sabato 12 settembre 2026

Senza soluzioni.


            <<Oggi è accaduta una cosa che mi ha scosso>>, dice Franco ad un amico dopo essere entrato nei locali del caffè-biliardo ancora prima di andarsene a casa, dopo il lavoro. <<Un ragazzo in ufficio stava cambiando un lungo vetro ad una finestra, e così mentre lo aveva già tirato su per inserirlo nell’infisso, il cristallo si è spezzato, e la parte più grande e più pesante gli è andata direttamente e con la parte più tagliente sopra ai bracci, ferendolo in maniera decisamente seria. Eravamo in diversi lì vicino e così qualcuno di noi lo ha subito soccorso, ma quello continuava a perdere un sacco di sangue, e così gli abbiamo legato degli elastici attorno alle braccia per rallentare l’emorragia, e lo abbiamo tenuto fermo e calmo fino a quando fortunatamente non sono arrivati gli infermieri dell’autoambulanza>>. Il cameriere, intanto, gli versa un bicchierino di acquavite che Franco aveva subito ordinato al bancone, e lui la beve in un solo sorso. <<Va bene>>, dice l’amico, <<ma insomma, tutto è andato abbastanza bene, no? Quelle ferite si rimargineranno presto, e quel ragazzo tornerà al suo lavoro e alla vita di sempre, non credi?>>. Lui si passa lento una mano sulla faccia, senza guardare direttamente l’altro, poi dice: <<Non è questo il punto. Per lui alla fine è andato tutto abbastanza bene, hai ragione, ma in me ciò che è successo ha provocato uno sconquasso, un senso di incapacità, di inadeguatezza, come se non avessi saputo neppure cosa fare sull’immediato>>. L’altro gli mette una mano sopra una spalla, forse gli pare persino un’esagerazione questo senso di colpa che Franco sta tirando fuori, ma non desidera certo esprimere adesso delle opinioni.

            <<Vedi>>, continua Franco, <<io non voglio sentirmi così: desidero prepararmi a fatti del genere, perché sono sicuro che ciascuno di noi può ritrovarsi da un momento all’altro a fronteggiare degli avvenimenti che mai si sarebbe aspettato. Può capitare qualsiasi cosa, anche quando siamo nella nostra casa rilassati e tranquilli e niente sembra infastidire quella serenità di cui godiamo>>. Poi qualcuno lo invita con un gesto per la solita partita al biliardo, ma lui rifiuta decisamente, proprio a dimostrazione ulteriore del proprio stato di agitazione. <<Ho bisogno di riflettere a lungo tutto quanto>>, dice ancora, <<ho bisogno di fortificarmi in ciò che sono, e soprattutto in quell’utilità che sono capace di mostrare nei confronti di chiunque altro abbia necessità di aiuto. La realtà intorno a noi è fragile, e le cose spesso non scorrono su dei binari lisci e privi di inciampo come si vorrebbe tanto credere. Io non voglio più sentirmi inadatto, incapace, oppure tirarmi indietro proprio quando ci sarebbe bisogno di me. Mentalmente devo arrivare al punto di sentirmi pronto ad ogni evenienza, pronto ad intervenire, se serve, pronto a fare la mia parte, senza grandi gesti da eroe, ma in modo sufficiente per scongiurare al meglio qualcosa di maggiormente grave>>.

            L’altro adesso si guarda le mani, non ha mai provato una sensazione del genere, per questo cerca di comprendere lo stato d’animo di Franco, anche se quelle sue riflessioni gli sembrano sinceramente un poco assurde. Poi si volta per vedere se c’è qualcun altro che vuole affrontare l’argomento insieme a lui e dare il proprio contributo, ma adesso c’è soltanto un gruppetto di sfaticati attorno al bancone del bar che parlano di cose senza troppa importanza. <<Ma non puoi fartene una colpa di qualcosa che non sai neppure come maneggiare>>, dice a Franco di colpo, come per riportarlo con i piedi a terra. Lui lo conosce da sempre e fino ad oggi non gli ha mai sentito tirar fuori dei temi così strampalati, anche se cerca di seguire i suoi ragionamenti. Franco allora capisce di non essere sostenuto in ciò che secondo lui è un dato di fatto inoppugnabile; perciò, si scosta di un passo come a cercare intorno a sé il fondamento di ciò che gli era parso fino adesso come qualcosa di importante, di realistico, di urgente; infine, senza alcuna fretta, ma come cercando di prendere aria pur muovendo un passo dopo l’altro di chi si sente confuso, esce dal locale, senza dire altro. Fuori c’è la sua bicicletta, lui vi sale sopra con una certa attenzione e poi ne avvia il moto dei pedali.  

            Quando giunge a casa pensa subito che non sia proprio il caso di parlare con la sua famiglia di quanto gli è accaduto; perciò, saluta tutti entrando dalla porta, ma poi resta in silenzio, e sua moglie naturalmente capisce subito che ci deve essere qualcosa che lo turba, anche se per rispetto non gli pone alcuna domanda troppo diretta. Franco allora si siede, poi prende il figlio Marco, silenzioso come sempre, e lo fa sedere sopra le sue gambe, mentre avvicina la propria faccia alla sua testolina. <<Questo bambino mi pare che scotta>>, dice senza impeto. <<Forse ha persino un po’ di febbre>>. Sua moglie allora va verso di lui, prende Marco in braccio, gli tocca la fronte, assume un’espressione preoccupata, ed infine guarda Franco, come ad aspettarsi qualcosa da lui, che invece resta fermo, seduto, ancora senza soluzioni.

 

            Bruno Magnolfi

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