lunedì 30 gennaio 2012

L'evidenza dei gesti.


            

            Si era deciso a passare davanti alla palazzina dove lei abitava, non riusciva più a resistere senza concedersi almeno quel tentativo. Aveva un disperato bisogno di rivedere il suo viso, la sua espressione, incrociare il suo sguardo, magari sentirne la voce, perché continuare da lontano, lungo la strada, ad osservare le finestre del suo appartamento, non era assolutamente più sufficiente.
            Aveva percorso il marciapiede quasi di fretta, come avesse un impegno preciso, ma quando si era ritrovato davanti al portone condominiale si era accorto che era socchiuso. Aveva spinto leggermente il battente, e in un attimo era entrato, senza pensieri, come fosse la normale prosecuzione di tutte le cose. L’andito era buio e silenzioso, lui si era fermato, aveva osservato l’inizio del corrimano di legno di fianco alle scale, e aveva pensato alla mano di lei che lo sfiorava ogni giorno, mentre saliva o scendeva. Poi aveva messo un piede sul primo gradino, ma non per affrontare davvero la scala, anche se sapeva perfettamente che abitava al secondo piano, quanto per illudersi di provare le stesse sensazioni di lei.
            Lentamente i suoi piedi si erano mossi per portarlo quasi autonomamente verso il suo appartamento, e lui aveva aspirato con piacere l’aria fresca e immobile, forse profumata di lei. Qualcuno, provocando un rumore secco e inquietante, aveva azionato in quel momento, mentre lui era già al primo piano, il motore elettrico dell’ascensore, facendolo sentire perduto, come se all’improvviso fosse evidente che era una sciocchezza e un errore trovarsi lì. Stava immobile, appoggiandosi al muro, cercando come di scomparire in quei pochi secondi in cui l’ascensore lasciava sentire distintamente la sua corsa dall’alto fino al basso. Infine, dopo un debole ticchettio di suole di scarpe, il silenzio fu ripristinato, e lui si senti di nuovo in dovere di salire ancora, fino al piano superiore.
            In un impulso insensato aveva creduto possibile suonare il suo campanello, farsi trovare sul pianerottolo al buio, disarmato di qualsiasi ragione, ma accantonò velocemente l’idea. Non c’era un motivo per arrivare fin lì, pur cercandolo in ogni maniera: solo uno sciocco poteva comportarsi in quella maniera, eppure consapevole di questo, lui continuava lentamente a salire un gradino alla volta, lentamente, come fosse un’attività inesorabile. Infine era davanti al portone, come se una forza sconosciuta ce lo avesse fatto arrivare, e il silenzio che intorno continuava a regnare, mostrava perfettamente quanta immobilità ci fosse in quella logica scandita dal niente.
            Nei suoi desideri, lei avrebbe aperto la porta, come cosciente della sua presenza; lo avrebbe accolto, si sarebbe mostrata felice di quel sacrificio, della sua forza di volontà, di quel mostrarsi così deciso ad andare fino in fondo alle sue convinzioni. Il senso di sospensione era fortissimo, il terrore che qualcosa o qualcuno interrompesse quell’attimo, sembrava l’unica controindicazione allo starsene sul pianerottolo, fermo, quasi premuroso anche di non respirare. Forse si commosse, ma giusto un momento, cercando di immaginare i pensieri di lei, i gesti, i comportamenti; infine si mosse per andarsene via, non c’era altro da fare. Scese i gradini senza quasi più sangue dentro le vene, senza più forza che lo sorreggesse, e giunse al portone affrontando la violenza dell’esterno e della strada. Lei era lì, d’improvviso, le chiavi dentro una mano: lo guardava, poi si faceva vicina, gli sfiorava il viso con le sue labbra, con un dolce sorriso, senza dir niente, come se tutto fosse già più che evidente.

            Bruno Magnolfi 

giovedì 26 gennaio 2012

Le ragioni profonde.


