lunedì 5 gennaio 2026

Grave situazione.


            Mio fratello sicuramente è sempre stato un bambino timido e di poche parole. Ancora prima dell’insorgere della malattia ha sempre amato isolarsi e giocare per conto proprio, anche durante il periodo in cui ha potuto frequentare la scuola materna, proprio quando tutti gli altri piccoli compagni parevano voler solo ridere e scorrazzare, e poi adesso che è uscito da poco tempo dall’ospedale dove è rimasto ricoverato per ben più di un mese, appare ancora più schivo, chiuso in sé stesso, come se quel pallore del visino sempre serio e smunto, insieme a quella magrezza che gli regalato la dieta curativa, data probabilmente anche dalla sofferenza che si è trovato ad affrontare, fossero il proprio tratto distintivo addirittura anche del suo carattere. Come sorella maggiore ho pensato molto a come poterlo aiutare e sostenere magari proprio nello spingerlo ad integrarsi con i suoi compagni e con il gruppo dei bambini vicini di casa nostra, ma anche per me non è mai stato troppo semplice, soprattutto perché non vorrei forzare la sua misteriosa volontà cercando di fargli compiere dei giochi e delle attività che non gli interessa proprio svolgere. Per quanto mi riguarda, almeno dopo tutto il periodo in cui ho abitato dalla zia, quelle lunghe giornate trascorse senza la mia famiglia hanno lasciato sicuramente degli strascichi che probabilmente sono stati capaci di cambiare almeno in parte i miei comportamenti. Anche il distacco da mio fratello ha comportato per me un leggero allontanamento dai suoi modi di fare, soprattutto quando ho scoperto con disagio, al suo rientro a casa, che alcuni atteggiamenti in lui erano variati, senza che fossi capace di comprenderne del tutto il motivo.

La mia maestra di scuola come sempre è molto paziente e comprensiva con me, e mi incoraggia quasi ogni giorno nelle varie attività didattiche, probabilmente rendendosi conto che è appena trascorso un periodo piuttosto complicato anche per tutta la mia famiglia. Io da parte mia credo di impegnarmi al massimo, e cerco sempre di essere all’altezza delle aspettative che sembra abbiano tutti nei miei confronti. Osservo a lungo la maestra, i miei compagni, tutte le persone che incontro ogni giorno, e mi pare quasi che tutti sappiano sempre qualcosa più di me, qualcosa che soltanto con grande impegno e con tanto sacrificio, specialmente negli studi, ma anche nel rispetto per gli altri, probabilmente potrò riuscire a conoscere. Anche la mia mamma poi sembra più assente rispetto a qualche tempo fa, come se fosse stanca, quasi svogliata nel riprendere le attività di sempre. Mio fratello Marco naturalmente ha ancora necessità di cure e di controlli, ma soprattutto è quel suo dover essere alimentato ogni giorno con dei cibi semplici, essenziali, senza olio, grassi, e senza neppure un pizzico di sale, che pone lei ed anche tutti noi stessi in una condizione un po’ particolare. Lui non si lamenta, sembra accettare tutto quanto senza ribellarsi mai, anche se io sono convinta che prima o dopo tirerà fuori il proprio carattere che reputo poco remissivo.

Mio padre sta cercando per noi una casa nuova, e questo fornisce alla nostra famiglia un minimo di curiosità e quel pizzico di aspettativa per il futuro che forse difficilmente riusciamo a trovare in altri aspetti della giornata. Io non mostro mai delle gelosie per le attenzioni che i nostri genitori impiegano nei confronti di mio fratello, però certe volte mi pare addirittura che siano esagerati nel comportarsi con lui come se fosse ormai fragilissimo e addirittura incapace nel provvedere da solo almeno ad alcune delle piccole cose di ogni giorno. Siccome mostra oltretutto ancora una certa disappetenza dopo il periodo ospedaliero, certe volte pare che il desiderio più forte di mia mamma sia addirittura quello di mettersi ad imboccarlo, come fosse ancora un neonato che non sa badare a sé. Invece ha quasi cinque anni, ed ormai i medici lo hanno giudicato guarito dalla malattia, anche se ha ancora necessità di qualche cura. Anche mio padre credo che mal sopporti l’atteggiamento che assume la mamma certe volte, però non dice niente, si limita a guardare da un’altra parte lasciandola da sola ad occuparsi del suo bambino.

