domenica 29 novembre 2020

Comportamento anomalo.

 

 

            Mi nascondo. Certe volte capita che qualcuno mi parli di un argomento che conosco bene, di qualcosa che forse ho già visto oppure che ho proprio vissuto, magari di un’esperienza che già da tempo sta dentro la mia memoria, per uno solo oppure per chissà quanti altri motivi, qualcosa che rammento benissimo e che però mi torna alla mente soltanto in quel preciso momento, e che ritrovo comunque con facilità tra tutte le cose che ho già dentro la testa, anche se rimango ad ascoltare e basta, senza dare neppure una briciola del mio parere, perché fingo ogni volta di non saperne niente, di non averne mai neppure sentito parlare. Mi chiedo perché mai dovrei spiegare ad altri qualcosa di me, del mio passato, del motivo per cui conosco tutti quei fatti o quei ragionamenti, e poi spendere obbligatoriamente un sacco di parole, muovere le mani, variare anche l’espressione della faccia e della bocca, spiegare i dati che a me risultano, le mie convinzioni, ed alla fine soltanto per dare la dimostrazione di qualcosa che comunque stava già dentro me stesso, e in un caso o nell’altro vi rimane adesso e vi rimarrà chissà per quanto tempo ancora, assieme a tutti gli altri innumerevoli elementi che sono sicuro compongono ogni individuo come me nella sua personalità e nel suo carattere, come tutte le esperienze capaci di produrre i loro effetti anche soltanto all’interno delle menti di ciascuno, e sicuramente persino nelle riflessioni che bene o male riesco a fare io in ogni ora del giorno attorno a tutta questa attualità, attorno a tutto ciò che siamo noi, e naturalmente anche riguardanti quello che sono io oggi, nel bene e nel male, in ogni caso. Tengo nascosti i miei pensieri, credo sia meglio per me e per tutti. Poi non ha senso confrontare delle sfaccettature che a volte possono anche collimare con le altre, ma in altri casi no; ed allora ecco che queste mi chiamano a dover fornire chiarimenti, spiegazioni, e così sentirmi interpellato subito per discutere, per interloquire, dare dimostrazione, quasi come fosse una gara, un tentativo di convincere qualcun altro attraverso la superiorità delle mie proprie ragioni. Non ci casco: ascolto e basta.

            Qualcuno dice che sono un tipo silenzioso, un solitario, ma questo è vero solamente in parte: io parlo, discuto, urlo, certe volte, e continuamente offro le mie disquisizioni all’autocritica che applico ad ogni mio ragionamento. Parlo da solo, questo è il punto, ma non per confortarmi o per trovare l’acquiescenza più utile con cui affrontare la quotidianità, bensì per far passare ogni argomento sotto al setaccio intransigente della disamina, dell’analisi, della critica più severa, tramite la quale riconoscere difetti e magagne, errori e spropositi, refusi e scorrettezze. Tento anche di usare, sempre e solo con me stesso, un linguaggio chiaro, esauriente, grammaticalmente corretto, mentre proseguo con concentrazione a parlare a voce alta ma come se leggessi un testo, come avessi davanti un intervento scritto, e contemporaneamente così cerco le parti che non vanno, quelle che danno dimostrazione chiara di un pensiero debole, poco convinto, qualche volta del tutto inesatto. Ed in questo modo produco continuamente dei nuovi pensieri, dei differenti punti di vista, degli altri ragionamenti che mi fanno sentire vivo, presente, capace di argomenti che con ogni probabilità a molti sfuggono, perché poco correnti nei discorsi che si fanno per strada o dentro ai caffè.

Qualcuno mi evita, forse si è accorto che quando cammino sopra ai marciapiedi per i fatti miei scuoto la testa, muovo le mani, parlo con me stesso come se fossi una persona doppia, ma non mi interessa niente: sono fatto in questo modo, e credo che il mio modo di essere sia proprio un punto di arrivo piuttosto che un atteggiamento di cui sorridere o provare addirittura dell’indulgenza. Per questo cerco di evitare luoghi pubblici, tanto da far dire agli altri che sono un tipo ormai abituato a nascondersi da tutti. In parte è vero, inutile fingere che sia diverso: però non so neppure io che cosa abbia da perdere nel tenere esattamente questo personale comportamento.

