domenica 31 gennaio 2010

Lo sconforto.

            

            “Non mi piace questo silenzio”, disse lei spostandosi verso la finestra come a cercare di là dai vetri chiusi una fonte di rumore che potesse toglierle quel fastidio. Lui non disse niente, si limitò ad osservarla per qualche minuto, poi si alzò con gesti lenti e misurati, si accostò ad un mobile della stanza e accese l’impianto stereo, lasciando che il compact disc che era già dentro al lettore, iniziasse a suonare, solo dosandone il volume fino ad un livello della musica appena percettibile. “Questa casa, ormai, è peggio di una tomba”, proseguì lei come a conclusione del suo pensiero.
Lui passò svogliatamente vicino al tavolo basso, raccolse il bicchiere rimasto lì e bevve un piccolo sorso, constatando che il ghiaccio si era sciolto. “Potresti cambiare qualcosa, spostare i mobili, acquistare un tappeto nuovo”, disse lui. Lei ebbe un moto di riso, per appena due secondi, poi disse: “Non ne sento affatto la necessità”. Poi raccolse il libro che aveva letto fino a poco prima seduta nella sua poltrona preferita, piegò un angolo della pagina, e lo mise sopra al tavolo. “Sono stufa, persino di me stessa”, disse, e con un gesto meccanico si riordinò i lunghi capelli, passandoli sopra all’orecchio. “Eppure, quando decidemmo di venire a vivere in collina, lontano dalla confusione, sapevamo che era così…”, disse lui con una leggera espressione beffarda, come cercando di scavare nelle parole.
Poi uscì dalla stanza, come conscio del fatto che lei probabilmente non avrebbe né risposto né commentato, ma quando tornò per salutarla, già con la giacca e il cane al guinzaglio, pronto per la solita passeggiata della sera, lei disse: “Le nostre abitudini sono così sedimentate che ormai non potrei tenere un comportamento diverso, neanche lo volessi”. “Questo è vero”, disse lui; “Ma non è il problema, ne è solo il contenitore”.
Poi uscì, liberando il setter irlandese per lasciarlo correre sul prato, mentre il cielo si colorava intensamente dell’azzurro della sera. Lei lo osservò dalla finestra, ne seguì i passi, almeno fino a quando la strada con la ghiaia facendo una curva tra gli alberi non ne nascose la vista, poi si volse quando sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Allora in fretta mise le scarpe, si gettò un maglione sulle spalle e corse fuori, dietro quella curva, seguendo quell’improvvisa necessità di assorbire la serata, di vivere quell’attimo, di abbracciarsi a lui, di sentire che era ancora viva e che tutto era ancora da decidere. Il cane la sentì e le andò incontro abbaiando, e a lei parve di star bene, di non avere bisogno di nient’altro.


            Bruno Magnolfi

sabato 30 gennaio 2010

Un campo da calci.

            