Spesso viene a farci visita la zia, credo soprattutto per stare un po’ con me, tanto che in certi pomeriggi è lei a portarmi fuori per qualche passeggiata, e qualche volta anche per comperarmi qualcosa che secondo lei mi serve, o è addirittura indispensabile, sostiene. Così mi giungono a volte dei regali inaspettati, soprattutto costituiti da qualche vestitino, ed io sono sempre un po’ restia a mostrarli ai miei genitori, perché riconosco che è come se fossi trattata in un modo privilegiato rispetto a mio fratello, e questo naturalmente non va bene, anche se a Marco non interessa niente di tutto ciò e lascia che attorno a lui tutto accada senza tirare mai fuori la propria opinione. Mia mamma durante certe sere l’ho sentita piangere, ma non ho compreso mai del tutto per quale motivo lo facesse, e in ogni caso ho sempre fatto finta di niente, proprio per non aggravare la sua situazione.

 

Bruno Magnolfi

sabato 3 gennaio 2026

Lungo periodo.


            Suo padre è una persona semplice, assiduo frequentatore di un vicino caffè con biliardo dove spesso si intrattiene nelle serate a scherzare con gli amici e i conoscenti di sempre. Non è abituato ad affrontare degli argomenti un po’ troppo complicati, e quando si trova a dover spiegare a Loriana, la propria figlia maggiore, che quel suo fratello da settimane febbricitante dovrà essere internato in un ospedale e probabilmente per un lungo periodo, lo fa con parole dirette, senza mezzi termini, pur in parte cedendo alla commozione del momento. Lei reagisce in maniera quasi inaspettata, iniziando subito a piangere a dirotto e spiegando tra le lacrime che si sentirà sicuramente troppo sola senza di lui, e che per tutto quel periodo non saprà proprio neanche con chi giocare e trascorrere il suo tempo libero dalla scuola. Che la mamma poi si trasferisca in città da certi parenti per assistere quel figlio ricoverato, è un’altra batosta che lei riesce a malapena a sopportare, anche se suo padre le dice subito che per tutto il periodo sarà sua zia a prendersi cura di lei, e che per questo impegno sistemerà le cose in maniera da darle nella propria abitazione non molto distante tutta l’accoglienza possibile. Loriana è sempre andata d’accordo con la zia, che per altro abita da sola, anche se adesso per lei dover affrontare questi cambiamenti improvvisi è sicuramente qualcosa da cui si sente spaventata, ma alla fine comprende benissimo che tutto dovrà essere svolto in funzione del piccolo Marco e della sua guarigione completa che tutti naturalmente si augurano avvenga in fretta.

            Lei quell’anno ha appena iniziato a frequentare la prima classe elementare, ma a scuola la maestra è molto contenta dei suoi risultati: la ritiene una bambina giudiziosa, intelligente, capace di grande attenzione e di impegno. Però adesso tutti i cambiamenti che deve affrontare non saranno cose semplici da superare, e soprattutto il pensiero del suo fratellino internato in un grande ospedale dove per lui ritrovarsi per gran parte della giornata completamente da solo le pare qualcosa di cui da ora in avanti lo immagina già spaventato. Marco però prima di tutto sta male, e adesso non gli importa quasi nulla del proprio futuro, visto che da molti giorni trascorre gran parte del suo tempo dentro al proprio letto e forse non si ritrova neppure le forze per riflettere su ciò a cui dovrà andare incontro. La mattina seguente poi sua mamma lo avvolge in una spessa coperta ed insieme salgono su un treno freddo e rumoroso, e lui, pallido e rassegnato, si lascia sballottare senza lamentarsi di nulla, non trovando neppure la forza di reagire agli eventi. Ma è nel preciso momento quando giunge in clinica, e nell’istante in cui gli viene assegnato un letto dove la mamma lo sistema con l’aiuto di un’infermiera gentile che comprende quanto le cose stiano rapidamente precipitando. Ci sono altri bambini nella sua stanza, ma ognuno sta per conto proprio e in silenzio, e per Marco l’osservazione della notte che scende fuori dal vicino finestrone vetrato all’interno di una città che neppure conosce gli pare addirittura un viaggio intrapreso senza neppure immaginarne itinerario e destinazione.

