martedì 30 ottobre 2018

Domani, se vuoi.



Non mi interessa, ho ben altre cose sulle quali impegnare la mente, non sono questi gli argomenti a cui ho bisogno di tener dietro adesso. La motocicletta romba veloce sopra l’asfalto, le facciate delle case fuggono via ai lati di queste strade, quasi come se niente di tutto il centro abitato meritasse di stare un attimo in più davanti ai suoi occhi. Non mi riguarda neppure tutta questa cosa che improvvisamente sembra assumere tanta importanza, pensa Renato tra sé: lei è una ragazza come tante, forse una che non riesce neppure a valorizzare davvero chi le si para di fronte; una che probabilmente esce col primo che sa mettere assieme la battuta di spirito maggiormente efficace, senza preoccuparsi di altro. Mi pareva diversa, mi pareva capace di valutare meglio le situazioni, ma forse sbagliavo, a niente è servito cercarla, invitarla ad uscire da quella solitudine in cui pareva ancorata.
Ma tutto questo comunque non ha neppure troppa importanza in questo momento, quello che mi dispiace maggiormente è soltanto la figura che mi ha fatto fare davanti ai miei amici, anche se loro a quest'ora avranno sicuramente già dimenticato ogni cosa. Però mi dispiace davvero, se ci penso ancora un momento. Vorrei avere la possibilità di recuperare la situazione, farmi spiegare proprio da Clara il motivo per cui mi ha lasciato lì, con gli altri ragazzi, senza nemmeno provare a darmi una spiegazione qualsiasi. Non ho più voglia di passare davanti al negozio dove lavora, senz’altro non lo farò più a questo punto, però so dove abita, e aspettando pazientemente l’ora in cui termina il suo orario e se ne torna come ogni sera a casa sua, potrei andarle dietro, o addirittura aspettarla davanti alla sua abitazione.
Potrei farmi trovare proprio là davanti, da solo, con le mani dentro le tasche, e chiederle con semplicità se ha giusto un momento per parlare con me. Certo, potrebbe rispondermi, e forse aggiungere subito con gli occhi bassi che le è dispiaciuto parecchio essersi comportata in quella maniera con me, anche se è riuscita a rendersene conto soltanto più tardi. Non importa, potrei dirle io, avevo capito benissimo che è stato un gesto senza cattiveria, che non ti era passato neppure per la testa di volerti comportare in modo scostante con me. Certo, è più che evidente. Tutto parlandone si chiarisce con facilità, tra persone che si vogliono bene.
Poi penso che potrei passarci subito da casa sua, senza aspettare un attimo in più, fiondarmi lì con la mia motocicletta, e magari attendere sotto a un lampione che tutto si svolga in modo tranquillo, senza neppure un’ombra di risentimento. Basta un momento, tiro le marce lungo le curve e sono lì. Le luci a casa sua sono già tutte accese, forse Clara è arrivata, anche se non vedo la sua auto al parcheggio. Attendo un momento con la moto ancora che romba nel silenzio di quel piccolo gruppo di case, poi arrivano due fari dietro di me, si fermano, è lei, va tutto bene, mi dico, va tutto proprio come pensavo. Ciao, mi dice soltanto appena spento il motore; se attendi me purtroppo adesso non ho proprio tempo. Però ci possiamo vedere alle solite panchine, insieme ai ragazzi, davanti al bar Soldini; anche domani se vuoi.


Bruno Magnolfi   


lunedì 29 ottobre 2018

Gestione impeccabile.


           