Quando entrai nel campo sportivo così piatto e liscio d’erba rasata, forse appena troppo alta ai margini, ma rada e quasi inesistente nelle zone più calpestate, mi parve subito troppo grande per me, per quei miei piedi piccoli, serrati nelle scarpe troppo nuove, da calcio, appena comperate per l’occasione, soltanto un numero più grandi in considerazione della mia crescita veloce. Gli altri ragazzi correvano, scaldavano i muscoli, ognuno nel suo gruppo contraddistinto da un colore di maglietta, e soffiavano forte l’aria del pomeriggio autunnale, umido, mentre qualcuno qua e là rideva forte, parlando a voce alta di qualcosa. Avrei voluto andarmene subito, ma capivo che sarebbe stato peggio. L’allenatore disse qualcosa con le mani, e noi, i più piccoli di tutti, iniziammo a correre lentamente, lungo la striscia bianca. Ero minuto e fragile di corporatura, un po’ di sport mi avrebbe fatto bene, dicevano i miei, ma io mi sentivo ancora più piccolo e fragile in quella situazione; sentivo la fronte imperlarsi di sudore e anch’io sbuffavo aria come tutti, ma con un senso di fastidio crescente. Mio padre, assieme ad altra gente, sicuramente mi stava osservando fuori dalla recinzione del campo sportivo, anche se non riuscivo ad individuarlo, e probabilmente si sentiva orgoglioso di me, dei miei progressi, come li chiamava lui, e del mio farmi grande.
Poi arrivarono i palloni e tutti iniziarono a scambiarsi grandi passaggi con vistose destrezze di piede. Io mi misi assieme ad un altro che conoscevo, e mentre lui si allontanava arretrando per permettermi di fargli un passaggio, calciai il pallone in malo modo, con molta più forza di ciò che sarebbe servita, proiettandolo verso altri ragazzi lontano. Continuai così per un po’, senza neppure ottenere migliori risultati, ma divertendomi a calciare delle pallonate esagerate, e a stare tanto distante dall’altro da dovergli urlare, fino a quando l’allenatore ci fermò, in malo modo.  Mi piaceva aver fatto subito qualcosa di diverso da tutti, era un po’ come aver detto a voce alta che quel gioco era una sciocchezza, e chi ci credeva era un tonto.
Poi venne intavolata una partita vera e propria, mescolando dentro alle due squadre elementi di ogni colore di maglietta. Terzino destro fu il ruolo a cui fui assegnato, e dopo il fischio mi parve tutto divertente visto che si limitavano tutti a piccole scaramucce al centrocampo dalle quali risultavo praticamente estraneo. Fu solo quando in due vennero correndo forte verso di me che tutto mi parve sprofondare. Feci il possibile, mirando il pallone che si muoveva troppo rapidamente tra quei piedi scalcianti e veloci, e mi difesi in qualche modo da quei corpi sudati smanettanti e sgradevoli, ma finii a terra quasi subito con una forte sensazione di dolore frammisto al sapore forte della terra umida.
Si andò avanti per parecchio tempo alla stessa maniera, e tutta quella faccenda di correre dietro ad una palla sfuggente mi pareva sempre più idiota, fino a che, liberatoriamente, l’allenatore fischiò che era ora di smetterla e di andare agli spogliatoi. Uscii lentamente dal campo, con sollievo, mentre gli altri ragazzi urlavano tra loro cose incomprensibili continuando a farsi degli scherzi e correndo avanti e indietro, quasi a mostrare che avrebbero potuto continuare a giocare per ore senza neanche durare fatica. Negli spogliatoi arrivai tra gli ultimi, e la puzza di sudore era fortissima. Gli scherzi e le risate erano continue, e i più violenti e aggressivi si schizzavano, nudi come vermi, sotto alle docce fumanti e rumorose. Naturalmente mi limitai al cambio delle scarpe, che riposi in una piccola sacca azzurra che avevo lasciata appesa ad un attaccapanni, e senza salutare nessuno uscii per primo e me ne andai.
Ovviamente non tornai mai più in quel campo di gioco e in quegli spogliatoi, ma lo strascico della vicenda fu lungo e doloroso. Mio padre conosceva l’allenatore, ed ambedue incontrandosi qualche volta nei giorni seguenti e ancora dopo, avevano continuato ad insistere, cercando soluzioni alla mia timidezza per farmi continuare con quegli allenamenti. Alla scuola elementare, già la settimana successiva, qualcuno aveva notato che non ero andato alla lezione di calcio, e più che domandarmene il motivo mi era stata fatta qualche battuta frizzante. Capivo bene che chi rifiutava come me un‘opportunità di quel genere, e cioè imparare lo sport nazionale, doveva essere deficiente o pressappoco, così non mi rimase altro che fortificarmi su un comportamento da “diverso da tutti”, come diceva adesso anche mio padre, e cercare di interessarmi di cose strampalate. Abolii le figurine dei giocatori di calcio pur continuando a piacermi come prima, e smisi del tutto di dichiararmi tifoso di una qualche squadra, cosa praticamente impensabile in quegli anni; e quando  mio padre una domenica mi portò a vedere una partita di pallone nel solito campo degli allenamenti dove giocava la squadra del paese, io mi limitai a cogliere un mazzolino di fiori di campo che crescevano spontaneamente ai margini dello spiazzo, e fui contento solo quando l’arbitro fischiò la fine e si andò via.