            Ci vorrà quasi un mese per comprendere da parte dei medici e dei sanitari l’origine della malattia di Marco, e in quelle domeniche in cui suo padre e sua sorella Loriana si recano da lui a fargli una visita, Marco si sente oramai quasi al di fuori da quella famiglia, come se il suo viaggio fosse in pieno svolgimento e tutto ciò che sono stati fino ad allora i dettagli della sua piccola vita fossero diventati ormai elementi rimasti alle spalle. Persino sua sorella non gli sembra più quella che conosceva fino a pochi giorni addietro, e l’unica cosa che riesce a farlo sorridere sono quei piccoli giocattoli e i piccoli libri di figure che gli vengono donati. Dopo molti giorni, presso a poco identici, viene però preso in braccio da un infermiere forte e gentile, che senza dirgli neppure una parola di troppo lo porta in ascensore con sé, fino ad un padiglione attiguo dove vengo sistemati i bambini ormai convalescenti. Tutti ridono là dentro, il clima è molto migliore, sembra che tutto il malessere accumulato nell’ospedale pediatrico svanisca dietro a quella vitalità miracolosamente ritrovata da tutti. Anche Marco naturalmente sta meglio, e forse sta iniziando persino ad affezionarsi a quell’ambiente, a fare qualche amicizia con i malatini della sua età, e a trovarsi maggiormente a proprio agio, tanto che quando viene dimesso prova persino un certo dispiacere nel dover abbandonare così all’improvviso tutto quanto, anche se c’è la sua mamma a guidarlo, e lui si comporta esattamente come lei gli chiede di fare. Tornare a casa, in famiglia, agli oggetti e agli affetti che conosce è una gioia che quasi non si aspettava, e Loriana è lì, pronta ad abbracciarlo, anche se tutto quel periodo a suo modo di vedere si è rivelato anche per lei troppo lungo.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 31 dicembre 2025

Sconfitto dalla volontà.


            Il bambino confusamente ricorda che durante quel periodo era così piccolo d’età che la sua mamma riusciva ancora agevolmente a tenerlo a lungo in braccio, e nel mentre sua sorella, di qualche anno più grande di lui, tornata da scuola quel giorno con una pellicola scura fornita dalla sua maestra e da posizionare sugli occhi, quel giorno era scesa fin nel cortile posteriore della loro piccola casa per andare ad osservare il cielo in quel momento ancora sereno. Lui invece, dalla finestra del primo piano dove abitavano, continuava a guardare incuriosito gli eventi che stavano per verificarsi, proprio mentre lei appariva immobile insieme ad altre tre o quattro persone del vicinato, e forse un po’ le invidiava quella libertà di andare all’aperto e di godere in piena tranquillità di quelle giornate tiepide e al momento senza alcuna nuvola in cielo. La sua febbre persistente, data da quella malattia che gli procurava persino dei continui e terribili dolori alla testa ed anche alle ossa, da diverso tempo non gli concedeva questa possibilità, e nonostante le sue giornate proseguissero a trascorrere quasi interamente nel suo letto di bambino, a lui difficilmente veniva voglia di proiettarsi verso l’esterno, pur soltanto con la semplice fantasia, proprio come nel corso di quel pomeriggio. Gli animali da cortile che qualche famiglia allevava dentro ad alcuni recinti poco distanti da lì, avevano poi iniziato ad emettere degli strani versi, come avvertendo uno strano pericolo imminente, e quando il sole, fino a quel momento brillante come sempre, aveva infine iniziato ad oscurarsi, pareva che un grido continuo e prolungato di dolore iniziasse a percorrere come un tremito qualsiasi creatura vivente.

            Da dietro ai vetri della finestra il sole non si riusciva a scorgere, restando in una posizione troppo alta in cielo, ma quel buio progressivo e innaturale che era giunto, addirittura pauroso per la sua repentinità, pareva adesso qualcosa di talmente fuori dall’ordinario da far persino tremare quel bambino malato, come preda di una febbre aggiuntiva, fino a giungere al punto, quando l’apice dell’eclisse fu oramai evidente a chiunque ed il buio infine così denso e profondo da assomigliare del tutto a quello notturno, di farne voltare lo sguardo verso l’interno della stanza in cui si trovava, quasi a voler evitare o esorcizzare quella visione addirittura terrificante. Fu esattamente in quel momento che a sua madre venne da piangere con una certa spontaneità, forse scorgendo in quel gesto irrazionale di suo figlio il rifiuto stesso di una prossima vita un po’ crepuscolare, condannata dalla malattia; un’esistenza minore, alle spalle dei sacrifici di qualcuno della famiglia, oppure di qualche istituto ospedaliero, che con l’andare degli anni avrebbe dovuto sorreggere una situazione inguaribile, e un’esistenza destinata ad un lento e inesorabile declino. Il loro medico di famiglia insieme al pediatra avevano prescritto per i giorni seguenti il suo ricovero urgente in ospedale, ed anche se il bambino non era a conoscenza di quanto realmente l’attendesse per il prossimo periodo, sua mamma si sentiva già quasi disperata, e tenerlo in braccio per fargli assistere a quello spettacolo della natura le aveva fatto riflettere su cose un po’ penose, pur mostrandosi come uno svago.

