mercoledì 9 settembre 2026

Fare qualcosa.


            La casa dove sono nata da mio padre e da mia madre è composta di appena tre piccole stanze, e a me probabilmente, da quando ho iniziato a discernere, sono apparse ai miei occhi il miglior luogo dove stare tranquilla e protetta. Per i primi tre anni che ho vissuto difatti sono stata coccolata da tutta la mia famiglia, e tenuta in braccio oltre che dai miei genitori anche dalla zia e dai miei nonni, che mi hanno fatta sentire sempre al centro del mondo. Ma ad un certo momento a mia madre è iniziata a gonfiare la pancia, ed alla fine è arrivato lui, il mio attuale fratellino, a togliere da me un po’ di quelle attenzioni che credevo assodate una volta per tutte. Di colpo mi sono trovata di fronte ad un problema che non avrei mai creduto di dover affrontare, e cioè se iniziare ad esprimere tutta la mia indignazione per aver dovuto subire l’ingresso inaspettato dentro la casa di un infante cicciottello e bisognoso di tutto che sembrava attirare le simpatie proprio di tutti, oppure accettare la sua presenza come quella di un piccolo bambino al quale avrei dovuto accordare le mie attenzioni come facevano esattamente tutti gli altri della famiglia. Dopo qualche tempo, come si può immaginare, mi sono comunque abituata alla sua presenza, ed infine ho iniziato a mostrare a tutti quanti che volevo un gran bene a quel mio fratellino, anche se certe volte dentro di me avrei voluto strozzarlo.

            La zia in quel periodo aveva cominciato a venire molto spesso a casa nostra, con la scusa di farmi prendere un po’ d’aria a così portarmi fuori per qualche passeggiata. Da sola con lei ritrovavo un certo piacere nel farmi vedere da tutti coloro che si fermavano a salutarla, prendendomi naturalmente i complimenti e le attenzioni del caso, anche se troppo spesso c’era qualcuno che mi chiedeva notizie di Marco, del mio piccolo fratello nato da poco. In seguito, però, ci feci l’abitudine a discorsi del genere e a rispondere a certe domande ricorrenti su di lui, ed iniziai a mostrarmi sempre sorridente, perché avevo già capito che era quella la maniera migliore per essere benvoluta da chiunque. Andavano quasi peggio quelle rare giornate in cui si usciva con la mamma, pronta a spingere l’elegante carrozzina blu, con dentro naturalmente mio fratello, che ci era stata prestata a noi da un’altra famiglia proprio come la nostra, nella quale però i bambini erano già cresciuti anche troppo per desiderare ancora di adoperarla. Perciò tutti allungavano la testa per vedere il piccolino ed allargare dei grandi sorrisi mentre si complimentavano con la mia mamma e con me, che dovevo annuire ogni volta che dicevano che sarei stata brava e paziente ad insegnargli tutto ciò che serviva.

            La nonna, la madre di mia mamma, era morta da poco tempo, prima ancora della sua seconda gravidanza, e lei era sprofondata in una depressione piuttosto difficile da contenere. Parlava poco in quel periodo, e anche se si occupava di me, di Marco, di tutta la famiglia, sembrava però che facesse tutto quanto solo per un senso profondo del dovere, e non per l’entusiasmo di tirar su dei bambini, che rimaneva così nascosto che in tutti i casi nessuno riusciva ad avvertirne il lato positivo. Mio padre proseguiva a fare quello che aveva sempre fatto, lavorando per tutta la giornata e trascorrendo la maggior parte del suo tempo libero al caffè-biliardo insieme ai suoi amici. Perciò, poco per volta, mi sentii spinta sempre di più a dare un aiuto concreto alla mia mamma: mi sentivo ormai cresciuta, grande, in grado di occuparmi almeno delle cose più semplici della nostra casa, e così mi sembrava di non aspettare altro che Marco si tenesse ritto sui suoi piedini, e quindi che potesse camminare da solo, per portarlo con me almeno nel cortile sul retro, ed occuparmi di lui, spiegargli con parole semplici ciò che io già sapevo, e fargli scoprire i piccoli dettagli da cui eravamo circondati.

            Lui certe volte mi osservava incuriosito, ma raramente sembrava attratto da ciò che per me erano gli elementi fondamentali di ogni giornata: imparare sempre cose nuove, mostrare all’insegnante di scuola la propria attenzione, avere dei buoni rapporti con i compagni di classe; e poi naturalmente stare vicino al babbo e alla mamma, aiutare in casa a svolgere alcune piccole attività quotidiane. Marco si imbambolava con facilità, bastava dargli un fazzoletto di stoffa e lui ne passava la trama tra le sue ditine, senza mai stancarsi. Oppure osservava con attenzione una semplice parte di un gioco, senza mai smettere, e certe volte guardava qualcosa che io neppure riuscivo a vedere. <<Mamma, Marco è seduto senza fare niente>>, dicevo in certi casi, come se a me risultasse una grande stranezza; ma la mamma non se ne preoccupava, ed alzava le spalle, come ad indicare che andava bene così, e che non bisognava mai forzare mio fratello nel fare qualcosa.

 

            Bruno Magnolfi

 

lunedì 7 settembre 2026

Forza di volontà.


            La mamma è finalmente arrivata ed adesso mi guarda in silenzio. A giudicare dall’espressione del viso credo sia stanca, al punto che una suora vestita di bianco, di solito odiosa con tutti, va a prendere una sedia per farla riposare. Ha affrontato le sue solite due ore di corriera per arrivare fin qui all’ora del passo, ed adesso starà per circa un’ora con me, poi tornerà indietro ad occuparsi del resto della famiglia. La suora le dice qualcosa sottovoce, qualcosa che io non posso sentire mentre resto coricato dentro a questo mio letto d’ospedale, anche se intendo già cosa potrà averle da spifferare. Mi sono comportato male stamani, quando sono venuti a farmi il solito prelievo di sangue. Ho iniziato subito ad agitarmi, così mi hanno immobilizzato in tre o in quattro, poi però una forza che non conoscevo dentro di me è venuta in mio soccorso, così ho gridato, ho teso tutti i muscoli, mi sono ribellato, forse ho anche sputato verso qualcuno, ed alla fine quando ho visto quella siringa di vetro che mi feriva e che si infilava dentro di me ho perso il lume degli occhi. Ho piegato il braccio, e quindi anche quell’ago maledetto; perciò, mi sono aperto una ferita interna e si è verificata subito una larga macchia nera nel braccio. Mi hanno coperto di insulti, hanno detto che prenderanno dei provvedimenti punitivi contro di me, poi mi hanno finalmente lasciato da solo.

            La mamma non dice niente, si è messa seduta accanto a me ed io adesso evito persino di guardarla, perché ha tirato fuori un fazzoletto dalla borsa per asciugarsi gli occhi. <<Non preoccuparti mamma>>, vorrei dirle se solo ne avessi il coraggio. <<Adesso sento dentro di me la forza che serve per ribellarmi dal male, e devo soltanto concentrarmi a fondo, richiamare ogni energia che ancora è dispersa dentro di me, e poi però sarò libero, libero da questa malattia insopportabile. Sono certo che è soltanto una questione di volontà, ed io adesso la sento nella mia testa e in tutte le parti del corpo, e sono sicuro che questa battaglia che oramai va avanti da troppo tempo potrà soltanto vedermi vittorioso. Poi spaccherò con calma un vetro della finestra durante la notte, e quindi mi calerò giù lungo il tubo di una gronda, fino a terra, senza che nessuno se ne accorga minimamente, ed infine sarò libero di andare dove mi pare, e soprattutto di tornare a casa con te>>.

            <<Perché ti comporti così?>>, chiede adesso la mamma. <<Tutti qui desiderano soltanto farti guarire, e tu riesci soltanto ad intralciare gli sforzi dei medici, degli infermieri, di queste suore buone e caritatevoli>>. Ora la guardo scostando il lenzuolo dalla faccia: <<Non sono buoni per niente, tutti questi>>, vorrei dirle, <<e riescono solamente a torturarmi con le loro pretese di capire più di quello che ne so io su di me>>. Sono sicuro che la mamma riesce a comprendere benissimo i miei pensieri, anche senza scambiare con lei neppure una parola. <<Ma io adesso so bene dove si annida il mio male, e posso combatterlo senza la necessità di alcun aiuto da parte dei medici. È soltanto una questione di volontà, ed io in questo momento ho capito perfettamente quale dovrà essere il mio giusto percorso per giungere alla completa guarigione>>. Poi però mi prende un attimo di sconforto, torno a nascondere la faccia sotto al lenzuolo, e quei piccoli dolori che non mi abbandonano mai tornano implacabili a farsi sentire. La mamma ora si alza, si sporge verso di me, mi guarda negli occhi, dice che devo affidarmi a chi mi può aiutare, perché è solo questa la strada possibile. Quindi aggiunge che lo devo fare per lei, per il babbo, per mia sorella.

            Sono confuso, io desidero con tutte le mie forze uscire da questo letto d’ospedale e da questa situazione insopportabile, ma anche lei che ogni giorno affronta un lungo viaggio per venire da me, deve comprendere che adesso è soltanto una questione di volontà, ed io mi sto concentrando per tirare fuori da me stesso tutto quello che serve. Desidero profondamente ribellarmi a quello che mi è accaduto fino a d oggi, e sono sicuro di riuscire a rovesciare completamente la mia condizione. <<Voglio guarire mamma>>, dovrei dirle; <<voglio tornare a casa e riprendere la scuola; voglio tanto tornare dai miei compagni e dalla maestra, e imparare ciò che mi è utile; e poi voglio tanto rivedere tutti quegli amici che abitano nella nostra stessa strada, e che forse mi aspettano per giocare ancora con me, per raccontarmi ancora le loro storie bellissime, per spiegarmi come si fa a crescere così come loro stanno crescendo, ed appagare le mie curiosità ogni volta che nascono in me>>.  

