martedì 17 giugno 2025

Cammina.


            Cammina; cammina, continuava a ripetersi lui nella testa. Non sai cosa ci sarà alla fine di tutto, però tu devi camminare, e trovare un piccolo lampo di luce in mezzo alle tenebre. A Niocke piacerebbe descrivere il suo lungo viaggio, parlare di tutte le sofferenze subite, scrivere o far scrivere a qualcuno il proprio diario, giorno dopo giorno, attimo per attimo, ma è ancora presto, deve togliersi ancora da dosso questa vergogna, questo senso di umiliazione che ha riservato la vita a persone come lui, nate forse nel luogo più sbagliato di tutti per poter aspirare ad un’esistenza normale. Solo questa parola gli batte ancora dentro la testa, adesso, continuamente: cammina; cammina, senza voltarti, che la tua debolezza sarebbe la fine per te. Solo un puntino insignificante nel mondo, che si muove attraverso paesi di cui non conosce un bel niente, che la maggior parte delle volte rifiutano gli individui che cercano un modo qualsiasi per sopravvivere, a meno che quegli ultimi della terra non abbiano qualcosa da scambiare direttamente con la propria vita: dei soldi, dei maledetti soldi che tutto riescono a comprare, persino il futuro. Non avrebbe mai immaginato, Niocke, di ritrovarsi a smontare dei pezzi d’automobile in un piccolo centro abitato d’Europa, questa terra osservata certe volte da piccolo su qualche cartina geografica, adesso sotto di sé, su cui può camminare, o fermarsi, o percorrere in qualsiasi direzione desideri, e poi proseguire a ritenersi già fortunato per avere avuto un’opportunità così per andare avanti, per mostrarsi finalmente persona, e non più un semplice numero senza alcun riferimento preciso.

            Con Aldo non parla molto: lascia che lui gli spieghi con qualche gesto e poche parole ciò che deve fare stamani, domani, o in questo momento, e Niocke lo fa, non può essere altrimenti, non c’è da chiedere altro, solo eseguire in silenzio, e intanto incamerare dentro di sé le informazioni su tutto ciò da cui è circondato: come si comportano le persone che giungono nell’officina, come sono costruite le macchine che lui e Aldo prendono in carico per essere riparate, e quella piccola soddisfazione che giunge quando un motore scarburato riprende alla fine a girare come un vero orologio. Nessun sorriso, nessun orgoglio, nessun bisogno di essere definito bravo, quando sa bene di non essere ancora capace a far bene moltissime cose: cammina; cammina avanti, la strada è ancora lunga e difficile, e ancora non si vede un vero punto d’arrivo, solo qualche piccola tappa intermedia, che non sarà mai essenziale nei confronti di tutto il resto. Poco per volta qualcuno sta accettando la sua presenza nel piccolo centro abitato: ancora ridono in molti, dicono qualcosa che Niocke non riesce del tutto a comprendere, ma che a lui in fondo neppure interessa, perché gli basta conservare la propria espressione sempre seria, quella di chi ha tutto ancora da perdere, anche soltanto per esprimere un debole sorriso, per mostrare il compiacimento per qualcosa che sembra sempre sfuggirgli.

            Niocke cammina, il percorso della sua esistenza ha ancora molta strada davanti, e lui è consapevole che fino a quando non sarà in grado di comprendere a fondo l’animo delle persone che si trova di fronte ogni giorno, quelli che lo guardano, lo studiano, che elaborano un parere, per formarsi immediatamente dopo un giudizio, senza neppure che lui dica niente, ecco, non sarà ancora una vera persona, soltanto un ragazzo di colore, piovuto qui chissà come, forse solo a mostrare un segno dei tempi. Aldo Ferretti, con la sua officina sporca, però sempre efficiente, è un uomo scorbutico ma senza alcun pregiudizio. Forse ha compreso benissimo ciò che corre veloce dentro la testa di Niocke, e a lui forse non interessa neppure troppo sapere quali siano i suoi propositi, i suoi desideri, oppure i suoi sogni: c’è da svolgere del lavoro qua dentro, sostituire una marmitta forata, registrare le valvole di un motore che fuma troppo, cambiare l’olio o le candele sotto al cofano di una vettura che appare quasi esausta, sfinita di chilometri e di giri di cinghia, ma si possono far camminare ancora quelle sue ruote, ed è questa la speranza di tutti e per tutto.

