sabato 30 ottobre 2021

Occasioni.


            Giungono, dopo circa un’ora di macchina, presso il grande agriturismo “la Pietraia”, durante la tarda mattinata di quel giorno festivo. Insolita una gita in campagna per loro tre, in ogni caso la benvenuta, anche grazie alla stupenda giornata di sole. Il signor Carlo mostra subito di avere qualcosa a che fare con il proprietario del luogo, un certo Pasquale, che si dimostra cortese e accogliente quasi oltre il dovuto, e ciò non toglie che tutto comunque sembra procedere bene. Anche la moglie di Carlo sembra sentirsi immediatamente a suo agio, divertita e curiosa anche durante la breve visita agli scorci caratteristici dello splendido agriturismo, mentre Franca come suo solito sta in disparte e in silenzio, anche se sembra osservare con una certa attenzione tutto ciò da cui è circondata. In giro naturalmente ci sono parecchi altri clienti della struttura, ma loro tre sembrano proprio meritarsi un trattamento di assoluto favore. Si allestisce subito un tavolo di aperitivi e stuzzichini a bordo piscina, si aprono bottiglie di vini pregiati, e si cerca di evidenziare comunque l’aspetto ancora rustico dell’antico borgo collinare. La mattinata procede così, fino all’ora di pranzo, al momento in cui loro tre vengono sistemati dai camerieri, insieme al sempre presente Pasquale, ad un tavolo all’esterno, proprio sotto ad un enorme loggiato.

            Si scopre, ascoltando alcuni discorsi, mentre vengono serviti vari vassoi di specialità, che Carlo è il vero proprietario di maggioranza tra i soci della struttura ricettiva, e che questo Pasquale alla fine è soltanto il gestore, niente di più. Il pranzo va avanti, la signora Rosa sembra sostanzialmente molto tranquilla, mentre Franca pare non sopportare poi molto tutti quei sorrisini e i quei complimenti che dalla servitù vengono rivolti a lei e alla propria famiglia. C’è un pianoforte verticale all’interno, e questo tutto sommato è forse l’unico elemento di vera attrattiva per i suoi gusti. Si servono naturalmente delle carni arrostite e delle verdure grigliate, e Franca scusandosi si alza da tavola, come per andarsene in bagno. Si sofferma invece nell'ampio salone principale, poi senza chiedere il permesso a nessuno, si siede ed inizia a suonare quel pianoforte di legno chiaro, forse solo leggermente scordato, mentre all'interno dell'ampio locale al momento non c'è proprio nessuno. Attacca con un blues lento e accattivante che le pare molto adatto a quel luogo, poi qualcuno si avvicina in silenzio, insieme a due o tre bambini curiosi.

Si aggiungono altri, poi molte persone, ed una ragazza chiede di poter cantare una canzone, ovviamente accompagnata dal piano. Franca sorride, gli accordi giusti si trovano in fretta, così tutto quanto procede con gran divertimento di tutti. Infine lei sostiene timidamente che adesso deve proprio tornare al suo tavolo, tra gli applausi e i complimenti di chi era presente. In fondo ci vuole ben poco a fare contente delle persone a caccia di semplicità, ed anche se forse avrebbe desiderato suonare ancora, Franca sa perfettamente quando è il momento di smettere. Così torna a sedersi al tavolo imbandito insieme alla sua famiglia, a cui adesso si sono aggiunti anche altri individui che parlano di margini, di utili, di spese vive. A lei forse disgustano un po’ questi argomenti, ma sua madre la guarda in maniera piuttosto ammiccante, come per dire che è doveroso sopportare: in fondo sono gli affari di papà, per cui assolutamente non ci si può opporre. Poi accanto a Franca passa qualche persona tra quelle che prima si erano fermate per ascoltarla, ed adesso la ringraziano sottovoce, le dicono che è brava, che è stato un grande piacere sentire la sua musica. Pasquale coglie subito la situazione: <<non sarebbe male poter avere ogni tanto qualcuno che suona il pianoforte, almeno in certe serate; fino adesso quello strumento è stato solo un mobile inusato>>.