            

            Probabilmente non aveva pensato proprio a niente iniziando a colpire, si era semplicemente sentito attraversare da una fenomenale scarica elettrica, che aveva subito generato un impulso del tutto irresistibile, la furia cieca e inumana. Era rimasto immobile e in silenzio per quasi tutta la sera, chiuso nella sua camera da letto con una bottiglia di birra e la televisione, nell’attesa che quelle donne con poco cervello, rimaste in cucina per una delle riunioni settimanali che tenevano regolarmente, la finissero con quei loro discorsi monotoni e insopportabili.
            A un certo punto, sentendo forse dire il suo nome nella stanza dove stavano tutte, gli era venuta addirittura voglia di uscire, andarsene a respirare un po’ d’aria fresca fuori da lì, ma non aveva avuto il coraggio di farsi vedere, di mostrare a quelle donne che lui si era chiuso dentro una stanza, che stava lì come uno scemo, e non aveva niente di meglio da fare. Così, con il volume audio al minimo, era tornato a cercare qualche programma alla televisione, senza trovare niente di niente, niente che gli potesse togliere il disagio che continuava a provare.
            Poi aveva appoggiato l’orecchio alla porta, come per cercare di comprendere il motivo di tanto parlare, ma aveva capito ben poco, se non che sua moglie interveniva soltanto ogni tanto per confermare qualcosa che dicevano le altre, giusto per dire, e con voce più bassa di tutte, spiegando che lei era d’accordo, che si ritrovava in tutto ciò che le altre dicevano. A lui montavano i nervi a sentir dire cose del genere, e così era tornato a sdraiarsi sopra il suo letto, e a starsene lì, senza pensieri, senza nulla da fare.
Tutto quel ritrovarsi nei ragionamenti degli altri era assurdo, pensava. Impossibile credere che le proprie opinioni fossero così condivisibili, ognuno aveva la propria storia, idee differenti dagli altri, un proprio diverso punto di vista. C’era qualcosa di sbagliato in tutta quella faccenda, più ci rifletteva e più ne era sicuro, ma la cosa più importante di tutto era adesso smettere completamente di pensare, lasciare che quelle faccende proseguissero per proprio conto, svaporassero nella bocca di quelle povere deficienti, almeno fino a quando non fossero davvero diventate un problema anche per lui.
Era difficile persino dire agli amici che a casa sua accadevano cose del genere: anzi, se ne era sempre guardato bene dallo spiegare ai ragazzi del bar che sua moglie faceva parte di un gruppo dove si affrontavano quelle scemenze, e si perdevano dei pomeriggi interi a parlare di fatti e circostanze che parevano inventati apposta per rovinare l’equilibrio della famiglia. Se ne sarebbe addirittura vergognato se qualcuno avesse sospettato una cosa del genere, e per questo fino ad allora aveva sempre preferito far finta di niente, come se quelle riunioni non riguardassero minimamente anche sua moglie. Così, quando lei aprì uno spiraglio della porta di camera per chiedergli di andare di là, a parlare un momento con quelle sue amiche, lui rimase di sasso.
Ascoltò quasi in silenzio quello che avevano da dirgli quelle galline, non si preoccupò neppure di rispondere alle cose che gli venivano chieste, e poi lasciò che gli si stampasse sul viso il sorrisetto di chi sa benissimo a quale gioco stessero giocando tutte quante, ed attendesse soltanto che lo lasciassero in pace, perché lui non ci cascava in certi tranelli, non era assolutamente il tipo che si faceva mettere sotto da tre o quattro femmine, con tutti i loro discorsi. Fu poco dopo, quando tutte se n’erano ormai andate, che gli parve di non poter sopportare più quella storia. Aveva preso un’altra birra dal frigo, l’aveva aperta in silenzio, ne aveva bevuto già qualche sorso, e quando sua moglie fece per passargli vicino, lui seppe d’improvviso che era lei il centro di tutti i suoi affanni, di tutti i malesseri che spesso provava. Col primo schiaffo la gettò a terra, ma solo quando la prese a pedate, con tutta la forza che aveva, sentì la forza di chi ha tutte le ragioni del mondo: non c’era neppure bisogno di dire qualcosa, era evidente che lui aveva ragione.

Bruno Magnolfi 

lunedì 23 gennaio 2012

La gravità degli eventi.