            Il buio improvviso durante il giorno sembrava come l’inizio di una fine imminente, e molti si erano già espressi con popolare superficialità in quel senso, anche se per i più informati era soltanto un avvenimento che si verificava ad intervalli lontanissimi tra loro, tanto da poterne assistere, durante tutta un’intera vita, solamente una volta. Qualcuno con convinzione aveva spiegato addirittura che quello era solo l’inizio del cataclisma, la dimostrazione chiara che la specie umana, con la propria evidente mancanza di solidarietà che si era manifestata con la guerra, non era stata capace di adempiere ai compiti per cui era stata creata, e quella punizione data dalla natura stessa era qualcosa di evidentemente conseguente. La madre si sentiva disperata, ma nonostante tutto riusciva ad essere adesso quasi gioiosa nei confronti del suo malatino, sapendo che il distacco, dopo aver consegnato il suo bambino nelle mani dei medici ospedalieri di una città lontana, sarebbe stato un trauma per tutta la famiglia, e specialmente per lui, improvvisamente solo in una camera del tutto estranea, con le lenzuola troppo bianche, e i profilati delle attrezzature di un acciaio persino troppo freddo e insidioso.

            Tutto pareva convergere verso una situazione di una tristezza sconcertante, ma nessuno aveva intenzione di aggravare la vicenda in corso: la sorella si era voltata ad un tratto verso la finestra, forse attratta da quegli sguardi familiari, ed aveva salutato il bambino con un sorriso divertito accompagnato da un gesto della mano, mentre la mamma aveva salutato a sua volta, quando l’oscurità era ormai incombente. Infine, il buio aveva avvolto tutto quanto, e la paura aveva reso più piccoli tutti gli esseri viventi, anche se quell’attimo era durato poco tempo, e dopo poco la visione di ciò che si poteva osservare da quella finestra del primo piano era tornata quella di sempre. La mamma poi si era allontanata dai vetri ancora con il bambino in braccio, e poco dopo lui era stato coricato di nuovo nel suo letto, come se qualcosa fosse ormai alle loro spalle; già superato, sconfitto dalla volontà.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 23 dicembre 2025

Motivi oscuri.


            Lo immagino ancora oggi quest’uomo robusto, fermo sulle gambe, mentre osserva le stanze dell’appartamento completamente vuoto di qualsiasi tipo di mobilia, e che in seguito, guidato dal proprietario della casa, resta lì a valutare attentamente i vani, l’ampia cantina, il vasto giardinetto sul retro, e poi la comodità di abitare ad un piano rialzato di una villetta di soli due piani, persino con due ingressi separati, anche se il canone d’affitto purtroppo è un po’ troppo elevato per le sue risorse. Però la strada è tranquilla, proprio vicina ad un grande parco pubblico, ed alla fine ci sono tutte le caratteristiche per far crescere bene i suoi due bambini ancora un po’ piccoli, ma che sicuramente sarebbero molto contenti di abitare in un posto di quel genere, dove almeno c’è un bagno con la vasca e tutto sembra proprio come lui e sua moglie hanno sempre sognato per far vivere la loro famiglia. Dopo tanti anni riesco quasi a vederlo mio padre, ancora giovane e nel pieno delle forze, mentre appare riflessivo in mezzo a quegli ambienti, lento e anche silenzioso, quando sembra prendere sempre più tempo per quella decisione importante, cioè prima di fornire al proprietario che lo accompagna e che gli mostra la casa una risposta certa e definita, perché sa che dopo di lui sicuramente ci saranno altre famiglie come la sua, pronte a visionare quelle stesse stanze, e che forse saranno più convinte di lui nelle proprie decisioni. Alla fine, lo vedo proprio, mentre già annuisce, e quando poi dice che va bene e che si sente disposto ad impegnarsi nel pagare quel canone d’affitto che gli sta chiedendo il proprietario, anche se desidera che le pareti siano almeno imbiancate di fresco, considerato che è disposto a fare lui stesso quel lavoro, naturalmente con una leggera dilazione della pigione, o meglio ancora con un piccolo sconto sulle mensilità almeno del primo anno. 

            Sia accordano poi senza troppo discutere alla fine, probabilmente anche perché mio padre fa persino un po’ di pena a quel proprietario, e lui comunque torna poco dopo nella nostra vecchia casa dove abitavamo fino a quel momento, mentre gli gira nella testa quella notizia così importante di cui informare sua moglie, tanto da non riuscire quasi a trovare le parole giuste per descrivere quella che sarà la loro nuova abitazione, e che si trasferiranno presto, tra poco tempo, giusto dopo qualche settimana, utili per dare la pittura alle pareti e poi per traslocare i pochi mobili, magari durante la sera, dopo il lavoro, quando c’è più calma in giro e meno sguardi indiscreti che occhieggiano dalle finestre del nuovo vicinato. Io sono ancora piccolo per comprendere queste cose, non dico niente mentre consumiamo la cena al tavolo della vecchia cucina, però sto già sognando il giardinetto di cui parla adesso mio padre, dove probabilmente impostare dei nuovi giochi, e dove fare delle esperienze che ancora neanche immagino, con le formiche, con i grilli estivi, le lucciole, e con quei gatti che sembrano incrociarsi con tranquillità da quelle parti, anche se amano starsene spesso per i fatti propri, e come dice mio padre sembrano piuttosto sospettosi degli estranei. Ma a me piace cambiare, aggiustare i miei pensieri all’interno di questo nuovo ambiente, far volare la mia fantasia, e ora resto del tutto in silenzio, lo sguardo dentro al piatto che ho di fronte, l’espressione del viso immodificabile.