            Anche troppo presto è giunto quell’invito a giocare al pallone con gli altri ragazzi di quel piccolo centro abitato: ancora Niocke non sa quale comportamento sia il caso di adottare in mezzo a quelle persone che lo guardano fuori dal campo, non sa come verrà giudicato, non sa se sia il caso di mostrarsi al meglio di sé, oppure se mettersi umilmente al servizio degli altri, come un gregario senza troppe capacità individuali; però sa che molte cose dipendono da ogni suo gesto, da qualsiasi piccola azione sarà capace di mostrare o meno agli altri giocatori. Lui conserva la propria espressione seria, senza alcun compiacimento nelle cose che compie. E poi cammina, continua sempre a camminare, perché è questa l’unica vera attività che prima o dopo potrà portarlo ad acquisire quella personalità che adesso nessuno desidera regalargli: lui è soltanto un povero immigrato, un diverso, e sa che è appannaggio solamente di Niocke comprendere quali possono essere i passi migliori da compiere per diventare davvero semplicemente persona.

 

            Bruno Magnolfi

domenica 15 giugno 2025

Detto tra i denti.


Lui si reputa una persona semplice, uno che bada alle cose essenziali, senza farsi mai attrarre dai contorcimenti mentali che vanno tanto di moda per qualcuno di sua conoscenza. Lavora da sempre in un’azienda agricola poco lontano dal paese, e nel poco tempo libero che si ritrova disponibile si siede in un locale senza pretese e butta giù un bicchiere di vino insieme ad altri operai come lui, all’ora serale in cui le attività in campagna normalmente vengono sospese. Poi torna a casa, perché tra tutti i suoi pensieri è la famiglia quello che ha sempre avuto una posizione centrale. Non parla molto, gli piace scambiare con sua moglie soltanto alcune parole essenziali, quelle che sono in grado di dimostrare da sole già molto dell’umore che regna nella propria mente, e che sono capaci, con delle semplici domande poste a sua moglie, di evidenziare ciò che magari sta girando anche in quella di lei. <<Ho incontrato Leo>>, dice parlando di un conoscente da cui poco tempo fa loro due hanno acquistato una bella automobile, ma di seconda mano. <<Ha detto che questa macchina ha sempre fatto un piccolo rumore strano ogni tanto, e che non ci sia niente di cui preoccuparsi>>. Teresa annuisce, lei ha conseguito da ragazza la patente di guida, che poi ha anche rinnovato, però ha sempre preferito lasciare a suo marito il compito di occuparsi della vettura di famiglia e anche della sua conduzione, specialmente quando capita di fare qualche giro assieme durante la domenica, oppure quando devono andare ad acquistare qualcosa nella città più vicina. <<In ogni caso sarà bene parlarne con Aldo dell’officina, e sentire che cosa ne pensa>>.

Poi ognuno rientra nel proprio silenzio, almeno fino a quando torna a casa anche Antonio. Lui normalmente non parla con nessuno, meno che mai con qualcuno in famiglia, e gli unici scambi di occhiate con sua sorella sono soltanto per dire di sì, oppure di no, quando lei gli chiede per esempio se stasera desidera mettersi a tavola con loro, oppure portare il suo piatto nella propria stanzetta, e restarsene lì, da solo, come ultimamente sembra preferire. Carlo non si riferisce mai a lui, e prosegue perennemente a fingere di abitare in quella casa soltanto in due, lui e sua moglie. Di fatto non riesce a concepire la mancanza completa di attività utili per Antonio, se non quel girellare assurdo per tutto il giorno tra le strade del paese, con le uniche soste, certe volte anche piuttosto prolungate, nei locali della biblioteca. Secondo Carlo lui è furbo ed intelligente, e con facilità prende in giro chiunque, al punto da giocare al personaggio del matto pur di non occuparsi di nulla, se non di quei libri che prende in prestito e che sembra proprio leggere tutti dall’inizio alla fine, blaterando tra sé che dobbiamo impegnarsi tutti quanti per migliorare il futuro. Teresa su questo non si esprime, cercando continuamente la mediazione migliore tra loro due, senza mai lamentarsi di niente, quasi con indifferenza a tutto, lei si occupa della casa e che porta avanti un lavoretto di sarta che svolge tra le mura domestiche, autonomamente, e in genere soltanto la mattina.

Quei pochi soldi che hanno avuto in eredità dalla loro mamma, Teresa e suo fratello, naturalmente li gestisce tutti lei, ed anche se tiene fede a ciò che aveva promesso a sua madre sul letto di morte, cioè di occuparsi in prima persona del suo fratello più sfortunato, di fatto si è fatta un conticino in banca soltanto a proprio nome, e da lì comunque cerca di non ritirare mai nessuna cifra, come fosse quasi una dote, oppure una riserva, o anche una garanzia per il futuro, qualsiasi esso sia, di cui usufruire solamente nel caso in cui Antonio ne dimostri l’effettiva necessità. È evidente che anche su questo aspetto Carlo non sia affatto d’accordo, anche se si vede costretto ad accettare almeno per adesso questa soluzione, nonostante ogni tanto torni a dire che se potesse spendere almeno qualcosa di quei contanti, le faccende di casa sarebbero migliori. <<Per esempio, avremmo potuto acquistare una macchina nuova, invece di accontentarci di questa già usata>>, dice in modo che il suo punto di vista appaia chiaro sia a Teresa che ad Antonio. I motivi per sollevare delle questioni in famiglia perciò sono molteplici, ed è evidente così che sia il marito che la moglie, quando sono assieme, si trovino ad esprimere il minimo delle parole possibili tra di loro, proprio perché si rendono conto ambedue di muoversi su un piccolo campo minato, pronto ad esplodere in qualsiasi momento.