Bruno Magnolfi


venerdì 29 gennaio 2010

Giorno qualsiasi.

           

            Le facciate dei palazzi precipitano sui marciapiedi, e la folla si riversa lungo le strade per il convegno generale dell’ora di punta. Dall’interno di una grande vetrata un uomo osserva distaccato l’ordinarietà delle cose, lascia che i suoi pensieri seguano un corso proprio per alcuni minuti, infine si alza dalla sua scrivania e raggiunge gli altri. Cerca un’immagine dentro di sé che gli dia distensione, domenica scorsa è uscito con la sua barca insieme agli amici. Si è vantato di qualcosa, probabilmente, ma non lo ha fatto con volontà: era già nelle cose, non poteva esimersi dal sentirsi appagato. Adesso quel comportamento gli sembra ridicolo, e appare noioso quel gioco continuo di corsa al piacere. Scende lungo la strada con lo scudo del suo vestito di seta, ma all’improvviso sa di essere solo. Nessuna fuga in avanti, il suo analista gli ha detto di non correre mai, la sua fantasia è scollegata da tutto, una parte di narcisismo è sempre presente, e l’appagamento è dato dalla flessione delle cose e delle persone che si muovono intorno. Non è contento di niente, ma non se lo chiede neppure, la felicità è una parola vuota, la mancanza del suo contenuto fa muovere tutto. L’uomo si chiede come riempire quello spazio deserto fino alla prossima telefonata, ma con un sottile dolore si rende conto di aver spento con un gesto di stizza il suo cellulare. Qualcosa si incrina nelle sue certezze, ma continua a camminare in mezzo alla gente, sicuro che qualcosa avverrà. Non sa più cosa vuole, i suoi passi appaiono lenti rispetto alla fretta di tutti. Gente, gente, quella gente gli ha sempre procurato energia, ma adesso non basta, il meccanismo si è rotto: non si sente né migliore, né uno come tutti, si sente da solo, e la solitudine è depressiva, crepuscolare rispetto alle cose.


            Bruno Magnolfi  

giovedì 28 gennaio 2010

Il vincitore.



“Adesso mi hai stufato”, le dice l’uomo con voce decisa sollevandosi dalla posizione che aveva assunto per effettuare quel difficile rinquarto al biliardo. Di fatto la sua palla ha assunto troppo effetto, va a colpire di lato ed il suo tiro risulta sbagliato anche se non disastroso.
La ragazza inizia a piangere, ma con dignità, a piccoli singhiozzi, ed esce dalla porta a vetri andando a sedersi ad un tavolo tondo del caffè, nell’altro ambiente del locale. L’uomo non la guarda neanche, e mentre cerca di capire cosa c’era di sbagliato nel suo tiro, dice ad alta voce, ma come tra sé: “Ho detto un sacco di volte che non deve venire qui a scocciarmi”.
Gli altri tre giocatori e le altre quattro o cinque persone presenti non dicono niente, anche se gettano tra loro delle occhiate più che esaurienti sui loro pensieri, mentre, come se niente fosse successo, la partita prosegue regolare.
La ragazza rimane di là, con le spalle alla sala da biliardo, si fa servire un cappuccino e intanto, distrattamente, sfoglia un giornale. La porta a vetri è piena di impronte di mani, e qualcuno intorno al biliardo si è acceso la sua sigaretta, lasciando che il fumo grigio e svogliato si alzi da dentro a quelle luci basse e vada a perdersi su in alto, dentro le ventole di un aspiratore che produce nell’aria pesa un ronzio leggero.
L’uomo studia meglio i tiri successivi e va a segno con diversi punti. Una leggera smorfia si disegna sul suo viso, il suo gioco sembra disteso e fluido, i birilli e il pallino cedono sotto ai tiri calibrati, e infine vince, come già era successo nelle due partite precedenti. Intasca i soldi che aveva pattuito, ripone la sua stecca, saluta tutti con appena due parole ed esce dalla porta a vetri.
Gli altri lo osservano mentre si allontana, quando passa accanto alla ragazza: le fa una carezza dolcissima sul viso, le sorride quanto basta, e infine l’abbraccia mentre escono insieme dal caffè. 