           

            Bruno Magnolfi

venerdì 27 novembre 2020

Profonda distanza.

 

        

 

            Senza il canale giusto niente sarà ormai possibile, si dice spesso in giro. Nessuno purtroppo potrà tornare indietro, si aggiunge a volte, e le cose procederanno spedite sempre in questo modo nel tempo a venire, lasciando ogni persona praticamente seduta davanti ad un tavolo o ad una scrivania, nell’attendere il proprio turno per comunicare agli altri individui collegati le proprie competenze e i propri crucci, ogni tanto sottoponendo, magari a chi ne ha voglia, qualche frase recuperata dai testi scritti sopra qualche libro vero, e  modulando delle espressioni di sorpresa davanti alla propria fotocamera, nella speranza di dare un significato più profondo ad uno schermo assolutamente freddo e razionale. Questo pensa ancora LUI tutte le volte che apre il suo elaboratore di interscambio per veicolare la propria attività, mediante i programmi di riunione o di conferenza, verso alcuni colleghi sparsi chissà dove, dei quali in fondo non conosce quasi niente. Poi sorride quando riflette che tutto alla fine resta abbastanza divertente, e che il sistema è così aperto ad ogni evenienza da lasciare piena libertà ad ognuno di spegnere la propria macchina in qualsiasi momento, e negarsi in seguito di fronte a qualsiasi chiamata di ripristino.

            Certo è che qualche volta sembra proprio come si stesse insinuando in ognuno una evidente logica depressiva che porta verso una sorta di indifferenza nei confronti di tutti gli altri, e soprattutto toglie la volontà di essere sempre così efficienti come si vorrebbe. Così LUI oggi non si sente del tutto a posto neppure con se stesso, ed anche se è rimasto per quasi tutto il giorno davanti al proprio elaboratore nel cercare dei punti d’intesa con dei colleghi dai modi in qualche caso quasi recalcitranti a svolgere le funzioni a cui sono destinati, adesso non prova più alcuna voglia di mandare ancora avanti le proprie attività, anche se ritiene siano necessarie, perciò chiude con tutti quanti le comunicazioni in corso ed indossa rapidamente dei vestiti adatti a farsi un giro fuori dal suo appartamento, magari giusto intorno all’isolato. Gli piace sentirsi davvero solo mentre cammina nella serata inoltrata della sua città, quando tutto sembra più immobile e rilassato, ed anche se adesso non gli possono giungere in tempo reale le notizie di cui prova costantemente il desiderio di essere tenuto al corrente, sa che tutto riprenderà il suo corso fra non molto, quando tornerà tra le sue stanze, e quindi in questo momento può prendersi abbastanza tranquillamente quella pausa di vuoto.    

            Giunge fino al fiume, che scorre naturalmente tra gli argini di pietra e cemento come ha fatto sempre, e LUI osserva per qualche attimo l’acqua brillante rispecchiare sulla propria superficie la luce bianca dei lampioni, quindi si ferma per un attimo a respirare l’aria fredda. Una donna viene senza fretta verso la sua parte, sembra quasi una persona che sta cercando le stesse cose che LUI desidera, e con un pensiero di questo tipo, che gli riempie improvvisamente la testa, attende che LEI arrivi fino alla sua altezza lungo il marciapiede, forse per lanciarle un timido saluto, e magari scambiare qualche parola senza grandi pretese. Prepara tra sé anche qualche frase adatta alla circostanza, forse potrebbe invitarla addirittura in un caffè della zona a bere qualcosa, magari discorrere delle proprie difficoltà, di quel senso di inutilità che prova certe volte, della necessità di respirare quell’aria aperta, quel gusto momentaneo di libertà, ed immergersi in quelle chiazze di luce cittadina come fosse un attraversare gli stessi pensieri oscuri che a volte gli affollano la mente.

            Volge così lo sguardo altrove, proprio per non sembrare troppo insistente, quasi per mostrare di accorgersi solo all’ultimo momento di quella donna che sicuramente sente le sue stesse cose, percorre gli stessi metri di strada, prova le medesime sensazioni, come se loro due avessero qualcosa di evidente in comune, delle volontà, delle idee, uno spirito del tutto simile. Ma poi LEI d’improvviso cambia marciapiede, attraversa la strada forse senza neppure averlo notato, e d’improvviso lo restituisce alla sua profonda solitudine.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 25 novembre 2020

Sufficiente una parola.