              Franca dice che lei ha un gruppo di jazz, che per pochi soldi quella sua formazione potrebbe anche venire fin lì qualche volta a suonare. Segue una specie di pausa leggera, Pasquale dice immediatamente che l'idea gli pare magnifica, Carlo e sua moglie non capiscono neppure esattamente di che cosa gli altri stiano parlando, però restano in silenzio, come per cercare di comprendere meglio la situazione. <<È grande tua figlia>>, dirà più tardi la moglie di Carlo a suo marito. <<Non puoi certo pensare di poter controllare tutto di lei>>.

 

            Bruno Magnolfi

         

giovedì 28 ottobre 2021

Giornata ordinaria.

      

            Mi sento depressa, ultimamente. Però se anche ci rifletto con grande attenzione, non trovo dei motivi troppo evidenti per sentirmi esattamente così; piuttosto mi appaiono agli occhi tante piccole cose che un poco per volta sono riuscite a togliere molti dei miei sostegni umorali, contribuendo a questa mia vaga sofferenza. Perciò anche stamani esco da casa già malinconica, guidando da sola la macchina, anche se non ho proprio niente da fare a giro in città, se non svagare la mente. La signora Teresa mi chiede se sarò rientrata per l’ora di pranzo, ed io le dico di non preoccuparsi, che al limite quando torno mi arrangio da me con un piatto freddo. Forse è proprio questa stessa abitazione a farmi sentire a disagio: troppe stanze, la servitù che pare continuamente voler controllare tutto quanto, certe volte persino i pensieri. Carlo anche oggi non tornerà prima dell'ora di cena; e Franca, al rientro da scuola, consumerà qualcosa per pranzo in soli cinque minuti, senza neppure guardarsi attorno, per poi sparire come al solito nella sua stanza. Nessuno sembra aver bisogno di me, della mia presenza. Fintanto che mia figlia era piccola, sostanzialmente avevo un ruolo abbastanza preciso; adesso invece il mio compito è come svanito nell’aria, e Franca pare ormai una ragazza che sa prendere autonomamente le sue decisioni.

            Finita la giostra perciò, e posso andarmene a guardare le vetrine dei negozi del centro, dall’estetista, o ad incontrare qualche amica pettegola, tanto per riempire la mia giornata. Con mio marito le cose procedono come sempre, considerato che lui passa ogni minuto completamente immerso dentro ai suoi affari, e da molto tempo, di queste faccende, io e lui non se ne parla neanche, tanto sua moglie ne sta completamente al di fuori. Così perdo spesso le ore magari ad osservare il nostro giardino attorno alla villa, oppure a parlare di sciocchezze con la cuoca o la cameriera. Però spesso esco, proprio come in questo momento. Vorrei trovarmi qualcosa di coinvolgente di cui occuparmi, ma non è facile scegliere dal nulla un interesse che risponda in modo adeguato a delle aspettative del genere. Quando avevo vent’anni facevo la segretaria, ed il lavoro che portavo avanti mi piaceva davvero; se ci ripenso mi pare di aver perso qualcosa quando ho deciso di occuparmi soltanto della mia famiglia, però Carlo ha voluto così, ed io non ho saputo mai oppormi alla sua volontà. Adesso non ho neppure una persona vicina a cui parlare di queste cose, per cui mi restano soltanto questi pensieri, che proseguono a tamburellarmi dentro la testa.

            Non mi manca niente, proseguo a dirmi, però qualche volta mi sembra di vivere semplicemente in una gabbia dorata, dove pare ci sia tutto ciò che mi serve, meno qualcosa però di assolutamente essenziale, anche se non riesco a comprendere con esattezza cosa sia. Poi comunque mi svago, entro in qualche negozio per degli acquisti, e mi perdo nel misurare i miei gusti personali nei confronti di quanto mi viene proposto. Oppure certe volte mi vedo con un’amica dei tempi giovanili, ed andiamo in una sala da tè a parlare dei vecchi tempi o di qualche novità tra le persone che frequentavamo da ragazzine. Certe sere ci facciamo anche servire qualcosa di forte, ma non vorrei mai cadere nel vizio del bere: mi sembra del tutto inadeguato per una persona come io sono: una madre di famiglia, una signora, una donna perbene, a tutti gli effetti. Però tengo sempre una bottiglia nascosta in casa da qualche parte, e in certe serate un po’ grigie qualche bicchierino mi aiuta, mi rende quella leggera allegria che a volte mi pare di avere smarrito.