Nell’osteria che frequenta solitamente Carlo, tutti sanno quali siano i pensieri che affliggono questo brav’uomo, anche se c’è sempre qualcuno di loro che tra una bevuta e l’altra inserisce qualche piccola uscita di sarcasmo, che lui generalmente fa scivolare via con la propria bonarietà e tolleranza. Però è nel momento in cui giunge qualcuno a ricordargli che poco distante c’è il solito Toni Boi ad urlare contro i suoi compaesani, che Carlo Verdini si sente montare di nuovo il sangue al cervello: <<Qualche volta lo strangolo, quello lì>>, dice tra i denti, anche se nessuno dà retta a queste parole.

 

Bruno Magnolfi  

giovedì 12 giugno 2025

Allontanarsi.


Sto fermo in un angolo, tra le case, e guardo davanti a me lo spiazzo del campo sportivo, dove i ragazzi corrono avanti e indietro per fare allenamento. Le persone come sono io generalmente se ne fregano degli altri, ma per me è diverso: io vado sempre a caccia di variazioni, di spiragli, di indicazioni, piccoli rivelatori di quel cambiamento a mio parere necessario al giorno d’oggi. Uno tra loro ha la pelle molto scura, non lo avevo mai notato in paese, forse è un ragazzo arrivato tra noi da poco, un immigrato capitato qui chissà in quale maniera. Mi avvicino alla rete perimetrale, e noto che qualcuno si volta a guardarmi, ma per ora tutti quanti non dicono niente, non mi prendono in giro come sempre, forse perché c’è il loro allenatore là in mezzo che controlla il comportamento di ciascuno. Giocano una partita di calcio adesso, e il ragazzo di colore sembra correre più forte di tutti sopra al campo di terra, come se fosse nato soltanto per fare quello. Si avvicina a me dalle spalle un uomo che conosco di vista, sorride senza guardarmi, e infine dice: <<Ciao, Toni Boi, non sapevo che ti interessassi anche del calcio. Sembra che abbiamo un nuovo acquisto tra le fila della squadra, uno che corre forte, e che magari sarà capace di variare le sorti del torneo tra squadre>>.

Annuisco, in fondo è vero che non mi interesso di questa disciplina, però sono incuriosito da questo ragazzo nuovo, mi pare quasi che possa già portare in mezzo agli altri una buona ventata di aria nuova. Non c’è da urlare, non c’è da strepitare come faccio sempre quando sono in mezzo a tutti: qui c’è qualcosa su cui riflettere profondamente, un elemento nuovo dal quale potrebbero emergere dei miglioramenti per la nostra cittadinanza, quella spinta fondamentale a progredire, a far evolvere i sentimenti più opportuni per mettersi finalmente alle spalle un periodo triste e negativo come questo. <<Sembra che giochi piuttosto bene>>, dice ancora l’uomo; <<Con un po’ di allenamento probabilmente riuscirebbe a tirare fuori il meglio da quei piedi e quelle gambe. Certo, non è uno di noi, però se tutto ciò potesse servire allo scopo di far scalare la classifica del torneo ai nostri colori, sarebbe sicuramente una buona cosa >>. Mi scosto dalla rete, non voglio sentir parlare ancora questo tizio che riesce soltanto a esprimere delle banalità: dobbiamo impegnarci tutti per il miglioramento generale, cambiare poco per volta i fondamenti sociali, progredire dal punto di vista dello stare assieme, mica vincere qualche partita di calcio con i ragazzi del paese.

