giovedì 30 settembre 2021

Sostegno per me.

 

            Quando sono da sola nella mia stanza, mi prendono mille dubbi. Metto le cuffie allora, accendo il mio pianoforte elettronico, e poi metto giù alcune note e qualche accordo, con molta calma, tutto lentissimo, meditando ogni singolo suono che esce dalle mie dita. Non so bene verso dove io stia dirigendo tutte le mie energie, e la paura che provo di sbagliare completamente direzione certe volte quasi mi paralizza, mi rende incapace di sentire ancora in me quell’entusiasmo che è riuscito così bene a trascinarmi in avanti almeno fino adesso. Tra poche settimane si terranno gli esami di ammissione al Conservatorio, sono pronta a sostenerli, nonostante non sappia più neppure se sia davvero questo ciò che desidero intraprendere. Non posso neanche affrontare con Lorenzo un argomento del genere, so che mi influenzerebbero troppo le sue opinioni, così sono già diversi giorni che non gli rivolgo neppure la parola, nonostante sia il mio compagno di banco al liceo. Lui non insiste con me, sa come sono fatta, e mi accorgo benissimo del suo profondo rispetto per il mio silenzio. Però sta accanto a me, e certe volte mi piacerebbe voltarmi di scatto e poi baciarlo mentre lo guardo dentro gli occhi, lasciando a lui tutte le decisioni da prendere, quasi annullandomi. Potrebbe persino essere il mio ragazzo, se mai provassi il desiderio di averne uno.

            Ieri ho incontrato Simone, il figlio della nostra cuoca, mentre sostava qua davanti aspettando sua madre. Io stavo rientrando, ero quasi davanti al cancello di casa mia, e lui mi ha chiesto qualcosa sui miei studi di pianoforte, tanto per dire qualcosa, e a me guardandolo è venuto improvvisamente quasi da piangere, non sapendo proprio come parlargli, cosa rispondere, quali spiegazioni tirare fuori, come se il mio linguaggio all’improvviso fosse incomprensibile, a lui come a tutti gli altri. Simone ha notato subito il mio sconforto, perciò mi ha detto soltanto che non dovrei abbattermi, che ho del talento, che devo andare avanti, insistere, senza preoccuparmi d’altro. L’ho ringraziato, gli ho chiesto scusa, poi sono rientrata. Certe volte penso che questo per me sia uno dei periodi fondamentali. Da ciò che decido forse cambierà totalmente il mio futuro, ma non è che mi manchi la convinzione in ciò che desidero per me. Soltanto ci sono delle cose che mi sfuggono, a cui non so dare un seguito tra tutti i miei pensieri. Ma in fondo, pur con qualche incertezza, so che non vorrei fare a meno di nulla, e mandare avanti comunque ogni interesse, senza abbandonare alcun progetto. Così, quasi d’impulso, appena in casa, ho subito telefonato al caro maestro Bottai, e gli ho detto che dalla prossima settimana riprenderò ad andare a lezione da lui.

            Mia madre ha capito benissimo che sto attraversando un periodo complicato, e non insiste, non mi chiede niente, lascia che io faccia tutto da me sola. Chi mi preoccupa è mio padre, intransigente in tutte le sue cose, che tollera a malapena che io sappia suonare il pianoforte, secondo lui soltanto un passatempo, e che vorrebbe vedermi laureata magari in Legge, ad inseguire una carriera proprio come la sua, di affarista e incantatore di serpenti. Devo scegliere il futuro, anche se sono sicura già da adesso che dovrò compiere errori e passi falsi, prima di avere chiara la mia prospettiva. Poi ho iniziato a suonare qualcosa su una scala modale, spingendola così al limite da farle quasi perdere il centro tonale. Mi sento sempre più intrigata dai percorsi ardui, dalle scelte complesse, dall’espressione del carattere nelle cose a cui mi applico. Forse le mie opinioni mancano di maturità, devono ancora scontrarsi con la realtà vera, con ciò che agli altri forse è già evidente, ed anche suonare il pianoforte per qualche sparuto appassionato, piuttosto che avere davanti una platea di gente, potrà mostrare solo in seguito la profonda differenza nel percorso.