Gli elaboratori subiscono un sobbalzo di energia: alcuni si spengono, altri azzerano i programmi in corso. Molti utenti delle applicazioni di intercomunicazione appaiono immediatamente disperati, anche se diversi tra di loro lanciano immediatamente i piani previsti per il riallineamento delle attività su ogni macchina, mostrandosi questi piuttosto lenti, anche se, pur con una certa fatica, le cose sembrano poter prendere rapidamente la strada verso una normalità almeno fittizia. LEI si alza quasi subito dal suo sgabello ergonomico, e gira per la sua stanza varie volte nell’attesa che giunga, almeno su qualcuno tra i suoi schermi, qualche messaggio tranquillizzante da parte delle autorità che gestiscono tutte le attività di comunicazione. Per qualche attimo, mentre tutto quanto prosegue a mostrare una desolante luce grigia indefinibile, l’azzeramento di ogni operazione possibile tramite i mezzi in dotazione, porge una sensazione nuova di profonda solitudine, quasi il senso di una terribile segregazione alla quale nessuno riesce a porre con definita sicurezza un termine temporale. “Potrebbe essere così per giorni e settimane”, pensa già qualcuno forse nell’osservazione sconfortante di quel vuoto elettronico che si ritrova davanti agli occhi. Naturalmente nessun altro mezzo di comunicazione anche semplice appare in questo momento funzionante, e l’isolamento in cui si sente cadere il numero enorme di persone che resta comunque attaccato al proprio schermo con la speranza di un ritorno rapido alle consuetudini, rimane comunque fortissimo.   

“Potrei scendere direttamente in strada”, pensa LEI mentre cerca di porre un qualche freno all’angoscia che sente alzarsi rapidamente dentro di sé. Con questa idea si avvicina ad una delle sue finestre, naturalmente oscurata, per osservare dai palazzi che ha di fronte se stia giungendo qualche segnale incoraggiante, o magari l’evidente dimostrazione della ricerca spasmodica di qualcuno immerso nel tentativo di una soluzione possibile al problema capitato. Nessuno però in questo momento sembra essere presente dietro a tutte le prese di luce naturale che riesce a vedere dalla sua postazione, ed anche in basso, sull’asfalto alla base delle costruzioni, non si apprezzano dei movimenti tali da indicare un vero cambio nell’ordinarietà delle cose di ogni giorno. A questo punto perciò, giusto forse per tentare qualcosa, LEI decide di uscire dal suo appartamento e di verificare il funzionamento regolare degli ascensori disposti lungo il pianerottolo. Tutti fermi anche loro, come già stava immaginando. Così, quasi senza pensare, decide di bussare con le nocche di una mano alla porta blindata del suo vicino, simmetricamente di faccia al proprio ingresso. 

Non trascorre molto tempo, ed alla fine ecco, con una certa timidezza, che si affaccia LUI, esattamente uno degli interlocutori con i quali LEI si intrattiene quasi ogni giorno quando sta davanti al suo elaboratore per lo scambio di opinioni, soprattutto per dar seguito, come previsto espressamente dai piani governativi, al programma di connessione e correlazione dei cittadini tra di loro in quella esatta zona geografica del paese. Sembra sorpreso, e probabilmente appare poco abituato ad avere degli scambi reali di persona con altri utenti. Resta fermo per un attimo nell’osservazione della donna che si trova di fronte, poi dice soltanto: “abbiamo dei problemi comunicativi”. La sua voce esce flebile dalla bocca, la sua espressione non pare effettivamente tesa alla ricerca di un diverso argomento con cui iniziare una trasmissione diretta di opinioni con la sua vicina di appartamento. Ma in fondo questo è quanto LEI si aspettava esattamente di trovarsi di fronte, ed anche se l’angoscia che seguita a provare per l’isolamento dai suoi contatti le rimane come un elemento fermo, adesso le basta di sapere che c’è qualcuno in carne ed ossa nella sua stessa situazione, e questo al momento sembra più che sufficiente.