            La signora Martini non abita troppo lontano dalla merceria dove ha trascorso così tanti anni: a lei basta fare quattro passi una volta uscita dal suo negozio ed è già dentro casa, al primo piano di una palazzina elegante lungo la via principale di quel centro urbano. Non si è mai sposata: forse non ne ha avuto il tempo necessario, oppure la voglia, o magari non le si è mai presentata l’occasione più adatta. Però ha avuto delle storie importanti quando era più giovane: tutti in città prima o dopo avevano saputo di una sua lunga relazione con un uomo sposato piuttosto in vista, tanto che qualche paesano a quel tempo strizzava gli occhi parlando di lei, anche se a nessuno era mai davvero venuto in mente di mancarle minimamente di rispetto. Si diceva che da ragazza volesse aprire una casa di moda mettendo a frutto le sue buone conoscenze di sarta, ma che i suoi genitori si erano rifiutati di darle una mano. Altri dicevano che era rimasta incinta ad un certo punto, ma che aveva abortito spontaneamente, e nessuno era riuscito a sapere chi avrebbe potuto essere il padre dell’eventuale nascituro. Però, chissà come, ad un tratto una mano amica le aveva trovato i soldi necessari per rilevare quel negozio di merceria, dove lei aveva iniziato quasi subito a vendere anche abbigliamento di classe, a volte anche di marche importanti.
Nessuno in seguito aveva più avuto niente da ridire sulla sua condotta morale, e la signora Martini nel giro di un attimo era diventata colei che vestiva quasi tutte le donne della sua cittadina, ed il suo buon gusto nei consigli da elargire alle clienti in tema di abbigliamento, un fatto indiscutibile. La madre di Clara, in tutto quel periodo, non si era mai creata alcun problema con lei: erano andate a scuola assieme da piccole, e per Marisa da allora non era mai cambiato un bel niente. Non erano amiche, pur essendo della medesima età, ma tra loro c’era comunque rispetto e anche stima. Proprio per questo quando era giunto il momento di trovare un lavoro per Clara, sua mamma non aveva provato alcuna perplessità nel rivolgersi a lei. Tutto si era svolto quasi con normalità, semplicemente, e la signora Martini, anche durante il lungo periodo di prova a cui aveva sottoposto la ragazza, non si era mai lamentata della scelta fatta, neppure una volta.
Gli affari avevano proseguito ad andare bene, e Clara, divenuta ormai esperta nel ramo, presto era riuscita già soltanto con la sua presenza a portare dentro a quella bottega una ventata di novità, per cui le cose avevano iniziato ad andare anche meglio. Visti gli affari erano poi iniziate a girare dentro al negozio delle ragazzine assunte per brevi periodi come aiutanti, ma nessuna di loro aveva brillato fino al punto di poter essere impiegata là dentro in pianta stabile. Non è tanto facile questo mestiere, aveva detto l’anziana proprietaria qualche volta, perché contando sulle discrete dimensioni del suo esercizio, la signora Martini aveva sempre puntato nel lasciare la sua clientela ad attendere i suoi pareri, magari facendo osservare i capi di abbigliamento già esposti all’interno, piuttosto che servire tutti in gran fretta, tanto che c’erano stati alcuni momenti, per esempio al sabato pomeriggio, in cui sembrava il suo negozio un vero e proprio ritrovo per le donne di quasi tutto il paese. Questo era sempre stato il suo trucco migliore: mostrare che certe cose potevi farle solo là dentro, come incontrare altra gente con cui dopo i saluti scambiare anche delle opinioni, ed avere così notizie fresche di qualsiasi tipo. Forse adesso quel tempo è acqua passata, pensa lei qualche volta, ma la bottega di merceria è sempre la stessa, e niente vieta a chi la gestisce in questo momento di andare avanti ancora così, nella stessa esatta maniera.

Bruno Magnolfi


giovedì 25 ottobre 2018

Percezioni perdute.