         
            La donna guidava con prudenza la vecchia automobile. Il marito, seduto al suo fianco, aveva sonnecchiato per parecchi chilometri, fino a dimenticarsi quasi del tutto il motivo del loro viaggio. Il piccolo dolore ad un piede che aveva provato al momento di indossare le scarpe, forse un po’ troppo nuove, si era attenuato poco per volta, fino quasi a scomparire del tutto durante il viaggio iniziato col buio. Fuori dai finestrini aveva albeggiato da poco, e la giornata era apparsa grigia, ricca di nuvole e di uggia. Lui aveva tolto la scarpa, poi era tornato a indossarla.
            Lei aveva ripassato mentalmente più volte le frasi di circostanza da dire ai cugini, ai cognati, a tutti quei parenti che non ricordava neppure di conoscere, o aveva visto soltanto nel giorno lontano del suo matrimonio, ma che proprio da lei forse aspettavano qualche parola significativa. La cerimonia era fissata alle undici, loro sarebbero arrivati nel piccolo paese presumibilmente poco dopo le nove. Tutto continuava a snodarsi con regolarità, poi lui aveva aperto un po’ gli occhi, aveva osservato il profilo di sua moglie, infine aveva chiesto di fermarsi ad un bar, giusto per concedersi un caffè e smuovere i piedi.
            Va bene, aveva detto lei, c’è una stazione di servizio fra tre o quattro chilometri. Erano rimasti in silenzio, lei aveva percorso l’ultimo tratto di strada concentrata sulla sua guida, poi aveva azionato l’indicatore di direzione, la macchina aveva accostato rallentando, e infine si era fermata, lasciando nell’aria un silenzio vagamente antipatico. Lui era sceso nell’aria nebbiosa sbattendo il proprio sportello, lei aveva atteso ancora un momento, come per raccogliere tutte le idee. Un’angoscia sottile pareva vorticare davanti a quell’autogrill, erano entrati all’interno modulando una certa normalità, la donna aveva subito detto, evitando di voltarsi, di ordinarle un caffè mentre andava un momento nel bagno.
            L’uomo aveva appoggiato i gomiti sopra al bancone del bar, aveva ordinato il paio di caffè, poi si era concentrato sulle bottiglie di liquore alle spalle del cameriere. Provava come un costante ronzio dentro alle orecchie, un vago senso di appannato gli passava sugli occhi, e in quella fase, aveva lasciato trascorrere diversi minuti, forse anche in numero maggiore di ciò che poteva sembrare necessario. Si era guardato attorno, aveva sorseggiato il suo caffè avanti che si raffreddasse, poi aveva mosso qualche passo verso la porta chiusa delle toilettes.
            Era tornato al bancone, aveva atteso ancora qualche minuto, infine era tornato verso la porta, era entrato lentamente, era andato verso il settore destinato alle donne, aveva detto soltanto impersonalmente: tutto bene?, nel silenzio completo dei piccoli locali. La risposta mancata lo aveva allertato, così era tornato verso il bancone, aveva spiegato ad una ragazza del bar che forse era il caso di controllare qualcosa che pareva non andare. Infine era tornato a guardare soltanto per un attimo la superficie lucida delle bottiglie di liquore, ed era rimasto così, senza voltarsi, cosciente che qualcosa di grave era sicuramente accaduto.

            Bruno Magnolfi
            

domenica 22 gennaio 2012

Raggiunta libertà.