            Poi lavo i denti, naturalmente, e mi sciacquo la faccia, così quando rientra il mio Carlo, sono fresca e anche pronta per ascoltare tutto quanto possa aver voglia di dirmi, sempre che sia suo desiderio parlarmi, piuttosto che andare avanti con quelle sue inevitabili telefonate di lavoro. Mi è impossibile dirgli qualcosa di me, in queste condizioni: i miei problemi non possono stare sul medesimo piano delle sue attività; ed allora mi sento triste, malinconica, desiderosa soltanto di augurare la buonanotte alla mia Franca, e poi addormentarmi rapidamente nel grande e confortevole letto coniugale, azzerando così qualsiasi pensiero.

 

            Bruno Magnolfi 

          

martedì 26 ottobre 2021

Musica in testa.


            La batteria sembra quasi smuovere il mondo con le sue cascate di suoni, che pur mostrandosi consueti, contemporaneamente sono sempre anche un po' nuovi, mentre i due fiati, che sembrano voler a tratti imitare, nei loro lamenti intonati, la sofferenza di qualche essere umano, appaiono meravigliosi persino mentre scaldano semplicemente la voce e anche il metallo, subito vicino alle imboccature. Franca è entusiasta di quel trovarsi finalmente in sala prove. Ha acceso quel pianoforte elettrico quasi con la mano tremante, poi l'amplificatore di marca le ha rinviato i suoni forti e colorati della tastiera, quasi inusuali per lei, ma appena un attimo dopo però già abbastanza familiari. I ragazzi sembrano tutti alla mano, si sono mostrati subito seri e simpatici, andando immediatamente diritti allo scopo per cui si trovano lì. Hanno messo insieme un sacco di appunti, hanno tutti nella testa la musica buona da riprodurre e provare, però devono anche ottenere rapidamente il giusto affiatamento con lei, ed il perfetto coordinamento dei suoni e della volontà di ognuno là dentro, nei suoi confronti. Si parte con un pezzo semplice, in cui Franca è chiamata a trovare la migliore maniera per introdurre i suoi accordi, e lei ci riesce, dopo qualche incertezza, mostrando di avere senz’altro una notevole capacità, e di conoscere bene la scala modale su cui si stanno muovendo i suoni di base del basso. Quindi tutti improvvisano qualcosa con molta scioltezza, e lei naturalmente propone il suo apporto all’insieme.

            Appare persino divertente suonare così: si prova un grande senso di libertà mentre si respira l’aria creativa di una musica fresca, estemporanea, rispettosa dei fraseggi di ogni strumento. Quindi si cambia: si tirano fuori dei pentagrammi, si parla di accordi senza la tonica e di dissonanze, e più avanti anche di un tempo dispari che poi si perde nell’aria, rompendo ogni schema e accompagnando l’insieme in maniera del tutto fuori sincronia. Franca prende poco per volta una maggiore sicurezza di sé, quando è possibile interviene con suoni ed accordi decisi, e prosegue a sostenere con il suo pianoforte tutto ciò che gli altri propongono. Va via più di un’ora in questa maniera, senza che nessuno si senta al di fuori da ciò che viene eseguito, e quando si chiede una pausa, è soltanto per prendere rapidamente gli appunti che servono per rifare in seguito il brano così come è stato appena realizzato.