            Mi chiedo anche quale sia il vero motivo per cui abbandonare la vecchia casa, ma mio padre e mia madre sembrano così entusiasti di trasferirci che non è proprio il caso di avanzare delle domande o dei dubbi: ci proiettiamo tutti verso quel nuovo mondo, e mia madre sorride come non fa tanto spesso, e questo mi pare già la cosa più importante che possa avvenire in questo momento. Se loro sono contenti, ebbene lo sono anch’io, e mi sembra entusiasmante poter conoscere dei nuovi amici, dei nuovi vicini, e forse cambiare scuola, anche se frequento solo la terza classe elementare, e mi pare che tutto sia proiettato con queste novità verso un miglioramento generale, una variazione che porterà soltanto maggiori benefici per tutti noi. Mio padre poi parla di soldi insieme a mia madre, e le loro espressioni improvvisamente si fanno più serie, ma a me non interessano affatto queste cose, mi basta sapere per certo che la decisione ormai è presa, e che se anche ci saranno prossimamente dei sacrifici da affrontare, sorò anche disposto a non ricevere alcun giocattolo per il mio compleanno, considerato che avrò la possibilità di scorrazzare per un vero giardino, e rincorrere quei gatti, e giocare con la palla fino allo sfinimento. Mia sorella ha due anni più di me, mi guarda con la faccia di chi non sa cosa pensare, ma a me adesso non interessa il suo parere, mi basta che non si metta di traverso con le sue sciocche polemiche che spesso neppure comprendo e delle quali non ne afferro soprattutto la necessità. Dice mio padre che dovrò sicuramente aiutarlo con il trasloco, ed io gli dico: <<certo, sono pronto, sono a disposizione>>, e tutti ridono anche se non ne capisco del tutto il motivo.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 16 dicembre 2025

Immutabile.


Appena oltrepassata la soglia della porta in fondo a questo vicolo oscuro, si apre davanti alla vista una piccola stanza senza altre aperture, completamente sguarnita di mobili, come una specie di grossa scatola di cartone da cui per l’occasione fosse stato tirato via tutto il contenuto, e mentre cerco tra queste quattro pareti qualcosa che comunque giustifichi il fatto di essere stato attratto in un luogo del genere da quello strano richiamo prolungato ed insistente, tutto d’improvviso sembra come incapace di dare una spiegazione razionale di quel che sul momento mi appare di fronte. Sto fermo, osservo i dettagli, ritengo che non ci possa essere proprio nulla a trattenermi là dentro, se non la curiosità di comprendere l’esatto motivo di essere stato convocato in questi paraggi soltanto per apprendere quanto di inconsistente possa mai esserci nel vuoto. Così entro dentro, e poi con calma richiudo la porta alle mie spalle, giusto per osservare quelle vecchie ombreggiature sull’intonaco che sono rimaste ad indicare la posizione della mobilia al tempo in cui probabilmente arredava l’ambiente. Non trascorre molto tempo, e sento bussare alla porta, ma senza insistenza, quasi come se qualcuno cercasse di dare un segnale convenuto. Mi volto, dico forte di entrare, ed un signore elegante apre e poi rimane là fuori a guardarmi, come se non fossi la persona che si attendeva di trovare.   

Lo guardo, vado verso di lui ancora senza parlare, e quando gli sono abbastanza vicino mi fermo e gli chiedo chi sia, che cosa desideri da me, il motivo che lo ha spinto a darmi un appuntamento in un luogo del genere. Il tizio non risponde, si limita a guardarmi ancora per un po’, ed infine si gira mostrando la volontà di andarsene senza alcuna spiegazione. Mentre proseguo ad osservarlo sono sicuro adesso che le mie domande non abbiano avuto alcun senso, e che il mio tentativo di comprendere qualcosa di più di questa faccenda sia dato soltanto da alcune curiosità di origine quasi infantile, che possono essere anche lasciate così, prive di qualsiasi conseguenza. Vorrei andarmene anche io da quel luogo, ma mentre torno a richiudere la porta per lasciarla serrata proprio come l’avevo trovata, mi accorgo che in fondo alla stanza qualcosa si muove, e che c’è forse un piccolo animale che non avevo notato in precedenza. Rientro all’interno, ma mentre mi avvicino all’angolo opposto mi rendo conto che è soltanto una semplice illusione ottica, una specie di ombra che risulta proiettata fin lì sicuramente da una fonte di luce posizionata casualmente nel vicolo di fronte.    