Sto bene, continuo a ripetermi. Non ho ulteriormente bisogno di intravedere la mia immagine riflessa nel vetro della finestra per sapere che sono qui, nel mio giardinetto davanti la casa, praticamente come ogni giorno. Cerco di lavorare, di trovarmi delle cose da fare, di occupare le mani per non lasciare alla testa troppo tempo per insistere a pensare. Eppure, nonostante la leggera preoccupazione che provo,  una parte di me continua a volersi sentire contenta, ad apprezzare in qualche modo quanto sta succedendo. È come se la perdita di controllo sulle cose che ho attorno, adesso non mi spaventasse più come faceva un tempo.
Marisa, sento chiamare con voce bassa e calma di là dalla staccionata con cui confina il giardino. Mi volto subito, alzo una mano per salutare, poi mi accosto pacatamente dalla parte dove sta sorridendo dolcemente il mio vicino. Mi chiedevo se ti andasse di prendere un caffè insieme a me, ma vedo che sei troppo impegnata, mi fa. Sono sciocchezze quelle di cui mi sto occupando, gli dico mentre tolgo i guanti da lavoro; anzi, una piccola pausa in questo momento è proprio ciò di cui sento maggiormente bisogno.
Mi piace il mio vicino, mi piace parlare con lui, scambiare i nostri differenti punti di vista, ascoltare le sue parole sempre rassicuranti, che spesso riescono a sminuire di colpo tutte le mie preoccupazioni. Persino quando poi resto in silenzio, una volta terminato di spiegargli qualcosa, o quando lui non ha più niente da dire o da aggiungere, e se ne sta lì soltanto a guardarmi, senza neppure cercare di rompere quella quiete che all’improvviso sembra più forte di qualsiasi altra cosa, non ho mai la sensazione di avere di fronte degli spazi vuoti che dobbiamo sforzarci di colmare al più presto. La sua presenza mi pare già un elemento che sussurra le cose che a me piace ascoltare, come se le parole fossero in qualche modo quasi superflue.
Dai allora, fa lui sorridendo, sto già aspettando il momento di mettermi seduto di fronte a te. Mi sciacquo le mani alla fontanella, mi asciugo al grembiule con naturalezza, mi tocco i capelli con un gesto femminile che fino ad adesso non ha mai fatto parte dei miei comportamenti usuali, poi esco dal cancello senza affrettarmi, per entrare nella sua proprietà. Speravo tanto mi venisse a chiamare come effettivamente lui ha fatto, quasi rispondendo ad un mio richiamo. Mi manca la sua persona quando non sono con lui, e se fino a pochissimo tempo fa mi sarebbe sembrato impossibile quello che mi sta succedendo, adesso poco per volta inizio come a lasciare che le cose vadano avanti per conto proprio.
Ho voglia di fare qualcosa con te, gli dico sincera mentre entro nella sua casa. Non montarti la testa, aggiungo subito, non è niente di strano; è soltanto che vorrei andare in giro con te, visitare qualcosa, sentire il tuo parere su tutto ciò che guardiamo. Anche se la nostra età non è più giovanile, in ogni caso sento forte la possibilità di aiutarci, di aspirare ad una nostra complicità, e ritrovare insieme quegli aspetti da cui siamo stati costantemente circondati in tutto questo tempo, ma che probabilmente da troppo abbiamo oscurato nelle nostre percezioni.

Bruno Magnolfi

mercoledì 24 ottobre 2018

Festa a sorpresa.