            “E’ musica viva”, pensa Franca, “in sintonia con la realtà, con il desiderio di spingersi oltre, di lasciare alle spalle qualsiasi materiale semplice e di facile consumo”. Si introduce il concetto di tensione e di distensione nelle varie fasi del loro suonare, e tutti concordano sulla sua applicazione, restando il linea con un sentire comune, come una matrice superiore che lasci avvertire ad ognuno l’importanza di tutto quello che stanno facendo. Infine giunge l’orario in cui termina purtroppo il noleggio della sala e della strumentazione, e i cinque ragazzi riprendono le loro cose, uscendo rapidamente dallo spazio insonorizzato. Lorenzo si era portato solo le bacchette e il rullante; gli altri i propri strumenti; l’unica è Franca a tenere con sé soltanto l’uso sapiente delle proprie dita. Sembrano tutti soddisfatti: il bassista finalmente ha scoperto nella tastiera il giusto prolungamento delle sue linee di suoni, gli altri hanno provato il senso di una musica maggiormente corposa e completa, quasi un insieme tanto profondo quanto esauriente. Ognuno vuole parlare della prossima volta, di che cosa proporre, di quali variazioni apportare; Franca si sente quasi commossa di quell’entusiasmo che tutti i ragazzi adesso desiderano mostrare. Quindi si salutano, lei resta insieme a Lorenzo, che è colui che ha creduto di più nelle sue doti, e così rimangono soltanto loro due a mangiarsi un panino nella birreria di fronte alla strada, a parlare di musica, di futuro, di ciò che magari potrà essere imbastito nei prossimi giorni. Qualcosa si è sciolto, serate così possono fare miracoli. Ed anche se ci sarà ancora molto da lavorare, volendo fare le cose sul serio, sicuramente i risultati sperati meriteranno senz'altro tutta la pena che sarà necessaria in questo percorso, nello sforzo concreto di riuscire adeguatamente a raggiungerli.

 

            Bruno Magnolfi       

          

domenica 24 ottobre 2021

Prospettiva differente.


            Lui mastica con lentezza il proprio pranzo, mentre resta seduto da solo davanti al tavolo della cucina, consumando quanto le ha preparato la signora Clara, la sua governante, proprio come succede ogni giorno, e intanto ripensa qualcosa che spesso negli ultimi tempi gli è vorticato dentro la testa, come una malattia che poco per volta riesca a riempire ogni spazio tra le sue cellule attive, quasi un liquido probabilmente persino velenoso, che è capace indisturbato di insinuarsi tra le sinapsi del proprio cervello. Non c’è neanche troppo di cui preoccuparsi, la sua sensazione è facile derivi soltanto dalla sua età parecchio avanzata, dal principio di disfacimento del corpo ormai ineluttabile, dalla coscienza di non avere ancora molte possibilità per sentirsi persona, piuttosto che un semplice organismo, anche se il maestro Bottai non è certo uno che si dà facilmente per vinto. Stamani è passata da lui la sua allieva, la signorina Franca Neri, e gli ha dato la notizia che lui con sincerità si augurava. I suoi sforzi con lei sono stati ripagati, ed avere contribuito a prepararla per l'esame di accesso al Conservatorio cittadino, gli pare adesso una meritata piccola soddisfazione per un vecchio concertista che vive quasi di soli ricordi. Ha ascoltato attentamente dalla voce di Franca i dettagli di tutto il suo esame, e si è mostrato abbastanza d'accordo con la sua scelta di brani e di autori. Però c'è un tarlo all’interno di quel piccolo successo della sua allieva, come una lotta intestina che spinge, in quell'invidiabile entusiasmo che lei mostra, verso i limiti della musica seria.

            La musica deve procedere, lui lo ha sempre ammesso candidamente, il suo senso profondo deve per forza andare più avanti, anche se è difficile ammettere in questo momento una cosa del genere ed accettare persino i risultati negativi che oggi si possono facilmente ascoltare. Il maestro non saprebbe dire quale sia la vera musica contemporanea: a lui pare che nessuno sia riuscito minimamente ad avvicinarsi agli alti livelli delle sinfonie dei grandi dell’ottocento, e forse tutto ciò è solo destinato a cristallizzarsi in un eterno ripercorrere quelle note e quegli spartiti, come non esistesse nient’altro. Ma qualche volta si insinuano anche dentro di lui certi dubbi, e così gli sembra che il miglior atteggiamento possibile sia simile a quello avuto da Stravinski, ad esempio, capace di modificare facilmente le proprie opinioni, e consegnare comunque nel corso della sua esistenza di compositore, dei risultati notevolmente diversi tra loro e d ogni volta sempre di alto livello. Forse si deve abbandonare progressivamente una logica che è rimasta la stessa da così tanti anni, e magari anche le orecchie devono adattarsi a qualcosa di profondamente diverso, anche se è difficile ammettere di conoscere in cosa si sia incarnata oggi l’eredità del passato.