            Ma io sono sicuro che la mamma sta facendo di tutto per aiutarmi, ed io non voglio deluderla, e soprattutto non desidero per nessuna ragione che ci sia di nuovo una suora cattiva vestita di bianco a raccontarle che non sono un bravo bambino, che mi comporto male con tutti, che non aiuto in nessun modo tutti coloro che mi stanno aiutando.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 5 settembre 2026

Differenti stanze.


            Finalmente tutto si era improvvisamente sistemato. Non che i medici avessero compreso esattamente da che cosa era derivata l’infezione profonda per cui il bambino aveva dovuto subire due ricoveri ospedalieri prolungati ed importanti in quattro cliniche diverse sia all’età dei quattro anni che nel momento in cui ne aveva ormai compiuti sette, e in mezzo ai quali purtroppo era cresciuto poco, in modo gracile, pallido, senza quello sviluppo che ci si sarebbe potuto attendere da lui, però quei sintomi che lo avevano allettato così a lungo per una debolezza estrema ed una forte incapacità nell’avvicinarsi ad un normale percorso infantile, adesso, dopo le ultime accurate analisi, sembravano proprio del tutto scomparsi. Il passo era stato salutato naturalmente da una grande gioia in famiglia, e le cose, molto rapidamente, avevano ripreso per tutti un andamento molto più ordinario, nell’eliminazione quasi completa sia dei molti farmaci che avevano intossicato quegli anni sofferenti, sia di quei percorsi dietetici imposti dai luminari della medicina, incredibilmente destabilizzanti. Marco perciò era tornato a scuola come un bambino qualsiasi, e in classe i suoi compagni, che non lo vedevano oramai da ben più di tre mesi, naturalmente incoraggiati dalla loro sensibile maestra, si erano sentiti in dovere addirittura di far partire un applauso caloroso per il suo rientro.  

            Ma solamente poche settimane più tardi suo padre, impegnato come sempre nel proprio lavoro manuale, aveva subìto una brutta caduta, accusando dei fortissimi dolori alle spalle che non gli avevano permesso di riprendere il lavoro per quasi un mese, nonostante le cure ben appropriate ai risultati di alcune analisi piuttosto approfondite. Per Marco andare ogni tanto a far compagnia a suo padre perennemente dolorante e sdraiato nel proprio letto con delle vistose fasciature al collo ed al torace, era stato come un rovesciamento di posizioni quasi insopportabile, tanto da preferire rimanersene in disparte per quasi tutto il tempo che si tratteneva all’interno della sua camera, incapace, al contrario di sua sorella, di sillabare anche una sola parola di conforto al suo indirizzo. In quei frangenti aveva iniziato a riflettere a fondo sul concetto stesso della malattia e sul potere che esercitava questo stato a proposito delle relazioni con tutti gli altri attorno, fino quasi a rendere quel degente, nei propri pensieri meditati a lungo durante la propria condizione di ammalato cronico, addirittura un privilegio per la propria condizione rispetto a chi godeva di ottima salute. Gli pareva che tutto il mondo improvvisamente girasse intorno a chi cadeva disgraziatamente nello stato di ammalato, ed adesso l’atteggiamento conseguente di tutti quanti accanto a suo padre fosse addirittura manipolato da quello stesso stato, fino a concedergli un privilegio esistenziale non indifferente.

            Marco avrebbe forse voluto descrivere in maniera minuziosa queste sensazioni che provava adesso con una certa maturità data dai suoi quasi otto anni e con la provata esperienza di degente alle proprie spalle, ma nessuno, né tra le mura della sua stessa scuola, e tantomeno a casa sua, gli aveva mai rivolto delle precise domande che gli permettessero di descrivere in qualche modo quella sua comprovata consapevolezza. Suo padre, d’improvviso dopo la caduta, aveva mutato addirittura atteggiamento verso chiunque, e se anche cercava di non lamentarsi troppo dei dolori che provava, di fatto mostrava come preponderante quella debolezza insita in una persona che improvvisamente ha bisogno di tutto e dell’aiuto di tutti, sollecitando dalle persone vicine quella compassione di cui normalmente, e Marco ne era più che sicuro, avrebbe volentieri fatto a meno. In ogni caso, e forse proprio in virtù di tutto questo, nessuno tra i suoi amici e tra i suoi colleghi di lavoro, soprattutto per non dare corda a questa situazione di evidente estrema debolezza ed ai mutati rapporti interpersonali, era andato a fargli anche soltanto una semplice visita veloce per sincerarsi delle sue condizioni, e lui si era forse sentito abbandonato quasi da tutti, a parte i membri stretti della propria famiglia, nonostante fosse contento da un lato di non doversi mostrare ad altri così infermo e dolorante.

            Loriana al contrario sembrava dover spiegare per filo e per segno tutto quanto era accaduto a suo papà, e forse si mostrava in questa fase come il vero e necessario tramite notiziario di tutto quello che c’era da sapere riguardo all’infortunato, anche perché la moglie Rachele, in linea con i suoi abituali comportamenti, sembrava sempre voler sminuire agli occhi di chi le chiedeva qualche notizia la vera gravità dell’accaduto, usando poche parole di spiegazione e forse fidando, oppure anche  augurandosi, una ripresa rapida delle condizioni di Franco, con cui parlava soltanto a monosillabi, ad evitare ogni suo eventuale affaticamento. Di fatto i problemi per tutta la famiglia erano evidenti a tutti, ad iniziare da quelli economici, nonostante un’assicurazione provvidenziale elargisse una minima diaria in favore dell’infortunato, e in ogni caso il periodo nero in cui quella casa era caduta appariva adesso piuttosto pesante, tanto da lasciar ignorare abbastanza spesso da parte della moglie e dei suoi figli la stessa camera dove restava perennemente sdraiato Franco, proprio nella ricerca di quella normalità che sembrava resistere strenuamente solo nelle altre stanze dell’appartamento.   

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 3 settembre 2026

Per la strada.


            Franco sta seduto al tavolo della cucina. In questo tardo pomeriggio non è neppure uscito da casa come suo solito, ed invece si è messo a scrivere con una matita alcuni elenchi di nomi e di cifre su dei fogli di carta, molto probabilmente qualcosa riguardante le proprie attività di lavoro che ha necessità di mettere in riga, mentre sua moglie al momento si sta occupando dei suoi lavori di cucito, prima di dedicarsi alla preparazione della cena. I loro bambini stanno in un angolo mentre tengono tra le mani alcuni dei loro giocattoli, e sembrano occupati semplicemente ad osservarli, mentre restano in silenzio. Poi qualcuno suona alla porta, ed il padre di Marco sollevando lo sguardo dal tavolo chiede a suo figlio di andare ad aprire per vedere chi mai possa essere. Il bambino di malavoglia giunge all’uscio di casa, apre con qualche difficoltà la serratura e subito dice ad alta voce che c’è il solito mendicante che cerca del babbo. Franco si alza dalla sedia, arriva fino alla porta, si infila una mano nella tasca dei calzoni e alla fine ne tira fuori un paio di monete che allunga al mendicante che peraltro conosce da tempo. Infine, richiude la porta, torna verso il tavolo e sottovoce dice alla moglie che quelli che appena dato a quell’uomo erano gli ultimi soldi che aveva, e che in casa non c’è più neppure un centesimo. <<Per fortuna domani devo riscuotere il compenso di alcuni piccoli lavori che ho terminato ultimamente>>, aggiunge giusto per far tirare un respiro di sollievo a Rachele. Poi risprofonda in mezzo ai suoi conti, senza però aver ricevuto alcun commento in risposta alle sue affermazioni, e forse per questo dopo appena un paio di minuti torna a parlare con sua moglie: <<Così mi piace Marco>>, le dice come dopo una lunga riflessione. <<Quando fa ciò che gli si chiede di fare, e magari ci meraviglia per qualcosa in cui riesce anche per conto proprio>>.

            Rachele si ferma un attimo, si avvicina al marito e gli risponde sottovoce, toccandogli lievemente una spalla, che il loro bambino probabilmente non sarà mai come lo vorrebbe lui. <<Marco è sempre immerso nei propri pensieri, e poi è un osservatore, gli interessa soltanto guardare e scoprire le cose a fondo e fin nei minimi dettagli; non gli piace la competizione, generalmente non si impegna in cose che gli risultano troppo difficili o fuori dalla sua portata. La sua normalità però è data dalla ricerca costante di qualcosa che forse gli altri bambini non riescono neanche a notare>>. Franco annuisce a malincuore, come se gli fosse giunta una cattiva notizia che peraltro già sapeva ma della quale non desiderava in alcun modo rendersi conto. Poi riprende con i suoi conti. Loriana adesso ha preso a parlare con suo fratello, gli chiede come fosse vestito quell’uomo che si è presentato alla porta e cose del genere, ma Marco sembra evasivo, come se avesse dato una scarsa importanza a ciò che è appena accaduto. La mamma intanto ha messo sopra al fornello qualcosa per la cena familiare, e un certo odore di buono inizia a spargersi per tutta la stanza dove sono radunati. <<Bambini>>, dice lei rivolta ai suoi figli, <<ora è il momento di andare a lavarsi accuratamente le mani>>. Loriana si alza dalla seggiolina dove sta seduta e prende per mano il fratello, indirizzandolo verso il bagno, poi gli lava lei stessa le manine con tutta l’attenzione possibile.

