giovedì 30 dicembre 2010

La solitudine dello scrittore.

           

            Quando chiudo gli occhi una luce mi illumina i pensieri, e la mia mente inizia ad inseguire volti, figure, immagini di altrettante persone che non so chi siano, non ho mai conosciuto, ma che per qualche motivo trattengo da lungo tempo dentro di me, e loro tornano ogni volta a farsi vedere, a compiere gli stessi gesti, a riempire il mio campo visivo. Questa gente mi guarda, mi scruta, qualcuno tra tutti gli altri mi viene più vicino, dice qualcosa, anche se sottovoce, usando parole per me incomprensibili, come se parlasse una lingua sconosciuta, e gesticolando in modo misterioso. 
            E’ come se la scena si ripetesse ogni volta, sempre la stessa, io abbasso le palpebre e i miei occhi lentamente si girano al contrario, andando a guardare dentro di me, iniziando subito a vedere tutte quelle persone che restano lì, in piedi, senza fare niente, solo aspettando il momento quando io torno tra loro. Ho tenuto il mio segreto per tanto tempo, non volevo si dicessero cose strampalate su di me, così evitavo le persone, mi chiudevo dentro al mio segreto, evitando qualsiasi contatto, anche qua dentro, in questa clinica psichiatrica.
            C’è un medico, apparentemente uno come gli altri medici che girano in questa palazzina, difatti non lo avevo mai notato in precedenza, ma può anche darsi che sia arrivato solo ultimamente: lui si piazza lì e mi guarda, certe volte mi pare assomigli a qualcuno di quelli che vedo solo io. Anche lui dice qualcosa sottovoce, con parole incomprensibili, proprio come quelli che vedo solo io, così mi è sembrato di capire che quel medico faccia parte della schiera di persone che sta dentro di me, o che in qualche modo abbia qualcosa a che fare con tutti loro.
            L’ho evitato, per un po’ di tempo, come faccio sempre con chiunque; poi l’ho fermato con un gesto della mano, proprio davanti a me, quasi sui miei piedi: l’ho guardato, e anche lui ha fatto la stessa cosa, senza dire niente, e alla fine io ho chiuso le palpebre ed ho sentito gli occhi che si giravano dentro di me. Poi non so che cosa sia successo, ma quando ho guardato i visi delle persone che come sempre stavano davanti a me, ho visto che c’era anche lui insieme agli altri, c’era anche il dottore. Mi hanno legato al letto con delle fasce, mi hanno costretto a restare qui, sdraiato, senza poter fare più alcun gesto, qualcuno ha detto che potrei farmi del male, e nel trambusto di tutto quello che è accaduto ho visto che c’era anche lui, quel dottorino nuovo che conosce il mio segreto: ci siamo fatti un gesto, quando ci siamo guardati, appena un battito di ciglia, un’inezia impercettibile, quasi per dire, ma cosa importa tutto questo, ci vediamo dopo, insieme agli altri, dall’altra parte.    


            Bruno Magnolfi

mercoledì 29 dicembre 2010

La scelta motivata.

            

            Che importa, in fondo, pensa Gabriele, non comprendere qualcosa di tutto ciò che è stato detto, magari soltanto perché qualcosa nell’insieme è stato espresso male, confusamente, con furbizia, proprio per non lasciare la possibilità di capire, almeno non del tutto. Non ha alcuna importanza, è sufficiente aver udito le parole, aver finto soddisfazione di quanto è stato riferito, come non ci fosse stata alcuna curiosità di andare a fondo in un argomento di quel genere. E il fatto poi che si trattasse di una materia così legata ai miei interessi, pensa ancora Gabriele, è un elemento di pura coincidenza, che alla fine importa ancora meno, visto che proseguo nel conservare le mie opinioni, non mi lascio certo confondere da queste argomentazioni quasi inutili.
            Certo, capire le ragioni degli altri può essere importante, ma in fondo è facile modellare ogni pensiero a proprio piacimento, in modo da riuscire a far brillare sopra a tutti il punto di vista personale, le ragioni che si attagliano meglio ai propri tornaconti, i motivi principali sui quali si è imbastita l’esistenza propria. A chi importa cercare una logica più alta, un’obiettività che non ha senso, proprio perché persino troppo astratta, slegata da questa nostra vita?
            La conferenza procede, Gabriele si alza, lentamente raggiunge il fondo della sala, esce dalla porta socchiusa. Ci sono alcuni in quell’ingresso che fumano qualche sigaretta, e intanto dicono qualcosa, ridono degli ultimi interventi, ma comprendono i motivi che hanno fatto dire con forza ai relatori soprattutto certe cose, evitando di metterne in luce certe altre. Così si deve fare, tutti pensano questo, non c’è altra possibilità. Lui osserva gli altri, consulta qualcosa su un suo taccuino, pensa che quella riunione sarà di nuovo inutile, o almeno servirà soltanto a stabilire che c’è accordo, che i punti vista sono chiari, la posizione di tutti è ormai stabilita.
            Gabriele rientra nella sala, scorre lungo il corridoio, raggiunge la sua postazione. Tra poco si procederà alla votazione, dovrà premere il pulsante di destra o quello di sinistra, e lui sente di avere le idee ancora meno chiare dal momento in cui è arrivato. Ascolta gli ultimi intereventi, gli sembra che tutti proclamino ormai le stesse cose, usando quasi le medesime parole, il suo disagio è forte, sa che deve uscire da questa situazione, deve prendere una posizione chiara, anche se gli sembra sempre più lontana. Infine guarda il suo vicino: è serio, concentrato, scrive qualche appunto con tratti decisi, con gesti definiti. Va bene, non ci sono problemi, pensa Gabriele, e ormai ha deciso: voterà alla stessa maniera del suo vicino di postazione; torna ad osservarlo, gli pare retto, definito, e se è così convinto del proprio comportamento, pensa con forza, certamente può esserlo anche lui, proprio per le medesime ragioni.