            Certe volte ha pensato davvero anche lui, come già molti anni fa hanno affermato diversi studiosi della materia, che il futuro della musica è soltanto il silenzio. Ma il silenzio è un’assenza, quindi, anche se non si trova un futuro percorribile per l’organizzazione dei suoni, in ogni caso a qualcosa si deve pur tentare di avvicinarsi. Alcuni poi insistono con l’introduzione del rumore nell’ambito musicale, proprio per sentirsi maggiormente aderenti alla realtà, ma con dei ben scarsi risultati. Il maestro termina il suo pranzo in mezzo a queste riflessioni un po’ inconcludenti, e dopo appena un’oretta ecco che torna nel suo appartamento la governante. Lo saluta, sistema qualcosa che le è rimasto da fare, si prende cura della cucina, poi va a preoccuparsi di altro nelle stanze di casa. <<Signora Clara>>, le dice con leggerezza dopo un’altra buona mezz’ora il Bottai; <<potremmo uscire per una passeggiata, oggi pomeriggio, proprio io e lei>>. La donna lo guarda per un attimo con perplessità: in tanti anni di servizio è la prima volta che al maestro viene a mente un’idea di quel genere, però non le dispiace, anzi; e così, dopo un momento, senza mutare espressione, acconsente ad accompagnare l’anziano musicista là dove desidera andare.

            Lui le sorride, mostra di essere contento di questa piccola novità, e così indossa la sua giacca migliore, quasi fosse un giorno di festa, e lascia che sia Clara a chiudere la porta dell’appartamento dietro di loro, mostrando ancora nei gesti e nei modi la sua evidente soddisfazione per quanto stanno facendo tutt’e due: <<bisogna pur cambiare qualcosa>> le dice mentre scendono le scale; <<e se non altro, almeno le abitudini più cristallizzate. Forse è proprio in questa maniera che si potranno vedere le cose, prima o dopo, da una prospettiva diversa>>.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 22 ottobre 2021

Vicenda inspiegabile.


            <<Stasera ceniamo più tardi>>, dice la signora Rosa affacciandosi per un attimo nella spaziosa cucina dove cuoca e cameriera stanno già preparando i piatti previsti; <<mio marito purtroppo non è rientrato, anche se non tarderà ancora molto>>. Carlo in effetti le ha telefonato da poco: <<le riunioni con i collaboratori sembrano sempre più lunghe>>, si è scusato; <<in ogni caso tra un’ora al massimo sarò finalmente fuori da questi uffici>>. Franca invece sta come sempre nella sua stanza, ripassando di nuovo qualche aspetto della letteratura italiana risorgimentale, ma deve addirittura sforzarsi per restare china sullo scrittoio, soprattutto per non indossare le cuffie ed accendere il suo pianoforte elettronico. Adesso si sente a suo agio quando si siede davanti a quella tastiera, non tanto per l’importante riconoscimento della propria preparazione, -giudizio appena ricevuto dalla commissione d’esame al Conservatorio-, quanto perché avverte come ridotta ulteriormente la sottile divisione che persisteva fino adesso tra i suoi pensieri musicali e le proprie dita. Si sente bene quando suona, perfettamente a suo agio, convinta di sé e di ciò che può fare, e questa è una fase che può portare nei suoi programmi solamente degli sviluppi positivi.      

            Arriva il signor Neri, qualcuno bussa alla porta di Franca, e dopo dieci minuti la famiglia si riunisce davanti alla tavola, anche se è sera inoltrata. C’è un silenzio rotto appena dalle stoviglie e dai piccoli movimenti della cameriera. La signora Rosa cerca di non fare domande, probabilmente per non appesantire ulteriormente la giornata del marito, e lui sembra ombroso, come se qualcosa dei suoi affari non fosse andato per il verso giusto. Franca mangia lentamente, a piccoli bocconi, osservando qualcosa sopra la tovaglia o vicino al suo piatto. Improvvisamente dice a voce bassa che domani pomeriggio andrà a studiare con alcuni tra i suoi compagni di classe, probabilmente non ci sarà da aspettarla per cena. <<Si ripassa l’Alfieri e anche il Foscolo, prima della verifica>>. Nessuno sembra trovi da ridire qualcosa, anche se la mamma chiede dove si riuniscono. <<A casa della Colletti, una mia compagna, comunque tengo acceso il cellulare, nel caso volessi cercarmi>>. Non saprebbe neppure spiegare il motivo per cui inventarsi una cosa del genere, Franca; però le piace improvvisamente fare qualcosa di segreto, e almeno quell’andare a suonare il suo pianoforte senza che nessuno lo sappia, le sembra quasi come tenere un diario personale.

