<<Oggi
è accaduta una cosa che mi ha scosso>>, dice Franco ad un amico dopo
essere entrato nei locali del caffè-biliardo ancora prima di andarsene a casa,
dopo il lavoro. <<Un ragazzo in ufficio stava cambiando un lungo vetro ad
una finestra, e così mentre lo aveva già tirato su per inserirlo nell’infisso,
il cristallo si è spezzato, e la parte più grande e più pesante gli è andata
direttamente e con la parte più tagliente sopra ai bracci, ferendolo in maniera
decisamente seria. Eravamo in diversi lì vicino e così qualcuno di noi lo ha
subito soccorso, ma quello continuava a perdere un sacco di sangue, e così gli
abbiamo legato degli elastici attorno alle braccia per rallentare l’emorragia,
e lo abbiamo tenuto fermo e calmo fino a quando fortunatamente non sono arrivati
gli infermieri dell’autoambulanza>>. Il cameriere, intanto, gli versa un
bicchierino di acquavite che Franco aveva subito ordinato al bancone, e lui la
beve in un solo sorso. <<Va bene>>, dice l’amico, <<ma
insomma, tutto è andato abbastanza bene, no? Quelle ferite si rimargineranno
presto, e quel ragazzo tornerà al suo lavoro e alla vita di sempre, non
credi?>>. Lui si passa lento una mano sulla faccia, senza guardare
direttamente l’altro, poi dice: <<Non è questo il punto. Per lui alla
fine è andato tutto abbastanza bene, hai ragione, ma in me ciò che è successo
ha provocato uno sconquasso, un senso di incapacità, di inadeguatezza, come se
non avessi saputo neppure cosa fare sull’immediato>>. L’altro gli mette
una mano sopra una spalla, forse gli pare persino un’esagerazione questo senso
di colpa che Franco sta tirando fuori, ma non desidera certo esprimere adesso
delle opinioni.
<<Vedi>>,
continua Franco, <<io non voglio sentirmi così: desidero prepararmi a
fatti del genere, perché sono sicuro che ciascuno di noi può ritrovarsi da un
momento all’altro a fronteggiare degli avvenimenti che mai si sarebbe aspettato.
Può capitare qualsiasi cosa, anche quando siamo nella nostra casa rilassati e
tranquilli e niente sembra infastidire quella serenità di cui godiamo>>.
Poi qualcuno lo invita con un gesto per la solita partita al biliardo, ma lui
rifiuta decisamente, proprio a dimostrazione ulteriore del proprio stato di
agitazione. <<Ho bisogno di riflettere a lungo tutto quanto>>, dice
ancora, <<ho bisogno di fortificarmi in ciò che sono, e soprattutto in
quell’utilità che sono capace di mostrare nei confronti di chiunque altro abbia
necessità di aiuto. La realtà intorno a noi è fragile, e le cose spesso non
scorrono su dei binari lisci e privi di inciampo come si vorrebbe tanto
credere. Io non voglio più sentirmi inadatto, incapace, oppure tirarmi indietro
proprio quando ci sarebbe bisogno di me. Mentalmente devo arrivare al punto di
sentirmi pronto ad ogni evenienza, pronto ad intervenire, se serve, pronto a
fare la mia parte, senza grandi gesti da eroe, ma in modo sufficiente per
scongiurare al meglio qualcosa di maggiormente grave>>.
L’altro
adesso si guarda le mani, non ha mai provato una sensazione del genere, per
questo cerca di comprendere lo stato d’animo di Franco, anche se quelle sue
riflessioni gli sembrano sinceramente un poco assurde. Poi si volta per vedere
se c’è qualcun altro che vuole affrontare l’argomento insieme a lui e dare il
proprio contributo, ma adesso c’è soltanto un gruppetto di sfaticati attorno al
bancone del bar che parlano di cose senza troppa importanza. <<Ma non
puoi fartene una colpa di qualcosa che non sai neppure come maneggiare>>,
dice a Franco di colpo, come per riportarlo con i piedi a terra. Lui lo conosce
da sempre e fino ad oggi non gli ha mai sentito tirar fuori dei temi così
strampalati, anche se cerca di seguire i suoi ragionamenti. Franco allora
capisce di non essere sostenuto in ciò che secondo lui è un dato di fatto
inoppugnabile; perciò, si scosta di un passo come a cercare intorno a sé il
fondamento di ciò che gli era parso fino adesso come qualcosa di importante, di
realistico, di urgente; infine, senza alcuna fretta, ma come cercando di
prendere aria pur muovendo un passo dopo l’altro di chi si sente confuso, esce
dal locale, senza dire altro. Fuori c’è la sua bicicletta, lui vi sale sopra
con una certa attenzione e poi ne avvia il moto dei pedali.
Quando
giunge a casa pensa subito che non sia proprio il caso di parlare con la sua
famiglia di quanto gli è accaduto; perciò, saluta tutti entrando dalla porta,
ma poi resta in silenzio, e sua moglie naturalmente capisce subito che ci deve
essere qualcosa che lo turba, anche se per rispetto non gli pone alcuna domanda
troppo diretta. Franco allora si siede, poi prende il figlio Marco, silenzioso
come sempre, e lo fa sedere sopra le sue gambe, mentre avvicina la propria
faccia alla sua testolina. <<Questo bambino mi pare che scotta>>,
dice senza impeto. <<Forse ha persino un po’ di febbre>>. Sua moglie
allora va verso di lui, prende Marco in braccio, gli tocca la fronte, assume
un’espressione preoccupata, ed infine guarda Franco, come ad aspettarsi
qualcosa da lui, che invece resta fermo, seduto, ancora senza soluzioni.
Bruno
Magnolfi
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