     Mi allontano: avrei voluto sapere qualcosa di più di questa persona di colore, comprendere da dove viene, come vive, cosa si aspetta da un posto come questo; ma non sarà facile per uno come me, deriso da tutti come sono, riuscire ad avere delle notizie di questo genere. Però credo che un piccolo passo verso il cambiamento sia stato già compiuto con l’assorbire nel tessuto sociale della nostra cittadina un individuo così diverso; spero che a nessuno venga a mente di provocargli dei problemi. Percorro la strada che porta verso la piazzetta principale, e poi mi fermo vicino ad una panchina, come per aspettare che qualcuno si avvicini e che parli delle novità che oggi si sono viste in giro. Passa un po’ di tempo, ed alla fine un gruppetto di quei ragazzi che fino a poco prima giocavano al calcio, mi sfiora senza guardarmi. Camminando dicono qualcosa su quel nuovo arrivo nella squadra, e sembrano tutti d’accordo nel considerarlo senz’altro un loro estraneo: <<Fossi stato l’allenatore non lo avrei proprio invitato in campo>>, dice uno di loro. <<Se al prossimo appuntamento decide di tornare, io credo che non mi farò più vedere per un po’ di tempo>>, dice un altro. <<È evidente che corra più forte di noi, ma lui è cresciuto dentro alla savana, dove non hanno altro che le gambe per muoversi da un posto all’altro, sono abituati>>. Poi tutti ridono, come se farsi grandi con certe banalità fosse un principio di condivisione di tutte le opinioni possibili.

Urlo adesso, emetto suoni senza significato, come sempre, disturbo chi mi sta vicino, faccio in maniera che tutti si allontanino, che mi tengano a distanza, mi additino come il matto del paese, soltanto perché non riesco ad essere d’accordo con quello che mi tocca di ascoltare. Infine, arrivano due uomini che già conosco, uno è il sindaco del nostro paese, l’altro è l’allenatore dei ragazzi. <<Ciao, Toni Boi>>, mi fanno. <<Tu non parli mai con nessuno, ma sicuramente hai un’opinione precisa su quel ragazzo di colore che da qualche tempo si vede in giro. Forse, se ci impegniamo tutti quanti, riusciamo anche a farlo sentire accolto, a creargli attorno quasi una nuova famiglia, visto che è da solo. Però ci vorrà del tempo, ogni cosa procederà per gradi, anche se è evidente che riusciremo prima o dopo a farlo sentire quasi a casa, proprio come uno di noi, un nostro vero concittadino>>. Poi i due ridono, come avessero detto tra loro qualcosa di spiritoso, ed io sull’immediato avrei quasi voglia di ricominciare ad urlare ancora, anche se poi mi limito soltanto ad allontanarmi.   

 

Bruno Magnolfi

martedì 10 giugno 2025

Sintonia con altri


            L’allenamento dei ragazzi, dopo un primo riscaldamento costituito da una semplice e lenta corsa fuori dalle linee di fondo campo, sembra adesso procedere con qualche incertezza: i giocatori parlano tra loro, qualcuno ride senza prendere troppo sul serio il loro allenatore, e gli esercizi ginnici ripetuti per sciogliere al meglio i muscoli che servono sul campo da gioco, sembrano una vera noia prima di iniziare finalmente a toccare il pallone con i piedi. Oltre la rete perimetrale del rettangolo di terra battuta, interrotta da qualche filo d’erba qua e là, Niocke osserva i suoi coetanei con le loro invidiabili magliette colorate, senza che nessuno, tra coloro che si muovono avanti e indietro su quello spiazzo alla fine delle case, lo abbia minimamente notato, almeno fino adesso. Vengono poi distribuiti i palloni, ed i ragazzi, divisi in coppie, iniziano a scambiare dei passaggi a breve distanza, cercando di mettere in mostra ognuno le proprie abilità di piede. È a quel punto che l’allenatore si avvicina alla rete, osserva per un attimo Niocke, e quindi gli dice, scandendo bene le proprie parole, che qualcuno gli ha parlato del suo desiderio di giocare al calcio, e visto che oramai si trova lì lo invita ad indossare un paio di scarpette che può trovare negli spogliatoi, e di farsi vedere sul campo.

            Lui è serio, le scarpe usate che trova gli vanno un po’ strette, ma è disposto a qualsiasi sacrificio pur di imparare qualcosa di nuovo e di conoscere qualcuno che non sia un cliente dell’officina dove lavora durante tutta la settimana. L’allenatore, che tutti chiamano Ronni, almeno quando i ragazzi si riferiscono a lui direttamente, ma che nel momento in cui si trova più lontano e non può sentire viene subito soprannominato Brontolo, gli dice di fare una bella corsa al bordo del campo, mentre tutti, pur continuando a palleggiare, ovviamente lo osservano. Niocke, appena si mette in movimento dimostra subito un’elasticità delle gambe invidiabile: agli inizi corre senza avere una gran fretta, proprio come aveva visto fare agli altri, ma poi accelera, poco per volta, mostrando facilmente le sue innate capacità di corridore. Dopo sei o sette giri di campo così, Ronni lo fa avvicinare: non sembra neppure affaticato, e non ha neppure una goccia di sudore sopra la fronte. L’allenatore allora gli passa un pallone, e lui, pur senza mostrare delle abilità particolari, dimostra subito di aver giocato al calcio già parecchie volte, magari soltanto per ridere oppure per divertirsi, evidentemente in quella parte di mondo da cui proviene.