            Franco allora si alza dal tavolo, ripone in una vecchia cartella tutti i suoi fogli e sgombra quel tavolo che tra pochi minuti sarà apparecchiato con tutte le stoviglie che servono. Rachele, mentre gli dà la schiena occupandosi del cibo, al momento si sente sollevata per quello che ha appena detto. Le pare di essere stata piuttosto chiara nell’esposizione delle caratteristiche di suo figlio, e poi non ha mai visto di buon occhio il desiderio di suo marito di far crescere il loro figlio maschio come un bambino capace di eccellere agli occhi di tutti. Le sembra che Franco si sia sentito un po’ amareggiato da quelle opinioni, ma lei si sente adesso assolutamente a proprio agio avendogli riferito con precisione quello che anche le insegnanti della scuola materna le hanno spesso riferito di Marco. Magari, quando avranno più soldi e potranno permettersi qualcosa in più, acquisteranno uno di quei giochi educativi e particolari pensati proprio per bambini come lui, immagina mentre sminuzza delle verdure; <<forse va soltanto incoraggiato nel tirare fuori la testa da quelle nuvole in cui sembra spesso immerso, ma io sono convinta che la sua personalità, già così evidente all’età di soli quattro anni, emergerà sicuramente in qualcosa che al momento non si riesce neppure a immaginare>>.

            Infine, si siedono tutti attorno alla tavola rapidamente imbandita, e Marco spiega con calma, senza riferirsi a nessuno in particolare, che gli è piaciuto molto quell’uomo che si è presentato alla porta; <<è stato gentile con me, mi ha sorriso più volte, e poi mi ha detto che era proprio molto contento di vedermi di nuovo, dopo avermi incontrato altre volte per la strada>>.

 

            Bruno Magnolfi

domenica 30 agosto 2026

Più di ogni altra.


            Indubbiamente mi fa molto piacere, durante quelle poche volte in cui la zia decide di portare a spasso oltre me anche Marco, prendere subito il mio fratellino per mano, e così percorrere lentamente a piedi le strade principali della nostra città, mentre diverse persone incontrandoci si fermano per dire qualcosa e sorriderci, ma soprattutto per salutare la zia, che è una donna conosciuta da tutti grazie soprattutto al suo lavoro presso gli uffici comunali, e quindi farle dei gran complimenti per avere due bei nipotini come sembra proprio siamo noi due agli occhi di tutti. Lei si ferma a parlare con chiunque la saluta anche di tante altre cose, allungando spesso i discorsi secondo me a dismisura, ma mentre io mi annoio subito e vorrei tornare presto semplicemente a camminare, Marco in questi frangenti sembra imbambolato, lasciandosi ancora tenere da me la sua manina, quasi come se al posto mio ci fosse la mamma. Ha sempre i capelli tagliati cortissimi sopra la testa, proprio perché ispidi quasi come i peli di un riccio, e proprio per questo motivo tempo fa è stato acquistato per lui un cappello con la foggia da piccolo uomo, con le falde e una fascia sottile, e con i suoi calzoncini corti e una giacchina fatta su misura sembra proprio, così vestito, quasi un bambino finto, mentre si osserva intorno con la sua tipica espressione seria e immutabile.

            La zia certe volte lo ignora, ma io cerco sempre di suggerire a Marco come ci si deve comportare, cosa deve rispondere quando gli chiedono qualcosa, e insomma quale sia la maniera per essere gentile e anche ben educato nei confronti di chiunque si incontri. In fondo io ho ben tre anni esatti più di lui, e come ripete spesso anche il babbo devo cercare di insegnargli tutto quello che a mia volta ho imparato durante questo tempo, avendo adesso il doppio esatto della sua età. Naturalmente poi ci fermiamo presso il caffè centrale, meta usuale della zia, dove viene salutata con grande rispetto, e mentre lei si siede ad un tavolino e si fa servire qualcosa da un cameriere, ci lascia liberi di scegliere una pasta dolce dal lungo bancone vetrato, e di ordinare un succo di frutta ciascuno. Io sistemo subito sotto al collo di Marco un tovagliolo di carta, ad evitare che si sporchi con lo zucchero a velo o con l’eventuale marmellata, o peggio ancora con del cioccolato, e lui devo riconoscere che mi lascia fare tutto quello che desidero, come se niente di quanto succede lo turbasse minimamente. È un bambino estremamente buono, dicono sempre tutti di lui, ed anche secondo me è proprio così, almeno in questi momenti, anche se in certi casi, quando siamo da soli in casa, all’improvviso si rivolta contro di me, in genere non lasciandomi comprendere neppure il motivo di tale comportamento.

            La zia ha un debole per le bambine, è un fatto assodato, e nei confronti di Marco ha sempre un atteggiamento più distaccato, tanto che si riferisce sempre e comunque soltanto a me, anche quando vorrebbe chiedere qualcosa direttamente a lui. Lui parla pochissimo, e di fronte alle domande che ci viene da proporgli, risponde soltanto di no con la testa, oppure annuisce, ma senza usare la voce. Anche le mie compagne di scuola lo adorano, e quando vengono a casa a farmi una visita, perdono un sacco di tempo per fargli i complimenti e qualche volta per fargli il solletico sulla pancia, cosa per cui Marco dimostra una estrema sensibilità. Riconosco che lui è molto diverso da me, e se le attività in cui si perde maggiormente nel gioco sono la lunga e semplice osservazione dei balocchi che ha sottomano, per me al contrario resta fondamentale vestire e pettinare tutte le mie bambole. Una in particolare poi ha la mia considerazione maggiore, e forse proprio per questo Marco talvolta la prende e la getta per terra, senza spiegarmi il motivo di un gesto del genere.

            La mamma dice che è del tutto normale il suo comportamento, ed anche se a me dispiace dover spiegare a Marco ogni volta che non vanno affatto bene atteggiamenti del genere per un bambino piccolo come lui, mi sono ormai rassegnata a non dare troppa importanza ad alcuna bambola in sua presenza, e quindi a non portarne mai con me nessuna delle mie, neanche una tra quelle più piccole, e quando quelle poche volte usciamo insieme con la zia o con chiunque altro per fare delle passeggiate, è lui la mia bambola, senza alcun dubbio. Comunque, credo che nei prossimi anni, crescendo, Marco si dimostri con me un buon fratello, ed inizi sempre di più ad essere cosciente di quello che fa o che non fa, e soprattutto della necessità anche per lui di trovare una buona sintonia almeno con chi gli sta più vicino e che dimostra ogni giorno di volere soltanto il suo bene. La zia non dice niente di lui, però si capisce benissimo che non apprezza troppo la sua presenza, e forse è per questo che io cerco di essere il più possibile affezionata a Marco, per dimostrare anche a mia zia e a tutti gli altri che per me è una persona importante, forse più di ogni altra.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 28 agosto 2026

Motivazioni sfuggenti.


            <<Sono un po’ in apprensione>>, dice stranamente Franco che in genere sembra non interessarsi mai di cose del genere e di non stare troppo a preoccuparsi dei comportamenti dei propri figli. <<Il bambino dice spesso di avere male alla testa anche quando lo porto fuori con me, e poi mantiene sempre un’espressione seria, accigliata, come di chi vuol farci capire che prova quasi una piccola sofferenza dentro di sé, anche se non è evidente di quale natura essa sia>>. Sua moglie lo guarda per un attimo quasi meravigliata della sensibilità mostrata nel notare quei pochi indizi, e dopo qualche momento dice a riprova di tutto ciò che Marco aveva persino qualche linea di febbre appena qualche giorno addietro. <<Comunque l’ultima volta che non stette bene il nostro medico disse senza dare troppa importanza alle mie preoccupazioni che era normale alla sua età avere dei periodi del genere, e che in fondo si trattava del normale percorso di crescita a causargli ogni tanto qualche malessere>>, dice in fretta Rachele. Franco annuisce, poco convinto, mentre pensa che vorrebbe tanto avere un figlio maggiormente reattivo, che corre e si diverte insieme ai suoi coetanei, invece di ritrovarsi un bambino solitario, silenzioso, certe volte quasi incapace di stare con gli altri.

            <<Ognuno ha il proprio carattere>>, interviene Rachele mentre ripone qualcosa nell’armadio di cucina e quasi leggendo i pensieri del marito; <<e forse nostro figlio almeno per adesso ha solo l’attitudine a ridere difficilmente e a non parlare quasi mai con chi gli sta attorno>>. Torna naturale per lei mettersi subito sulla difensiva quando si tratta di dire qualcosa sui propri figli, ed anche se a Rachele dispiace, al pari del marito, accorgersi che Marco esprime un atteggiamento così poco socievole, si sente disposta anche nei confronti di Franco a sostenere come tutto sia normale e che non ci sia assolutamente niente di cui preoccuparsi, perché è evidente che i loro figli avranno tra non molto tutto il tempo che desiderano per manifestare le proprie preferenze e le loro diverse personalità, senza che i loro genitori, oppure gli insegnanti di scuola, o anche i propri parenti più prossimi, siano pronti ad evidenziarne certe caratteristiche apparentemente negative che è certo  svaniranno senz’altro con il tempo e con la loro progressiva crescita d’età. <<Forse ti hanno detto qualcosa anche le suore o le insegnanti della scuola materna?>>, chiede Franco con un certo sforzo, visto che anche lui come sua moglie desidererebbe tanto annullare con un semplice colpo di spugna quell’argomento che gli fa provare sicuramente un certo disagio.