            Mi alzo e spengo la tastiera. Esco dalla mia stanza, percorro il corridoio con un libro in mano, infine vado verso lo studio di mia madre. Sta lì, mi guarda, mi sorride. “Non dire niente”, penso; “non hanno importanza in questo momento le tue parole. Però ho bisogno di sapere che ci sei, che stai dalla mia parte, in qualche maniera, e che quando le cose si faranno più difficili, saprai guardarmi ancora come adesso, e mostrarmi di nuovo tutto il tuo sostegno”.

 

            Bruno Magnolfi      

martedì 28 settembre 2021

Fatti che non mi riguardano.

 

            Nel corso degli anni, da quando ho messo i piedi per la prima volta qua dentro, ho maturato un comportamento, soprattutto mentale, che a mio parere si dimostra il migliore per resistere a lungo alla monotonia deprimente data dallo scorrere di giorni lavorativi identici l’uno all’altro, come tante fotocopie. Annullo me stesso, osservo le cose con gli occhi degli altri, ed anche se resto tutto il mattino nella mia solita postazione lungo il corridoio del piano terra di questo liceo, incoraggio sempre i ragazzi delle varie età che frequentano la scuola, nel venirmi a dire delle cose, anche le più sciocche o qualche volta anche assurde, che passano dalla loro testa. Conosco i liceali quasi tutti per nome, e certe volte chiedo a qualcuno come gli vadano le cose, tanto che quelli con cui ho più confidenza passano da me di propria iniziativa per parlare dei loro guai, oppure per confidarmi le storie che vivono, i loro problemi scolastici, o di famiglia, e molte volte anche per parlarmi degli attriti che purtroppo si registrano in classe tra loro e i compagni. Per tutti sono Mario, il bidello sempre presente in questa scuola, che forse ha un’età anche maggiore di quella dei loro genitori, ma che si comporta con ognuno dei ragazzi come fosse un fratello maggiore. Perché sono loro il mio mondo, ed io mi lascio assorbire interamente da quello che vengono a confidarmi.

            Durante l’orario delle lezioni, quando resto da solo al mio tavolo per rispondere ogni tanto al telefono, rifletto sugli aggiornamenti recenti che magari sono venuto a conoscere, senza che mostri mai interesse al pettegolezzo oppure ad una eccessiva curiosità, fornendo comunque ogni tanto, quando mi vengono richiesti, persino dei buoni consigli. Con qualcuno dei ragazzi naturalmente sono più in sintonia che con altri, ma ciò non toglie che nutra affetto per tutti, nessuno escluso. Il nostro istituto non è enorme, e gli alunni totali delle sezioni rientrano in un numero abbastanza contenuto. Certe volte viene Lorenzo da me, specialmente quando esce dalla sua aula per riprendere fiato durante l’orario di qualche insegnante pesante, e così, lungo il nostro corridoio un po’ anonimo, mi confida sottovoce quali siano gli ultimi sviluppi delle sue sperimentazioni musicali che affronta assieme al proprio gruppo di jazz. L’ultima volta poi mi ha spiegato che probabilmente entrerà nel loro quartetto un nuovo componente, una pianista con esperienza di musica classica, e che lui si sente addirittura entusiasta di questa possibilità, anche se mi ha riferito subito che non è una ragazza di questa scuola, e quindi non la conosco.

            A me fa molto piacere l’entusiasmo che Lorenzo mostra nelle cose che affronta, e spero davvero che tutto per lui proceda per il meglio. Non mi reputo molto intelligente, però ho un cuore e dei sentimenti, e certamente faccio il tifo per i ragazzi come lui, soprattutto per la loro intraprendenza. Ma oggi arriva questa ragazza, la signorina Neri, come la chiamo io, una tra le più timide e riservate che siano mai passate sopra questi banchi scolastici, e mi chiede se per favore io possa riferire a Lorenzo che lei sta ancora aspettando una sua risposta. <<Mi scusi>>, dico io, <<ma non potrebbe dirglielo di persona, visto che se non ricordo male siete anche vicini di banco?>>. Lei sorride senza guardarmi, dice che è soltanto un piccolo favore quello che mi chiede, giusto per evitarle di affrontare l’argomento in modo diretto con lui. Annuisco, anche se non comprendo del tutto il problema, però, mentre la ragazza si allontana, inizio a riflettere su quali possono mai essere le risposte che Lorenzo ha promesso di darle. Decido infine che proprio non lo so, o non ci arrivo, anche se alla prima occasione riporto al ragazzo esattamente quanto richiesto.