            Bruno Magnolfi  

lunedì 27 dicembre 2010

Fuori e dentro l'anima.

            

            Fuori da qui soprattutto ci sono le persone, individui che vagano, guardano, cercano di comprendere il punto esatto da cui si generano attimi capaci di allegria, di piacere, di completezza delle proprie cose, e si ritengono disposti a battagliare tra di loro, a calpestarsi, a distruggersi l’un l’altro pur di raggiungere al più presto possibile quei loro scopi. Certe volte li osservo, cerco di interpretare i loro movimenti, di comprendere quali siano i comportamenti che terranno da lì a poco; mi tengo alla larga, questo è sicuro, mi limito soltanto a tenere tutti sotto controllo, ad evitarli per quanto sia possibile, in modo da scongiurare la possibilità di ritrovarmi di fronte a dei problemi da risolvere, grattacapi dei quali non ho mai sentito alcuna necessità.
            Dentro a questo involucro di cui conosco ogni frammento c’è il mio mondo; osservo le mie mani, le giro, ne piego con facilità le dita, so che con queste posso afferrare qualsiasi oggetto, in qualunque momento ne abbia voglia. Sulla superficie dei miei occhi il mondo non mi spaventa, so che nel profondo di me stesso le cose si muovono in modo equilibrato, senza sbavature, come se tutto fosse permeato di significati, incapace di contraddizioni. Esco di casa, giro per le strade, entro in un caffè, parlo con un cameriere, mi lascio servire un bicchierino di acquavite, mi sento a posto, in assoluta coerenza.
            Fuori da qui la realtà sembra priva di controlli, tutto avviene senza una logica formale, in assenza di una legge superiore che ne registri le attività svolte in ogni situazione. Automobili guidate in malo modo sbandano paurosamente, alberi scheletrici piegano i propri rami appesantiti dalla pioggia, piccoli fiumi ingrossati dall’acqua escono dagli argini inondando campagne e abitazioni. Persone di ogni genere ed età, piangono e si lamentano per i danni e le calamità subite, altre chiedono un aiuto, un sostegno che spesso giunge in modo poco significativo, nell’attesa generalizzata che tutto ritorni alla svelta nel grande alveo della normalità.
            Dentro, nella quiete di cui provo con insistenza la necessità, non c’è mai stata alcuna paura: vago ancora per le strade, osservo le difficoltà in cui tutti si muovono, e sento farsi spazio una superiorità della quale non intendo avvalermi, almeno per il momento: tutti gli altri sono individui sciocchi, spesso insignificanti, ne sono certo, che senso avrebbe impegnarsi a dimostrarlo?


            Bruno Magnolfi  

domenica 26 dicembre 2010

Nella sera vuota di tutto.

           

