domenica 31 maggio 2009

Tutta la vita.



            Il vecchio amava sedersi sopra a un muretto e ripensare con calma alle cose del mondo. Spesso pensava a tutte le persone che aveva conosciuto, a quelle ragazze carine che gli avevano sorriso quando era in gioventù. Non c’era niente di male a ripensare con calma quei ricordi che gli emergevano da dentro alla mente, senza neanche uno sforzo, quando si trovava da solo, lì, sopra a quel vecchio muretto di pietre. Qualcuno dalla strada passava e allora gli faceva un saluto vedendolo così assorto dietro a qualcosa che nessuno di loro avrebbe mai immaginato. Il vecchio ricambiava volentieri il saluto come scendendo per un attimo assieme ai comuni mortali, poi ritornava alla svelta in quel suo paradiso. No, non c’era proprio niente di male in quella sua debolezza, riviveva le cose che aveva conosciuto durante la vita proprio così come beveva l’acqua fresca a una fonte lungo la strada di casa, e si sentiva contento, abbeverato. Gli altri avrebbero certo voluto levargli quei sogni, i ricordi, quei pensieri che sempre si spingevano dentro a quei volti e a quei gesti della sua gioventù. Ma erano suoi, erano il coronamento della sua vita, e adesso mostravano solo quello che era stato e forse anche quello che avrebbe potuto essere, se solo avesse cercato di spingere più avanti i suoi sogni, se solo ci avesse creduto di più quand’era il momento, o se gli altri gli avessero dato un po’ più di fiducia. Quando lo trovarono morto sopra a quel muro, qualcuno forse pensò che non meritava di morire da solo in un posto così anonimo e insignificante, ma il vecchio fino alla fine sapeva dentro di sé di morire contento, in mezzo alle cose che comunque erano state per lui tutta la vita.

            Bruno Magnolfi


sabato 30 maggio 2009

Rido di lui.



            Quando decisi di vendere me stesso al Demonio, immaginai che mi sarebbe rimasta comunque la possibilità, quando sarebbero andate avanti le cose, di fregarlo lo stesso con i miei modi sfuggenti e i miei lunghi silenzi incomprensibili a tutti. Avevo saputo di un libro che aveva trattato la stessa questione, ma a me non interessava per nulla. Non era per me, niente affatto, era tutto messo su ad arte per mamma e per babbo, e quella mia decisione sarebbe stata nei miei convincimenti la maniera migliore per mostrare il mio vero sentire, la mia personalità più profonda. Il dottore ai controlli scuoteva sempre la testa mentre ridevo e toccavo gli oggetti della sua scrivania. La mia mamma lasciava sempre abbondanti spazi di silenzio in mezzo alle sue pacate parole, e quello che meno riuscivo a sopportare era quel suo modo così sottomesso alle angustie del mondo, quelle maniere così rassegnate di affrontare ogni giornata, di uscire da ogni problema accettandolo con insopportabile carità cristiana. Iniziai col non rispondere più ad alcuna domanda, come se tutti coloro che si incontrava con la mamma o col babbo nelle passeggiate in paese, fossero estranei, anzi stranieri, parlassero una lingua diversa, non si rivolgessero a me, ma a qualcuno che immaginavano parlasse il loro stesso linguaggio. Mi limitavo a ridere allargando la bocca coi miei denti un po’ guasti, continuando a tenere la mano alla mamma e lasciando che tutti avessero da dire qualcosa sul fatto che io fossi più alto di lei, e che avessi più di trent’anni. Sapevo in ogni momento che c’era il Demonio con me, e che nessuno avrebbe potuto fregarmi. Poi continuai a spogliarmi di tutti i vestiti, lo facevo in ogni occasione, quando nessuno se lo aspettava, ma questo era un dispetto che mi divertiva sopra ogni cosa. Forse la mamma ed il babbo si vergognavano un poco di me, così cominciarono a portarmi in giro sempre di meno. Un giorno ebbi un attacco di tosse, ed iniziò a mancarmi il respiro mentre ero da solo. Vidi il Demonio che soffriva anche lui dentro di me, così mi versai un bicchier d’acqua e lo bevvi d’un fiato. La tosse passò poco per volta, però quel dolore e quella paura che avevo provato non riuscivo più a capire se erano da ricondurre a me stesso oppure al Demonio. Così non ebbi alcuna perplessità quando mi lanciai giù dal ponte staccando improvvisamente la mano da quella di mamma, senza che lei avesse minimamente sospettato una cosa del genere. Sapevo in quella maniera di fregare il Demonio, così in quella breve frazione di tempo prima che arrivasse lo schianto riuscii a ridere ancora, proprio di Lui.

            Bruno Magnolfi


giovedì 28 maggio 2009

Un nome nel vento.