Me ne vado, ma prima ancora di scendere i due gradini che portano al piano stradale mi fermo per osservare meglio il caseggiato che sta ai fianchi della strada minuta dove mi trovo. Infine, inizio vagamente a comprendere almeno qualcosa: si tratta di un’istallazione, di un segnale materiale che indica la mancanza di un senso qualsiasi, come se il risultato di tutto fosse una scatola vuota, una stanza priva di qualsiasi suppellettile, una mancanza sempre più forte e inquietante di ogni riferimento oggettivo. Lentamente mi muovo per andarmene definitivamente, ma all’uscita dal vicolo ritrovo lo stesso signore di prima che forse era soltanto venuto a sincerarsi della mia presa d’atto, del mio coinvolgimento emotivo nel rendermi conto di tutto questo, e così adesso sembra sorridermi, mentre allunga la sua mano tesa verso di me, e lasciando che io per istinto la stringa subito nella mia, come a suggellare un patto d’intesa per questa riuscita d’intenti.

Non può esserci un significato più chiaro, sembra dirmi quell’uomo: viviamo sempre di più dentro ad un vuoto completo che tentiamo continuamente di riempire con elementi soltanto momentanei, come se per importanza esistesse solamente il presente, lasciando che il passato vada a tramontare rapidamente dietro di noi e perda così di qualsiasi significato, e che il futuro sia soltanto una sfida da affrontare ad ogni passo, e non una costruzione da elaborare ogni giorno. Vado via, forse non vorrei essere mai stato attratto da queste parti, anche se il volantino capitato per caso tra le mie mani era invitante e ben definito, e quando si diceva tra quelle righe di seguire il richiamo che potevo avvertire semplicemente acuendo i miei sensi, sembrava parlasse proprio a me stesso, di me, come se fossi stato l’unico individuo in città in grado di poter apprezzare qualcosa del genere.

Impossibile tornare adesso alle mie normali occupazioni, e riprendere a dedicarmi soltanto dei miei problemi quotidiani, come se niente fosse accaduto, senza tener conto in qualche modo di questa breve parentesi: in fondo il risveglio della coscienza può passare facilmente anche da pochi gesti, magari da qualche sguardo, forse da un inizio di consapevolezza in grado di aprire poco per volta uno squarcio in quello che abbiamo sempre creduto immutabile.

 

Bruno Magnolfi      

lunedì 8 dicembre 2025

Passerò da qui.


            All’interno della bottega piuttosto vasta ma notevolmente disordinata, lei sta ascoltando suo padre, l’anziano titolare di quello strano e antico negozio adibito soprattutto alla vendita di pregiati colori per pittori e naturalmente di pennelli, ma anche al commercio di quadri d’autore già incorniciati e diversissimi tra loro, tutti esposti alle pareti e sui variegati cavalletti, e poi persino nell’attività di restauro di qualche vecchia tela adesso sistemata su di un lungo e pesante tavolo imbrattato di pennellate ad olio ormai secche e disposto un po’ in disparte, mentre le parla pur continuando apparentemente a preoccuparsi soltanto delle proprie attività, magro com’è, vestito con uno spolverino grigio e sporco di parecchi schizzi e ditate dei tanti pigmenti. <<Devi andare a Praga, te l’ho già detto>>, le fa, mentre proprio in quel momento entro io dentro al negozio con la curiosità di chi non acquisterà mai un bel niente, però è disposto ad annusare a lungo e con soddisfazione il profumo dei quadri e degli attrezzi da pittura. Il vecchio non mi guarda neppure, probabilmente è abituato a veder gironzolare nel suo esercizio persone come me, ed anche sua figlia, una donna di circa quarant’anni con una bisaccia di pelle che le pende da una spalla, sembra preoccuparsi soltanto di ciò che le dice suo padre. <<Ma non ci sono mai stata, non parlo la lingua, e devo andare a cercare qualcuno che neppure conosco. Non ti sembra un po’ troppo?>>. Suo padre non sembra neppure disposto ad ascoltarla, ed io intanto mi muovo verso di lei, con il modo di fare di un indifferente.