Che importa ciò che avviene, quello che ci circonda, tutta questa confusione di gesti, di saluti spesso inutili, di ammiccamenti senza risultato. Si finge soddisfazione di cose piccole, spesso senza alcun significato, e ci si trattiene per evitare scontri stupidi, per limitare discussioni che non porterebbero nulla di positivo. La realtà, la maggior parte delle volte, procede tranquilla per proprio conto, senza avere ostacoli, come se nessuno sforzo fosse sufficiente a contenerla.
            Arnaldo rientra in casa un pomeriggio qualsiasi, dopo una giornata di lavoro esattamente identica ad ogni altra, sale le scale, gira la chiave nella porta del suo appartamento, e improvvisamente, proprio entrando, sente di essere una persona che non conta niente, un individuo qualunque stritolato dentro un ingranaggio. Prende una birra dal suo frigorifero, butta giù uno o due sorsi, e immagina altre cento persone identiche a lui che nello stesso attimo sono tornate a casa dopo il lavoro, e stanno identicamente bevendosi una birra.
            Arnaldo si siede, cerca di pensare qualcosa di ottimistico, ma il senso di vuoto lo abbatte anche di più. Suona il telefono, risponde. Lo aspettano al solito locale, una partita a carte, due risate, qualche scherzo per ridere, per ingannare il tempo, poi via, una corsa in macchina, a cercare qualche cosa che riempia il vuoto, allontani ogni malessere, sollevi quel morale pericolosamente su una china. Prende tempo, ha qualcosa di cui occuparsi, dice, forse solo più tardi può raggiungere gli altri. Guarda la serata dalla sua finestra, ma non trova alcun luogo dentro la sua mente per difendersi.
            Esce senza cambiarsi, le mani in tasca, lo sguardo perso tra le automobili in colonna, il passo regolare lungo il marciapiede. Non c’è alcun luogo dove andare, Arnaldo lo sa bene, lascia che la sera affondi attorno a sé, coprendo le sue spalle a poco a poco con il buio che scende e lo lascia stupefatto. Si ferma davanti ad un negozio, osserva le persone all’interno che acquistano le cose, immagina tutto sempre più opaco, senza valore, quasi una finzione scenica per riempire il maledetto vuoto che sente e che vede attorno a sé.
            Si siede sul gradino di un portone, si stringe dentro la sua giacca, torna ad osservare le persone che si muovono su e giù lungo la strada: un lampione là vicino getta una chiazza di luce sull’asfalto, ormai la sera ha completato il suo percorso, pensa, le luci sono tutte accese, la giornata arranca per andare a completarsi. Avrebbe voglia di parlare con qualcuno, chiedergli perché le cose siano proprio così, piene di amarezza, poi vede un uomo dalla parte opposta della strada; sta seduto su un gradino, come lui, lo sguardo perso tra le auto e i passanti.
            Non c’è senso in tutto questo, pensa Arnaldo, poi si alza, vorrebbe riprendere a camminare, perché adesso prova pena per quella persona seduta là di fronte a lui, gli pare sola, un povero cristo che ha smarrito il senso: così, con calma, attraversa la strada, lo raggiunge, gli tocca una spalla, quello si volta, lo guarda, avrà i miei anni, pensa Arnaldo: vieni, gli dice con fare amichevole, ti offro una birra.      
           

            Bruno Magnolfi

venerdì 24 dicembre 2010

Vecchio Natale.

            

            In quest’ultimo periodo, il tempo scorre più velocemente. Certe volte chiudo appena gli occhi per raccogliere i pensieri, e quando li riapro è già arrivata l’ora del pranzo, o della cena, della visita del medico, o di chissà cos’altro. La giornata è scandita da una serie di appuntamenti in mezzo ai quali dovrei forse avere del tempo libero, starmene lì, immobile, e guardare le chiome degli alberi là fuori, nel giardino, e ripensare ai motivi per cui la mia vita sia rimasta imbrigliata in questa situazione ai limiti del verosimile.
            Invece qualcuno mi tocca un braccio, mi chiamano, c’è da far questo o quest’altro, e la giornata sembra chiudersi in un attimo, senza che sia riuscito neppure a raccogliere le idee. Mi piazzo davanti alle vetrate, su una sedia comoda, e lascio che davanti mi scorrano i ricordi, ma il tempo è diventato più veloce, e i miei libri devono essere chiusi in tutta fretta. Non me ne lamento, forse deve essere così, non posso farci niente.
            La luce del giorno dura poco, ed io risulto lento, inadatto alla sincronia che serve. Gli altri anziani di questa casa di riposo se ne stanno immobili e in silenzio, come me, e un gruppo qualche volta gioca a carte su un tavolo quadrato. Poi ci sono i programmi alla televisione, ma nessuno guarda ormai più niente, tanto distanti sono tutte quelle cose da noi stessi. A me basterebbe comprendere la chiave della mia esistenza, come abbia fatto a ritrovarmi fino qui, quasi senza accorgermi di niente. Invece mi torna a mente il viso di una ragazza di cui adesso non ricordo neanche il nome, e volentieri mi lascio cullare da quel suo sorriso.
            Il medico mi chiede come sto: benissimo, rispondo, qua non manca niente; però ancora non capisco dove abbia sbagliato, quale possibilità io non ho colto durante la mia vita per non sentire adesso il rimpianto che mi opprime in certi giorni. Lui dice che io sono troppo profondo, dovrei pensare meno, distrarmi, giocare a carte o guardare la televisione, come fanno gli altri. Domani è Natale, dice, ancora un’altra volta, pensa quanti ne ha passati uno come te, non ti sembra già meraviglioso?
            Forse ha ragione dottore, gli rispondo; ma non riesco a rassegnarmi all’oblio, al vuoto della mente che smette di pensare. Mi siedo nel mio posto preferito, guardo laggiù le chiome di quegli alberi, mi pare manchi qualcosa alla mia vita, anzi, ne sono ormai sicuro. Forse sarà anche Natale domani, e forse non c’è neppure il tempo sufficiente, ma io devo provare a capire il senso di ciò che mi è accaduto, e forse anche di quello che non mi è capitato. Sono un uomo, dottore, e il tempo è frettoloso, ma io sono sicuro di sconfiggerlo, di riuscire a capire ciò che ancora devo.