            Scambia dei passaggi con uno dei ragazzi di fronte, si impegna a non perdere mai di vista quel benedetto pallone, e lo tiene vicino al piede, quando lo sta controllando, come se da quella capacità dipendesse poi tutto il resto. Quindi tutti i ragazzi si spostano verso una delle due porte del campo, e l’allenatore fa muovere i giocatori, uno per volta, in modo da riuscire ad effettuare un tiro a rete con il massimo di precisione e di determinazione. Lui non sembra molto efficace in questo, ma è questione di tecnica, con un certo numero di lezioni potrebbe migliorare moltissimo, visto che adesso dimostra di giocare quasi solo per istinto. Alla fine della mattinata, quando Ronni permette a tutti di disputare una breve partita dividendo i ragazzi in due squadre, a Niocke viene dato il ruolo di difensore, ma quando il pallone arriva proprio dalla sua parte, lui si slancia subito in avanti, sviluppando così la sua corsa notevole, e mentre controlla la sfera nei confronti dei suoi avversari, in un attimo si avvicina alla porta dell’altra squadra. Poi cade, dopo uno scontro un po’ duro con uno dei ragazzi, ma quello che forse voleva dimostrare in un attimo è apparso subito chiaro. Ronni allora lo sposta al ruolo di attaccante libero, e qui lui mostra di essere maggiormente a proprio agio.

            Quando poi smettono, l’allenatore, pur senza complimentarsi direttamente con lui, gli dice che se vorrà svolgere qualche allenamento ulteriore, probabilmente in seguito potrebbe farlo giocare nella squadra del paese, e Niocke lo ringrazia, senza mai sorridere comunque, e abbassando poi lo sguardo come ha imparato a fare da un bel po’ di tempo. I ragazzi gli chiedono il nome, quando sono tutti negli spogliatoi, ma poi continuano a ridere e scherzare tra di loro, come sempre. Ovvio che non sarà facile per lui, e soprattutto ci vorrà del tempo, e anche pazienza, prima di potersi sentire davvero in squadra insieme a tutti; però, almeno per adesso, nessuno lo ha deriso per essere un ragazzo con la pelle scura, anche se il figlio del sindaco stamani non si è fatto avanti, non si è fatto riconoscere, forse per non essere additato lui stesso per aver trascinato un immigrato a giocare al calcio insieme a loro. Niocke è paziente, gli pare già un gran passo avanti per lui aver potuto condividere con altri ragazzi della sua stessa età una piccola passione come quella del calcio. Più avanti conoscerà meglio tutti quanti, e magari potrà addirittura entrare in sintonia con qualcuno di loro.

 

            Bruno Magnolfi  

domenica 8 giugno 2025

Calmo equilibrio.


Mi parve che tutto cambiasse, in quei giorni confusi, persino da un attimo all’altro. Mio fratello appariva già notevolmente assente nei confronti della nostra famiglia, ma la grave ed improvvisa malattia di nostra madre dette una specie di mazzata definitiva ai nostri reciproci tentennamenti circa le strade da prendere nel futuro. Io ero più grande di Antonio, svolgevo già un lavoro di dipendente come ragioniera, e frequentavo un fidanzato con cui uscivo ogni tanto, in maniera comunque non troppo assidua. Ciò che io e mia madre fino a quel momento avevamo preso scarsamente in considerazione invece, e cioè quella personalità chiusa e contemporaneamente strampalata di mio fratello, divenne nell’arco di quel breve lasso di tempo la nostra più grande preoccupazione. Lei fu ricoverata in ospedale, ed iniziò una serie lunghissima di fasi alterne durante le quali pareva proporci, con il suo stato di salute, delle piccole speranze che venivano presto ed ogni volta spazzate via dalla realtà dei fatti. Antonio intanto appariva quasi indifferente a tutto questo, o meglio, con un probabile grande sforzo su sé stesso, riusciva a mostrare un atteggiamento quasi distaccato dalla sofferenza altrui, anche se riuscivamo facilmente ad immaginarne la propria falsità di fondo. La mamma, sdraiata nel suo letto, mi disse, mentre lui non c’era, che la sua più forte preoccupazione era che il suo figlio maschio trovasse in qualche modo una collocazione stabile. <<Dovrai pensarci tu>>, disse con un fiato, senza troppo guardarmi, ed io annuii, anche se replicai subito che le mie speranze e quelle di tutti erano riposte naturalmente nella sua guarigione da quella brutta malattia, e che certi discorsi apparivano quindi del tutto prematuri.