            Lui mi ringrazia, anche se sembra confuso, ed io naturalmente non pongo alcuna domanda, anche nell’attesa che sia direttamente Lorenzo, come è suo uso, a chiarire qualcosa su tutto quanto. Invece no, se ne va e poi basta, lasciandomi soltanto un grosso punto interrogativo. E’ soltanto questione di qualche giorno, penso tra me, poi in una maniera o nell’altra verrò certo a sapere tutto quanto, come sempre succede. E se proprio non sarà direttamente Lorenzo a venirmi a confidare cosa stia bollendo nella sua pentola, sarà magari qualcuno tra coloro che conoscono bene lui o la Neri a venirmi a dire qualcosa. E comunque non sarà certo Mario ad andare in giro a fare delle domande e a mostrarsi entrante, o peggio, curioso, dei fatti degli altri.

 

            Bruno Magnolfi   

domenica 26 settembre 2021

Opera aperta.

 

            Non si sono parlati molto nel corso degli ultimi giorni, pur essendo vicini di banco nella classe del liceo. Sarà perché nessuno dei due desidera vedere sciupata l’atmosfera di sospensione e di attesa che in questo momento si è creata, da quando hanno deciso di provare sul serio a suonare assieme, ed anche con gli altri ragazzi della formazione. Però è stato pubblicato da poco un trafiletto su un giornale locale che recensisce le sorti della serata all’interno del piccolo locale in cui si è esibito qualche giorno addietro il quartetto jazz di Lorenzo, e lui sul banco lo ha mostrato a Franca, quasi senza aggiungere alcuna parola. Lei lo ha letto subito con interesse, durante la pausa per il cambio di insegnante, approfondendo così qualche notizia che fino adesso le era parsa vaga. Si spiega là sopra, da parte del giornalista, come la musica ascoltata in quella sera affondi le proprie radici, pur con tante variazioni verificatesi in periodi più recenti, in ciò che è accaduto dopo gli anni sessanta, quando molti musicisti in ogni parte del mondo avvertirono un fremito di libertà soprattutto dai vincoli armonici e ritmici, inseguendo così dei nuovi modelli da sperimentare.  

            <<Si tratta di un processo musicale, quello ascoltato l’altra sera>>, prosegue quindi il giornalista nell’articolo, <<in cui il fluire delle note avviene tra i suonatori di questa band quasi per una sorta di telepatia, tanto si avvertono vicini e solidali i loro modelli, introducendosi insieme oppure a turno, ma quasi in punta di piedi, nell’arte sacra dell’improvvisazione, e ritrovando solo ogni tanto dei punti fermi melodici, ritmici o armonici, che in ogni caso non ne frenano affatto l’espressività>>. Per Franca è quanto di più bello ed invitante possibile il definire così, con poche e semplici parole, quel materiale musicale di cui ha ascoltato le registrazioni; un mondo sonoro a cui improvvisamente sente, ed ogni volta con maggiore intensità, il desiderio forte di contribuire personalmente con il suo pianoforte, nonostante la paura comprensibile di non essere all’altezza della situazione. Poi entra in classe l’insegnante di lettere, ed in lei le cose d’improvviso assumono un senso diverso, come se l’aspirazione alla libertà in quel tipo di musica avvertisse comunque la necessità improvvisa di regole, di studio, e di condizioni più concrete e precise, alla stessa maniera di come la storia del pensiero e della letteratura sia molto spesso da ricondurre a coloro che hanno sempre avuto le idee più chiare, ferme e definite, rispetto a tutti gli altri.