Bruno Magnolfi

martedì 26 gennaio 2010

Un raro cliente.

            

            L’albergo era piccolo, quando arrivava un cliente doveva suonare ripetutamente e a lungo il campanello sopra lo scrittoio, perché la proprietaria, la signora Rosa, era sempre ai piani superiori indaffarata ad aiutare la cameriera. Quel mattino le cose non furono diverse, e l’ingegnere incaricato dalla Provincia di effettuare dei rilievi in quella zona, attese con fiducia che qualcuno rispondesse ai suoi richiami, forte della sua prenotazione telefonica. La sua camera non era molto grande, ma a lui piaceva quell’arredamento semplice, quasi essenziale. Disfece i bagagli, sistemò qualcosa, infine raggiunse, con la sua auto carica di strumenti, il magazzino dove si doveva incontrare con la squadra degli operai, ai quali c’era da spiegare compiti e mansioni, in modo da iniziare i lavori quanto prima. La cena nella saletta ristorante dell’albergo era divertente e familiare, con un televisore acceso in un angolo e tutti che parlavano a voce tanto alta da neutralizzarne gli effetti. L’ingegnere parlava volentieri con Rosa e le spiegava i lavori che svolgeva nei terreni attorno al paese. Era così caldo e accogliente quel posto che veniva voglia di passarci l’intera serata a parlare e a scambiare battute di spirito. Fu solo dopo alcuni giorni che le cose cambiarono. Rosa gli disse che alcuni proprietari della zona erano andati da lei a dirle che era un sopruso quello che la Provincia stava facendo nei loro confronti, e lei non voleva entrare in quelle questioni, ma se le acque non si fossero presto calmate, era costretta a chiedergli di cercare una sistemazione diversa. L’ingegnere rimase turbato, si prese un giorno di tempo prima di affrontare le cose, studiò a fondo le carte e le confrontò con i terreni oggetto di discussione, infine chiese alla signora Rosa di farlo incontrare con quelle persone che si erano tanto lamentate delle decisioni della Provincia. Si ritrovarono lì, nella saletta del ristorante, nel pomeriggio, e l’ingegnere ascoltò le ragioni dei proprietari, mise avanti gli interessi del bene pubblico portati avanti dalla Provincia, e alla fine, cercando un accomodamento già nei modi e nelle parole adoprate, disse che avrebbe studiato alcune modifiche volte a non danneggiare nessuno. Durante la notte qualcuno tirò un sasso in una finestra dell’albergo di Rosa, ed il mattino seguente tutto il paese era dispiaciuto di quanto stava accadendo. L’ingegnere si chiuse nell’ufficio del magazzino della Provincia, fece diverse telefonate lunghe e concitate, e infine lavorò a fondo senza uscire da dentro prima di aver messo a punto un compromesso accettabile. L’incontro con i proprietari avvenne nella solita saletta del ristorante, e in breve tutti i presenti accettarono le condizioni portate avanti dall’ingegnere. Ogni discussione fu presto portata a compimento, l’ingegnere si offrì di ripagare la finestra dell’albergo sfondata, e alla fine una bicchierata generale costituì il miglior fondamento dell’accordo trovato, naturalmente in presenza della signora Rosa, felice di poter conservare quel cliente così bravo ed affabile.   


            Bruno Magnolfi

lunedì 25 gennaio 2010

Variazioni di percorso.

            