La serata è sempre più frizzante al sabato sera, rispetto agli altri giorni, ed i ragazzi attorno al bar Soldini stanno sempre in movimento, mostrandosi costantemente sul punto di andarsene in gruppo da qualche altra parte, anche se poi in turni di due o tre si infilano semplicemente dentro al locale di fronte per prendersi un’altra bottiglia di birra, e poi rimanersene lì davanti, a bere con brevi e rade sorsate, oltre naturalmente a scherzare, e a perdere ancora del tempo. Renato è tra loro, parla con gli altri, si guarda intorno; nel pomeriggio è passato davanti alla merceria dove Clara lavora, ma lei in quel momento era impegnata a spiegare chissà cosa a certe clienti, ed anche se probabilmente lo ha visto fuori dai vetri del suo negozio, non ha potuto interrompere le sue occupazioni, neppure per lanciargli un frettoloso saluto. Adesso lui sta lì in mezzo agli altri, e per un po’ ha anche sperato che lei si facesse vedere, almeno per dieci minuti, magari per dirgli qualcosa, per rendergli il saluto di prima, ma non è stato così, ed adesso ne è un po’ dispiaciuto.
Poi arriva Tommaso invece, con la sua aria sempre svagata, come uno che sembra starsene in giro per un puro caso, senza mostrare quell’interesse specifico per essere proprio in quel posto, lasciando immaginare ai presenti di essere almeno con la mente in qualche altro luogo. C’è un altrove dentro ai suoi occhi, ed ogni espressione, così come i gesti, sono senza alcun dubbio quelli di una persona curiosa, uno che cerca costantemente qualcosa che forse altri che guardano tutto ciò che hanno attorno non sanno neppure vedere. Saluta i ragazzi, restando comunque in disparte, ascolta un momento quello che gli altri stanno dicendo, sorride, infine dice con voce bassa che c'è una piccola festa privata da qualche parte in paese. Qualcuno si mostra vagamente interessato, nessuno dice di saperne qualcosa, ma lui spiega che probabilmente non ci andrà, lo dice chiaro con due sole parole, nonostante sia stato invitato. Speravo di incontrare qui quella ragazza dell’altra sera, aggiunge quasi con indifferenza, e Renato all’improvviso si sente punto sul vivo.
Perché, c'è forse qualcosa tra voi, dice qualcuno senza interesse. No, fa lui sorridendo, però mi faceva piacere incontrarla. Bisogna anche vedere se a lei faccia ugualmente piacere incontrarti, fa Renato con atteggiamento di sfida. Certo, fa lui con calma, è proprio questo che volevo chiederle. Gli altri guardano i due e qualcuno sorride: mi piace quella ragazza, aggiunge Tommaso come parlando tra sé, indifferente a quello che ha appena detto Renato, o forse proprio per mostrargli con molta chiarezza i suoi intendimenti. Renato sbuffa, si gira per guardare da un’altra parte, in attesa forse della prossima mossa. Poi gli viene a mente qualcosa: io vado a cercarla, dice, avviandosi verso la sua motocicletta appoggiata al bordo di quella piazza.
Tommaso si siede sulla panchina, l’altro sferraglia via con il motore già su di giri, nessuno tra tutti i ragazzi trova niente da dire, ma dopo soltanto qualche minuto arriva proprio Clara, stretta dentro un giaccone che la mostra quasi piccola e quasi indifesa, come fosse ancora una ragazzina. Va verso Tommaso, gli sorride, lui le chiede se le vada di andare alla festa. Va bene, risponde lei, andiamo pure.


Bruno Magnolfi


lunedì 22 ottobre 2018

Come sempre.



Lungo i tre chilometri circa di strada statale che separano Borgo San Carlo dalla località dove abita Clara, costituita in tutto soltanto da cinque abitazioni, all’ora in cui lei rientra con la macchina in genere si incontrano soltanto due o tre automobili in tutto il tragitto, magari qualcuna di più durante il venerdì o il sabato. Lei guida sempre con prudenza, evitando scatti e velocità eccessiva, anche perché le piace osservare quella campagna che fa mostra di sé lungo quel tratto, mutando costantemente in sintonia con le stagioni.
Una volta terminato l’orario di negozio, quando infine giunge, parcheggia l’auto e poi rientra in casa, se sua madre non è ancora immersa nel suo giardino ad occuparsi di qualcosa intorno a qualche pianta, normalmente è lì in cucina a preparare qualcosa per la cena, e quindi per quel suo daffare dedica sempre poco tempo a saluti e convenevoli. Ma stasera non c’è proprio: Clara gira la chiave nella porta e si rende subito conto che la casa è deserta, ed anche se questo non comporta particolari problemi, ciò che le risulta strano è dato dal fatto che a sua memoria non è mai accaduto che a quell’ora Marisa non fosse in qualche modo lì ad attenderla.
Entra, appoggia la sua borsa da qualche parte, toglie il soprabito, annusa con calma il silenzio quasi inquietante che regna tra le tranquille mura domestiche. Entra in cucina con lentezza, accende i lampadari e scopre che le pare addirittura diversa senza sua mamma in giro. Poi torna nel corridoio, toglie le scarpe ed inforca un paio di pantofole, tirandole fuori da un armadietto, poi si dà un’occhiata di sfuggita nello specchio accendendo a volume basso l’apparecchio radio. Sua madre rientra in quel momento, sulla faccia quasi un sorriso che però cerca subito di ricomporre modellandolo nella sua solita severa espressione.
Non è molto che sei rientrata, immagino, le dice. No, fa Clara, giusto il tempo di arrivare e di togliere le scarpe. Ho scoperto che il nostro vicino di casa è una persona gradevole ed anche una buona compagnia, fa lei, tanto che mi ha fatto fare tardi anche per la preparazione della cena. Non importa, dice Clara, non preoccuparti, non ho neppure molta fame, ho soltanto una gran voglia di rilassarmi. Va bene, dice Marisa, se vai sopra a cambiarti ed a metterti un vestito comodo, io sistemo qualcosa e ti faccio trovare pronto qualcosa che ti metterà appetito. Clara sale la scala pensando che era da diverso tempo che non trovava la mamma così in forma, tanto da lasciarle chiedersi se fosse davvero opera del vicino, oppure qualcos’altro da scoprire. Quando invece torna a scendere di sotto le cose sono già cambiate: a Marisa è caduto qualcosa sopra al pavimento che si è subito sporcato tutto, così ha dovuto prendere provvedimenti, ripulire, perdere del tempo, ed il suo umore in questo modo è già cambiato, si è come dimenticata in tutta fretta di come si sentiva poco prima.
Si siedono al tavolo di cucina, le due donne, e nel silenzio rotto soltanto dai rumori delle posate e delle stoviglie, iniziano a mangiare ognuna immersa nei propri pensieri, quasi indifferente a tutto il resto delle cose. Come ogni sera, d’altra parte.


