sabato 3 novembre 2012

Un attimo solo.



            Federico, dodici anni tra poco più di due mesi, corre a perdifiato dietro al pallone calciato in malo modo da un suo compagno di scuola, mentre insieme stanno giocando ai giardinetti del quartiere, durante un pomeriggio qualsiasi. Con gli occhi, lo segue rotolare mentre inizia ad attraversare la strada e, nella fretta di raggiungerlo, non si accorge  dell’auto che sopraggiunge. L’uomo alla guida canticchia una canzone trasmessa per radio: è tranquillo, quasi distratto, non si rende neppure conto del pallone che taglia la traiettoria del suo percorso.
            È un attimo: improvvisamente prende coscienza di qualcosa che rotola a sinistra del suo parabrezza,  stringe d’istinto le mani sul volante e volge gli occhi da quella parte. Non si accorge di Federico, che corre da destra per attraversargli la strada, prosegue senza frenare ma prova un brivido. Una leggera quanto potente sensazione di pericolo scaturita dal semplice connubio  dentro la sua testa, come in quella di tutti: pallone – bambino.
            Non rallenta, trattiene forse il respiro, ma nel suo campo visivo, appena sulla destra, intercetta qualcosa davanti alla macchina, vicinissimo; di sicuro qualcosa che sta dove non dovrebbe mai stare. Ma ormai tutto sembra compiuto; è troppo tardi anche per avere un pensiero, il suo cervello è  raggiunto da un piccolissimo impulso: tempo esaurito, dice quel lampo, nient’altro.
            Tutto rallenta fino a fermarsi. L’uomo si vede proiettato fuori dall’auto, guarda se stesso e la macchina che sta guidando da  punti di osservazione diversi, stringe, ancora più forte, le mani sul volante. Vorrebbe  chiudere gli occhi ma il respiro è azzerato, la radio pare trattenere soltanto una nota, o un accordo, prolungandolo in una specie di sospiro cavernoso, quasi disumano, come il rintocco metallico di una campana immersa in un liquido.
            La velocità della macchina è di poco superiore al limite per la guida in città. L’uomo si proietta in avanti nel tempo; immagina che avrebbe potuto procedere con più cautela, a velocità più moderata, con diversa attenzione, senz’altro maggiormente concentrata. Avrebbe potuto evitare di farsi trovare distratto in un momento del genere, ma tutto, adesso, sembra ormai quasi concluso, il tempo esaurito non ammette deroga, ciò che sta succedendo è già definito.
            Ritagliare quel piccolo frammento tra i tanti minuti, i secondi, le ore del giorno; eliminarlo del tutto dalla propria storia, da ciò che irrimediabilmente sarà appena tra un attimo. Fuori da lì, lontano, in una diversa dimensione, distante da tutto; la cancellazione completa di quel pezzetto di tempo. Questi i lampi che scorrono in successione rapidissima nella sua mente e, infine, le gomme dell’auto che stridono in una frenata tardiva, forse inutile, assolutamente ridicola, adesso.
            Tutto è immobile. L’uomo apre lo sportello ed esce dalla sua macchina: si sente già disperato, non può ancora neanche credere che tutto questo stia davvero accadendo. Gira di corsa attorno al suo mezzo, in preda a un dolore pazzesco, alla pazzia di un momento. Ed ecco che Federico, caduto a terra, si rialza immediatamente, lo guarda; il suo viso è sbiancato, ma non si è fatto niente, soltanto un grande spavento. L’uomo lo esamina, lo abbraccia, non può evitare di piangere.

            Bruno Magnolfi

mercoledì 31 ottobre 2012

Navigazione serena.