            Di fatto, le ha spiegato stamani Lorenzo mentre ancora erano in classe al liceo, dentro la sala per le prove dove si ritrovano di solito lui con il suo gruppo, c’è un buon pianoforte con i tasti pesati, una tastiera professionale insomma, proprio dello stesso tipo che ha lei, altrimenti tutto sarebbe apparso più complicato. A Franca domani non resta altro quindi che portare con sé il proprio entusiasmo e la voglia di confrontare e amalgamare la sua musica con quella degli altri. Sta già pensando ad un altro brano, oltre quello che ha già appuntato sul pentagramma, e le sembra proprio, nonostante ancora non conosca neppure gli altri ragazzi della formazione di jazz, che la musica d’insieme possa scivolare sui loro diversi strumenti come qualcosa di fluido, di spontaneo, di perfettamente inteso, e dare un risultato ancora più entusiasmante di ogni previsione.

            Si sente allegra e leggera pensando a questi elementi, nonostante la cena con i suoi genitori proceda in maniera non del tutto calorosa. Sua madre ha iniziato a lamentarsi per qualcosa di cui si dovrà occupare nel giardino sul retro della villa, e suo padre ha bofonchiato tra sé delle cose come se i suoi problemi fossero distanti chilometri da stupidaggini del genere. Potrebbero forse bisticciarsi, come qualche volta è già anche accaduto, pensa Franca mentre prosegue con il suo atteggiamento un po’ sottomesso, e questo le dispiacerebbe parecchio. Oppure potrebbero restare ognuno sulla propria posizione, persa dietro ai propri distanti pensieri, e questo però potrebbe essere ancora peggio. Troverà lei il momento più adatto per rivelare d’un fiato ai suoi genitori di avere iniziato a suonare con un gruppo di jazz, perché non si sente di portare troppo avanti delle cose segrete; però lo farà dopodomani oramai, o fra qualche giorno, chissà. Per adesso il suo sogno, comunque vada, deve essere in lei, dentro di lei, come dentro uno scrigno, celato, come qualcosa senza nessuna chiarezza, come un elemento privato; quasi una vicenda del tutto inspiegabile.

 

            Bruno Magnolfi 

mercoledì 20 ottobre 2021

Spingersi oltre.


            Dopo che ho finito di lavorare, già piuttosto tardi anche stasera, sono salito da solo sul mio macinino, tanto per farmi un giro in macchina e scolarmi un paio di birre che mi sono portato dietro, recuperate dal ristorante dove in questo periodo sostituisco un cameriere ammalato. Non ho assolutamente una meta, vago con calma guardando la notte sulle finestre chiuse delle case attorno alla strada che percorro, e in questo momento sembra quasi tutto immobile, come se proprio a nessuno, escluso me, venisse mai in mente di farsi un giro a quest'ora tra le strade illuminate dai miei fari e dai lampioni del quartiere. Infine vado a fermarmi davanti alla casa dove abita una tizia che conosco, tanto per vedere se fosse ancora sveglia e avesse voglia di raggiungermi. Le invio un messaggio e lei mi risponde; attendo un buon quarto d'ora, e infine eccola, silenziosa e sorridente. Si parte, e dopo poco andiamo a fermarci in un parcheggio in alto, da dove si vede un pezzo di città e di cielo stellato. Ci accendiamo le sigarette e si parla sottovoce, come per non disturbare.