            <<Va bene>>, dice poi Franca a Lorenzo sottovoce; <<sono contenta che tutto questo stia davvero avvenendo, qualsiasi possa essere il risultato del nostro tentativo>>. Lui sorride e apre il quaderno dei propri appunti sopra al banco, proprio mentre l’insegnante Sarti, dietro la sua cattedra, intercetta, come peraltro era già accaduto altre volte, questa loro invidiabile sintonia, tanto che, anche per introdurre l’argomento previsto per la sua lezione del giorno, pone d’improvviso un interrogativo fondante proprio ai due ragazzi, riportandoli subito a riflettere, con le proprie capacità, su quanto la letteratura italiana abbia giocato un ruolo all’interno del romanticismo europeo, anche se quasi esclusivamente come anelito alla libertà dall’oppressione degli altri popoli sulla propria nazione. <<Credo che nel momento in cui un letterato, o in generale un artista, si ponga al servizio di un’idea diffusa e pressante data dal bisogno della libertà>>, dice Franca Neri adesso in piedi, con impeto, e quasi di getto, <<questo suo comportamento si mostri immediatamente come la chiave di volta più importante a cui è possibile dare un seguito; allo stesso modo in cui, ad esempio nella musica attuale, sia da ricercare per assolutamente encomiabile colui che sfugge per evidente scelta a delle idee puramente commerciali, come da parte di chi, avvertendo la costrizione del mercato imperante, ricerca il senso vero delle note che sta racchiuso all’interno del linguaggio sonoro>>.

            <<Benissimo>>, dice subito la Sarti; <<così in questa maniera abbiamo collegato rapidamente la storia della letteratura con gli argomenti segreti di cui la nostra alunna Neri si confida a volte con il suo compagno di banco>>. Qualcuno ride tra i ragazzi della classe, ma in fondo non c’è neppure molto di cui discutere, considerato che l’argomento principale sfiorato in queste tematiche, non risulta esattamente qualcosa da prendere troppo alla leggera. L’insegnante inizia così la sua lezione intorno alle spinte risorgimentali della letteratura italiana nell’ottocento, e tutti quanti nel silenzio generale prendono i loro doversi appunti, compreso Lorenzo, rimasto colpito dall’argomentare di Franca: qualcosa che forse dentro di sé ha sempre provato, ma che in questo momento, senza di lei, non sarebbe mai stato capace razionalmente persino di riflettere.

 

            Bruno Magnolfi         

venerdì 24 settembre 2021

Disagio da sciocchi.

 

            Mi accade a volte, durante l’attesa paziente del sonno ristoratore, mentre trascorrono quei silenziosi momenti in cui, con le luci già spente, resto coricato nel letto a sera tardi, che la mia mano sinistra vada a posarsi quasi per automatismo sopra le palpebre dei miei occhi ormai chiusi, quando le dita distese trasmettono alla mia espressione facciale, ormai già pronta al riposo, quel calore e quella protezione che forse durante il giorno è sembrata mancarmi. Sorrido a pensarci, in fondo è soltanto un gesto del tutto infantile, qualcosa a cui normalmente non darei neppure troppa importanza. Sempre che non avverta la necessità di racchiudere in quel comportamento automatico qualcosa di me che in quegli attimi pare come sfuggirmi. Il mio riposo poi non è neppure caratterizzato da nottate particolarmente agitate, oppure da una qualche forma di insonnia; sto bene, riposo bene, tutto si presenta per quanto mi riguarda in maniera quasi ordinaria, anche se la mia mano tiepida prosegue per parecchi minuti ad infondere in me quella sicurezza che sembra desideri per prendere sonno. Non sono il tipo di persona che si ritenga un intimista, oppure uno tra coloro che mostrano forme di evidente paura nell’affrontare a fronte alta le cose di ogni giorno: mi sento anzi, al contrario di molti, un vero combattente, un osso duro, uno che non si tira mai indietro quando si trova davanti qualcosa da fronteggiare.

            Allora ho pensato che questa specie di automatismo racchiuda in sé qualcosa che non faccia parte esattamente della mia personalità, e che forse deriva da qualche elemento che a me è più vicino, qualcosa che ruota intorno alla mia giornata ordinaria, e che senza provocare tra i miei pensieri una coscienza precisa di quanto sta accadendo, riesce a sfuggire comunque al mio controllo razionale, andando però ad inserirsi in una zona debole della mia sfera istintiva. Rifletto: un gesto di protezione verso un futuro che non so prevedere, forse. Oppure il simbolo del desiderio di chiudere gli occhi per non vedere qualcosa. Ma non saprei cosa, considerato che gli affari che maggiormente interessano me e le mie società sembrano procedere bene in questo periodo, e che la mia famiglia sembra unita e solidale attorno a me e al mio lavoro. Decido di parlarne con Rosa, mia moglie, appena possibile, non tanto perché nutro dei dubbi sui suoi modi di essere e di comportarsi, quanto per tentare di capire insieme a lei qualcosa di più, e per ascoltare la sua opinione.