            <<Devi soltanto incontrare una persona che produce degli ottimi colori ad olio, e definire il contratto con il quale la sua impresa artigiana si impegna a fornire in esclusiva, almeno per questa nostra città, i suoi materiali, che io ritengo ovviamente migliori di tutti. È semplice, e sarà sufficiente per te restare a Praga per un paio di giorni, tre al massimo, e poi riprendere il treno e tornartene qua>>. Lei va verso la vetrina del negozio come attratta da qualcosa che adesso si muove da qualche parte sopra al marciapiede. Probabilmente la faccenda è già stabilita, e lei non può fare niente per evitarla, anche se non ritiene troppo giusto far passare tutto in maniera così semplice; perciò, è disposta a battagliare quanto le è possibile con suo padre, pur di non dargli una vittoria così facile e scontata.

            <<Posso venire con te>>, le dico improvvisamente sottovoce avvicinandomi a lei, in maniera che suo padre non mi senta. Lei mi guarda con occhi increduli, come se stessero succedendo contemporaneamente tutte le cose più improbabili possibile, tanto da esserne incredula. Mi muovo, lei naturalmente segue il mio ciondolare mentre osservo una tela oppure l’altra, come potesse comprendere qualcosa di più di quelle semplici parole, e tutto comunque fosse apparentemente tranquillo, come se si svolgesse un normale dialogo tra persone perbene. Poi, le vado vicino di nuovo: <<Sono già stato a Praga, e poi non ho niente di meglio da fare in questi giorni>>, le dico per confermare ciò che le ho già riferito, e intanto mi muovo lentamente, e senza dire altro aziono la maniglia della porta di quella bottega, ed infine esco, come se lei al momento non avesse neppure troppo tempo per prendere le sue decisioni, almeno prima che io sparisca. <<Va bene>>, sento che dice a suo padre prima che io chiuda la porta alle mie spalle; <<ti darò una risposta stasera, prima devo soltanto pensarci>>. Poi attende un attimo, raccoglie qualcosa che aveva con sé, e mi raggiunge sul marciapiede, dove io mi sono fermato tre o quattro metri più in là, appoggiato al muro che costeggia la strada del centro. Lei si avvicina con sguardo interrogativo, si ferma, e non dice niente, così io mi stacco con calma dalla parete, e visto che abbiamo la medesima altezza, sfioro il suo naso con il mio, quasi a dimostrare che è possibile con me avere facilmente delle piccole intimità.

            Lei mi lascia fare, prosegue a guardarmi fisso come preparandosi a scagliarmi contro chissà quali interrogativi, ma io la prevengo, dicendo: <<Che male c’è: ci facciamo un viaggetto, possiamo parlare, cenare assieme, visitare la città senza problemi>>. Lei adesso sembra confusa, forse il mio progetto inizia a girarle nella testa come non avrebbe mai immaginato, ed alla fine dice ciò che attendevo fin dall’inizio. <<Ma io non ti conosco>>, mi dice finalmente con fermezza, parlando però sottovoce, come ci fosse ancora suo padre lì accanto, pronto ad ascoltarla. <<Questo non ha alcuna importanza>>, ribatto io, <<ed anzi, come ti ho già detto avremo così un po’ di tempo per fare una certa conoscenza tra di noi>>. Lei cerca qualcosa nella sua borsa d’altra epoca, poi tira fuori una sigaretta, anche se non l’accende, ed in questo daffare si appoggia a sua volta alla parete, come se dovessimo sbrigare quella faccenda e prendere una decisione definitiva prima di salutarci. Perciò io muovo un passo verso di lei, come a sfiorare di nuovo il mio naso contro il suo, ma stavolta la bacio, senza insistenza, solo sfiorando le sue labbra con le mie, e lei mi lascia fare, come se le tornasse naturale comportarsi così. <<Dammi una risposta tra un’ora>>, le dico tranquillo, <<quando mi troverò a passare ancora da qui, davanti a questa bottega di tuo padre>>, e lei annuisce.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 28 novembre 2025

Almeno per adesso.


            Sicuramente lui è un uomo calmo e riflessivo, un tipo di persona di cui è certo che ti potresti fidare ad occhi chiusi, se non fosse magari per la sua indole persino troppo chiusa e taciturna che tende a non rivelare mai a nessuno il proprio vero pensiero. <<Buongiorno>>, gli dicono al mattino i suoi colleghi, quando con puntualità proverbiale arriva sul posto di lavoro, un enorme capannone in periferia adibito alla logistica ed al deposito delle merci; e mentre gli altri scherzano tra loro o si danno delle gran pacche sulle spalle, tutti davanti a lui si fermano sempre un passo indietro, visto che nessuno riesce mai a farlo sorridere, mostrando così di non accettare certe confidenze. In genere avvia per primo il proprio muletto, per iniziare subito dopo a movimentare gli innumerevoli bancali, senza mai stancarsi, senza quasi permettersi una sola sosta, però svolgendo ogni manovra sempre con calma, senza pretendere da sé stesso una fretta pericolosa e fuori luogo. Qualcuno forse pensa che lui esageri, che il suo modo di lavorare sia fuori dal tempo, che le sue invidiabili capacità non siano mai state in grado di rinnovarsi in tutti questi anni. Ma quando un collega si rovescia su di un fianco con il proprio mezzo uscendo con una ruota dal piano di carico, lui è l’unico che sa come rimettere le cose a posto, con metodo, con impegno, con forza, e con l’aiuto del suo fedele muletto.