            Rachele lo guarda un momento negli occhi, come a voler sincerarsi dall’espressione della faccia che la domanda posta fosse seria e ben ponderata, ma poi risponde soltanto che niente del genere è stato notato le poche volte che Marco è rimasto all’asilo. <<Però con sua sorella gioca volentieri nei pomeriggi, anche se gli piace soprattutto starsene seduto ad osservare i suoi piccoli giocattoli e qualche volta a smontarli per vedere come sono fatti all’interno, tanto che io in certi casi lo sgrido quando trovo sul tavolo tante parti indistinte di qualche modellino di plastica oppure un braccio o una gamba di qualche bambola che appartiene a Loriana. Lei allora si arrabbia per questo comportamento di suo fratello, ma lui non se ne preoccupa troppo e va avanti come se fosse tutto normale, ed è già capitato delle volte che le abbia tirato addosso come risposta la stessa bambola o anche qualche altra cosa, ma naturalmente senza la volontà di farle del male>>.   

            Franco continua a girare per casa quasi nervosamente, tra poco dovrà uscire e tornare al suo lavoro mentre i suoi figli sono ancora a scuola, però gli pare importante aver affrontato quell’argomento con la sua Rachele, e non vorrebbe aver dimenticato di dire qualcosa che probabilmente in seguito gli tornerebbe difficile chiedere o spiegare di nuovo, proprio per la propria riottosità e quella di sua moglie ad affrontare quei temi un po’ spinosi. Lei comprende il suo atteggiamento, ma prosegue ad occuparsi delle proprie cose senza favorire alcun altro discorso, non desiderando affatto dover spiegare altre faccende oltre quelle di cui ha già parlato. Così lui improvvisamente prende la giacca per uscire, ma mentre è quasi sulla porta le chiede di colpo: <<allora, cosa facciamo?>>, come se dal loro breve dialogo dovese scaturire una risoluzione o una presa d’atto per intervenire su qualcosa che ovviamente nel suo modo di vedere le cose non va del tutto nella giusta direzione. Rachele lo guarda un momento quasi sorpresa, lascia in aria una pausa di silenzio, poi dice: <<niente>>, come fosse la cosa più normale restare indifferenti.

            Franco esce da casa dopo un rapido saluto, e lei, rimasta sola, sente all’improvviso salirle dal profondo una forte apprensione, quasi una rabbia inspiegabile, tanto che se non sviasse rapidamente i propri pensieri avrebbe addirittura voglia di piangere, anche senza riuscire a comprendere bene il motivo per fare una cosa di quel genere.

 

            Bruno Magnolfi

mercoledì 26 agosto 2026

Qualcosa di diverso.


            Rachele guarda i fornelli spenti del gas sopra il piano della cucina, e mormora tra sé qualcosa che pare quasi una riflessione sulla propria condizione di madre e di moglie. In casa è da sola, i bambini sono a scuola, suo marito è lontano a mandare avanti il suo lavoro, e lei adesso si sente inutile, come se le sue giornate scorressero identiche e soprattutto in mancanza di un significato concreto che possa fornirle almeno l’entusiasmo di qualche traguardo personale. Certe volte naturalmente è abbastanza contenta di sé, dei risultati raggiunti con la sua famiglia, della propria capacità di stare al suo posto e di fungere da fulcro di tutta la casa, ma altre volte le pare invece di vivere in modo meccanico, senza alcuna creatività, quasi stesse al posto di qualcun altro, o come se chiunque al posto suo potesse far andare avanti le cose forse anche meglio di come fa lei. I suoi genitori adesso sono persone anziane, tra qualche anno si ammaleranno e poi inevitabilmente moriranno, riflette. <<Ed io poco per volta resterò da sola, senza più nessuno accanto a me, perché anche i miei figli andranno via da qui per seguire le loro strade, ed anche mio marito prima o poi morirà, e nonostante io sia sicura sin da adesso di raggiungere i cento anni di vita, per me da ora alla fine saranno tanti periodi simili composti soltanto da una lunga serie di momenti di solitudine>>.  

            Niente nella sua mente è in grado di farle superare questi momenti di depressione, anche se resta convinta di alcune proprie capacità fino ad oggi mai messe in luce. Uscire ed incontrarsi con qualcun altro non servirebbe assolutamente a niente, perché le resta quasi impossibile parlare apertamente dei propri problemi, che restano i suoi e basta, e la sua chiusura verso chiunque è un fatto assodato, definitivo, immutabile. I fornelli spenti del gas sul piano della cucina adesso sono immobili, inutili, inefficaci, eppure hanno una propria intrinseca potenza, delle capacità che si stenta spesso a riconoscere, ma delle quali riescono a dare prova in un solo attimo, alla semplice accensione tramite le loro semplici manopole. <<Potrebbe essere così anche per me>>, pensa Rachele quasi per scherzo: <<girare una piccola leva all’interno di me e mettermi a funzionare in modo diverso, del tutto nuovo, come se potesse avvenire di colpo un rovesciamento improvviso di personalità e di carattere>>. Poi carica la macchinetta per il caffè, la piazza sul gas e accende il fornello. <<Durante un temporale, a mia mamma da giovane giunse un fulmine mentre era in casa, sceso giù direttamente dalla cappa del camino; colpì qualcosa che in quel momento lei teneva tra le mani, e una luce accecante insieme all’immenso rumore di tuono la fece saltare all’indietro e lasciare l’oggetto di ferro che stava maneggiando. Non accadde nient’altro, nessuna conseguenza per lei, eppure qualcosa parve avvenire, senza che nessuno se ne fosse reso del tutto conto>>.

            Davanti ai fornelli di Rachele invece non succede un bel niente, a parte la polvere del caffè che lentamente si mescola all’acqua in maniera indissolubile, a formare la bevanda scura che in queste giornate resta per sua consapevolezza la propria cura migliore, quel piccolo sorso di caldo che sembra dare un senso alla propria malinconia. Ne versa quanto le è sufficiente in una tazzina, aggiunge una punta di zucchero e poi lentamente ne gira il contenuto, che poi sorseggia restando in piedi, con calma, osservando il niente davanti a sé. Tra poco andrà a riprendere a scuola i bambini, dovrà salutare qualche altro genitore che magari le chiederà qualcosa dei suoi figli, dei loro risultati, dei rapporti che tengono con qualche compagno più agitato degli altri; oppure le parleranno di qualche argomento che a lei non interessa neppure, ma fingerà però di seguire quei discorsi con una certa attenzione, annuendo alle loro parole, spiegando a sua volta di essere assolutamente d’accordo con quelle loro affermazioni, con i loro punti di vista, con quei loro modi di riflettere sui fatti e le cose. Poi terrà per mano i suoi figli, sorriderà a qualcuno allontanandosi dalla strada piena di voci e di esclamazioni, e alla fine chiederà a ciascuno dei due come fosse andata la loro giornata, senza aspettarsi delle esaustive risposte, ma accontentandosi di una semplice affermazione positiva logica ed usuale.

            Chissà che cosa aveva provato sua mamma trovandosi all’improvviso tra le mani uno schianto di luce e di energia come quello che le era capitato chissà quanti anni prima; forse niente, se non la consapevolezza della fortuna di non aver avuto da quell’incontro alcuna conseguenza. A Rachele adesso è sufficiente la calma, la pacatezza di qualche parola scambiata sottovoce con i propri bambini, la normalità di tornare a casa con loro come ogni giorno, e poi l’attesa di ogni piccolo evento che scandisce poco per volte tutte le ore della sua giornata. Forse non ha mai desiderato qualcosa di più o di diverso, e forse non ha mai fatto niente per andare incontro a qualcosa di differente.

 

            Bruno Magnolfi  

domenica 23 agosto 2026

In quel quartiere.


            Aveva preso praticamente ogni giorno a chiamarmi da oltre il muro che delimitava i nostri giardini, peraltro del tutto simili e composti perlopiù da qualche aiuola di terra e vialetti lastricati, ma certe volte era piuttosto scocciante anche per me doverle inventare una scusa oppure un’altra per non andare a giocare da lei come costantemente desiderava. <<Marco, Marco>>, insisteva fino a quando non le rispondevo. <<Devo aiutare la mamma>>, le dicevo in certi casi a bassa voce senza poterla vedere per via di quel muro troppo alto, durante tutte quelle volte che proprio non mi andava di andare da lei. Aveva un anno meno di me, che ne avevo ormai sei compiuti, ed appariva ai miei occhi una bimbetta noiosa, ancora incapace di vedere le cose con quella astuzia che a me pareva oramai di avere assunto da quando frequentavo la scuola elementare, grazie al contatto quotidiano con alcuni dei miei compagni di classe piuttosto svegli e in grado di farmi crescere molto alla svelta. Elisabetta peraltro era carina, mi piaceva abbastanza averla come amica, anche se preferivo per molti di quei pomeriggi uscire sulla strada piuttosto tranquilla davanti casa mia ed incontrarmi con i ragazzetti della mia età o anche più grandicelli che abitavano in quella via, soprattutto perché certe volte alcuni di loro erano in grado di raccontare a me e a tutti quanti delle storie oltremodo vere e meravigliose. A lei naturalmente non era permesso uscire con noi, proprio perché troppo piccola, anche se a me pareva che sua madre fosse eccessivamente restrittiva in quelle le sue scelte.