            Così mi rigiro nervosamente nel letto, sposto la mano sinistra dagli occhi e vado a sfiorare leggermente un braccio di Rosa, mentre sta placidamente dormendo. Sbuffo leggermente per le preoccupazioni assurde che a volte mi pongo, poi mi volto di nuovo sistemando le lenzuola e cercando di prendere sonno al più presto, anche per non pensare più a tutta questa faccenda. Ma ad un tratto mi viene a mente mia figlia; Franca adesso non è certo più una bambina, ed anche se la sua giornata è quasi interamente dedicata al liceo, che prosegue a frequentare con ottimi profitti, preoccupata com’è soltanto dei propri studi, forse però è proprio da lei che mi deriva quest’inconscia preoccupazione, come se lei stesse iniziando a sfuggire in qualche modo dal ruolo a cui dovrebbe attendere, magari per via di una possibile infatuazione del tutto passeggera. Ci sono anche le lezioni di pianoforte per un paio di pomeriggi alla settimana, questo è vero, ma da quel settore non mi attendo nulla di particolarmente inconcepibile, anche se la sua fissazione di entrare in Conservatorio non mi ha trovato, almeno fino adesso, per nulla d’accordo.

            Ma certo, decido alla fine, devo assolutamente parlarne con mia moglie di questa impressione, e convincerla anche ad essere maggiormente presente con Franca, per comprendere meglio quali amicizie e compagnie di liceo possa aver iniziato a frequentare, non tanto per imporre chissà quali freni ad una ragazza brava e studiosa come lei, quanto per acquisire qualche esauriente informazione sui suoi comportamenti. Ci sono certe volte alcuni piccoli dettagli di una personalità che possono sfuggire persino allo sguardo più scrupoloso. Probabilmente potrebbe bastare anche soltanto parlare con Franca in maniera attenta e decisa, magari senza dare neanche troppo peso ad argomenti del genere, come per fare quattro chiacchiere, e in ogni caso valutando bene ogni risposta fornita a qualche domanda posta in modo adeguato. Potrei farlo io stesso, rifletto. Anche se riconosco che con la mamma potrebbe sentirsi sicuramente più a proprio agio.

 

            Bruno Magnolfi   

mercoledì 22 settembre 2021

Scelte importanti.

 

            La telefonata giunge in tarda mattinata, in casa Neri. La madre di Franca risponde subito all’apparecchio, ed è la voce gracchiante del maestro Bottai che timidamente la saluta e poi aggiunge, ingarbugliando qualche parola, che semplicemente c’è stato un errore comunicativo l’ultima volta che loro due si sono visti, poco più di una settimana prima, a proposito delle lezioni di pianoforte per la figlia. <<Mi dispiace>>, dice in fretta lui, <<di essere apparso forse un po’ duro nelle mie decisioni; e ripensandoci, anche in virtù delle indubbie qualità di Franca, è vero, sulla tastiera del pianoforte, ecco, vorrei dirle che, se vuole, se lo desidera, insomma se fosse una sua volontà, può tornare quando vuole da me, e riprendere le sue lezioni come prima, per la preparazione al suo esame, ecco, per l’ingresso in Conservatorio, via, che sono sicuro non mancherà, proprio per le sue capacità pianistiche>>. La signora Rosa sorride compiaciuta di queste poche parole, naturalmente, e risponde che al suo rientro a casa avvertirà subito Franca di questa sua telefonata, e che le farà sapere quanto prima quando intenderà riprendere con quegli ottimi insegnamenti del maestro. Quindi saluta il Bottai e lo ringrazia più volte, ma quando chiude la comunicazione le sembra ci sia qualcosa che sfugga alla sua comprensione.