 

Bruno Magnolfi   


martedì 24 novembre 2020

Proponimenti indispensabili.

 

      

 

            Dimenticarsi di lanciare il programma di comunicazione interpersonale non è particolarmente grave, anche se ci sono degli individui che davanti ai propri schermi si chiedono con insistenza il motivo per cui una donna estroversa e relazionale come è sempre stata LEI, nell’arco di una giornata com’è quella di oggi, lasci il suo apparato per i contatti completamente spento, e diventi quindi irraggiungibile praticamente a tutti gli altri. Ma sentire il bisogno improvviso di starsene per i fatti propri ed evitare deliberatamente lo spazio interpersonale dedicato proprio alla sua fascia di scambio, persino negli orari canonici designati a questo scopo, appare per qualcuno quasi offensivo. Per tutto il giorno invece rimangono proprio così, come sono apparse da subito, le cose che normalmente la riguardano, laddove almeno LUI, ma alla fine anche l’ALTRO, che sono generalmente i più attivi fruitori esattamente di quel canale dedicato, proseguono a chiedersi quale sarà mai il motivo di questa pesante assenza da parte di una come LEI. Infine giunge un semplice comunicato in rilievo su uno sfondo composto da vari colori neutri sfumati tra di loro, qualcosa che semplicemente chiede scusa del comportamento tenuto, senza aggiungere comunque nessuna spiegazione. “Per me è già sufficiente”, dice subito l’ALTRO dentro al suo brillante vivavoce, lanciando nello stesso momento sopra al proprio schermo una serie di aquiloni colorati digitali che tendono a rallegrare l’etere di coloro che lo stanno ricevendo.

            “Non so, forse non è proprio così semplice la soluzione”, dice LUI lasciando scorrere le immagini del gioco di una piccola battaglia militare, dove la sua espressione corrucciata campeggia in mezzo agli ufficiali della guarnigione posta in difesa. “Negarsi è sempre grave, a mio parere”, dice ancora, “anche perché resta comunque possibile scegliere una fase più o meno densa di passività in un ambito interlocutorio”. Segue un silenzio pensieroso, in cui ognuno tenta di dar corso ad una propria idea personale delle cose, anche se non cambiano i riquadri degli schermi e non si dà voce ad alcun ulteriore intervento, neppure registrato. “Sono qua”, dice allora LEI improvvisamente nel vivavoce, lasciando apparire la propria faccia a video pieno, pur filtrata da una serie di ritocchi elettronici che ne alterano visibilmente le caratteristiche, rendendola quasi un fumetto animato. “Vorrei essere il più possibile neutrale”, fa LUI cercando di commentare quell’intromissione che si sforza di apprezzare, quasi catalogando il gesto come un tentativo ulteriore di un ritorno verso la normalità, “ma non posso certo negare come tenda a rimanermi in testa una leggera irritazione che svanirà soltanto a tempo debito”.

“Non credo sia il caso di imprimere all’accaduto delle impostazioni di grado del tutto soggettivo, definite nient’altro che da una personalità soprattutto suscettibile ed ombrosa”, fa l’ALTRO mentre imposta lo sfondo del suo schermo verso una navigazione lenta su dei toni rilassati, dove la propria espressione adesso è impersonata da un piccolo e curioso abitante di un bosco immaginario in cui tutto appare oltremodo semplice e privo di conflitti. “Non so”, fa LUI; “però mi sembra che essere troppo permissivi su dei comportamenti che per loro natura devono sempre mostrarsi il più possibile chiari e trasparenti, non sia esattamente la base migliore su cui impostare i dialoghi e le nostre comunicazioni”. Loro tre comunque sanno che possono accedere al sistema persino dei video spettatori che restano inibiti alle conversazioni, e che in ogni caso assistono a quanto viene scambiato, e possono apprezzare una parte oppure l’altra di coloro che invece riescono ad intervenire attivamente, e quindi resta difficile non avere, da parte di questi ultimi, dei comportamenti il più possibile obiettivi su qualsiasi problematica.