Se Toni comunque in quel periodo era apparso un ragazzo un po' strano, da quei momenti in avanti lo fu ancora di più: smise del tutto, dopo aver saltato interi periodi, di frequentare la scuola dove era stato iscritto dalla mamma, ed i suoi orari di uscita da casa iniziarono ad essere i più imprevedibili, tanto da alzarsi dal letto durante la notte, certe volte, e sgattaiolare fuori per chissà dove, forse lungo le strade deserte del nostro paese, fino quasi al mattino. Inutili con lui i rimproveri o le preghiere: Antonio pareva posseduto da una volontà che non riusciva neppure lui a controllare, e ogni occasione pareva buona per stupirci con i suoi incomprensibili comportamenti. La mamma, avvertita da me della sua condotta inusuale, provò più di una volta a parlargli, spiegando con un filo di voce che la situazione richiedeva pazienza da parte di tutti, e che c’era la necessità nella nostra famiglia di darci un minimo di regole per conservare una certa integrità, ma lui sembrava perennemente attratto da qualcos’altro, al punto da non ascoltare nessuno, e quindi neppure nostra madre. Naturalmente proseguiva a leggere i libri che trovava presso la biblioteca pubblica, e solo quelli in qualche maniera parevano dettargli pensieri e comportamenti adeguati al momento.

La mamma poi si spense in un giorno qualsiasi, in ospedale, durante una chemio, dopo che erano trascorsi quasi due anni, senza che ci fossimo troppo accorti che s’era verificato un certo peggioramento delle sue condizioni. I medici ci avevano già avvertito che non si sarebbe verificato un miracolo, e che le cure degli ultimi tempi erano state ridotte soltanto a dei forti antidolorifici e ad alcuni palliativi. Ugualmente a me parve di perdere tutto assieme lei, e quando ci fu il funerale dalla forte emozione che provai ebbi uno svenimento da cui mi ripresi soltanto mezz’ora più tardi. Antonio rimase in silenzio, come assente. Osservò ogni gesto di ciò che veniva compiuto, fino alla chiusura della cassa ed al seppellimento; quindi, si allontanò da tutti, e dal cimitero tornò a casa da solo. Il mio fidanzato fu molto presente in quei momenti, e fu capace persino di confortarmi in qualche modo, e nel giro di poche settimane, anche per superare il momento, iniziammo a parlare di matrimonio e di trasferirci, io e mio fratello, nella sua casa piuttosto spaziosa e con una stanzetta adatta ad Antonio. 

Antonio non si oppose, anche se chiese di avere con sé tutti i libri della vecchia casa, chiudendoli lui stesso in scatoloni di cartone per trasferirli senza rovinarli. Ma subito dopo iniziò a dare segni di vero squilibrio, tanto da non concedere molta sicurezza per sé stesso e per gli altri. Urlava, parlava da solo, si chiudeva per intere giornate in un profondo silenzio, e quando riemergeva dal suo stato pareva spossato ed indifferente a chi gli stava attorno. Il nostro medico prese delle rapide informazioni, e dopo poco fu internato in una clinica piuttosto distante, dove curavano i gravi stati di depressione delle persone come lui, e per un po’ di tempo parve che le cose potessero migliorare, anche se alcuni gesti inconsulti nei confronti di altri pazienti mostrarono l’impossibilità di poterlo riavere nella nostra famiglia in tempi troppo rapidi. Il periodo di degenza, perciò, si allungò sempre di più, fino a quando Antonio parve finalmente trovare un proprio calmo equilibrio.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 5 giugno 2025

Profondo malessere.


            Lei tornava sempre a casa con dei quaderni dalle copertine colorate, dove i bambini della sua classe avevano svolto i loro piccoli compiti che adesso erano da riguardare e da correggere. Un’insegnante di scuola elementare, d’altronde, deve analizzare attentamente le tracce visibili di ogni alunno per comprendere appieno quasi siano le sue difficoltà, i suoi errori, le sue incomprensioni, in maniera da riuscire in poco tempo a correggerle e a farle superare senza altri problemi. Antonio provava una certa invidia in quegli anni per quegli scolari così fortunati da essere guidati per mano da una maestra tanto attenta e premurosa, ed insieme avvertiva una certa gelosia che sembrava far capolino dai propri sguardi sfuggenti, tanto da odiare, in certi giorni mentre osservava lavorare l’insegnante, proprio quei piccoli quaderni che venivano passati e ripassati sul piano del tavolo del soggiorno, al vaglio dell’esperienza della sua mamma. Era come se esistessero in quei momenti due persone distinte, la madre di famiglia, e l’insegnante, e lui, mentre la notava far scaturire da dietro gli occhiali da brava educatrice quegli occhi buoni e comprensivi della mamma, si sentiva dilaniato, tanto da buttarsi a capofitto su tutti i libri che in casa sua aveva la possibilità di poter leggere, più per mostrarsi dedito allo studio e capace di ampliare la sua traballante cultura, che per un interesse vero per le diverse materie, o per la narrativa che scorreva nervosamente con i propri occhi.