            Naturalmente la madre di Franca quello stesso giorno in cui il suo insegnante di pianoforte le aveva comunicato della propria decisione, aveva chiesto subito a lei il motivo per cui le lezioni di musica venivano interrotte da parte del maestro, ma sua figlia era stata forse piuttosto vaga in quel caso, e aveva detto soltanto di attendersi prima o dopo da parte del Bottai una mossa di quel genere, visto che in ogni caso per lei suonare sempre quelle stesse partiture ormai era diventata soltanto una pura consuetudine, e forse involontariamente aveva avuto in sua presenza qualche esplicito gesto di stanchezza. La signora Neri non le aveva chiesto altro, le era parso sufficiente sapere che non ci fosse più molto da studiare sul pianoforte del maestro, e che l’esercizio maturato da parte di Franca fosse oramai sufficiente per lasciarla presentare all’esame di ingresso del Conservatorio. Ma ripensando adesso al colloquio di una settimana addietro, quando lui le aveva detto, marcando le parole, che <<le loro sensibilità musicali apparivano diverse>>, forse intendeva dire con questo che gli interessi di sua figlia si fossero addirittura spenti o allontanati dalla musica classica che le insegnava il Bottai, oppure dalla tecnica pianistica prevista proprio per quegli spartiti?

            Quando infine Franca torna a casa, dopo il liceo, la signora Neri decide di affrontare immediatamente l’argomento, però in maniera edulcorata, remissiva, come se fosse semplicemente curiosa di conoscere quali fossero i veri motivi di quanto stava accadendo, non ritenendo in fondo troppo importante il gesto di un anziano pianista forse davvero soltanto immerso dentro un mondo proprio. La figlia però resta in silenzio, non vuole scoprire i suoi nuovi interessi per il jazz, né la sua voglia di provare a far parte del quartetto di Lorenzo. Alza le spalle, ci pensa a lungo, alla fine dice soltanto: <<è un vecchio solo e scorbutico, non intendo per il momento tornare da lui a prendere ancora delle lezioni, anche se in parte mi dispiace>>. La madre non ribatte niente, a lei sembrano già piuttosto sufficienti le competenze pianistiche che Franca in questi anni è riuscita ad acquisire, e in ogni caso le va bene che sia sua figlia a decidere, sempre che questa scelta non le faccia perdere delle opportunità. Lei comunque la rassicura in merito, sempre con le sue maniere distaccate, e poi sparisce dentro la sua stanza. <<Non dirò niente a tuo padre>>, le dice allora la signora Rosa sulla porta rimasta soltanto accostata; <<in fondo lui è sempre stato al di fuori da tutto questo, e poi non credo certo che gli interessi troppo essere a conoscenza  di certi dettagli. Però se in futuro accadesse ancora qualche altra cosa di questo genere, vorrei venire a sapere da te la verità di ciò che fai, prima che siano gli altri a doverlo spiegare a me>>. Franca annuisce e poi riflette: sa che è la prima volta che prende un’iniziativa di nascosto agli occhi di sua madre, e poi forse suonare con una formazione jazz per lei sarà senz’altro un vero e proprio percorso, più che un semplice tentativo di una prova o due. Però non può che essere così, Franca non conosce altre maniere per introdursi in un ambiente così nuovo; <<devo sentirmi sola adesso>>, dice allo specchio a voce bassa ; <<anche per comprendere davvero quanto tutto questo per me sia importante oppure no>>.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 20 settembre 2021

Concessione massima.


            In origine c’è il suono, semplice, diretto, lineare. I ragazzi sanno benissimo che la loro maniera di fare musica in quartetto, con quel progetto composto da un percorso sonoro di frasi contrappuntistiche che in seguito vengono ripetute e poi variate fino a giungere a dei momenti di vera improvvisazione, rende spesso complicata la loro attività, e difficile l'apprezzamento da parte degli eventuali ascoltatori, anche se ciò non significa affatto che non siano soddisfatti di ciò che solitamente riescono a mettere assieme. Il sassofono e la tromba si ritrovano costantemente come alla ricerca della nota migliore da eseguire, quella che spicca sopra a tutto il resto nel variegato tessuto di suoni, ed il basso assieme alla batteria si incarica di marcare il complesso e ricco tessuto delle battute, per costituire nella loro comune progressione un vero collante ritmico e armonico. Per Franca non è per niente assurdo quello che in questo momento sta ascoltando delle registrazioni che loro le hanno fatto avere. Le sembra interessante muoversi in un ambito dove certe difficoltà strutturali appaiono di colpo dissipate nella leggerezza dei suoni che con semplicità vanno ad intersecarsi tra di loro. Deve esercitarsi a fondo, questo è evidente, però non crede di mostrarsi del tutto incapace di suonare il pianoforte insieme agli altri, pur alla sua maniera, nonostante sia praticamente all’oscuro del jazz contemporaneo, e soprattutto del far musica insieme ad una vera e propria formazione come quella di cui è chiamata a prendere parte. Così si ritrova tentennando davanti alla tastiera, e a mettere giù un accordo di tredicesima incompleto con la sua mano sinistra, mentre con le dita della destra prova a spostare gli accenti, cercando una frase melodica che appaia almeno interessante e riconoscibile. Non si sente ancora pronta, certo; ma tra breve lo sarà.