Continuavo, a momenti, a sentire l’infido e leggero dolore dell’ago nel polso, e la presenza di quel corpo estraneo che mi avevano introdotto dal naso, fino ad ingombrarmi la gola. Ero tornato a svegliarmi, tempestato da chiazze di colore che vedevo allargarsi nella mia testa, e la coscienza del tempo rimasto in sospeso, un vuoto pneumatico, colmo di niente, unita alla sensazione di dover quasi attendere senza impazienza l’arrivo di una leggera sfumatura ulteriore, di una tonalità cromatica incomprensibile, almeno al momento.
Non avevo alcuna voglia di immaginarmi quel letto d’ospedale su cui ero disteso, quegli strumenti elettronici, che mostravano e facevano sentire ad ogni secondo la propria presenza fin troppo razionale, capace di organizzare e sancire qualsiasi variazione, qualunque debole differenza tra un prima ed un dopo. Lasciavo le palpebre degli occhi abbassate, quasi al limite, nell’offrire alla debole vista soltanto uno spicchio del campo visivo di fronte, giusto lo spiraglio sufficiente a captare la luce del giorno sulla parete, un piacevole riverbero diffuso del sole, che da qualche parte continuava tranquillamente a brillare, ne ero più che sicuro.
Ero da solo nella cameretta, ed avevo intravisto un’infermiera, una persona che non conoscevo, venire a consultare, ogni cinque minuti, il responso di quegli strumenti, controllare le flebo, gli aghi, i tubicini, tutti quei piccoli oggetti invasivi che mi tenevano in vita, quella vita così compromessa. Contavo fra me ogni tanto i respiri che ancora riuscivo a produrre: il meccanismo del corpo era al limite, ne ero consapevole, la situazione stava sfuggendo di mano, inutile illudersi, eppure, privo di qualsiasi desiderio, valutavo ancora quei piccoli indizi, quel surrogato di niente, che forse stupidamente, una volta di più, cercavo di assaporare .
In mezzo alle ciglia dei miei occhi, il mondo che riuscivo a vedere era in qualche maniera già privo di me: in poco tempo al mio posto ci sarebbe stato qualcun altro ad occupare quel letto; e chissà in quanti sarebbero ancora passati da lì nei mesi a venire, e forse tutti quanti avremmo avuto gli stessi pensieri, le medesime sensazioni, come se un’ordinarietà, fino ad allora quasi incomprensibile, fosse riuscita a plasmarci, proprio per farci provare le medesime cose, instillare degli identici effetti. 
Sentivo l’ago, vedevo la luce, intuivo la superficie delle lenzuola: lo scopo principale restava almeno non provare dolore, illudersi che quel passaggio intrapreso senza gran sofferenza, fosse in questo modo più umano, più caritatevole, maggiormente accettabile. Andarsene da soli, in un luogo così impersonale, aveva comunque il suo fascino, questo sarebbe stato un mio normale pensiero, in condizioni diverse, se non fossi stato impegnato in riflessioni lontane.
All’improvviso il dolore dell’ago si era mostrato come l’unica cosa che riuscissi a sentire, della luce filtrante dalla finestra ormai non mi interessava più niente, era come un grido quello che avrei voluto rendere pubblico, ma le forze non erano per nulla capaci di permettermi un’attività di quel genere. Restavo immobile, come unica cosa da fare, chiudevo le palpebre degli occhi, mi concentravo sull’ultimo sottile dolore che riuscivo a provare, fino a quando anche quello smise di tormentarmi, con grande sollievo, lasciandomi libero.

Bruno Magnolfi 

giovedì 19 gennaio 2012

L'acquario del mondo.


            

            Fuori, la città era ostile. Lei era uscita di proposito per affrontarla, per andare incontro a quello che oramai le pareva inevitabile, ciò nonostante, adesso provava una leggera paura, un disagio profondo, che dimostrava forse la sua evidente incapacità al confronto con gli altri. Si era preparata, aveva abbandonato, dopo averle sputate, le sue pastiglie dentro un vaso da fiori, e aveva pensato per tempo a tutto quanto, premurandosi giusto di lasciare un gesto di affetto verso il piccolo acquario incantato, con i suoi amati pesciolini rossi: ne aveva accarezzato il vetro con molta lentezza, li aveva osservati nuotare nell’acqua uno ad uno, e si era quasi divertita, ancora una volta, ad appannarne la superficie con il proprio fiato.
            La strada procedeva diritta avanti a sé, e faceva freddo, anche se si era coperta, e aveva addirittura indossato la sciarpa, proprio quella che normalmente le opprimeva il collo e non sopportava. Scendendo le scale non aveva incontrato nessuno, ma forse, pensava con leggero piacere: adesso qualcuno probabilmente si sarà già reso conto della mia assenza. Sicuramente, per procedere avanti, lei camminava, ne aveva una vaga coscienza, ma era come se il marciapiede le si srotolasse via sotto ai piedi, ed il resto, gli alberi, le case, i portoni dei palazzi, tutto quanto semplicemente le scivolasse vicino, come in una prospettiva inventata.
            Lungo il viale aveva incontrato soltanto due o tre persone a piedi, ma non le aveva guardate, si era anzi voltata dall’altra parte, proprio per non dover dire ciò che pensava di loro, di tutti quanti. Poi aveva visto una panchina vuota e si era seduta. Era sicura di avere la forza e l’energia sufficienti per riuscire a combattere contro qualsiasi cosa fosse venuta a sfidarla, però non voleva guardare attorno a sé, le bastava osservare qualcosa sul marciapiede, e sapere che lei era lì, decisa, con le idee chiare. Aveva visto due bambini che si avvicinavano, così aveva nascosto la faccia dentro alle mani, ma quelli si erano fermati, avevano cercato di guardarla con maggiore curiosità, e prima che arrivasse la mamma, lei aveva già perduto la capacità di ignorarli.
            Si era messa ad urlare, ad un tratto, che andassero via, via da lì, che voleva stare da sola, che non c’era proprio niente da continuare a guardare, e quei bambini, impauriti, erano andati verso la mamma, ma lei oramai aveva sentito che la crisi la stava prendendo, che non sarebbe riuscita a resistere, che tutto le stava vorticando intorno alla testa, e che la strada e il marciapiede si attorcigliavano tra loro senza che potesse far niente. Le erano tremate le gambe, le braccia, aveva dovuto quasi sdraiarsi sulla panchina, ma non era intervenuto nessuno, e così, poco alla volta, in pochi minuti, le era passata la crisi, e tutte le cose avevano ripreso a funzionare in maniera quasi normale.
            Infine lei si era alzata, aveva mosso due o tre passi in avanti, poi aveva atteso il primo passante. Quello camminava senza problemi, come un soldato convinto delle proprie risorse: le sue scarpe erano lucide, il cappotto abbottonato, il suo respiro rilasciava nell’aria una nuvoletta di vapore sfogliata immediatamente dal vento. Lei pensò a sé, ai suoi pesciolini nudi nell’acqua, ed ebbe un moto di rabbia. Rimase ferma più a lungo di quanto si sarebbe aspettata, e quando il passante riuscì a superarla, lei rimase incapace di qualsiasi offensiva immaginata fino ad allora, come se avesse perso l’energia sufficiente, o la capacità di sapere che cosa davvero era importante.
            Tornò a sedersi sulla panchina ancora vuota, si concentrò sul nuoto dei suoi pesciolini che adesso quasi vedeva muoversi da qualche parte, con le loro piccole code guizzanti, e quando arrivò l'ambulanza con quelle persone gentili, seppe che poco dopo li avrebbe rivisti, e questo fu sufficiente a farla felice.