            

            In questo reparto adesso c’è silenzio. Non è tardi, ma hanno già smorzato le luci, e si riesce soltanto ad avvertire ogni tanto qualche lontano colpo di tosse, ed un ronzio sottile, proveniente chissà da dove. Mi rivolto nelle lenzuola bianche del mio letto, cerco soltanto una posizione comoda e rannicchiata, immaginando questo alto edificio, visto da fuori le vetrate, come una grande nave che manovra lentamente, dentro alla notte insidiosa della città, in mezzo ai problemi e alle preoccupazioni di sempre, che tengono sicuramente svegli molti dei suoi abitanti.
            Scorre il fiume, laggiù, da qualche parte, con la sua costante portata d’acqua, proprio come questa flebo accanto a me, che prosegue a stillare una goccia dopo l’altra, lentamente. Se penso al giorno che deve ancora sorgere, mi sembra così lontano da riuscire a definirlo già un punto d’arrivo, quasi un traguardo, non perché le mie condizioni siano così compromesse da farmelo pensare, quanto perché tutto stasera pare scivolare in un tempo surreale e rallentato, quasi immobile.
            Cerco di pensare qualche cosa che mi porti lontano da questo luogo, ma riesco solo a immaginarmi le molte espressioni di tutta questa gente che viene custodita qui, insieme a me, proprio dentro questo edificio tecnico, che si muove quasi impercettibilmente insieme a tutto l’enorme palazzo di vetro e di cemento che costituisce la nostra provvisoria residenza. Tutti qui avrebbero probabilmente bisogno di sentirsi fuori dagli schemi, capaci di qualcosa che non osano neppure sognare, ma magari sono solo io che mi sbaglio: forse quegli stessi intorno a me stanno pensando la medesima cosa di cui anche io provo una voglia irresistibile.
            Insieme probabilmente potremo girare per tutta la città, poi magari fare rotta persino verso il quartiere dove abito, quel groviglio di strade che frequento da così tanti anni da riconoscerne ogni angolo persino ad occhi chiusi. Probabilmente sono soltanto troppo ottimista, ma potremo magari transitare proprio lungo la via dove sta il mio condominio, con il piccolo appartamento al terzo piano dove sono racchiuse praticamente tutte le mie cose. Ci penso meglio, con maggiore pacatezza, e ad un tratto mi sembra che quello che ho riflettuto appena adesso non sia del tutto vero: sono qui le mie cose, penso, insieme a me; non ho bisogno di nient’altro che di quello che ho qui, in mezzo a queste semplici lenzuola.
            Forse sarebbe addirittura possibile, se rimango sveglio e attento in questa notte così particolare, affacciarmi a questa larga finestra nel momento giusto, salutare con la mano i miei vicini di casa, tutte le persone che mi conoscono e che forse si sono accalcate sopra al marciapiede per assistere a questo evento così particolare. Il transatlantico su cui stiamo viaggiando potrebbe addirittura lasciarmi sbirciare molti dei luoghi a cui sono legato: il giardinetto dove spesso mi reco, il negozio dove vado per gli acquisti, l’albero sulla cui corteccia tanti anni fa incisi con leggerezza il nome di lei. Se faccio attenzione, potrei addirittura vederli passare proprio qui davanti, non come una visione nostalgica, o peggio per provocare in me quella commozione che sicuramente potrebbero scatenare, ma soltanto per una sorta di omaggio a ciò che conosco e che fa parte di me, quasi un elenco delle cose a cui tengo, niente di particolarmente diverso.
            Poi potremmo partire, allontanarci davvero da tutto questo, viaggiare durante ore buie ed inutili per andare ad avvicinarci poco per volta a mete sconosciute, a luoghi mai visti, pur rimanendo immersi in questo silenzio crepuscolare dei corridoi così terribilmente asettici. La nave procede, i motori girano al minimo, e noi tutti insieme solchiamo le acque più inesplorate, immersi quasi in un dormiveglia febbricitante che ci farà sentire sicuramente diversi al ritorno, quasi delle altre persone nei primi momenti, fino a quando però dovremo accorgerci per forza che siamo soltanto rimasti per tutta la notte in un qualsiasi letto di ospedale.

            Bruno Magnolfi         

lunedì 29 ottobre 2012

Pomeriggio ordinario.


