine dice: <<certo, e non occorrerà neppure troppo tempo>>. Achille sembra abbastanza soddisfatto, anche se sente subito nell'aria un vago odore di alcool, specialmente nel momento in cui lei gli stampa un bacio sulla fronte, ma resta in silenzio, forse intuendo quanto sta ulteriormente capitando in casa loro, quasi una conseguenza naturale a tutto.

Rientrano i ragazzi, a distanza di poco più di dieci minuti l'uno dall'altro, e siccome non sanno nulla della visita psichiatrica, non chiedono niente di particolare. <<Vostro padre non sta bene>>, avverte però ambedue la loro mamma in tono serio. <<Avrà bisogno nel prossimo periodo di molta calma, e soprattutto di non essere coinvolto da nessuna preoccupazione>>. Marco annuisce in silenzio, intuendo subito il quadro di ciò che sta accadendo, Federico invece chiede se sia possibile fare qualcosa di concreto per cercare di aiutarlo. <<Non so>>, dice Celeste sottovoce mentre si trovano in un'altra stanza, <<però la cosa migliore che tutti noi possiamo fare è quella di non creare alcun problema in questa casa. Vostro padre soffre di una leggera depressione, e non andrà a lavorare per qualche tempo, cercando di restare dentro al nostro appartamento nella più completa tranquillità. Aiutiamolo il più possibile, spianiamogli la strada, affinché almeno possa velocemente ritornare ad essere quello che in fondo è sempre stato>>.

 

Bruno Magnolfi

mercoledì 8 novembre 2023

Finalmente disinteressato.


<<Non fare il cretino>>, mi ha detto in malo modo uno dei ragazzi del Circolo Giovanile di Destra. <<Stasera tu vieni con noi; attacchiamo insieme qualche manifesto di propaganda sui muri, poi facciamo un giro davanti al Sindacato, e così una grande e bella scritta di vernice nera sulla loro facciata campeggerà là sopra per qualche tempo, a ricordare a tutti chi siamo noi e quanto contiamo>>. Sono perplesso, mi sento combattuto tra il proseguire a dare retta a questi invasati e conseguentemente dare contro al Sindacato che sta curando le sorti di chi lavora alla consegna delle pizze a domicilio come me, oppure rinunciare, anche se essermi schierato dalla parte di chi sta contro a ciò che piace tanto a mio fratello mi sembra una maniera per essere più vero. Lui ha sempre fatto il comunista, quello che ha capito tutto ancora prima di molti altri, e spesso si comporta come guardasse il mondo da un gradino più in alto di qualsiasi altro, ed io forse non lo so, ma non voglio darla vinta facilmente a quelli come lui. Così dico che va bene, e ci diamo appuntamento ad un angolo di strada, <<senza dare troppo nell’occhio>>, mi raccomandano subito gli altri tre che sembrano già navigati in questo tipo di operazioni. Ma io mi sento ancora combattuto, e non so decidermi se questo comportamento sia quello giusto oppure no, proprio adesso che potrei riprendere a rivedermi con Cristina che osteggia tanto le persone di Destra.

Alla fine, ci vediamo come pattuito, ed io mi sento nervoso, sono deciso a non fare altro che accompagnare queste persone che conosco, e al massimo reggere la colla o i manifesti da attaccare, ma quando mi rendo conto che questi ragazzi sono animati da un rancore sanguigno verso tutti coloro che non vedono le cose nella loro stessa maniera, e che hanno sempre bisogno, almeno nei discorsi che mettono in campo, di individuare un nemico contro cui scagliarsi, allora mi sembra che qualcosa in tutto quanto non sia più nella stessa maniera di come l'avevo immaginato. Non può essere un nemico per me il mio stesso fratello, rifletto; non può essere un’avversaria quella ragazza che mi piace e alla quale vorrei dedicare tutto il mio tempo, se solo potessi. Poi gli altri ad un tratto prendono via di corsa nel buio delle strade, sfuggendo il più possibile alla vista, soltanto perché hanno notato i lampeggianti della Polizia, ed io ne approfitto per fermarmi un momento sotto un lampione, a riprendere fiato, e poi tornare indietro, senza preoccuparmi d’altro. Infine, rimasto solo, torno verso casa, anche perché ormai è piuttosto tardi: tra un paio di giorni dovrò riprendere con la consegna delle pizze, devo riposarmi, recuperare le forze per andare avanti con il mio lavoro del fine settimana, e smetterla con queste scorribande senza alcun significato. Potranno ricattarmi, questi ragazzi del Centro Giovanile, andare in giro a dire che sono un pappamolle, uno di cui non ci si può fidare, e più temibile di tutto, che sono un picchiatore impaurito, incapace persino di mostrare i muscoli.