“Va bene”, dice LEI alla fine; “la responsabilità è mia che mi sono sentita in grado di godermi una giornata di piena libertà, senza dover spiegare molto ad ogni mio interlocutore”. Lo schermo mostra un colore chiaro, prossimo al verde acqua, e la sua immagine appare adesso senza filtri né ritocchi, pur contenuta in una davvero piccola asola sistemata in alto. Gli altri adesso restano in silenzio. “Comunque credo proprio non accadrà più; neppure un’altra volta”, conclude.

 

Bruno Magnolfi 

lunedì 23 novembre 2020

Chiaro proposito.

 


"Vorrei solo che tutto fosse già finito", dico piano agli altri con un’espressione di serietà, ma solamente tanto per dire, mentre resto in piedi con loro accanto alla vetrata del caffè all’interno del quale quasi ogni giorno lascio volentieri scorrere almeno una parte del mio tempo. Fuori fervono i lavori per la risistemazione della piazza, e gli operai vanno avanti e indietro a livellare la terra e a posare i manufatti seguendo le misure giuste che da poco ha indicato loro il geometra dell’impresa, lasciando qua e là dei piccoli elementi indicativi e dei segnali color arancione. Ogni tanto giunge un autocarro con la terra o con il misto cementato da scaricare in loco, e quasi sempre alza un odioso polverone che va a depositarsi sulle foglie dei pochi alberi di magnolia che ci sono in giro, sulle panchine deserte rimaste al margine dei lavori, e in ogni angolo stradale e dei marciapiedi rimasti. Noi stiamo tutti con le mani sprofondate nelle tasche dentro al locale, scuotiamo la testa ogni tanto e decidiamo invariabilmente quello che sarebbe meglio secondo il nostro parere, anche se tutte le nostre opinioni rimangono tra le mura del caffè. 

Si tratta di capire quale sia il progetto principale a cui tutte le maestranze si stanno allineando, e come infine dovrà essere, in base a quello, il risultato finale di ristrutturazione della piazza. “Scommetterei che diventerà addirittura peggiore di quella bella piazza che conoscevamo da sempre”, dico ancora tanto per smuovere i pareri dei presenti ed infiammare gli animi, e qualcuno tra quelli che giocano al biliardo dietro di me scuote la testa tanto per dire che anche secondo lui non c’è proprio da attendersi niente di buono. In fondo quale argomento migliore di questo si potrebbe trovare in una cittadina dove non succede quasi mai un bel niente: sembra quasi ci sia il sindaco in persona a cementare i cordonati e a posare le lastre; si tratta soltanto di prendersela bonariamente con qualcuno, come è normale che sia, ed in qualsiasi caso il risultato finale non sarà mai di nostro gusto, e se anche lo fosse si potrebbe subito dire anche in quel caso che sicuramente sono stati spesi troppi soldi pubblici per una conclusione di quel genere.

Poi arriva d’un tratto un gruppetto di persone a visionare quei lavori, e mentre stiamo cercando di stabilire chi siano esattamente visto che ci rimangono di spalle, quelli senza grandi indugi entrano proprio nel nostro modesto caffè, mostrando all’improvviso la faccia del sindaco, dell’assessore ai lavori pubblici, del comandante dei vigili urbani e dell’impresario che porta avanti tutte le opere della piazza. Ammutoliamo tutti quanti di fronte a queste spettabili presenze, ed anche se a me verrebbe subito la voglia di chiedere qualcosa tanto per mettermi in mostra e far vedere a tutti che non sono certo un cittadino passivo, di fatto anche se ci penso con impegno non mi viene la domanda giusta da porre a qualcuno di questi signori, e così mi limito, come tutti gli altri, a farmi da parte e ad ascoltare quello che tali autorità dicono tra loro.   

E mentre siamo lì a fare contorno nel piccolo locale dove gli ultimi arrivati si prendono un caffè rigorosamente in piedi presso il bancone, il sindaco in persona si gira verso di me con espressione seria per chiedermi cosa io pensi dei lavori così come vengono portati avanti. “E’ tutto molto bello”, dico subito leggermente intimorito, mentre l’assessore e gli altri si voltano anche loro d’improvviso verso me. “Forse ci starebbe bene qualche albero in più”, azzardo senza neanche saper bene cosa dire. “Bravo”, fa subito il sindaco, “difatti appena saranno pronte le aiuole che stiamo realizzando, arriveranno i vivaisti a mettere a dimora degli alberelli che fra un anno o due saranno subito delle piante adulte e rigogliose”. Faccio un cenno affermativo con la testa, annuisco, mentre dal locale adesso escono tutti, e subito penso che anche io in questo momento posso proprio andarmene, visto che oramai è stato già tutto chiarito.