            In ogni caso a me piaceva molto anche soltanto starmene per conto mio, seduto su di una pietra di quel nostro giardinetto, e magari accarezzare quella gatta che ogni tanto arrivava soffusamente a farci una visita. Le volte in cui invece cedevo per sfinimento ed andavo a casa di Elisabetta passando dai portoncini dei nostri appartamenti, trovavo lei, sua mamma e i suoi nonni che mi ricevevano, mi salutavano e poi tentavano subito di pormi delle domande un po' strane a cui normalmente evitavo di rispondere limitandomi a sorridere timidamente, fino a quando il nonno non accendeva la televisione dentro una stanza buia e con un forte odore poco piacevole, dove io ed Elisabetta ci sedevamo in un angolo. Lei qualche volta rideva dei programmi che venivano trasmessi a quell’ora, ma anche delle svariate pubblicità, e quasi sempre cercava nel buio di prendermi la mano per tenerla stretta alla sua, cosa che a me faceva quasi infuriare, anche se non davo a vederlo. In genere la lasciavo fare, anche perché pensavo che un prezzo dovessi pur pagarlo visto che noi in casa non avevamo la televisione, e quei programmi per bambini mi piacevano sopra ogni altra cosa. Ma dopo un po’ muovevo nervosamente la mano, o fingevo che fosse entrata nella stanza la mamma o la nonna, per scoprirci così come due amanti in atti amorosi. Lei allora si inventava delle cose diverse, mi diceva che voleva farmi vedere un gioco, o qualcosa del suo giardino, ed io, dopo avere sbuffato a lungo dentro di me, la seguivo senza trovare nessuna scusa per oppormi alla sua volontà.

            Il nonno regolarmente chiedeva alla sua anziana moglie di portargli un bicchiere di vino, e lei rispondeva altrettanto regolarmente e con un po' di apprensione, durante quei pomeriggi, che non poteva proprio farlo perché il vino non gli faceva altro che male. Nel vicinato tutti sapevano che il nonno era un vecchio ubriacone, ed ogni tanto qualcuno spiegava che più di una volta era stato addirittura trovato privo di sensi e riverso al bordo di qualche strada di campagna dei dintorni di Volterra. Con questo io mi spiegavo anche il cattivo odore che spesso avvertivo vicino a quest' uomo: odore di avvinazzato, dall'alito pesante, incapace oramai di stare lontano dal bere. A Elisabetta non importava un bel niente delle dinamiche familiari, e poi continuava a guardarmi come fossi stata l’unica persona presente tra quelle mura. In giardino poi mi raccontava delle cose piuttosto scontate, della gatta che passava di là, dei disegni che faceva da sola, delle merende che le preparava sua madre. Quando infine regolarmente giungevo fino al punto di non sopportare più quella situazione, io cercavo dentro di me la scusa migliore per poter andarmene via, incapace di affrontare più a lungo quei suoi discorsi e quell’insistenza con cui cercava ancora di intrattenermi.

            Mia mamma la sera mi chiedeva come fosse andato il pomeriggio dalla mia piccola vicina di casa, ed io generalmente minimizzavo, e le dicevo in due parole che ci eravamo semplicemente divertiti con qualche sciocchezza, perché non mi sentivo in grado di confessarle che non mi piaceva quella famiglia, non mi piaceva la casa dove abitavano, non mi piacevano quei loro modi, e forse attendevo soltanto che Elisabetta si facesse più grande per invitarla ad uscire insieme a me e a tutti quei ragazzi che abitavano all’interno di quel quartiere.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 20 agosto 2026

Oltre sè stessi.


            Loro quattro difficilmente escono di casa assieme, a meno che non si tratti di qualche cosa particolarmente speciale per cui si richiede la presenza al completo di tutta la famiglia. Franco peraltro non rimane mai a lungo nella loro abitazione, se non naturalmente per dormire la notte, e in ogni serata o tardo pomeriggio libero si reca subito dagli amici al solito caffè-biliardo pedalando sopra la sua bicicletta fino al centro del paese. In qualche caso va a piedi e porta con sé anche uno dei suoi bambini, e più raramente tutt’e due, anche se poi compra loro un gelato o qualche caramella e li posiziona a sedere davanti alla televisione del caffè mentre lui parla e scherza a lungo con gli amici e i conoscenti presenti. Quando invece porta solamente Marco, in certe occasioni si mette anche a giocare al biliardo, confidando sul fatto che lui è un bambino buono e tranquillo e resta per tutto il tempo seduto da una parte, nella saletta del locale dove si gioca a stecca e in cui non entrano quasi mai le donne, tantomeno le bambine. La madre Rachele esce dalle sue quattro mura soltanto per gli impegni di ordine familiare: accompagnare al mattino i suoi figli alla scuola pubblica ed andarli poi a riprendere, oppure fare degli acquisti, o più raramente lasciarsi andare ad una visita agli anziani genitori, ma in ogni caso preferendo restare a casa per tutto il tempo che le sia possibile.

            Per le passeggiate pomeridiane dei bambini normalmente invece si impegnano in sua vece la zia, per quanto riguarda Loriana, e la nonna paterna per quanto riguarda Marco, passando rispettivamente a prenderli direttamente a casa loro. Alla mamma piace molto non doversi almeno preoccupare di questo aspetto, lasciando i suoi figli in mani oltremodo fidate. Quando ancora non aveva partorito, nei primi anni di matrimonio, qualche volta si vedeva con una amica o due, ma in seguito, come spesso succede, le aveva perse di vista poco per volta, essendo ognuna di loro assorbita dalle rispettive situazioni familiari. Rachele prova spesso un gran senso nostalgico dei tempi in cui era soltanto fidanzata, quando poteva farsi accompagnare da Franco in un locale vicino ai margini del paese dove ogni sera si poteva anche ballare; riflettendoci, a volte le pareva che quello fosse stato il periodo più bello e spensierato della sua vita, anche se naturalmente aver avuto in seguito i suoi due figli resta la cosa più importante, almeno per lei. Fino ad oggi Rachele è sempre stata considerata da tutti una persona molto remissiva, in grado di mostrare sempre grande fiducia verso chiunque, e per suo specifico carattere lei ha sempre pensato che la cosa più importante per sé stessa è che nessuno tra i suoi conoscenti abbia mai avuto niente da ridire sul proprio comportamento generale.

            Qualcuno a volte l’ha giudicata eccessivamente riservata ed introversa, ma Rachele non ha mai cercato di essere minimamente differente da come appare. Qualche volta Franco la sprona ad essere maggiormente espansiva, a dichiarare con slancio le sue preferenze e le cose che le piacciono di più, ma i suoi tentativi si sono sempre dimostrati poco efficaci se non nulli. Certe volte suo marito riesce a farla ridere, tirando fuori qualche battuta spiritosa, ed allora lei ride di gusto, quasi senza riuscire a smettere, a tratti fino alle lacrime. La sua condotta morale è sempre stata impeccabile, e in ogni caso si è dimostrata ogni volta agli occhi di tutti una persona che accetta il suo ruolo e sa stare al suo posto, nella sostanza senza cambiare mai i propri modi di essere. Quando Marco si è ammalato lei ha fatto di tutto per stargli il più vicino possibile, magari sacrificandosi oltremodo nella sua maniera, decisa ma anche silenziosa, di mostrarsi sempre presente al suo capezzale, sia nei diversi ospedali dove è risultato ricoverato, sia nella lunga e travagliata degenza a casa propria.

            Qualche volta probabilmente lei ha pianto da sola sia per la fatica di sopportare lo sforzo psicologico dato dalla situazione, che per la propria incapacità nel risultare efficace a trattare con i medici e i primari che le davano notizie sulle cure per il bambino non sempre ottimistiche o come lei avrebbe tanto desiderato, ma in tutti i casi è sempre riuscita in un modo o nell’altro a ritrovare il coraggio che le serviva per andare avanti. Suo marito Franco in quei frangenti ha sempre saputo di avere al proprio fianco una moglie impagabile, ed anche se forse in vari casi non è stato capace di dimostrare a Rachele la propria riconoscenza e la indubbia solidarietà per tutti i sacrifici della moglie, sicuramente anche lui deve aver provato la forte sofferenza ed il dolore acuto di quei momenti, magari proprio mentre stava sciacquandosi la faccia da solo, davanti allo specchio del bagno di casa. I periodi anche più bui infine passano talvolta, come tutte le cose che si lasciano alle spalle, ed è il tempo stesso che rapidamente ne toglie proprio quella patina di drammaticità, anche se resta comunque la memoria di aver dovuto affrontare qualcosa persino al di sopra delle proprie forze.

 

Bruno Magnolfi

domenica 16 agosto 2026

Bambolotto.


Sto in piedi, fermo, ho soltanto quattro anni compiuti da poco tempo, eppure ho già imparato ad osservare tutto quanto ciò che mi circonda con un certo spirito critico, pensando che quasi nessuno tra coloro che conosco o che frequentano la casa dove abito sia davvero in grado di aiutarmi a crescere utilizzando i criteri giusti per un bambino proprio come sono fatto io. Mia sorella quest’anno ha iniziato a frequentare la scuola elementare, i miei genitori sono molto contenti di lei e dei suoi primi risultati scolastici, ed ogni sera, quando tutti e quattro assieme ci mettiamo a tavola per la cena, loro non fanno altro che magnificarne le gesta, in considerazione del fatto che ha già imparato a leggere e persino anche un po’ a scrivere, dilettandosi addirittura in bella calligrafia, e che la sua maestra si dimostra ogni giorno molto contenta dei suoi progressi. Forse per questo, forse anche per altri motivi che a me ora sfuggono, io non vorrei più andare all’asilo gestito dalle monache, dove mia madre insiste sempre per portarmi, nel giro mattiniero in cui accompagna mia sorella fino al suo grande edificio scolastico. L’anno scorso ci andavamo assieme io e Loriana, ma adesso questo restarmene da solo tra tutti quei ragazzetti urlanti mi è diventato del tutto insopportabile.