            Sopra la costa rocciosa il vento si era quasi calmato, ma le onde gigantesche giù in basso continuavano imperterrite ad infrangersi sulla scogliera provocando un rumore di fondo continuo e fortissimo. Lei era uscita sulla veranda per andarsi ad appoggiare ad una delle colonne di legno, con lo sguardo rivolto sul mare. Spingendo lontano il suo sguardo, oltre l’umidità che appannava la vista, riusciva a seguire il profilo della costa Britannica di là dalla Manica, e così la immaginò silenziosa, immersa in un mare più calmo. Lui la chiamò da dentro la casa, e quel nome rimbalzato sui muri e nel vento, andò ad incrinare ogni altro pensiero; poi, non ricevendo alcuna risposta, si affacciò sulla porta della veranda, e vedendola lì, coi capelli leggermente mossi dal debole vento di mare, disse soltanto: “Certe volte la tua solitudine è più forte di qualsiasi bisogno io senta di tenerti vicina…”. Così, con queste parole, aperta la porta con la chiave più adatta, lei lasciò che lui le abbracciasse  le spalle, continuando a guardare sul mare, verso qualche punto infinito smarrito lungo la linea piatta e grigiastra dell’orizzonte di fronte, solo dicendo, ma come a se stessa: “Non dovresti permettere che la mia solitudine si frapponga tra noi. Il mio è solo un vezzo, un modo di fare qualsiasi, tramite il quale per qualche breve momento mi sento appagata, ma poi ci sei tu, ed io sono felice quando tu con sapienza assecondi i miei stati…”. Lui rimase in silenzio, conscio che non l’avrebbe mai avuta tutta per sé, ma questo era il prezzo che gli pareva giusto pagare.

            Bruno Magnolfi


lunedì 25 maggio 2009

Troppo vicini.



            Mi piace stare fermo, fingere indifferenza e intanto osservare le persone che mi rimangono distanti. Quando poi qualcuno si avvicina a me non ne sopporto più la presenza: provo un senso di fastidio, gli stessi individui attorno ai quali curiosavo fino ad un momento prima, perdono improvvisamente per i miei occhi qualsiasi attrattiva, quell’ interesse con cui guardavo verso di loro si volatilizza, e la vicinanza di chiunque mi risulta a dir poco sgradevole. Non ho mai capito perché mi venga così naturale la repulsione verso qualsiasi persona, quando questa si avvicina verso di me. Non è che provi paura o che mi paia di subire un danno in qualche maniera. No, piuttosto è un po’ quell’obbligatorietà a visionare dettagli, espressioni, rughe, difetti più o meno marcati del corpo o della pelle, che mi torna insopportabile. Si potrebbe volgere lo sguardo altrove, in quei casi, mi si potrebbe obiettare, ma non è così semplice: la presenza la subisco, ed anche se non vedo la persona vicina, magari perché sono voltato in un’altra direzione, ugualmente ne sento la vicinanza, ed immagino così l’alito pesante, l’odore della sudorazione, le mani sporche, e poi tutti quei dettagli che attraggono la mia mente lasciandola svuotata. Da lontano le persone sono migliori. Si intravedono gli arti, la testa, il colore del vestito, e poco più. Il mio luogo privilegiato è il terrazzino di casa. Da lì osservo tutti, ed affacciandosi da un primo piano sulla strada, mi permette di vedere, valutare, immaginare, senza che alcuno mi veda o si possa avvicinare. Certe volte vorrei parlare con qualcuno che magari passa spesso sotto casa mia, e qualche volta ho provato ad attrarre l’attenzione di una persona che vedo più spesso di altre, ma mia sorella in quei casi mi ha subito fatto rientrare. Non accetto in alcun modo neanche lei, mia sorella, quando con quegli insopportabili modi calmi e paternalistici, mi guarda negli occhi da una distanza che obiettivamente è troppo ravvicinata, e disarmando ogni mia intenzione mi impone la sua volontà, mi prende per un braccio e qualche volta me lo stringe, per farmi capire dove sto sbagliando, forse, oppure solo perché a lei piace avere le persone vicine, toccarle, sentirle presenti. A volte mi sono chiesto cosa farebbe mia sorella, se solo riuscissi a sfuggire alla sua presa sul mio braccio, se solo riuscissi a tenerla distante, a non permetterle di disarmarmi con la sua presenza. 

            Bruno Magnolfi


sabato 23 maggio 2009

L'albero.