Intanto ha iniziato a studiare qualcosa sulla genesi di quel genere di musica, ed ha scoperto che la distanza attuale tra il jazz di quel tipo e la musica colta contemporanea per certi versi non è quasi apprezzabile. E poi ritiene che proprio la sua formazione completata sulle partiture dove tutto è già stato previsto, le abbiano causato un estremo bisogno di libertà d'espressione sul proprio strumento, una voglia profonda di sentirsi creativa, leggera, al di fuori da quella pesantezza che ha riscontrato spesso nella classica musica tonale. Non è facile parlare in questi termini con chi si ritiene purista di certe scelte, come ad esempio il maestro Bottai, ma ciò non significa che molte delle cose che è possibile intraprendere siano obbligatoriamente prive di una corretta progressione, e poco per volta non incanalino le idee verso certe strade che forse è giusto tentare di percorrere, pur nella loro incerta direzione. I ragazzi generalmente provano in una sala insonorizzata cittadina nel tardo pomeriggio di alcuni giorni dispari, e per Franca non sarebbe difficile raggiungerli, pur dovendo portare con sé la sua agognata tastiera elettronica che improvvisamente sembra esattamente ciò che di più utile abbia mai posseduto. Ma vuole essere pronta, preparata a non sfigurare, capace di apportare un valido contributo ai loro brani e alle loro tessiture musicali.

Vede Lorenzo davanti al liceo, pochi minuti prima di entrare, e in mezzo al capannello di ragazzi lui si accosta leggermente alla figura sottile e solitaria di Franca per conoscere quali mai possano essere le decisioni che ha preso. Lei però non dice niente, getta uno sguardo attorno, lo saluta timidamente, con i suoi soliti modi; infine lui non resiste, e le pone una domanda il più possibile diretta: <<forse>>, risponde lei con calma mentre guarda altrove, non certo per indifferenza. Lorenzo prova quasi un sottile ed immediato senso di delusione, anche se non saprebbe spiegare esattamente che cosa si aspettasse più di questo, se non un leggero moto di entusiasmo che Franca non è il tipo di persona capace di esternare facilmente. Forse tutto si presenta comunque su due piani davvero molto differenti: per lui la musica da suonare incarna la comunicazione stessa, l’essenza di ciò che Lorenzo da sempre desidera allargare verso gli altri; per lei invece probabilmente è soltanto un accessorio, la variante casuale di un percorso che improvvisamente sembra quasi perdere l’attrazione principale, il suo punto focale, anche se questo accade soltanto per lasciar spazio a stilemi più espressivi. L’emancipazione sonora per Franca è qualcosa che appare ancora un elemento troppo indeterminato per poter dichiararsi davvero attratta da quel mondo. In ogni caso, sottovoce, aggiunge poi, subito dopo, quasi come concessione: <<ci sto provando>>, e questo forse è già più di quanto Lorenzo dovrebbe attendersi da lei.

 

Bruno Magnolfi  

sabato 18 settembre 2021

Sono solo un presuntuoso.