Stamani la mamma mi ha vestito come sempre, mi ha piazzato fermo in piedi sopra uno sgabello, e mi ha fatto infilare il mio grembiule nero con un finto fiocco al colletto, ma prima di abbottonarlo sulla schiena mi ha detto di aspettare, non so neanche perché, ed è subito andata nell’altra stanza, probabilmente per controllare qualcosa che aveva lasciato incompleto. Così io ho preso con calma il paio di forbici rimaste sul mobile accanto a me, e mi sono subito impegnato nel tagliare la stoffa di questo maledetto grembiule. La mamma è tornata prima che riuscissi a manovrare le lame in modo efficace, e lei mi ha trovato così, in preda ad una estrema e razionale voglia di distruzione, dimostrando anche senza usare le parole le mie vere intenzioni riguardo all’asilo. Certe volte lei usa degli stratagemmi, tipo rammentarmi alcune fiabe mentre mi fa indossare il grembiule, e qualche volta è riuscita nell’intento di confondermi e farmi trovare già pronto per andare dalle monache. Per questo l’abito di stoffa che sono costretto ad indossare è diventato il mio vero nemico, considerando che la mamma non mi porterebbe mai all’asilo senza questa divisa.

Così ho iniziato a piangere in considerazione dei nervi che mi dà non essere riuscito nell’intento, ma la mamma si è mossa comunque a compassione ed ha deciso che per oggi non mi avrebbe lasciato alla scuola materna, ed io sarei potuto rimanere insieme a lei per tutto il giorno. Non so, non mi piace molto stare con gli altri bambini della mia stessa età, o perlomeno non mi piace starci quando sono in molti, confusionari, urlanti, per me che sono sempre piuttosto silenzioso, mentre se avessi attorno un solo compagno o due al massimo, allora le cose per me andrebbero già bene. In ogni caso quello che preferirei è starmene per conto proprio, avere tra le mani un piccolo giochino che lasci risaltare la mia fantasia e con questo baloccarmi senza necessità di altro, come se per la mia mente quello fosse un vero traghetto verso scenari immaginari che certe volte neanche capisco da dove possono giungere fino a me. La mamma non comprende i miei atteggiamenti, probabilmente perché mia sorella è una ragazzina molto socievole, di compagnia, che sa stare con tutti quanti e non si lamenta mai, riuscendo spesso a tenere l’attenzione degli altri accesa su di sé.

Non desidero cercare di assomigliarle, e quando i miei genitori continuano a ripetere che devo prendere spunto dai suoi modi e cercare di replicare le sue maniere come fossero degli esempi positivi di cui sentirmi perfino orgoglioso, piego subito la bocca in una smorfia, e pur senza replicare proprio niente mi convinco sempre più di non provare alcun desiderio di similitudine nei confronti di Loriana, pur restando profondamente colpito da qualche sua compagna di scuola che certe volte viene in casa nostra a studiare e a giocare con lei. Naturalmente tutte queste ragazzine, una volta giunte da noi, iniziano subito a coccolarmi come fossi un bambolotto, ed io in genere le lascio fare, anche perché non ritengo di avere una personalità talmente forte da tenermi distante da loro e dalle loro maniere. Ma in qualcuna di queste bambine grandi riconosco delle doti che non so neanche spiegarmi, come fossero talmente diverse dai miei modi fare e da quelli di mia sorella da risultare affascinanti ai miei occhi; perciò, generalmente mi metto da una parte e ne studio i comportamenti e le espressioni, misurando ogni parola ed ogni gesto con tutta l’attenzione che ritengo necessaria.  

Mia mamma allora, durante questi pomeriggi, prepara per tutti una tazza di cioccolata, e a me per uno strano paragone sembra che gli anni prossimi abbiano facilmente la possibilità di rivelarsi dolci e densi come questa crema che raccolgo con il mio cucchiaino di plastica celeste, lasciando attorno a me i risolini di gusto di queste bambine, insieme naturalmente ai sorrisi della mamma.

 

Bruno Magnolfi

domenica 9 agosto 2026

Sfuggire alla logica.


            La mamma è una persona buona. A noi due che  siamo i suoi figli non ci fa mai dei veri regali, però ha la capacità di farci divertire incoraggiandoci a trascorrere il tempo con delle cose semplici che ci troviamo intorno: un cestino da riempire con dei fiorellini spontanei, apparecchiare in modo preciso la tavola da pranzo, aiutare lei a togliere le punte ai fagiolini, tenere il conto dei tortellini o dei ravioli quando, alla mattina di qualche domenica, le viene la voglia per la gioia di tutta la famiglia di prepararli e cucinarli. Non si affretta mai quando deve fare delle cose, ma adotta un ritmo che è sempre come definito, e se guarda l’orologio, che difficilmente apprezza come oggetto, è soltanto per rendersi conto che oramai è quasi l’ora del pranzo oppure della cena. Appare sempre molto precisa nelle attività di cui si occupa, ed è estremamente orgogliosa della sua manualità, tanto che i suoi lavori di cucito, che appronta quasi quotidianamente, risultano sempre perfetti, curati in ogni dettaglio. E poi difficilmente si lamenta, ed è sempre disposta con pazienza a sistemare e riordinare tutte quelle cose che qualcuno della sua famiglia ha messo in giro, senza curarsi in seguito di riporle. Io e mio fratello qualche volta la vorremmo più affettuosa nei nostri confronti, ma lei di carattere non è proprio il tipo che si lascia andare a smancerie o a slanci sentimentali verso chiunque sia.

            La ritengo bravissima nelle attività che compie, ma in quelle che invece non le interessano molto riesce a mostrarsi riottosa oltre misura, fino a far comprendere a chi le resta intorno che non ha alcun desiderio di occuparsi di ciò che non le piace fare, pur senza mai dichiararlo espressamente. Generalmente quasi nessuno la chiama per nome, escluso nostro padre, ma anche lui soltanto in determinate e rare occasioni, e lei sembra non tenerci affatto al proprio nome, tanto da apparire quasi imbarazzata quando deve andare in qualche ufficio a firmare qualcosa e a dichiarare le proprie generalità. La zia, rispetto alla mamma, praticamente ha un carattere e dei modi fare che risultano il suo contrario esatto, e forse per questo motivo non mostra mai con troppa segretezza di non stimarla molto, e spesso evidenzia di reputarla una persona un po’ troppo rustica e poi poco socievole. Ma io non credo che la mamma sia proprio così, e penso invece che ci siano delle rivalità tra loro due che probabilmente non comprendo, forse perché i loro modi di vedere e di riflettere hanno delle radici molto antiche, e quindi nascondono dei dissapori nati chissà quanti anni fa.    

            <<Rachele>>, le dice a volte la zia con un tono che si comprende benissimo voglia essere insieme sia ironico che polemico; <<posso comprare delle caramelle a Loriana se ne ha voglia?>>, ben sapendo che può comprarmi tutto ciò che più desidera o che a me dia piacere, visto che tra me e lei teniamo da molto tempo un segreto per cui niente di quello che facciamo quando andiamo in giro nel paese lo riferiamo ad altri per intero. Quando poi rientro a casa certe volte conservo in tasca un dolcetto o due per portarlo a mio fratello Marco, a cui piacciono molto le cose zuccherate, e che normalmente è risaputo non attragga dalla zia tutte quelle attenzioni che invece sono dirette a me. Poi sono nell’altra stanza della casa quando mia mamma, rispondendo ad una domanda diretta della zia che le chiede, forse solo tanto per parlare, come stiano andando in questo periodo i miei risultati scolastici, sento rispondere qualcosa che mi lascia sbigottita: <<Loriana a scuola è persino troppo brava>>, dice con il massimo della serietà, ed ovviamente questa frase mi lascia sobbalzare. Che significa essere troppo bravi? C’è forse un limite oltre il quale non ci dobbiamo spingere? Si fa un torto a qualcuno se ci piace essere diligenti, studiosi, precisi, se ci impegniamo a fondo in quello che siamo chiamati a svolgere? Resto interdetta, non avrei mai pensato che il mio applicarmi a fondo nello studio delle materie di quinta elementare diventasse quasi un peso per la mia famiglia.

            Improvvisamente mi reputo praticamente offesa da questo giudizio: con ogni probabilità la mamma nel suo essere sincera ha voluto soltanto far comprendere alla zia quanto io sia una bambina a modo, una ragazzina che non prende mai le cose senza quella serietà di cui avverte il bisogno, e che non prova alcun sacrificio nel cercare quei risultati scolastici da prima della classe. Però, se risulto persino troppo in ciò di cui sono chiamata ad occuparmi, significa che creo un disagio, forse una disuguaglianza con chi, come ad esempio mio fratello Marco, che però sta frequentando soltanto la seconda elementare, probabilmente sarà costretto nei prossimi anni a rincorrere in qualche modo quegli stessi risultati, oppure addirittura disprezzare del tutto una carriera scolastica da primo della classe che forse gli sarà richiesta, nel confronto con sua sorella troppo brava. Mi riprometto di parlarne con mia zia, o forse no, visto che neanche lei con ogni probabilità dovrebbe essere in grado di comprendere il mio attuale ed improvviso stato d’animo. Non posso essere diversa da come sono, rifletto, e poi non sono così talmente brava da riuscire a sfuggire alla logica in cui mi sono immersa.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 7 agosto 2026

Bicicletta d'occasione.