Accanto al mio giardino è cresciuto un albero. Sugli inizi era poco più di un cespuglietto verde che si intravedeva di là dal muro di cinta. Adesso, senza che nessuno si sia accorto di quando sia accaduto, è cresciuto a dismisura, inchinandosi su un fianco verso il mio giardino e allungando i suoi larghi rami verso i miei fiori e sopra le mie aiuole curate. Ho cercato di parlarne col mio vicino, ma lui ha glissato l’argomento ed ha subito parlato di altro. Mi sento triste ogni volta che guardo il mio giardino: c’è quella presenza inquietante dell’albero che lo sovrasta, lo tiene nella sua ombra, fa cadere le sue foglie un po’ dappertutto, e in primavera spande dei piccolissimi fiori che formano una poltiglia immonda che si raddensa specialmente negli angoli. Quando ho deciso di farlo seccare sono andato di notte al suo tronco ed ho praticato un foro grosso e profondo con un trapano a mano per non fare rumore. Poi ho iniettato al suo interno non so quale veleno con una siringa, e ho richiuso quel foro con della corteccia. In poco tempo sono seccate tutte le foglie e l’albero è morto. Lo toglierà, adesso, ho pensato, ma il mio vicino non l’ha fatto, non ha fatto niente, ed ha lasciato l’albero morto così, ancora più inquietante di prima. Poco alla volta sono iniziati a cadere tutti i rametti secchi più piccoli ed io vivo nel terrore che cada qualche ramo più grosso, o tutto l’albero intero, una volta per tutte. Un giorno di questi vado dal mio vicino e l’ammazzo.

Bruno Magnolfi




venerdì 22 maggio 2009

L'uomo di potere.



La decadenza dell’uomo di potere iniziò quando nessuno se lo sarebbe aspettato. Furono le sue improvvise incertezze a decretarne il cambiamento, proprio quando serviva decisione e determinazione. Lui si era guardato in uno specchio, e si era visto invecchiare più velocemente di quanto si aspettasse, soprattutto perché aveva considerato la conduzione della sua vita sempre un po’ sopra le righe, essenzialmente al di fuori di certe logiche da persona borghese e ordinaria. Adesso si era dovuto rendere conto che qualcosa, nel suo percorso di figura di spicco e di personalità di riferimento per gli altri, per coloro con i quali era sufficiente qualche giochetto di sguardi e qualche frase azzeccata per riuscire a tenerli nel pugno, bene, qualcosa gli era sfuggito. Certo, per sua natura gli veniva istintivo ribellarsi agli accadimenti che non andavano per il verso che lui aveva voluto o previsto, però si sentì stanco, in quel preciso momento, solo, privo di quella volontà che lo aveva sempre infiammato. Uscì di casa, soprappensiero, l’uomo di potere, forse abbassando le sue difese nutrite di sospetto per chiunque, e di accortezza verso qualsiasi particolare. Entrò nella sua auto in modo meccanico, come compiendo un gesto rituale, alla stessa maniera con la quale girò la chiavetta di accensione del motore. Fu tutto in quell’attimo, proprio in quel preciso momento, quando probabilmente comprese il suo errore, la sua debolezza, la fine, proprio lo stesso momento in cui il primo giro del motore, già manomesso e minato, innescò l’esplosione dentro alla macchina, frantumando con lei il suo occupante, e sparando nell’aria tantissimi minuti coriandoli assurdi, spengendo così ogni altro pensiero e qualsiasi volontà di riscatto.

Bruno Magnolfi


martedì 19 maggio 2009

Di rosso e di nero.



Quando arrivai nella saletta di attesa, superata la rampa di scale di marmo, c’era solo una persona seduta sulla poltroncina di stoffa color dell’avorio. La segretaria uscì dal suo ufficio per chiedermi con chi avessi l’appuntamento, poi mi disse che c’era un po’ da aspettare. Arrivarono altre due persone, parlando tra di loro a voce alta; salutarono il terzo e poi continuarono a conversare di arte, di editoria, di direttori di riviste e di altre conoscenze che vantavano. Mi sorrisero, chiesero se volessi sedermi, poi continuarono con i loro argomenti. La saletta era chiara, il pavimento lucido, la segretaria continuava a dar corso alle sue telefonate, ed i tre a parlare e a scambiarsi opinioni e informazioni. Con i loro discorsi e i modi di fare, mi ricordavano vagamente qualcuno, una persona che avevo conosciuto tanti anni prima, un venditore di enciclopedie evoluto, come mi piaceva chiamarlo, che all’epoca trattava certi lavori di grafica, peraltro con ottimi risultati. Ricordavo che aveva un’opera di Vinicio Berti dentro al suo ufficio, un quadro spruzzato di rosso e di nero che campeggiava sul muro dietro alla sua scrivania. Dopo una buona mezz’ora fui ricevuto. L’editore fu molto simpatico, disse che si aspettava una donna, peraltro molto più giovane di me, a giudicare dai temi e da come era scritto quel mio romanzo. Spiegò che il lavoro era buono, però lui non era convinto. Parlò molto, inanellando parecchi argomenti importanti, poi, prendendosi una pausa per rispondere a una chiamata, io ebbi modo di guardare in modo più attento sul muro dietro di lui. Su quel muro c’erano tre grandi quadri; tre grafiche spruzzate di rosso e di nero, e il nome che risaltava sul fondo di ognuno era per me inconfondibile: Vinicio Berti, non poteva essere in alcun altro modo.

Bruno Magnolfi