            

            Eleonora lo osserva con un leggero sorriso; lui adesso è tranquillo, e lei si sente come rassicurata dall’umore nuovo che come sempre si è manifestato in lui dopo una pillola calmante ed il tè bevuto caldo e a piccoli sorsi. In fondo, secondo il suo parere, sta tutto lì il segreto per riuscire a tirare ancora avanti in qualche maniera, pensa con rassegnazione mentre gli sistema un cuscino sotto la testa. E’ testardo, lo sa, ed è del tutto inutile cercare di fargli comprendere delle motivazioni diverse da quelle che si è già formato nella sua mente.
            Lui sa di avere la possibilità di farsi scusare per aver alzato un po’ troppo la voce durante il loro pranzo, anche se è ancora convinto di avere avuto ogni ragione per comportarsi in quel modo. Adesso si assopirà per un’oretta sopra al divano, come sempre succede nei giorni in cui non ha da lavorare, poi le dirà con una certa dolcezza che si sente già meglio, e così probabilmente potrà chiederle di fare assieme, per esempio, una tranquilla passeggiata, a conclusione di quel pomeriggio. In fondo lei è la persona più comprensiva che lui conosca, pensa ancora con gli occhi già chiusi: saprà sicuramente scusarlo per essersi comportato in quella solita odiosa maniera.
            Eleonora in giorni del genere si accontenta di starsene di là in solitudine, se lui si assopisce, a pensare alle proprie cose e ad occuparsi di qualche piccola faccenda domestica. A lei piace rimanere da sola, e certe volte le pare quasi impossibile riuscire ad avere ancora una relazione vera con lui, se non fosse che giorni come questo lei li lascia sempre scorrere senza opporre alcuna resistenza, e quando invece lui, come capita spesso anche per molti giorni di seguito, si assenta per il suo lavoro, ecco che per Eleonora quelle lunghe pause diventano semplicemente la maniera più adatta a rigenerarsi.
            Lui prende fuoco su argomenti qualche volta anche stupidi, probabilmente per una sciocca gelosia repressa che coltiva da sempre, e allora Eleonora lo lascia dire tutto ciò che gli va, e lui si sfoga, senza quasi badare a ciò che riesce a tirare fuori dalla sua bocca: si intuisce come certe volte stia solo cercando la maniera per dirle anche altre cose che cova dentro di sé, cose più intime e ben più profonde, ma lei si limita ad ascoltarlo senza ribattere niente, lasciandolo in poco tempo quasi senza ulteriori argomenti. Certe volte lei pensa addirittura che lui abbia ragione su molte cose che dice, ma crede non avrebbe alcun senso manifestargli apprezzamento su cose del genere, così si trincera in un atteggiamento neutrale, frenandosi fino solo ad ascoltarlo, e basta.
            Eleonora qualche volta avrebbe anche voglia di parlare di loro due con qualcuno, spiegare la situazione che si è generata, ma normalmente si limita sempre a dire a tutte le persone che frequenta le cose più evidenti e scontate, e che tutto va bene, ogni cosa è sotto controllo, che tra di loro non ci sono mai problemi di nessun genere. Non sa per quale motivo si comporti così, ma sente di dover difendere qualcosa di importante in questa maniera, di proteggere un equilibrio raggiunto poco per volta, ed il resto di tutto quanto le pare soltanto formato da elementi di ben poco conto.
            Lui pensa che non potrebbe mai fare a meno della sua Eleonora, ma non le sa dire quanto lei sia importante per lui: certe volte alza la voce soltanto per amore, per dimostrarle che dietro a quelle sciocchezze per cui spesso si agita c’è soltanto tutta la sua voglia di stare con lei, anche nei giorni in cui, causa il lavoro, non gli è possibile, e di spiegarle però quanto lui si senta innamorato di lei. Poi apre gli occhi, sente la presenza di lei, si solleva da quel divano, la raggiunge di là: lei gli sorride, e lui pensa per un attimo di essere l’uomo più felice del mondo, così Eleonora si volta per preparargli un caffè e camuffare un’espressione di amarezza che non può proprio fargli vedere. E che lui probabilmente non s’immaginerà mai.

            Bruno Magnolfi

giovedì 25 ottobre 2012

Il mio manichino (ritratto n. 11).