            Bruno Magnolfi   

martedì 17 gennaio 2012

Nuda proprietà.


            

            Parlavano, quasi come se il tempo, almeno in quella stanza, avesse interrotto il suo corso, e le parole, centellinate senza alcuna fretta, scandissero a modo loro quel pomeriggio. Lei diceva che si sentiva stufa della situazione, che avrebbe voluto vedere un certo rinnovamento, delle nuove idee, nuovi modi di essere in tutti coloro che la circondavano, senza precisare nient’altro. Diceva: qualcosa dovrà pur succedere, tutto quanto non può restare identico all’infinito. Poi si era mossa nervosamente nella stanza, infine era andata a sedersi, come cercando dentro di sé una calma maggiore, nell’attesa che almeno si annuisse alle sue convinzioni. I miei pensieri sono forgiati in un metallo pesante e indistruttibile, pensava, sono certa delle mie riflessioni, non vedo niente in grado di cambiare ciò di cui sono convinta.
            Lui allora aveva detto qualcosa tanto per alleggerire la situazione: non c’è niente che imprigioni le idee, se non la convinzione che non possa esistere altro di maggiormente adeguato alla realtà che non sia il proprio pensiero. Aveva parlato quasi sottovoce, come a se stesso, e intanto si era alzato, e aveva girato lentamente nel grande soggiorno, quasi la verità fosse là dentro, forse in un angolo, magari proprio tra un mobile di legno e una parete, ma poi era tornato a sedersi, proprio dov’era stato seduto fino ad allora, sulla grande e comoda poltrona che prediligeva.
Lei  lo aveva osservato, aveva forse intravisto qualcosa di ridicolo in quei modi, ma di quel suo piccolo pensiero non era neppure riuscita a spiegarsene il vero motivo. Poi  aveva aperto una vecchia rivista illustrata, rimasta da qualche giorno sul  tavolinetto lì accanto, limitandosi a voltare le pagine e ad osservarle, ma con distacco, quasi  con  disinteresse. Certe  volte  invidio  la  tua  calma,  aveva  detto; ma è evidente che in un momento così sarebbe auspicabile per tutti.
Ad un tratto era squillato il telefono, e lui aveva risposto senza spostarsi minimamente da dove si trovava. Lei aveva osservato l’espressione consueta che gli si era formata sul viso, e il debole sorriso che aveva formato nel dire: buonasera Fabrizio, ci sono novità? Poi era rimasto in silenzio, ascoltando con attenzione quanto gli veniva riferito. Era difficile per lei comprendere qualcosa dai suoi gesti oppure dagli sguardi, ma ugualmente cercava di tradurre in pensiero quanto poteva soltanto immaginare. Lui aveva detto: si potrebbe tentare…, senza che fosse chiaro a che cosa si riferisse; ma quel senso di debole speranza compresa in quelle parole, era già sufficiente a farle immaginare qualcosa di positivo, un cambiamento, una spinta verso una nuova direzione.
Appoggiò la rivista e tornò ad alzarsi dalla sua poltrona, si avvicinò alla finestra, osservò la serata imminente tra gli alberi del piccolo parco di fronte, e attese che la telefonata si concludesse con dei saluti ordinari. Non ci sono molte speranze, disse lui dopo una piccola pausa. Fabrizio dice che le cose sono ormai compromesse, per ora è salutare per noi continuare a non farci vedere in azienda, ma secondo lui per domani potrebbe essere addirittura auspicabile per noi allontanarsi dalla città. Lei parve punta con uno spillo, si volse di scatto e lo osservò con occhi quasi sgranati. E’ inammissibile, disse. Ci dovrà pur essere una soluzione diversa. Un silenzio di piombo si introdusse velocemente dentro al salone, lui continuava ad osservare qualcosa sul pavimento, lei a seguirne il profilo. Siamo spacciati, disse con un filo di voce, come parlando a se stesso; possiamo soltanto defilarci, i soldi e le proprietà fortunatamente sono già ben al sicuro.