            Di venerdì a Geraldo piaceva tornare a casa a piedi dopo il lavoro. Era una maniera come un’altra per liberarsi da tutti i pensieri e le preoccupazioni  che il suo mestiere di ragioniere gli procurava in tutto l’arco della settimana, ed affrontare il riposo del sabato e della domenica con la testa leggera. Dall’ufficio di commercialista, dove lavorava come dipendente insieme ad altre dieci persone, ci voleva circa un’ora per arrivare fino a casa sua senza prendere l’autobus, e tutto quel grande quartiere che attraversava di venerdì sera appariva così interessante al suo passo tranquillo, cadenzato, che solo quella semplice passeggiata gli pareva una festa. In fondo la sua vita era semplice, e lui non chiedeva molto per sentirsi contento e appagato. La sera, qualche volta, andava in un bar sotto casa, si prendeva un caffè e scambiava qualche parola con le persone che conosceva da sempre. Gli piaceva starsene un po’ lì, in quell’aria fumosa da perdigiorno, gli pareva di sentirsi tra amici, in mezzo a discorsi leggeri, senza pensieri. Fu la sera di un sabato qualsiasi, che qualcuno aveva portato quella ragazza, forse appena un po’ sbronza, a dire la verità, però una persona simpatica, pronta allo scherzo. Avevano bevuto ancora qualcosa, poi lei si era avvicinata a Geraldo e gli aveva detto che aveva una bella camicia, così erano usciti insieme dal bar, perché lei aveva caldo e tutta quella gran confusione le faceva girare la testa, ed erano arrivati fino in fondo alla strada, dove si erano messi seduti sui gradini della chiesa lì all’angolo. “Certe volte mi sento un po’ sola”, aveva detto lei, e l’argomento così era girato tutto attorno a quel suo problema. “Tu sei in gamba”, gli aveva detto, una volta esauriti i discorsi; “Non sei come quei quattro ignoranti nel bar che ti pagano qualcosa da bere e così pensano di potersi permettere tutto”. Lui l’aveva accompagnata fino a casa, quella sera, e si erano dati appuntamento per il giorno seguente, per mangiare qualcosa alla svelta e andarsene al cinema. Ma Geraldo era passato dal bar molto prima dell’orario dell’appuntamento, e aveva trovato un ragazzo di quelli che erano lì anche la sera prima; quello gli aveva messo una mano sotto ad un braccio, come si fa tra gli amici, e guardandolo dritto negli occhi gli aveva detto che quella ragazza era una che ci stava con tutti, bastava pagarle qualcosa, non c’era problema. Lui era uscito dal bar con la testa confusa, aveva pensato al suo solito lunedì che sarebbe arrivato di fretta, e alla lunga settimana in ufficio dietro alle solite carte, poi aveva girato un po’ a caso per le strade di tutto il quartiere. Il suo passo era sempre più lento, più pesante, più stanco: non sapeva più cosa voleva, non riusciva a prendere una qualsiasi decisione. Infine, del tutto soprappensiero, all’ora del suo appuntamento si era ritrovato nel solito bar, se ne era reso conto solo quando ci era arrivato davanti, così era entrato spingendo lentamente la porta vetrata: c’era lei, seduta ad uno di quei tavolini, lo stava aspettando con la stessa espressione simpatica della sera passata, e Geraldo in un attimo aveva capito che cosa voleva davvero.


            Bruno Magnolfi

venerdì 22 gennaio 2010

Pomeriggio da disperati.

           

            La mamma li aveva lasciati nel giardino di casa a giocare; era dovuta uscire per un impegno improvviso, “Una mezz’ora, un’ora al massimo”, aveva detto, e si era raccomandata più di una volta specialmente con Teresa, la figlia più grande che aveva già nove anni, di comportarsi per bene e ad ambedue di fare il più possibile i bravi.
Sandrino invece, appena rimasto da solo con la sorella, si era subito messo a correre avanti e indietro, lungo tutti i vialetti e intorno alle aiuole, saltando dai gradini della porta del retro e facendo il diavolo. Teresa lo aveva ripreso, “Ti viene la tosse”, aveva detto, ma non era riuscita a fermarlo.
Quando Sandrino poi era caduto, le sue mani erano andate ad infilarsi dentro a una siepe, e per fortuna non si era neanche poi fatto male, a parte un graffietto, se non fosse stato per l’ape che ronzando sui fiori proprio in quel punto, ebbe l’idea di pungerlo su una delle sue guance morbide.
La sorella lo portò subito in casa per non far sentire gli urli ai vicini, poi cercò di curarlo, ma quando si rese conto che il viso di Sandro era gonfio e che il dolore doveva essere forte davvero, le venne da piangere anche a lei, sentendosi persa, impossibilitata a sistemare le cose.
Rientrò la mamma e li trovò così, disperati, coscienti di non essere riusciti a cavarsela.


            Bruno Magnolfi