 

            <<Non sono fatti miei>>, dice la signora Clara mentre serve la solita tazza di tè al maestro Bottai, che come ogni mattina, dentro alla stanza di casa adibita a studio, sta riordinando gli appunti per i suoi insegnamenti di pianoforte; <<però sono rimasta male quando ha deciso di non dare più delle lezioni a quella ragazza>>. Il maestro sul momento non dice niente: non gli piace neppure un po’ quella maniera della sua governante di girare attorno ad un qualsiasi argomento, piuttosto che porre una domanda diretta, e sempre con quel tono da persona indifferente a ciò che non la riguarda, toccando invece anche argomenti spinosi e difficili. Ringrazia con un cenno per il tè, quindi torna a sprofondarsi nelle sue partiture. <<Non è una ragazza qualsiasi>>, dice poi dopo parecchi minuti, mentre la donna spolvera un mobile. <<E’ la signorina Franca Neri, la migliore che sia passata da questo appartamento negli ultimi anni: attenta, curiosa, brava, sotto tutti gli aspetti. Forse talmente capace da riuscire a mettermi qualche volta persino in difficoltà>>. Clara intanto osserva il Bottai, riflette piuttosto a lungo su cosa potrebbe rispondere, magari ricordando al maestro quanto abbia in fastidio quei ragazzetti strimpellatori con cui continua ogni pomeriggio a perdere tempo, così come afferma certe volte lui stesso, ma decide alla fine di non dire nulla, ad evitare problemi.

            <<Lei potrebbe chiedermi adesso come sia possibile che per uno stupido orgoglio da vecchio insegnante, in questo preciso momento, io mi stia giocando la possibilità di contribuire alla formazione di una vera pianista, una ragazza che le note le pensa, prima ancora di eseguirle. Però lei non lo fa>>, dice ancora il Bottai alzando leggermente la voce, <<perché ha già deciso dentro di sé che è proprio così, e che quindi è persino inutile parlare con un presuntuoso quale io mi sto dimostrando ai suoi occhi>>. La signora Clara rimane immobile, colpita da queste parole, poi riprende con le sue piccole attività, limitandosi a portare la tazza da tè quasi vuota in cucina. Si sente subito colpita nel vivo da ciò che ha ascoltato, soprattutto perché, anche se non direbbe mai delle cose del genere, ciò che ha appena ascoltato ricalca esattamente quanto aveva pensato in precedenza introducendo quell’argomento, anche se adesso le dispiace ovviamente di aver fatto infuriare il maestro, comprendendo benissimo come quella che lui ha preso sia stata una decisione probabilmente ancora più sofferta di quanto si sarebbe realmente aspettata. 

            Dopo qualche minuto, forse anche per tutto questo, lei avverte con due parole il Bottai che sta per recarsi dal solito droghiere, di fronte alla strada, ad acquistare qualcosa che le manca per la preparazione del pranzo; ci impiegherà dieci minuti, gli dice, mentre indossa la giacca. Il maestro però non la guarda e neppure prova a risponderle, sempre immerso come prima nei propri pensieri, Clara non aggiunge altro e si limita a chiudere la porta alle sue spalle per poi senza fretta scendere le scale condominiali. Non ci sarebbe niente di male, pensa Clara, nel parlare qualche volta delle cose che più di altre sembrano tormentarci; però lui è un testone, crede sempre di poter fare tutte le sue cose come se certe scelte non ricadessero qualche volta proprio su noi stessi, mettendoci alla prova più di quanto ci saremmo mai immaginati. Nel negozio dei generi alimentari c'è il solito esercente, e quando Clara entra all’interno le viene quasi da sbuffare, come avesse qualcosa da dovergli per forza spiegare, qualcosa che non riesce più a tenere soltanto per sé. <<Con il maestro ci vuole pazienza>>, fa il commerciante; <<tanti anni passati davanti al pubblico, in teatri e sale da concerto, ne hanno fatto sicuramente una personalità difficile e scostante>>. La governante annuisce, procede con i suoi acquisti, forse avrebbe voglia di lamentarsi ancora di qualcosa, ma si trattiene. Poi prende la sua busta, paga il negoziante e infine se ne va.

Nella casa del maestro apparentemente niente si è mosso durante la sua breve assenza, e Clara entra dentro dirigendosi subito in cucina per sistemare i suoi acquisti. C'è silenzio nelle altre stanze, probabilmente il Bottai è ancora seduto davanti al suo pianoforte, pensa lei. E invece no, arriva alle sue spalle giusto un attimo dopo, con lo sguardo a terra, confuso e abbacchiato, e soltanto per dire: <<ho sbagliato, me ne sto rendendo conto soltanto adesso; dobbiamo richiamare al più presto Franca Neri>>, e Clara vorrebbe scoppiare a ridere, ma naturalmente si trattiene.

 

Bruno Magnolfi