Prendo lungo una strada ben illuminata, e intanto cerco di pensare alla soluzione migliore per uscirne bene da tutta questa faccenda, ma quando ormai sono vicino casa mia, scappano fuori non so da dove i ragazzi di prima, mi bloccano con fare aggressivo, dicono subito che di me non ci si può fidare, e che è meglio se da loro io non mi faccia più vedere, e per metterci la firma mi assestano un pugno per ciascuno in piena faccia, scaraventandomi a terra con il naso insanguinato e la bocca dolorante. Poi proseguono, tirando dei calci al mio corpo ormai senza difesa, ed anche se non urlo, forse per questi qui è come se lo stessi facendo, tanto ci mettono impegno. Poi se ne vanno, ed io resto lì qualche minuto, ma infine mi rialzo, e zoppicando raggiungo casa mia, la mia famiglia, la sicurezza della mia camera e del mio letto. Dovrò inventarmi qualcosa che giustifichi i miei segni sulla faccia, qualcosa da raccontare alla mamma e a mio fratello già domani mattina, e poi evitare da ora in avanti quell’ambiente che mi ha appena punito soltanto per un atto di insicurezza. Meglio, rifletto, adesso so per certo che non potevo continuare a lungo a stare insieme a loro, anche se mi ero lasciato trascinare per qualche tempo da quei modi decisi, dall’immediatezza di quelle vedute.

Mentre cerco di prendere sonno, dopo che mi sono trattenuto a lungo nel bagno per controllare tutte queste piccole ferite, penso a Cristina come ad un angelo che mi appare all’improvviso, forse la persona in questo momento che sento più vicina, e come finalmente io possa presentarmi di fronte a lei con la testa alta. <<Sono stato un cretino>>, potrei dirle senza limitarmi, <<solo perché ero rimasto affascinato da qualcosa che alla riprova dei fatti non era assolutamente degno della mia stima. Ora voglio disinteressarmi di tutto questo, allontanarmi il più possibile da un mondo che non è assolutamente il mio, e che di sicuro non riuscirà mai più per adularmi, come purtroppo invece è capitato>>.  

 

Bruno Magnolfi

lunedì 6 novembre 2023

Brufoli sul viso.


A lei piaceva ballare, senza mettersi comunque mai troppo in mostra, ed ogni volta che un'amica, oppure qualche comitiva di ragazzi della sua scuola la invitava, generalmente durante qualche sabato pomeriggio, magari per andare a festeggiare un compleanno o una ricorrenza dentro ad una casa libera dai genitori ed almeno con una stanza vuota, oppure in qualche magazzino adibito per l’occasione a sala da ballo, proprio come usava all'epoca, Celeste accettava sempre volentieri. Era più forte di lei quel lasciarsi dondolare sul tempo dei ritmi di moda, anche se non le importava niente, ed anzi lo evitava, lo strusciarsi contro qualcuno che si capiva subito a cosa mirasse, oppure quel lasciarsi andare nel corso di certi balli lenti dove si stava persino troppo stretti e sacrificati. Era la musica l'elemento da cui era trascinata, nient'altro: quel continuo adeguarsi al fluire degli strumenti musicali di ogni disco che veniva fatto suonare, e poi muovere la testa e le braccia in sincrono con ogni melodia riconoscibile, in quel semplice reticolo di accordi, ed infine girare in ogni direzione sopra al pavimento, muovendo i piedi su un ritmo di base magari molto incalzante, e poi continuo, quasi un flusso, come nella ricerca di una breve e intensa ossessione. Naturalmente, alcune canzoni erano più adatte di altre per giungere velocemente a quelle sensazioni di abbandono che a lei piacevano tanto, ma in ogni caso qualsiasi ritmo sostenuto le andava bene per muoversi subito in sintonia con le onde sonore. La musica la prendeva in tutto il corpo, non poteva assolutamente fare finta di ignorarla, e la sezione ritmica dei brani scelti in quei momenti a suo parere era il fulcro attivo attorno a cui ruotava tutto il mondo.