 

Bruno Magnolfi

domenica 22 novembre 2020

Silenzio interattivo.


 

            Soltanto con un certo ritardo sull’appuntamento precedentemente pattuito lei finalmente si siede davanti al suo elaboratore casalingo e lancia l’applicazione per la comunicazione interpersonale. Naturalmente si è momentaneamente scordata i codici d’accesso dei programmi da usare, e quindi ci vuole anche altro tempo affinché tutto sia messo perfettamente in funzione, almeno fino al punto di lasciarle scegliere persino uno sfondo adeguato da far apparire sugli schermi degli altri, tale che nasconda le condizioni vere di disordine in cui lei normalmente è immersa anche quando comunica, ferme restando le sue espressioni facciali sempre in primo piano ma affidate ad una specie di sosia composto da un numero imprecisato di disegni sintetici molto somiglianti all’originale, ed impostato in maniera da mimare piuttosto bene i suoi rispettivi stati d’animo. “Ciao”, le dice lui mentre già sta intrattenendo una vivace discussione con l’altro che a sua volta prosegue ad affidare a dei colori pastello alcuni sfondi panoramici che ogni pochi secondi svaniscono e vengono immediatamente sostituiti. “Immaginavo non riuscissi a raggiungerci”, fa subito dopo con una voce camuffata da vecchio lettore di racconti per l’infanzia, mentre la sua faccia campeggia su un immenso campo agricolo appena lavorato dalle macchine. “Mi spiace”, fa lei; “ma sono piuttosto impegnata in questo periodo”.

Seguono rapidi e numerosi scambi di vedute da parte di tutt’e tre sui vari modelli lavorativi da applicare nel prossimo futuro, e le loro opinioni non tendono per nulla a convergere, restando semplicemente impostate sui loro iniziali pensieri di fondo. “Ci stavamo chiedendo quali progressi ci stiano aiutando in questo momento per superare il formidabile richiamo ad usare sempre più spesso i processi mentali a cui individualmente tendiamo ad abituarci, ma sotto questo profilo sembra che non ce ne siano, tolta la volontà egocentrica che almeno qualcuno tra noi tende a manifestare, di scombinare ogni gioco”, fa lui lasciando brillare il proprio sfondo monotono con macchie evanescenti di color oro sul nero, ferma restando la sua coerente espressione ridotta in un piccolo spazio basso nell’angolo destro. L’altro pare riflettere senza mostrare alcun tentativo per intervenire, ed anche lei non sembra di voler prendere la parola nel suo vivavoce applicato all’orecchio, ma si perde almeno per qualche secondo nella ricerca di un senso da dare all’immagine di un bosco verde ripreso per mezzo di un’ottica aerea mobile che ha impostato da due o tre minuti sopra al suo schermo. La pausa si protrae per un tempo apprezzabile, quasi una lungaggine senza importanza, fino a quando un lieve armonia di sintesi parte automaticamente dal sistema di comunicazione.

“Non sono del tutto d’accordo”, fa lui forse soltanto per interrompere quella musica insignificante che pare fatta apposta per addormentare i pensieri. “Tolta la spinta personale a trovare nuove strade in tutto ciò che completa ogni nostra abitudine, non vedo altre possibilità per opporre ulteriori sbarramenti ad un discesa inarrestabile del quoziente intellettivo”. Lei dopo queste parole ha uno scatto, una specie di dissenso da quello che ha appena ascoltato nel proprio vivavoce, così preme immediatamente il pulsante per intervenire, ma qualcosa di elettronico sembra inibire il flusso della sua necessità, tanto da lasciare il suo interfono assolutamente silenzioso, come se fosse d’accordo su tutto quello che è stato appena dichiarato. Pigia più volte e nervosamente il tasto del sezionatore, senza ottenere però alcun risultato, fino a quando fortunatamente uno dei due suoi interlocutori non apre il suo corridoio comunicativo, chiedendosi contemporaneamente il motivo di tanto silenzio.