            <<Lavoro saltuariamente, e mia madre cucina dentro una villa di signori>>, le dico. <<A me certe volte sembra impossibile che ci sia stata assegnata quest'esistenza minore, queste giornate quasi senza un vero scopo>>. La ragazza mi guarda, sorride; lei fa la cassiera in un supermercato, domani le tocca il turno del pomeriggio, e sembra che si accontenti di quello che ha, almeno così dice. Cambio argomento, sparo qualche stupidaggine tanto per ridere, poi, mentre scoliamo in fretta le nostre birre, ci prende il freddo pungente delle notti di tramontana. Rimetto in moto col riscaldamento subito avviato, dico che in serate come questa vorrei fare il pieno ed andarmene avanti fino a dove arrivo, magari in un posto di mare, a gustarmi la linea dell'orizzonte quando spunta l'alba. Lei non è il tipo di persona che pensi minimamente a cose come queste, non dice niente ma nella sua mente si è formato ormai un giudizio negativo, così ingrano la marcia e la riporto davanti all'abitazione dove vive con i suoi. Ci salutiamo, e a me provoca dolore restare di nuovo in solitudine, senza comunque decidere di tornare a casa e di andare a letto.

            Forse è colpa mia, penso, che non ho coltivato in questi anni neppure un sogno che fosse almeno alla mia portata. Probabilmente adesso potrei lottare per qualcosa, e così avrei magari una  speranza, uno scopo da raggiungere, e non soltanto questo scorrere ordinario di giornate identiche. Poi penso alla Franca, la figlia dei padroni di mia madre, ed al suo pianoforte, che sembra quasi un prolungamento di sé quando lo suona. Se ci rifletto lei è il mio mito, una che potrebbe tirare a divertirsi e basta, con tutto che è soltanto una ragazza, e invece si sottopone a studi, continui esercizi, prove su prove, cercando sempre la strada propria, tra tutte quelle note. L’ho ascoltata qualche volta, e mi ha lasciato una incredibile impressione, come se sotto alle sue dita ad un tratto si rompesse la membrana che divide le persone, e i suoi suoni andassero diritti a parlare di sé, dei suoi pensieri, delle sue emozioni. So che suo padre tenta di ostacolare il suo amore per il pianoforte, come se fosse qualcosa di sbagliato, una perdita di tempo e di energie. Ma so anche che lei andrà avanti imperterrita dietro alle proprie idee, perché è questo ciò che sente, e quanto lei desidera.

            Tra me e Franca non ci potrebbe mai essere una distanza maggiore di così, se proprio ci penso; eppure certe volte la sento quasi vicina, proprio come se stesse facendo qualcosa che in qualche modo riscatta l’esistenza anche delle persone sbandate come me. Io non so far niente, solo sentirmi amareggiato, e poi dare la colpa ad una cosa oppure all’altra, senza decidermi a cambiare. Adesso comunque faccio il pieno di carburante ad un distributore automatico in periferia, e poi spingo la mia macchina lungo la superstrada fino al mare, tanto per dimostrare che qualche volta so fare anche io una cosa che desidero. In fondo sono soltanto un mucchio di sciocchezze quelle che mi attraversano la mente, e la cosa migliore che posso fare qualche volta è smetterla di riflettere su questo, utile solo per infliggermi torture. Devo essere me stesso, penso, ed aprire il più possibile la mia personalità verso qualcosa che valga la pena in seguito di spingermi in avanti, e proseguendo sempre, se possibile, senza mai provare alcun rimpianto.

 

            Bruno Magnolfi 

lunedì 18 ottobre 2021

Confuso sentire.


            Infine, il giorno assegnato per il previsto esame di ammissione al Conservatorio, arriva proprio come qualsiasi altra scadenza, anche se Franca sembra quasi trovarsi sorpresa che sia proprio oggi la data fissata per sostenere la prova. Però si sente tranquilla, esce da casa con i suoi spartiti ordinati dentro una semplice cartella, un vestito piuttosto appropriato, i capelli ben pettinati, e la certezza che il maestro Bottai sia riuscito a preparare adeguatamente il suo bagaglio musicale, almeno per non sfigurare. Entra timidamente, si siede da sola in attesa per una buona mezz’ora, infine viene fatta accomodare di fronte alla commissione che dovrà giudicare le capacità che ha riservato per loro. Davanti agli occhi hanno già la sua domanda ben scritta, corredata di tutto ciò che le era stato richiesto, ed adesso ogni sviluppo dipende soltanto da lei. Le vengono poste delle domande, poi si tratta di eseguire tre pezzi a sua scelta tra una rosa di una ventina di brani. Franca, seduta ad un pianoforte per i concerti, esegue subito, senza interrompere mai la propria concentrazione, prima Chopin, poi Liszt, e infine Debussy. Quindi si passa ad uno dei Preludi e Fuga di Bach, e poi alla presentazione di un movimento per ogni autore, in tutto non inferiore a quindici minuti di tempo, e lei opta per Schubert, Schumann e infine Ravel.