            
            Cammino per strada, nella tarda serata. Ad un tratto vedo un uomo fermo a pochi metri da me. Mi osserva come stesse in attesa, quasi pronto a scattare. Non posso lasciargli credere che ho paura di lui, però siamo soli lungo quel tratto di strada, ed i lampioni illuminano a malapena la scena. Penso come sempre che non ho niente da perdere, ma non è facile procedere come se tutto fosse normale, come se il naturale andamento delle cose non prevedesse un inciampo di fronte a sé.
            Mi fermo, accendo una sigaretta e prendo tempo. Nell’atto di frugarmi dentro alla tasca, avverto qualcosa che non avevo considerato: un piccolo temperino che porto sempre con me. Vado avanti, ma torno a fermarmi di nuovo. Mi volto all’indietro, non c’è nessuno; potrei tornare verso casa, penso, oppure attraversare la strada, andarmene per i fatti miei. Sento sotto la giacca la tensione che sale, non so se ho paura, forse vorrei soltanto aver già affrontato quell’uomo ed essermi tolto quel peso.
            Dico qualcosa tra me, due o tre parole senza alcun significato, poi lascio nell’aria un silenzio di due o tre secondi, e infine mi lascio andare in una sonora risata. Intanto con la mano dentro la tasca apro il mio temperino: mi sento pronto, posso ancora ridere, penso, non ho paura di nulla. Mi fermo, osservo le dita che sostengono la mia sigaretta, poi aspiro una profonda boccata di fumo. Mi viene da tossire, ma resisto. Faccio ancora un passo in avanti, scruto qualcosa oltre la figura maschile di fronte a me, ma è soltanto uno scuro cespuglio che sembra assorbire luce e rumore.
            Penso che tutto abbia uno scopo; rifletto che ci saranno altre serate simili a questa, potrò ancora camminare lungo la strada, non c’è niente di male nel farsi una passeggiata. Cerco di oggettivare la situazione, e tutto mi appare ridicolo, come se quanto sta per succedere fosse al di sopra di me, oltre questa pochezza di cose da mandare avanti ogni giorno. Ho ancora voglia di ridere, ma mi trattengo. Mi avvicino ancora di poco, l’aria sembra più densa, così immagino che gli eventi ormai siano al culmine del loro verificarsi.
            Torno a fermarmi, mi volto, sento di avere paura. Chi mi attende nasconde qualcosa, qualcosa di me, ha già dentro le mani un elemento che forse mi appartiene, anche se non so cosa sia. Devo fuggire, penso, allontanarmi in fretta da tutto, ritrovare ciò che ero prima di questo momento, azzerare tutte le cose, convincermi che nulla è mai accaduto. Mi cade la sigaretta sul marciapiede, mi fermo di nuovo, ho l’affanno. L’oscura figura che staglia il suo profilo nel buio è immobile, non tradisce alcun sentimento.
            Scappare, penso, non posso far altro, anche se è tardi, il mio temperino è inservibile, la mia razionalità forse non aiuta nessuno, tantomeno il mio corpo che avanza come un automa. Mi fermo a tre o quattro metri, apro la bocca per una risata nervosa, guardo quell’uomo e mi lascio guardare, ormai non c’è più niente da poter portare al sicuro, tutto è di fronte allo specchio, tutto è coinvolto in una mimica sospesa nel tempo. Osservo meglio la faccia dell’uomo: è un manichino di polistirolo sul suo piedistallo, abbandonato lì forse solo per fare uno scherzo.

            Bruno Magnolfi

mercoledì 24 ottobre 2012

Giganti nell'ombra.


            
            Resto immobile in preda alla paura. Non so neppure cosa sia che continua a terrorizzarmi, forse soltanto l’incapacità a comprendere: immaginarmi le forme che si profilano nel buio, l’impossibilità a raccogliere persino le più minute informazioni su ciò che potrà avvenire nei prossimi momenti.
            E’ come se la realtà si piegasse ad una logica senza significato, oppure come se io fossi del tutto inadatto a comprenderla. Fingo di prendere la giacca per uscire, ma so che resterò dentro al mio appartamento, ne ho piena coscienza, anche se l’incertezza mi prende, mi lascia continuamente sull’orlo delle decisioni, sempre in bilico tra il presente e ciò che potrà essere tra poco.
            Mi siedo, muovo la seggiola per sentirne il rumore sopra al pavimento, per tentare un’azione che produca una scia positiva, ma riesco soltanto a provare un brivido ulteriore dato dall’inutilità evidente di qualsiasi gesto io possa compiere.
            Gli uomini della città mi appaiono giganti, capaci di decisioni perfette, prese senza indugi e con lucidità durante la loro splendida giornata.