<<Celeste>>, le diceva in quei casi la sua amica del cuore mentre la osservava con gli occhi sgranati; <<ma non riesci proprio a stare ferma>>, e lei sorrideva e poi proseguiva, senza rispondere niente, a dimostrazione chiara del trasporto a cui si lasciava andare così volentieri. Davanti alla scuola magistrale, a maggioranza femminile, generalmente in molti tra tutti quegli studenti maschi che frequentavano invece gli istituti tecnici, quei ragazzi amavano farsi vedere all’orario di uscita dalle classi, almeno quando questo era possibile, proprio perché quelle ragazzine, specialmente al primo anno, un po’ impacciate e che si intuiva amassero i bambini, evidenziavano un carattere particolarmente dolce, una grande pazienza, e soprattutto un immenso spirito di comprensione verso qualsiasi altro individuo, e stuzzicavano facilmente così la fantasia di quei giovanotti forse rimasti ancora troppo piccoli.  <<Celeste>>, la chiamava al semplice suono della campanella, dal fondo dei gradini che immettevano al pesante portone dell’ingresso, un allievo dell’istituto per geometri che rimaneva da lì proprio poco distante. Lei sorrideva, scendeva la breve scala con i suoi libri sottobraccio, poi si lasciava accompagnare fino alla fermata del suo mezzo pubblico, discorrendo con lui di cose semplici, della mattinata trascorsa tra i compiti e le interrogazioni, e con la descrizione caricaturale di qualche insegnante strano. 

Le piaceva a quell'epoca avere qualcuno intorno che dimostrasse di provare una forte simpatia per lei, per quei suoi comportamenti, per quella stessa maniera socievole di presentarsi a tutti, che a lei tornava comunque talmente naturale da non riuscire quasi in nessun caso ad essere diversa. Un amico; era stata chiara fin da quando lui l’aveva avvicinata, perché Celeste, pur al primo anno, aveva già a quell’epoca le idee chiare su tutto il suo percorso. Quel ragazzo accettava i suoi comportamenti, forse gli era sufficiente farsi vedere dagli altri mentre andava ad aspettare fuori dal portone quella ragazza carina, sempre sorridente, e quindi darsi delle arie e sentirsi impegnato quasi come se tra loro due fosse scoccata una vera storia d’amore. Per lei era meraviglioso avere qualcuno che le facesse la sorpresa di accompagnarla, e forse le cose tra i due andavano bene già così. Lui era goffo a ballare, e quando quella volta erano andati assieme ad altri in una soffitta grande con le luci oscurate per favorire l’intimità, Celeste aveva sorriso un po’ osservandolo. Gli amici sembravano non accorgersi affatto di quella amicizia un po’ particolare, ma naturalmente ognuno era libero di fare ciò che più desiderava.

In seguito, loro due si persero, come spesso succedeva a quell’età, anche se la sensazione di vicinanza e di comprensione che lei aveva provato durante tutto quel periodo, non fu facile da lasciare così alle proprie spalle, nonostante quel ragazzo avesse trovato degli altri giri, delle altre amicizie, e forse anche una ragazza vera, con la quale dar seguito ad esperienze più sentimentali. Celeste, non ebbe mai comunque dei rimpianti: le piaceva mostrare amicizia con chiunque, ed era convinta di essere troppo giovane per iniziare con delle esperienze per cui non si sentiva ancora pronta. E poi, a parte il ballo, almeno in quel periodo, a lei sembrava non interessasse proprio altro di tutto quello che avrebbe potuto offrirle uno sbarbato con dei brufoli evidenti sopra la propria faccia.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 2 novembre 2023

Niente di male.


Sempre più spesso provo la voglia di uscire da qua dentro. Farmi un giro, prendere aria, magari incontrare qualcuno, proprio come penso faccia ogni giorno mio fratello, che è sempre stato indifferente allo starsene nel chiuso a riflettere le proprie cose, o a cercare la propria intimità. <<Stai uscendo, Marco?>>, chiede la mamma osservandomi sorpresa, poco abituata com'è nel vedermi sortire di casa durante le ore serali. Mi fermo, annuisco, penso di non avere bisogno di convincere la sua intelligenza di qualcosa, devo soltanto fare quello che per me reputo giusto in questo momento, senza dare alcuna spiegazione. Indosso una giacca, prendo le chiavi, osservo la porta alla fine del corridoio, e poi vado, senza pensarci più. Scendo le scale condominiali, i muscoli delle gambe si riscaldano leggermente, le mie mani accarezzano l'aria come sensori, pronte a captare qualsiasi variazione intorno a me. C'è un locale alla buona, poco lontano, dove si può bere una birra ed ascoltare musica, senza alcuna necessità di parlare con qualcuno. La strada mi sembra scostante, in giro c'è qualcuno con un cane, altri appaiono immobili alla fermata del mezzo pubblico. Credo che la sensibilità sia per tutti un elemento fondante. Ci si impegna al massimo per comprendere i segnali che ci possono raggiungere e che richiedono da noi una mutazione rapida di comportamento.