            Ed è quella mancanza nel relazionare ai superiori su quanto è appena accaduto sia dentro gli uffici che verso i propri caposquadra, nonostante non ci siano state delle gravi conseguenze sia umane che materiali, che immediatamente lo mettono in una posizione piuttosto difficile. Gli viene notificata una lettera con nota di demerito che lui peraltro non accetta strappando il foglio in mille pezzi; perciò, interviene con forza il sindacato che però non sa aiutarlo, come i suoi colleghi che restano praticamente muti di fronte a quei fatti così come si sono svolti. Lui per la prima volta alza la voce, dice che non potrà restare in un luogo di lavoro dove la solidarietà è soltanto una parola a cui non conseguono dei fatti, e così in quel giorno rassegna con stizza le proprie dimissioni, tra la sorpresa generale. Immediatamente presenta richiesta di occupazione in altre imprese dove la sua esperienza può avere un peso determinante, ma quando vengono richieste le relative credenziali, nessun capo del personale può dar seguito alla sua domanda. <<Gino>>, gli dice un amico che lo conosce da tempo immemorabile, <<certe volte bisogna abbassare la testa e riconoscere l’opinione generale. Probabilmente sarebbero pronti a riprenderti subito nel tuo posto di lavoro, ma tu devi fare ammenda, e dichiararti pentito di aver cercato di risolvere le cose per conto tuo, senza avvertire nessuno>>.       

            Gino guarda il suo bicchiere mentre sta seduto davanti al bancone del locale dove va ogni tanto, e rimane in silenzio, pensieroso, riflettendo senza darsi pace su quel divario che forse il caso gli ha messo di fronte per renderlo impotente. Sul posto di lavoro immagina che gli altri abbiano a lungo parlato di lui e di quanto gli è accaduto, ma sa anche perfettamente che le continue attività della logistica copriranno presto tutte le opinioni, e che in poco tempo lui sarà dimenticato, ed il suo modo di comportarsi diverrà solo un grave errore di un bravo mulettista. Lascia trascorrere un’altra intera settimana lottando contro il proprio orgoglio, e infine si presenta alla direzione della vecchia società, chiedendo un colloquio con il capo del personale. Si siede di fronte a quella scrivania, toglie il berretto inseparabile dalla sua testa calva, e dice soltanto che ha necessità di tornare a lavorare. L’impiegato gli pone delle domande, lo incalza, gli chiede i motivi veri che lo hanno portato a comportarsi senza mostrare una vera fiducia verso la propria azienda, e Gino dice soltanto che ha agito d’impulso a difesa di un collega, e che adesso però è pronto a riconoscere le proprie mancanze.

            Gli dicono che lo contatteranno, la direzione prenderà in esame la sua richiesta, che gli faranno sapere che cosa verrà deciso, però tra qualche giorno, appena ne potranno parlare tutti insieme. Gino si alza dalla sedia, si sente ferito, sente che quella è l’ultima volta in cui è potuto entrare dentro quella azienda, e che probabilmente nessuno gli darà di nuovo il mestiere che ha esercitato per tanti anni. Ma il giorno seguente, nella serata, vanno a trovarlo a casa quattro o cinque dei suoi colleghi, compreso quello che aveva combinato l’incidente del muletto, e c’è anche un sindacalista, e tutti gli chiedono di sedersi, di parlare con calma, ora che è trascorso qualche tempo e che le cose sembra proprio che abbiano assunto un diverso sapore. <<Gino, sono disposti a coprire questo periodo come ferie>>, gli dicono, <<e tu se vuoi puoi riprendere da subito il tuo posto di lavoro, dopo che avrai stracciato quella tua lettera di dimissioni>>. Lui solleva lo sguardo, ringrazia, ma senza commentare. Forse è una vittoria per qualcuno, pensa; ma non per lui, che resta comunque della stessa opinione che aveva prima, anche se è la parte più debole del sistema, e deve adeguarsi, almeno per adesso.

 

            Bruno Magnolfi