            Bruno Magnolfi

martedì 23 ottobre 2012

Dialogo n.6. Conoscenza superficiale.


           

            Il mondo, fuori dal finestrino del vagone ferroviario di seconda classe, appare a quell’ora quasi sempre il medesimo, con quel paesaggio monotono che scorre là fuori, composto dallo stesso susseguirsi di campi coltivati, di case e di qualche boschetto, ai piedi di alcune colline basse. La signorina Ester, anche quel giorno, seduta come sempre accanto al vetro, prosegue nella lettura svogliata di qualche riga di un libro che porta sempre con sé, attività a cui in genere si dedica per tutto il viaggio, come se per lei non ci fosse nient’altro di meglio da fare per riempire quel tempo noioso. Poi però, quel giorno qualsiasi, richiude il suo piccolo volume, ed osserva qualcosa correre via in un punto non precisato, fuori dal finestrino ben chiuso.
            Lei, quando è possibile, si siede sempre in uno scompartimento vuoto di gente, in modo da fare quel breve quotidiano viaggio da sola, senza nessuno con cui dover scambiare qualche parola forzata, perché gli argomenti sono sempre i medesimi, il tempo, il paesaggio, il rispetto degli orari da parte del treno, e lei dopo tutti quegli anni trascorsi come uno dei tanti pendolari, è ormai stufa di quel tipo di conversazione.
            Il ragazzo che si è seduto di fronte a lei, però, le ha sorriso semplicemente, senza dire alcuna parola; ha sistemato il suo voluminoso zainetto sopra al sedile, ha come riflettuto qualcosa, immerso per un attimo nei suoi pensieri, poi si è preoccupato soltanto di alcuni fogli che ha tirato fuori da una cartella. Ed infine ha segnato qualcosa con una matita sulle sue carte, come fosse un appunto a margine di tante altre cose, forse di altri appunti, di altre riflessioni ulteriori.
            Poi, dopo un attimo in cui casualmente si sono guardati, lui ha chiesto con una certa dolcezza, rivolgendosi alla signorina Ester, se lei fosse sposata, ma lo ha fatto in un modo tale che la signorina Ester non si è sentita di rispondergli, usando un modo secco come forse meritava una domanda del genere, che quelli non erano fatti che lo riguardassero. Così lo ha osservato, e si è limitata a sorridergli, come colta da una sorpresa qualsiasi, forse poco importante, per poi subito dire, ma abbassando la testa, quasi con una certa vergogna: no, non lo sono. Naturalmente ha subito aggiunto: perché me lo chiede?; ma il ragazzo ha fatto un piccolo gesto con una mano, ed ha lasciato cadere quella domanda, come fosse poco influente in ciò che aveva dentro la testa, anche se dopo un attimo è tornato a guardarla, come volesse chiederle ancora qualcosa.
            Mi piacerebbe sapere tutto di lei, ha detto come parlasse a se stesso; ma soltanto perché sono curioso, mi piacciono le persone, mi sembra sempre che ogni espressione di una faccia, o di un modo di dire, nasconda tutto un mondo particolare, ricco di elementi importanti, da cui è doveroso imparare tutto ciò che è possibile. E’ quel mondo che a me piace oltremodo, da cui sono attratto, fino a spingermi certe volte a fare domande a sproposito, verso persone che non ho neppure mai visto prima, proprio come adesso. Mi scusi, perciò.
            La signorina Ester lo ha guardato con divertita attenzione, ci ha pensato su un attimo: tra loro due ci saranno vent’anni di differenza, ne è consapevole, e così alla fine si è sentita di dirgli: allora mi chieda tutto quello che desidera sapere, non ci sarà mai un’occasione migliore di questa. Probabilmente non ci vedremo mai più, e lei non può proprio lasciarsi sfuggire questa ghiotta opportunità, un momento in cui una persona ordinaria come mi sento io in questo momento, prova la voglia impellente di rivelare tutto di sé, qualsiasi cosa che ad un qualsiasi estraneo possa minimamente incuriosire. Avanti, conclude, che cosa vuole sapere?, da dove vuol cominciare?
            Il ragazzo appare spiazzato, non si aspettava quella reazione, così balbetta qualcosa, poi infine chiede soltanto se lei prende spesso quel treno. La signorina Ester sorride, poi inizia a ridere sempre più forte, e alla fine gli dice: quello che lei vorrebbe sapere davvero non è cosa che si può chiedere; si può soltanto dedurre, immaginare, farne delle supposizioni, tutto ciò soltanto sulla base di alcuni sciocchi elementi che possiamo notare o scambiarci inconsapevolmente. E’ su quello che lei deve far forza, è questa la sua vera materia, questo ciò da cui deve sentirsi interessato davvero, perché sarà soltanto in questa maniera che la sua curiosità riuscirà davvero ad appagarsi.