            Bruno Magnolfi

            

giovedì 23 dicembre 2010

Percezione di una presenza.

            

            Nei giorni precedenti lei aveva già notato quell’uomo, più di una volta. Se ne stava lì per alcuni minuti, sopra quel marciapiede, fermo, come ad aspettare qualcosa o qualcuno. Lei si era accostata ai vetri della finestra, come a volte faceva, scansando le tende appena quel poco che serviva, e lui era là, dal lato opposto della strada, cappotto grigio, espressione neutrale, senza caratteristiche degne di nota. Sul marciapiede le persone andavano avanti e indietro come sempre, altre entravano nel caffè quasi all’angolo. Ma quell’uomo pareva soffermarsi qualche momento in attesa, come se proprio in quel punto dovesse accadere qualcosa, oppure come se lui fosse certo di incontrarvi qualcuno.
            Poi lei si era preoccupata delle sue cose, aveva stirato una camicetta appena lavata, aveva messo sopra ai fornelli, col fuoco basso, una minestra di legumi per pranzo; infine, quando era tornata a guardare la strada dalla finestra, quell’uomo non c’era più. Meglio, aveva pensato, le procurava un senso di insicurezza quella presenza, quasi come non si sentisse più perfettamente a suo agio in quel suo quartiere. Non doveva essere un poliziotto in borghese, si vedeva, piuttosto un perditempo che si era fissato con qualcosa di cui probabilmente non voleva perdere traccia.
            Il giorno seguente di nuovo era lì, più o meno nello stesso tratto di marciapiede. Lei aveva scostato la tenda, di poco, come sempre, e lui aveva alzato gli occhi verso quelle sue finestre del primo piano, guardandola per un attimo intenso e veloce. Subito lei si era ritratta, provando un brivido intenso e improvviso, aveva immediatamente riaccostato la tenda e si era sentita scoperta, curiosa, un po’ ficcanaso, una che non riesce a disinteressarsi dei comportamenti degli altri. Così aveva evitato per l’intera giornata di tornare ad osservare la strada. Più tardi doveva uscire, così aveva indossato un giaccone, si era avvolta al collo una sciarpa, ed era scesa.
            L’uomo non c’era, lei aveva camminato in fretta allontanandosi da lì, ed era arrivata fino ad un negozio non molto lontano. Aveva fatto un giro soffermandosi davanti ad alcune vetrine, infine, quando era tornata a percorrere quella sua strada, aveva visto, appena girato l’angolo dove si apriva il caffè, che l’uomo era là, nello stessa porzione di marciapiede delle altre volte. In fretta, per non incontrarlo, era entrata nel bar, si era fatta servire una tazza di the, aveva scambiato qualche parola con il cameriere che conosceva, poi, pur prendendosela calma, era dovuta tornare ad uscire.
Se l’era trovato proprio di fronte, quell’uomo, davanti ai suoi piedi, e non aveva potuto far altro che alzare gli occhi sopra al suo viso, e così, a distanza ravvicinata, gettare un piccolo grido per la sorpresa. Scusi, aveva detto lui, con modi cortesi, proseguendo quasi immediatamente per la sua strada. Lei si era stretta nel proprio giaccone, aveva abbassato lo sguardo, e in fretta era rientrata nel portone e nel suo appartamento: da allora non lo aveva più visto, nei giorni seguenti si era affacciata quasi ad ogni ora alla finestra, ma l’uomo non era più tornato sopra quel marciapiede, e lei, per qualche assurdo motivo, per molto tempo non era riuscita a dimenticarlo.    


            Bruno Magnolfi

martedì 21 dicembre 2010

La lingua del mare.

            

            Sul mare si osservano terre lontane, basta appena un briciolo di fantasia. Rassicura pensare che ci sia qualcosa migliore oltre la linea dell’orizzonte. La risacca sopra la spiaggia porta fragranze di elementi che non conosciamo, e quell’orlo bianco delle onde che giungono a riva, è come composto da tanti fogli di carta, arrotolati sopra se stessi, colmi di scritture e di messaggi che giungono a parlarci con nuove parole, a spiegarci cose diverse. Sta a noi saper leggere, sforzarsi di comprendere una lingua diversa da quella che usiamo ogni giorno.


            Bruno Magnolfi