Bruno Magnolfi 


sabato 20 ottobre 2018

Partecipazione.

          
            15 ottobre
            Sto trascorrendo oramai tutto il giorno dentro al negozio. La signora Martini resta soltanto un’ora per stare alla cassa o dire buongiorno ai clienti, ma per quello che fa potrebbe anche smettere del tutto di venire in merceria. Si affida a me, completamente. Ho iniziato a prendere appunti sulle richieste che mi esprimono le persone che entrano, le loro aspettative, i loro gusti, le scelte che fanno, e tra qualche tempo inizierò a tirare le somme di tutto quanto. Per quanto riguarda l’apprendista di cui avevamo parlato con la signora Martini, forse ci sarebbe un ragazzino di cui lei mi ha accennato stamani, e che conoscerò probabilmente nei prossimi giorni. 
            16 ottobre
            Mi sono portata a casa tutti i cataloghi degli articoli che sono riuscita a mettere insieme. Altri, scorrendo alcune riviste specializzate, li ho richiesti per posta, e non vedo l’ora di confrontare tutto quello che offre il mercato per rinnovare almeno una parte del nostro campionario. Devo studiare ogni cosa, mettermi ad analizzare i dati con calma, magari lo farò durante le domeniche prossime quando non devo andare al negozio, per cercare di tirare fuori il massimo possibile da quello che offre la produzione. Ho anche iniziato a pensare di modificare qualcosa nell’insegna esterna della merceria, ma ancora non ho delle idee buone. Appena chiuderemo per ferie, comunque, farò ridipingere gli infissi delle vetrine e cambierò la tappezzeria delle vetrine stesse. Anche all’interno credo che vadano rinnovati i camerini di prova e anche qualcosa degli scaffali. Dovrò comperare al più presto possibile dei nuovi manichini, ed anche il bancone avrebbe bisogno di qualcosa di nuovo. Forse è anche troppo, e probabilmente troppo di fretta, però non voglio che vada calando in qualche modo questo mio trascinante entusiasmo.
            17 ottobre
            Da quando abbiamo fissato con la signora Martini la data per la spartizione legale tra me e lei della piccola società del negozio, mia madre pare guardarmi con uno sguardo diverso. Forse questa crescita repentina di sua figlia le sta procurando un cambio di atteggiamento nei miei confronti. In ogni caso per ora niente di sostanziale è avvenuto. Continua a rivolgersi a me con il suo tono brusco, lasciando in aria per il resto dei profondi e lunghi silenzi.
18 ottobre
Stasera ho chiuso il negozio subito dopo l’uscita degli ultimi clienti. Mi sono fermata dai ragazzi delle panchine davanti al bar Soldini, e stavo quasi per andarmene quando è apparso un tipo che non conoscevo. Tommaso si chiama, ed ha detto alcune cose importanti nei riguardi della assemblea che si sarebbe tenuta più tardi nella sala interna del bar. Si parla di futuro, là dentro, e forse non è un argomento sbagliato in un momento come quello attuale. Proprio per questo ho deciso di partecipare anche io, così ho telefonato a mia madre, poi mi sono mangiata un panino da sola dentro allo stesso locale, e quindi mi sono seduta in mezzo alla sala sul retro. Tommaso, senza dare importanza alla cosa, è apparso d’improvviso nella sedia accanto alla mia, e questo mi ha procurato un grande piacere. Ha detto che era contento di trovarmi lì, e che gli sembrava che le nostre idee fossero affini. Forse si, ho detto io, in ogni caso mi sento sempre felice quando finalmente accade qualcosa in questo nostro borgo incantato.