            Bruno Magnolfi

domenica 21 ottobre 2012

Percorsi da evitare.


          

            Da casa mia a quella della Letizia, la mia compagna di banco e amica di sempre, non ci vogliono più di due o tre minuti camminando con un’andatura normale. La mamma mi dice sempre di tirare diritto e di non attraversare la strada per nessuna ragione quando vado da lei, ed io, che sono sempre stata obbediente, faccio esattamente così, limitandomi a percorrere il marciapiede e a voltare al primo angolo a destra e poi ancora a destra all’incrocio con la prima via che si trova, senza badare a nient’altro.
            Però, lungo quella pavimentazione che costeggia la strada, sto sempre ben attenta a non mettere mai le suole delle scarpe sulle connessioni tra una pietra e quell’altra, e naturalmente cerco di non sfiorare nemmeno, per nessuna ragione, i cordoli del marciapiede. Poi ho messo a punto anche altri comportamenti, come quello di mettere avanti il piede sinistro più volte del destro, operando ogni tanto un saltello che riesce a farmi recuperare qualche passaggio. E naturalmente non evito neanche di contare i passi totali che servono per arrivare fino alla casa di Letizia, ed il fatto curioso è che ne impiego sempre qualcuno di meno di quando ritorno indietro, come se in questo caso la mia falcata fosse più corta.
            Mi piace andare dalla mia amica, anche se quando sono da lei mi stufo in fretta dei suoi soliti argomenti, del suo guardare costantemente la televisione, del suo non parlar d’altro che dei capelli e dei suoi vestiti, di come si presenterà a scuola il giorno seguente, e dei personaggi che vede durante gli sceneggiati: la lascio dire, a me non interessa un bel niente di quegli argomenti, però so che ho davanti quattrocentotrentasei passi prima di giungere alla mia casa, e che quando sarò lungo quel breve tratto dove alcune pietre sono rossastre, dovrò saltellare su un piede per evitare di calpestarle. Certe volte, quando ritorno, giro esternamente, con grande attenzione, intorno ai pali che sostengono i lampioni stradali, ma a dire la verità questo comportamento lo tengo soltanto in certe occasioni.
            Ho provato a fare un disegno del mio percorso: poi mi sono cimentata nel descrivere tutti i particolari che adotto, dando a ciascuno un semplice numero di riferimento. Infine ho introdotto in tutto questo delle varianti che sono applicabili in funzione del giorno della settimana e dell’ora in cui esco da casa. Ne è venuto fuori un guazzabuglio di fatti e di dati che in seguito ho cercato di semplificare, dando a tutto quanto dei riferimenti che fossero maggiormente evidenti, come ad esempio un colore per ogni funzione. Alla fine ho cominciato anche ad inserire delle varianti a seconda del tipo di saluto che fa la mia mamma quando esco da casa, e di quello della Letizia quando arrivo da lei.
            Sopra un quaderno ho iniziato ad elencare ogni dato che riesco a dedurre dal mio comportamento durante quel solito tratto di strada, e alla fine ho deciso di descrivere con poche parole ogni emozione che riesco a provare a seconda delle varianti che riescono a manifestarsi mentre cammino. Mia mamma ieri ha trovato il quaderno, lo ha sfogliato, e infine lo ha portato a far vedere alla mia insegnante di matematica. Ne devono aver parlato piuttosto a lungo, anche col direttore secondo me, e alla fine mi hanno chiamato per dirmi senza mezzi termini che devo smetterla di andare a piedi a casa di Letizia, perché questo non è senz’altro qualcosa che faccia bene alla mia crescita. Naturalmente ho risposto subito che per me andava benissimo.

            Bruno Magnolfi