Bruno Magnolfi  

venerdì 13 gennaio 2012

Bambino triste.


            
            Oltre lo stradone polveroso che costeggiava un fosso d’acqua nera e piena di immondizia, non c’era niente, solo terreni abbandonati su cui spuntavano erbacce e ciuffi di canne mezze marce. L’accampamento dei nomadi si trovava poco più avanti, e non si capiva come facesse quella gente a vivere lì, in una zona così insana, maleodorante, anche se nessuno in fondo se ne preoccupava veramente.
            I ragazzetti che abitavano negli ultimi palazzoni popolari della periferia, certe volte si spingevano tutti insieme fino da quelle parti, forse per semplice curiosità, oppure per andare a vedere le persone più disgraziate di loro, o soltanto per gioire nel rendersi conto delle miserie che vedevano. Insieme agli altri andava anche lui, ma in genere restava indietro di un passo o due mentre tutti camminavano, e la maggior parte delle volte non diceva niente, a meno che uno degli altri ragazzi non gli chiedesse qualche cosa.
            Lui era sempre stato così, si era sempre comportato in quel modo, non gli interessava raccontare le proprie cose a tutti come facevano loro, piuttosto preferiva rimanersene in silenzio, osservarsi attorno, ogni tanto, guardare le scarpe degli altri che gli camminavano davanti, e fantasticare su qualcosa, qualcosa che spesso non sapeva neppure lui che cosa fosse.
            Un giorno gli altri si erano nascosti là vicino per tirare sassi contro le baracche dei nomadi, ma lui no, a lui non interessavano cose di quel genere, lui non aveva mai sentito dentro di sé la necessità dell’azione, fare a botte, misurarsi nella corsa e cose di quel genere; gli era sufficiente starsene vicino agli altri e perdersi per tutto il tempo nei suoi pensieri strampalati.
            Così, in un giorno in cui era uscito di casa da solo e camminava lentamente senza meta, quando qualcuno incontrandolo gli aveva chiesto dove fossero i suoi amici, lui aveva risposto con semplicità che non ne aveva di amici, che non ne aveva mai avuti, e che forse il suo modo di essere non gli avrebbe mai permesso neppure di averne.
            Questa cosa si seppe, e allora i ragazzi iniziarono a portarlo in giro con loro anche più spesso, cercarono di farlo sorridere, di fargli vedere le cose più divertenti di cui erano a conoscenza, ma lui, per quel periodo, si limitò a seguirli in silenzio come aveva sempre fatto, fino a quando un giorno si fermò sullo stradone polveroso, vicino al campo nomadi, e rimase lì immobile, soltanto per dire: anch’io, quando sarò più grande, voglio costruirmi una baracca, e venire a vivere qui, insieme a questa gente.

            Bruno Magnolfi