Bruno Magnolfi

            

giovedì 18 ottobre 2018

Autolesionismo.




Sono stufo, dico a voce alta. Qui non c'è mai niente che cambi, ci si comporta perennemente nella stessa maniera di sempre, e si danno le colpe a qualcosa o qualcuno che non è neanche tra noi, qualcuno che da lontano pare ci possa manovrare e che ci vuole esattamente così come siamo. Non è in questo modo che riusciremo ad uscire da questo torpore, proseguo. La colpa è solo nostra se siamo così, ecco quello che penso. Poi spengo la registrazione, esco dalla mia piccola auto e mi dirigo a piedi verso la piazza dove si apre il bar Soldini. Sono pronto per intervenire alla riunione che si terrà questa sera sul tema: - prospettive per il futuro -, nella sala più interna di questo locale. In diversi si sono iscritti a parlare, ma anche io voglio dire la mia, e vorrei tanto riuscire a far comprendere ai presenti tutte le nostre responsabilità.
Seduti sulle panchine ci sono i soliti ragazzi che conosco, così mi avvicino camminando lentamente, come privo di precise intenzioni, e cerco di ascoltare quello che dicono tanto per comprendere meglio il clima che si respira. C’è una ragazza tra loro, quella che lavora al negozio di merceria, e questa forse è l’unica novità che riesco ad annotare. Tutti dicono che bisogna andarsene da questo paese, che qui non c’è niente, ma la ragazza, Clara si chiama, non è per niente d’accordo, anche se esprime sull’argomento giusto un paio di parole sottovoce e poi basta.
Ciao Tommaso, mi dice uno che conosco meglio di altri, mentre mi fermo a due o tre metri dal gruppo. Immagino tu sia qui per la riunione, mi fa. Certo, dico io, come anche voi, credo. Qualcuno ride, uno si alza dalla panchina come per andarsene proprio, tutti mi guardano con espressioni di scherno e di indifferenza. Non vogliono neppure entrare, dice la ragazza senza guardarmi, con il suo tono basso di voce. Eppure stasera si parlerà proprio di voi, di ciò che servirà nel futuro di questa cittadina per darsi almeno una prospettiva.
Sono perplesso, i ragazzi mostrano indifferenza, incredulità, rassegnazione, ma forse è soltanto una posa la loro, una maniera per non prendersi mai delle vere responsabilità, per sputare su tutto fingendo che tutto vada sempre nella stessa maniera, e che sia inutile impegnarsi per una variazione di direzione. Clara non è d’accordo, ma invece di dire con chiarezza le sue ragioni, assume un atteggiamento di tolleranza, come se l’opinione disfattista di alcuni, equivalesse a quella costruttiva di altri.
Lascio i ragazzi ed entro nella saletta del bar; alcuni hanno già preso posto, conosco due o tre persone, mi guardano, mi inviano un saluto. Non voglio candidarmi a sindaco o cercare un posto nella politica. Secondo me, anzi, la politica non c’entra proprio in questa serata: si tratta di noi, di mostrare che ancora possiamo contare, che non dobbiamo arrendersi ad un corso delle cose così disfattista. Possiamo avere ragione del clima così negativo che sembra regnare tra noi cittadini: ma basta con l’autolesionismo, non sarà mai questo a farci ancora sognare.

Bruno Magnolfi