 

Bruno Magnolfi     

     

 

sabato 21 novembre 2020

Organigramma dei pensieri.


 

            “La politica non mi ha mai interessato”, dice lui d’improvviso con un’espressione stentorea nel vivavoce senza filo che indossa sopra un lato della propria faccia. Lo sfondo dello schermo dell’elaboratore che ha davanti sta trasmettendo una fluttuazione tra dei colori che ricordano ironicamente le onde del mare, pur essendo solamente delle simulazioni sintetiche, mentre all’interno di queste variazioni di colore giganteggia la sua immagine ritoccata e sovraesposta, come se lui in questo momento stesse godendo di un pieno sole tropicale, evidenziando nell’espressione anche una vaga aria sonnacchiosa tipica di chi cerca un dialogo senza trovare le parole giuste da adoperare. Forse non è neppure quello che effettivamente vuole intendere quando usa una frase di questo genere, riflette mentre tenta un cambiamento dei colori nella scenografia elettronica, però tende a sfilarsi dalla schiera degli incalliti che vorrebbero ridurre ogni tendenza popolare ad una macchinazione elaborata a tavolino, ed in questo modo dimostrare la mancanza completa di libertà del sistema. L’altro, un suo vicino di casa in termini di distanza assoluta, eppure forse piuttosto lontano dal punto di vista delle identità di vedute, sembra riflettere a fondo mentre osserva qualcosa fuori campo, inquadrato dall’ottica del suo elaboratore in un momento in cui sembra sfogliare con lo sguardo un libro mentale che dovrebbe suggerirgli probabilmente i termini più adatti, ma finendo soltanto per rispondere: “non è un argomento, oppure una semplice materia però”, mentre lancia a margine, sulla sua macchina elettronica, alcune immagini in rigoroso bianco e nero di svariati gruppi di persone in movimento. 

            Lui allora si alza dalla propria postazione comunicativa, lanciando sullo schermo una programmata sequenza iterativa composta da vari spezzoni di riprese digitali di se stesso tutte effettuate negli ultimi tempi, quasi a voler sostituire la sua assenza con qualcosa che ne colmasse momentaneamente il vuoto, dando l’impressione di una certa linearità di intenti e di idee nei suoi comportamenti, quasi una coerenza effettiva da ritrovare nei gesti, nelle espressioni, nei vari movimenti del corpo all’interno dello spazio che ha avuto attorno a sé in tutti quei casi, e per prosecuzione quindi anche in questo esatto momento. Il dialogo appare quasi inceppato, praticamente incapace di produrre frutti, e nel momento esatto in cui lui torna a presidiare la propria area interagente con l’esterno, è pronto ormai a digitare lo sviluppo seguente del proprio pensiero, anche se gli restano dei dubbi sulla sua effettiva capacità di sostenere delle teorie talmente individualistiche da non lasciare alcuna possibilità di vera discussione. “Forse sbagliando”, conclude come per recuperare un tema dal quale non ha mai avuto l’intenzione di prendere davvero le distanze.

“Proprio adesso è il momento migliore per cercare delle intese”, scrive l’altro in fretta sullo schermo, imprimendo questa frase su di un lato del proprio spazio comunicativo, mentre la sua immagine da mezzobusto si fa lentamente sfumata in un contorno di città preda di macchine e motori, e del traffico caotico tipico del tempo appena trascorso, degno di una ipotetica rivoluzione industriale attualizzata. Il pensiero così si fa magmatico, e l’allentarsi delle risoluzioni a cui dar seguito quasi delle semplici masse di aria calda in movimento senza possibilità di essere imprigionate da concetti metabolizzati degni dei congressi di partito. “La vicinanza dei concetti diventa una vera e propria forza, anche se non può essere certo lo scopo finale”, conclude l’altro allontanandosi di colpo dal piano su cui interagisce tramite l’elaboratore. “Sono d’accordo”, fa subito lui mostrando adesso un gioco di bambini per evidenziare la soddisfazione con la quale sembra ritrovare il filo dei pensieri.

 

Bruno Magnolfi