            Seguono le prove di solfeggio, solfeggio cantato, lettura a prima vista di autore sconosciuto, e notazione su pentagramma di un brano appena ascoltato. Poi si passa al colloquio di carattere motivazionale. Franca dice persino che è interessata alla musica contemporanea, ma la commissione non sembra dare molto peso a questo argomento. Infine le si chiede di uscire dall’aula: l’eventuale idoneità all’ammissione per i corsi sarà pubblicata in seguito tramite affissione, anche se il Presidente si alza e si congratula subito con lei per la preparazione mostrata. Franca esce dal Conservatorio, non crede di aver fatto qualcosa di particolare, soltanto quello che le ha insegnato il maestro con le sue lezioni pacate, pazienti, leggermente pignole, però adesso potrà studiare sul serio, confrontarsi con diversi insegnanti autorevoli, proporre il suo modo personale di vivere e sentire la musica. Il ritorno decide di farselo a piedi, camminando lentamente sui marciapiedi fino alla sua abitazione, mentre la propria testa le sembra piena di pensieri e di riflessioni: le piacerebbe tantissimo avere vicino Lorenzo, ad esempio, giusto per abbracciarlo con slancio, e dirgli che adesso va tutto benissimo, e che non devono più mostrarsi distanti quando stanno seduti nel banco del loro liceo, anche se lui in questo momento si trova a scuola, e quindi è impossibile.

            Però da una persona potrebbe fermarsi: dal suo caro maestro Bottai, giusto per ringraziarlo e dirgli quali pezzi le hanno fatto suonare, e come sono andate le cose davanti alla commissione. Ma alla fine, scorrendo lungo le strade e in mezzo alla gente, le monta sempre di più la necessità di starsene sola, e di assaporare tra sé quelle preziose congratulazioni, almeno per oggi, senza scambiarle con anima viva, come se fossero una piccola cosa, poco importante, quasi una sciocchezza qualsiasi, però molto intima, solamente una sua stretta prerogativa. In fondo non c’è niente di più esauriente che gustare a fondo qualcosa che si è sempre desiderato, e Franca adesso vuole spingersi lì, in quel piccolo anfratto, anche se tutto questo alla fine non riesce a mostrarsi del tutto sufficiente. C’è altro che si agita dentro di lei, ed il solo contenimento di questo entusiasmo, è già qualcosa di poco spiegabile, quasi un istinto del cuore che sembra trascinarla.

            Poi arriva a casa, sorride a sua madre, dice semplicemente che le cose per lei sembra proprio siano andate a buon fine; quindi, dopo un attimo, si rifugia nella sua stanza, a rinfrescarsi, cambiarsi d’abito, legare i capelli dietro la nuca, guardarsi a lungo davanti allo specchio del suo vano armadio, ed iniziare infine a piangere forte e in silenzio, forse soltanto per lo scioglimento progressivo della tensione accumulata, o magari per una valutazione errata delle sue stesse emozioni, oppure ancora per qualche sensazione scomposta, ed infine per qualcosa che ora non riesce del tutto a comprendere neppure lei. E’ un periodo confuso, penserà poi più tardi per giustificarsi così con se stessa. Un momento di quelli che forse contano maggiormente di qualsiasi altro momento, ma del quale non si sente capace di godere appieno, forse per alcuni risvolti ancora sconosciuti, tanto questo appare mescolato e confuso con tanti altri elementi, quasi un sentire pressoché indecifrabile.

 

            Bruno Magnolfi