            Fuori dal caffè ci sono soltanto i soliti due o tre individui seduti sulle seggioline di plastica a fumare e a parlare del più e del meno, oltre a snocciolare qualche commento sulle poche persone che transitano a piedi per il corso del paese a quell’ora di sera. All’interno del locale invece qualcun altro segue distrattamente un programma televisivo mentre sorseggia una bibita seduto ai tavolini rotondi, e quando lui entra e chiede al cameriere di preparargli un caffè ancor prima che il barista gli rivolga la domanda classica inerente alla propria consumazione che ritiene ovviamente obbligatoria, alcuni lo salutano, ma senza entusiasmo. Nella saletta, quando si affaccia sul retro del locale, adesso ci sono solamente un paio di persone in piedi che parlano del biliardo e di qualche tiro da fuoriclasse a cui hanno assistito una volta o quell’altra, ma è sempre così nei giorni alla metà di ogni settimana. Franco saluta con parsimonia, poi, senza preoccuparsi di trovare un aggancio, spiega, mentre sorseggia il caffè, che la sua bicicletta stasera si è messa a cigolare ad ogni giro di ruota in maniera del tutto smodata, tanto da attirare l’attenzione di ogni persona per strada, mentre pedalava nel tratto da casa sua fino a lì. <<Un rumore strano>>, dice ancora; <<quasi il lamento di un animale rimasto incastrato tra il rocchetto della ruota posteriore e la catena. Un passante mi ha anche detto a voce alta che era il carter che si era piegato, così io mi sono fermato, ho controllato la catena ed ho deciso di percorrere le ultime decine di metri a piedi, lasciando la mia bicicletta ad un angolo>>.

I presenti annuiscono, senza trovare niente da eccepire, ed infine lui dice ancora che forse potrebbero riempire il tempo con una piccola partita a goriziana su di un tavolo tra quelli presenti nella saletta, ed uno dei due tizi accetta pur senza entusiasmo quella sfida, mettendo in palio però soltanto una semplice consumazione al banco. Franco non conosce troppo bene il suo avversario, ma con calma sceglie la stecca più adatta, mette il gesso sopra al puntale, sistema i birilli e procede subito con il proprio tiro verso la sponda opposta, per decidere chi deve iniziare tra i due. La biglia dell’altro si avvicina maggiormente per alcuni centimetri, e così quello inizia a giocare procedendo con il primo tiro effettivo. Lui però riprende a parlare: <<sembrava che la mia bicicletta avesse da lamentarsi di qualcosa, come se tra i pedali la sua anima gemesse per qualche torto che posso aver fatto nei suoi confronti. Invece, riflettendoci meglio, credo che qualcuno abbia sferrato una pedata al carter mentre era ferma davanti casa mia, tanto da piegare il lamierino. Ma non saprei a chi possa venir voglia di commettere un atto del genere, forse un ubriaco, oppure uno sfaccendato che non trova niente di meglio da fare che prendersela con le cose degli altri>>. L’avversario sorride mentre sceglie la traiettoria da far seguire alla sua biglia, e dopo il suo tiro, abbastanza ben calibrato, chiede: <<ma è una bicicletta di marca, costosa, un modello che possa almeno suscitare qualche invidia?>>.

Franco si concentra sul panno verde, prende una pausa, riflette a lungo ed infine dice soltanto: <<ma no: è una bicicletta da nulla, non mi ricordo neppure come l’abbia avuta, forse me l’ha regalata un amico perché non sapeva che farsene; però è proprio questo il punto principale: se è un oggetto di nessun valore, mi domando, per quale motivo prenderlo a bersaglio delle insoddisfazioni di cui puoi soffrire?>>. Poi procede con un rinquarto leggero, visto che l’altro gli ha lasciato la propria biglia e il pallino dal lato opposto del panno e dei birilli, così adesso lui deve tirare dall’altro settore cercando di fare dei punti e mettere in eguale difficoltà l’avversario. Il tiro non riesce neppure troppo bene, ed in questo modo lascia all’altro giocatore la possibilità di tirare di calcio un tiro deciso così da abbattere quasi tutti i nove birilli. Lui assume una smorfia sul viso, come per rammaricarsi della sua sbadataggine, e comunque prosegue a giocare la partita lasciando diverse volte delle buone possibilità al suo avversario. <<Senza la mia bicicletta non saprei come fare>>, riprende a dire Franco, mentre il gioco prosegue sulla stessa falsariga, lasciando in breve tempo che la partita termini con una propria modesta sconfitta. <<Per la rivincita>>, dice adesso con un moto di orgoglio, <<potremmo giocarci però un paio di bigliettoni, sperando che la fortuna passi un po’ anche dalla mia parte>>.

L’altro naturalmente acconsente subito, e lui, con la sua calma quasi ironica, inizia a sfoderare dei tiri che prima non aveva messo in mostra, tanto da guadagnarsi subito un punteggio più alto dell’altro, fino al momento in cui la partita giunge al termine e lui può raccogliere i soldi del premio. <<D’altra parte>>, dice adesso guardando l’altro negli occhi e come concludendo il suo ragionamento, <<se dovessi acquistare un’altra bicicletta perché quella che possiedo ormai è fuori uso, mi ci vorrebbero sicuramente diversi quattrini, persino se per combinazione ne trovassi una d’occasione. Perciò anche questi soldi mi occorrono proprio>>.

 

Bruno Magnolfi

martedì 4 agosto 2026

Dentro l'ascensore.


            Finalmente, con mia sorella e con i miei genitori, siamo andati ad abitare nella nuova casa, più grande dell’altra, più accogliente e luminosa, purtroppo però sistemata al quinto e ultimo piano di un palazzone comunque piuttosto nuovo. Abbiamo persino due terrazze da cui si gode una vista meravigliosa, e possiamo utilizzare persino l’ascensore, anche se a me fin da subito mette un po’ di paura. Adesso però posso dormire in una stanza per conto mio, senza l’impiastro di mia sorella tra i piedi, anche se inizio quasi subito a fare dei sogni piuttosto strani, che con l’andare delle settimane e dei mesi certe volte si trasformano in dei veri e propri incubi. Succede che salgo da solo nella cabina chiusa dell’ascensore, e questo, dopo aver premuto un pulsante, inizia a salire, senza più fermarsi, fino a quando mi accorgo che ho perfino superato il tetto del nostro palazzo, ed il macchinario risulta sorretto soltanto dai binari di ferro in cui scorre, senza nient’altro attorno, fino al punto in cui, senza che io possa evitarlo, si ferma d’improvviso nel niente, lasciandomi lì, al chiuso e nel nulla, in balia di qualcosa del tutto superiore alle mie forze di ragazzino. Altre volte invece l’ascensore inizia a muoversi in orizzontale ed aumentando vertiginosamente la propria velocità, fino a portarmi chissà dove, incapace come sono nel poterlo fermare, e anche del tutto impossibilitato a chiedere aiuto.

            In casi diversi, pur di evitare di entrare di nuovo in quella cabina, mi calo dalla terrazza utilizzando una robusta corda provvidenziale fissata alla ringhiera e di una lunghezza che raggiunge comodamente la strada sottostante, ma quando mi trovo oramai a mezza altezza, mi rendo conto di non riuscire più a sorreggermi con le mani ed i piedi, al punto che in un attimo di disperazione afferro la ringhiera della terrazza più in basso, accorgendomi subito che quell’ appartamento risulta però chiuso e inutilizzato, mentre la corda d’improvviso sparisce, lasciandomi prigioniero di pochi metri quadrati. Sono sicuro che da qualche parte qualcuno sta ridendo di me, delle mie difficoltà e anche delle mie paure, ma non posso farci un bel niente, se non accettare la sorte che mi è toccata. Quando posso, salgo le tante rampe di scale a piedi, anche se è una gran fatica, e per scendere però mi sono ripromesso di non prendere mai l’ascensore, neppure se sono in compagnia di qualche altra persona. Un’altra volta salgo là sopra per raggiungere l’appartamento dove abito, ma immediatamente mi prende una specie di tremarella, e quando finalmente la cabina giunge al mio piano, scopro di non riuscire più a trattenermi e così mi bagno i calzoni e le scarpe pisciandomi addosso.

            Per nessun motivo parlerei dei miei problemi e delle mie paure con altri, tantomeno con mia madre o mio padre; perciò, sono continuamente ad inventare qualcosa per evitare l’ascensore e per usare quasi esclusivamente le scale, anche se quotidianamente ho da portare con me il peso dei libri scolastici. A questo proposito cerco di avere sempre con me in classe soltanto lo stretto necessario, facendomi riprendere dal mio maestro quando scopre che mi manca tutto ciò che secondo lui sarebbe mio dovere avere con me. Al posto del diario che usano tutti, io ho dei semplici foglietti volanti su cui annoto le cose del giorno, trascrivendole a casa in bella calligrafia sul vero diario che possiedo e che tengo rigorosamente dentro lo sportello del mobile dove ripongo tutti i miei oggetti personali. Se potessi farlo i libri mi piacerebbe strapparli in gruppetti di poche pagine, soltanto quelle che servono in quei giorni di insegnamento, ma per non correre il rischio di essere punito per averli rovinati spesso non li porto affatto, adducendo per scusa una sbadata dimenticanza. Persino l’astuccio per le matite con me è diventato piuttosto minimale, riducendo tutto quanto ad un lapis ed una semplice penna a sfera, lasciandomi prestare dai compagni ciò che eventualmente possa servirmi ogni volta.

            In qualche caso il maestro mi ha guardato perplesso durante i miei conciliaboli con gli altri scolari, ed io gli ho fatto capire che in famiglia siamo talmente poveri da non potermi permettere l’astuccio, la riga, la squadretta, i quaderni, tantomeno l’album per i disegni, limitandomi a portare con me un semplice foglio bianco che rendo utile per tutto quanto. In certe domeniche mattina esco con mio padre e con mia sorella per fare una passeggiata nelle vie del paese o nel parco vicino, e forse la fobia dell’ascensore tende a passarmi in quei casi, accorgendomi di come sia naturale per loro salire là sopra e premere il giusto pulsante. Ma in seguito, nei miei sogni ricorrenti, sono sempre da solo in quella maledetta cabina chiusa, trovandomi ogni volta in balia dei cavi d’acciaio che sopra e sotto di me, all’interno dei muri dove scorrono i meccanismi elettrici che fanno muovere tutto quanto, agiscono in maniera sempre differente e imprevedibile rispetto a quella che vorrei. Ci vorranno degli anni per superare tutto questo, me ne rendo conto ogni giorno, anche se sono sicuro che non riuscirò mai del tutto a sentirmi tranquillo una volta chiuse le porte della cabina dell’ascensore.