            La dimostrazione che Antonio poteva essere superiore ad ogni altro bambino della scuola, a parte la differenza di età, era data a suo parere direttamente dalla propria piccola esperienza nell’incamerare moltissime informazioni sul talento innegabile nella scrittura dei tanti autori che era in grado di affrontare, tanto da rileggere più di una volta quei libri di casa, ed impararne i diversi linguaggi. Sua madre si accorgeva della sua bramosia di sfogliare con avidità tutte quelle pagine che trovava sugli scaffali della libreria di casa, ma non le pareva un elemento negativo, e così, fingendo poco interesse per l’attività di suo figlio, mostrava indifferenza per quella passione che Antonio voleva dimostrare. I pomeriggi dei primi tempi, quindi, scorrevano quasi tutti in questa maniera, senza che avvenissero delle vere e proprie variazioni, fino a quando, finalmente, l’insegnante chiese ad Antonio quale fosse il libro che aveva apprezzato di più, e per quale motivo. Lui era pronto a rispondere, si era preparato per mesi a quel tipo di domande, ed adesso si sentiva proprio di padroneggiare la materia. Disse alla fine che li amava tutti, per un verso o per l’altro, ma che per i suoi gusti comunque preferiva i romanzi classici, magari scritti nei primi del Novecento. La mamma sorrideva: erano buone letture quelle che faceva suo figlio, rifletteva con consapevolezza, e gli argomenti di quei libri gli avrebbero senz’altro aperto le idee.

Però qualcosa, ad un tratto, nella testa di Antonio iniziò a girare per il verso sbagliato. Lui sembrava, almeno in apparenza, disinteressarsi delle attività di sua madre, gettandosi a capofitto in quei libri sempre più difficili e voluminosi, fino a quando iniziò a prenderne in prestito qualcuno nella piccola biblioteca del paese. In questo spostarsi da casa per infilarsi in un ambiente dove difficilmente si faceva vedere qualche altro semplice utente, lui trovò all’improvviso la sua vera dimensione: stava da solo, soprattutto, e non c’erano in giro i quaderni degli alunni di sua madre. E leggere e basta, là dentro, nel silenzio degli scaffali colmi di libri, era davvero ciò che aveva sempre desiderato. Aveva circa quindici anni e la sua attività andò avanti per parecchio tempo, tanto che i due bibliotecari che si alternavano per svolgere tutte le funzioni di cui c’era bisogno, avevano già cominciato col dire per scherzo che uno di quei giorni avrebbero dato le chiavi ad Antonio per entrare a suo comodo dentro gli ambienti della biblioteca, senza la necessità della loro presenza. Quando gli parlavano però, già Toni Boi aveva iniziato a non ascoltarli: gli rimbombavano nella testa le parole che leggeva, e gli pareva che il mondo orami non avesse alcun senso fuori da quei locali e senza le pagine di quei libri.

Fu in quel periodo che sua madre iniziò ad ammalarsi, o almeno ad avere dei sintomi poco piacevoli di quel male che lentamente le avrebbe tolto qualsiasi possibilità per portare avanti la sua famiglia, il suo mestiere, e la sua vita. Toni inizialmente non si preoccupò molto di quello che stava avvenendo, forse perché era abituato a pensare a sua madre come ad una persona invincibile, pronta a trovare la maniera più impensabile per sconfiggere ogni insidia. Ma quando fu ricoverata d’urgenza in un ospedale piuttosto lontano dal loro paese, allora le cose cambiarono. Sua sorella prese subito le redini della casa, e quando andarono a trovare la loro mamma i due fratelli trovarono una persona cambiata, ormai quasi incapace di lottare per la sua salute, e allora tutto parve d’improvviso crollare. Antonio si chiuse subito in un silenzio assoluto, ed i suoi libri in quel periodo furono l’unico sfogo al suo profondo malessere.

 

Bruno Magnolfi   

martedì 3 giugno 2025

Da tanto tempo.