Infine, passo sotto un'insegna che riporta una pubblicità banale, ed entro nella birreria. C'è gente, ma non troppa, così mi siedo su una panca di legno quasi libera, e dopo poco, sul tavolo su cui ho appoggiato un braccio, mi faccio servire una rossa che pago subito, così come viene richiesto. Un ragazzo di fianco a me fa il simpatico urlando qualcosa a una ragazza che ha di fronte, mentre due tizi, dall'altro lato del locale, suonano qualcosa con le loro chitarre e le voci amplificate. La ragazza mi guarda, studia il mio profilo. Poi dice con voce alta che mi ha visto all'università, così le sorrido mentre annuisco, ed infine le chiedo che facoltà frequenti. <<Lettere moderne>>, mi dice, ma poi evita di chiedere la stessa cosa a me, ed io le sono riconoscente anche per questo. Però, quando il ragazzo si alza per salutare degli amici, lei torna a guardarmi, e poi avvicinandosi mi spiega che purtroppo non si sta trovando bene nel seguire le lezioni. <<Sono tutti scostanti i miei compagni>>, dice; <<nessuno ha voglia di formare dei gruppi di studio, o prestarmi i loro appunti, o anche scambiare qualche informazione sui seminari, sugli assistenti, oppure sul docente. Ognuno sta per conto proprio, e a me almeno un po' dispiace questo atteggiamento>>. Lascio cadere l'argomento senza recriminare nulla, però poco dopo le chiedo se non sia tutto il polo umanistico, di cui fanno parte le nostre facoltà, a deludere le proprie aspettative. Lei mi guarda con maggiore attenzione adesso. Alla fine, dice semplicemente che comunque non sa se parteciperà alla manifestazione di ateneo. <<Però ci sono dei problemi, per chiunque>>, insisto io. <<Va bene>>, fa lei, <<però occupare l’università mi pare eccessivo; ed io su questo non sono d'accordo>>. Sorrido, lo immaginavo; torna il suo amico, ed io guardo qualcosa sul palco dove continuano a suonare.

Dopo poco la ragazza ed il suo amico si alzano dalle panche per andarsene, e lei mi fa: <<Ciao, io comunque mi chiamo Tiziana>>, così torno a sorridere mentre le stringo di fretta la mano e le rivelo di chiamarmi Marco. Ho quasi finito la mia birra, e non ho nessuna intenzione di ordinarne un'altra, perciò poco dopo mi alzo anch'io, compio il giro del locale come per vedere se ci fosse qualcuno che conosco, ed infine mi soffermo davanti ai tizi che proseguono a suonare con impegno. Poi esco. Penso che questo, per il bisogno di socialità che riesco a dimostrare, non sia un locale adatto a me. Parlare in maniera superficiale non è un'attività che si adatta molto ai miei modi di fare, e poi farlo nel mezzo a suoni e rumori di ogni tipo non appaga praticamente niente della mia curiosità. Compio un ampio giro senza una meta precisa, comportandomi quasi come se avessi un cane in fondo ad un guinzaglio, e lo dovessi portare un po' a passeggio come fanno tanti altri. Poco distante dal locale incontro di nuovo la ragazza, che adesso sta insieme a quattro o cinque persone a ridere sguaiatamente, ferma insieme a loro sopra un marciapiede, e quando le passo più vicino mi fa: <<Marco, il mondo è piccolo, ti va di fare due passi insieme a noi?>>. Non trovo alcuna scusa che giustifichi un rifiuto, così mi accosto a Tiziana mentre penso che forse una conoscenza come lei nell'ambito universitario possa sempre essere utile. Mi fermo, lei mi prende per un braccio, poi mi dice: <<sei un tipo ombroso, mi pare. Però devi saper riflettere le cose in modo molto compiuto, e questo mi piace>>. Sorrido, non capisco di preciso cosa abbia voluto dire, o se alludeva a qualcosa di preciso, in ogni caso va tutto bene, e se scambio due parole con qualcuno, adesso che è possibile, non mi sembra proprio un male.

 

Bruno Magnolfi