            <<Non lo so>>, dice Niocke proseguendo con calma ad allentare i due dadi che sostengono la cartuccia del filtro dell’olio di una vecchia Fiat “Uno”, mentre si trova in officina al disotto della vettura sorretta dalla piattaforma di sollevamento. <<E da quando non hai più notizie della tua famiglia?>>, gli chiede Aldo Ferretti a bassa voce, che ha assunto questo ragazzo come apprendista da circa un mese, capitato nella sua cittadina per un puro caso, ma di cui ogni tanto vorrebbe sapere qualcosa di più, anche solo per metterlo maggiormente a suo agio. <<Due, o tre mesi>>, risponde Niocke parlando senza guardarlo e con un accento stentato, senza smettere di lavorare, ma senza mostrare alcuna emozione apparente. Aldo comprende che non deve essere facile avere diciassette anni così, e ritrovarsi in qualche parte del mondo a compiere delle attività che servono soltanto alla propria sopravvivenza, senza nessuno intorno a sé a cui affezionarsi davvero. Lo hanno portato da lui alcuni responsabili di un centro di accoglienza per immigrati di età minorile, attiva in una diversa cittadina poco distante, e Niocke, immigrato dal Senegal chissà in quale maniera e con quante sofferenze, in pochissimo tempo si è trovato proiettato in questa modesta officina di provincia per compiere le poche cose che aveva imparato in qualche maniera nella sua Nazione, e che qui riesce comunque ad esercitare senza troppi dubbi ed errori. Forse è un po’ poco per farlo affezionare davvero al mestiere di meccanico, ma in ogni caso lui sembra metterci impegno, anche se il motivo di molti tra tutti i gesti che compie non riesce ancora neppure a comprenderli.

            Aldo nei suoi confronti ha cercato inizialmente di tenere un comportamento da duro, tipo: <<ti dico cosa fare, e tu lo fai>>, ma in pochi giorni si è subito ammorbidito, considerando la situazione di un immigrato come questo ragazzo non certo facile. Ovvio, gli sta insegnando qualcosa, e Niocke poco per volta incorpora nelle sue mani quelle istruzioni che gli vengono date, anche se già sapeva come funziona un motore, a cosa servono certi ingranaggi, come si trattano poi alcune parti. La sua pelle è scura, e inizialmente qualcuno tra i tanti clienti dell’officina aveva avuto da sorridere trovandolo lì a lavorare con Aldo, come se non fosse all’altezza per svolgere le funzioni di cui era stato incaricato. Al Ferretti però non importa affatto di quello che possono pensare i suoi compaesani di questo ragazzo e dell’opinione che certe volte mostrano di avere tutti quanti su queste persone immigrate dall’Africa: a lui serviva un apprendista nella sua officina, e adesso è lì, che lavora con lui, e divide la sua giornata composta semplicemente da chiavi inglesi, da grasso per ingranaggi, dal montaggio e dallo smontaggio di piccoli e grandi elementi che costituiscono ogni apparato, e lo fa in silenzio, senza commentare mai nulla, apprezzando ciò con cui prende dimestichezza poco per volta, come se non ci fosse altra strada di fronte a sé, se non quella di impegnarsi a fondo in ogni gesto richiesto, e lui fosse intenzionato a percorrere tutta la via, senza distrarsi.

Il sindaco del paese si chiama Ettore Rimonti e possiede una vecchia Ford duemila diesel, tanto che ogni tre o quattro mesi passa dall’officina del Ferretti per farla revisionare e mettere a punto. Quando si accorge che c’è quel ragazzo di colore a lavorare con Aldo, si interessa subito di lui, naturalmente sapeva già della sua presenza in paese, ma adesso che lo conosce direttamente sembra contento, e così gli rivolge qualche domanda, complimentandosi con il capo-officina del fatto di aver preso un apprendista così giovane e sveglio. Poi dice qualcosa ad alta voce di suo figlio, sottolineando che ha quasi la medesima età di Niocke, e del fatto che gioca al pallone in una squadra locale, e che forse potrebbe dare una mano al giovane operaio per fargli conoscere gli altri ragazzi della propria squadra. Niocke, con un po’ di fatica, comprende perfettamente alla fine ciò che gli si sta offrendo, e così spiega con parole stentate che durante la domenica successiva sarà sicuramente presente all’allenamento che si terrà nel campo di calcio poco distante. Il sindaco gli batte una mano sopra la spalla, gli sorride, e poi, quando va via, conferma che avvertirà di tutto quanto suo figlio.

Quindi riprende a lavorare in silenzio, e a fine giornata insieme al Ferretti rimette al suo posto tutti gli utensili usati dai due, facendo anche un po' di pulizia sui pavimenti dell’ambiente e sul piano del bancone dove si maneggiano gli organi più piccoli. Quando sta per salutare il suo datore di lavoro, Aldo gli dice in due parole che è una buona opportunità quella che gli ha offerto il sindaco, considerando che è una persona influente, con tante conoscenze in qualsiasi settore. Niocke annuisce; grazie, dice senza mostrare apparenti emozioni, ma quando se ne va per rientrare nel suo dormitorio, ha voglia di sorridere, forse per la prima volta, da tanto tempo a questa parte.

 

Bruno Magnolfi