 

            Bruno Magnolfi  

venerdì 31 luglio 2026

Bei tempi.


            Con la nonna andiamo a camminare lungo la strada principale del paese, tenendole la mano io da un lato e mio fratello Marco dall’altra. La mamma ci ha vestito a festa, è una domenica di primavera inoltrata e noi siamo contenti di farci vedere dai nostri concittadini che si fermano a salutare la nonna e a fare i complimenti a noi due. Mio fratello ha soltanto tre anni e mezzo, ed è un po’ buffo e cicciottello, sempre accigliato, con i capelli corti a spazzola sopra la sua testa, e porta un paio di calzoncini corti con le ginocchia in vista anche se la temperatura dell’aria non è neppure troppo alta. Però oggi c’è il sole, e a me hanno messo sulla testa un cappello a larghe tese, tanto che mi sembra di apparire come una signora del bel mondo così abbigliata, nonostante non sappia ancora che cosa questa espressione significhi con precisione. Poi ci sediamo sopra ad un basso muretto, e la nonna insiste per farci fotografare da un tizio con la cravatta che sta lì ad aspettare dei clienti sia per immortalarli con lo sfondo della vallata verde e collinare all’intorno, sia con le mura di antiche pietre gialle che circondano l’abitato in quella zona. Negli anni a seguire questa foto in bianco e nero sarà l’unica di quel periodo che ci ritrae insieme, a me e al mio fratellino.

            Con lui cerco sempre di essere protettiva, come continua a ripetermi la mamma, così cerco spesso di prenderlo per mano e di guidarlo verso un luogo oppure l’altro, anche se lui non sembra mai contento di avere la mia presenza intorno a dirgli cosa fare, dove andare, e come comportarsi. Infine, ci sistemiamo per bene, ed anche se la nonna vorrebbe che si stesse più vicini in un gesto di unità familiare tra di noi, in realtà ognuno sembra stare là seduto un po’ per conto proprio, senza alcun atteggiamento che potrebbe apparire appiccicoso e anche un po’ falso. Il fotografo sistema con calma il cavalletto a tre zampe sul selciato e poi ci osserva a lungo attraverso l’obiettivo del suo macchinario, fino a quando finalmente si decide a far scattare qualcosa di quel suo meccanismo e così noi finalmente siamo liberi di tornare a muoverci come più ci piace. La nonna è una persona buona e forse piuttosto sempliciotta, come dice la mamma: le piace molto portarci in giro per Volterra e fermarsi a chiacchierare con tutte le persone che conosce, anche se a noi vengono a noia le sue lungaggini piene di discorsi poco importanti e secondo me solo di circostanza. Quando torniamo a casa sua, apre sempre una scatola di latta dove tiene dei biscotti, e ce ne offre uno o due, come se costituissero la cosa più preziosa che possiede.

            A lei piacciono molto le fotografie; dice che servono per ricordarsi in seguito di qualche momento particolare o di certe situazioni più piacevoli. A me non piace per niente stare in posa ad aspettare che qualcuno faccia scattare il congegno per quei ritratti che la nonna quasi ci costringe a farci fare, e a mio fratello penso anche di meno, però non ci opponiamo mai perché immaginiamo che un motivo piuttosto importante per sottoporci a questa attività così noiosa ci deve pur essere, o almeno così crediamo. Poi la nostra passeggiata con la nonna prosegue fino a quando lei ci fa servire in un locale un piccolo cono gelato che presto inizia a sciogliersi e naturalmente ci imbratta tutte le mani di cioccolato e anche di crema. Così andiamo ad una fontanella e ci ripuliamo per bene, con l’aiuto di un provvidenziale fazzoletto e di tanta pazienza. Marco non si lamenta, a lui basta essere lasciato in pace, ed anche se si fa fare tutto ciò di cui ha necessità, si comprende benissimo la sua scarsa tolleranza per ogni attività che a lui è richiesta.

            La nonna a volte ci parla di un cane che possedeva quando era più giovane e noi non c’eravamo ancora, un piccolo cane bianco molto intelligente e sveglio, e a noi forse dispiace non averlo conosciuto, anche se siamo molto contenti quando ce ne parla. Però si vede che a lei dispiace tanto ricordare quando morì per uno stupido incidente. Perciò non insistiamo a farle delle domande o a chiederle ancora cosa lui facesse e come si comportava, perché a lei piacciono tanto gli animali, e si vede che ci soffre quando soffrono loro. Dietro casa sua ha un piccolo giardinetto dove tiene una gabbia enorme per allevare tutti gli uccellini che cadono dal nido ed ancora non riescono a volare. Tutti coloro che la conoscono portano a lei questi animaletti, perché sanno che ci sa fare, e con lei sono senz’altro in mani buone. Difatti li cura, li accudisce, e se si accorge che per qualche motivo stanno malvolentieri nella gabbia dove li tiene, allora li lascia liberi, e sembra ci sia stato qualcuno che addirittura è tornato indietro a farle visita, almeno così racconta lei. La nonna è molto affezionata a mio fratello Marco, forse solo perché quando era giovane ha avuto soltanto figli maschi, e quindi adesso probabilmente lui le ricorda i bei tempi passati.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 28 luglio 2026

Intemperanza.


            Certe volte si soffermava a guardare lontano. Non che avesse nella testa delle grandi idee da elaborare, però gli piaceva in quei casi perdersi in qualcosa che non riusciva mai del tutto a identificare e immaginare, come se una spessa foschia scendesse ad inebriare la sua mente e lo tenesse all’interno di una specie di ovattata intimità. In alcuni casi non era neppure troppo contento quando qualcuno, per un motivo o per l’altro, lo interrompeva in quella totale inattività, magari chiamandolo per nome o semplicemente toccandogli un braccio e riportandolo così all’improvviso alla cruda realtà. Gli altri a suo parere non avrebbero mai potuto comprendere che cosa c’era di così importante per lui nell’osservazione di quel punto lontano, addirittura oltre qualsiasi curiosità per tutte quelle persone che generalmente conosceva e frequentava. Probabilmente non avrebbe saputo spiegarlo a parole neppure a sé stesso, però era come se lui si sentisse sicuro che laggiù c’era il proprio rifugio personale, una tana segreta in cui riparare ogni volta che per qualche motivo ne avvertiva la necessità. Sorrideva, tornando di colpo nel mondo reale, come per togliere ogni importanza al suo sguardo perso nel niente, e forse per dimostrare a chiunque che il suo era soltanto un momento di debolezza, praticamente una semplice e sciocca riflessione mentale di nessuna importanza.

            Gli piaceva peraltro stare in compagnia delle persone che più conosceva, prendere in giro qualcuno usando delle espressioni composte generalmente da poche parole, e se era il caso diffondersi in spiegazioni sui propri ricordi di un passato recente o sulle cose che maggiormente conosceva, tutti elementi che però riuscivano spesso efficaci nel mettere in mostra per confronto i piccoli difetti o le semplici convinzioni di qualcuno tra quanti lo stavano ad ascoltare. Non rideva quasi mai, eppure gli piaceva quando qualcuno comprendeva appieno le sue battute di spirito e si lasciava andare a qualche risata sguaiata. Con sua moglie, quando erano soli, si faceva generalmente più serio, e quando qualche volta gli veniva da esprimere una battuta di spirito a lei particolarmente gradita, la lasciava ridere a lungo compiacendosi della propria dote di intrattenitore e di umorista pur senza mostrarsi mai troppo come tale. Anche sul lavoro oscillava regolarmente tra la leggerezza di qualche espressione simpatica e la serietà sempre richiesta per affrontare con impegno i propri compiti.

            Rispetto alle persone più estrose che conosceva e che frequentava, secondo lui alcuni erano criticabili sempre e comunque in un modo piuttosto palese, pur senza mai esagerare, tanto da usare addirittura delle parole un po’ ironiche per definire questo individuo di turno oppure quell’altro, ma per coloro che invece per qualche motivo si salvavano dal suo giudizio inflessibile e un po’ tagliente, si mostrava persino attratto e affascinato da certe loro maniere di essere e di comportarsi. La sua critica il più delle volte appariva fine e leggera, evidenziando anche l’uso costante di un certo sarcasmo, ma nel momento in cui era lui stesso ad essere attaccato dallo spiritoso giudizio di altri, allora si prestava malvolentieri a questo gioco, sottraendosi rapidamente ai discorsi che lo riguardavano con una scusa o con l’altra. Non gli piaceva mai stare troppo sulla difensiva, e in tutti quei casi era solito cambiare rapidamente discorso oppure allontanarsi decisamente dal gruppo di amici che lo stava prendendo di mira. Mostrava il suo solito sorrisetto disimpegnato, certe volte, come a togliere qualsiasi importanza agli argomenti forniti per ridere alle sue spalle, evitando in questa maniera di dare ulteriore spago a tutti coloro che provavano il desiderio di prenderlo in giro.

            Generalmente non gli piaceva camminare per strada da solo come a mostrarsi un po’ sfaccendato, e in ogni caso, nel momento in cui attraversava le strade e i marciapiedi della sua cittadina, si fermava volentieri a scambiare qualche parola con chiunque gli sorridesse o lo salutasse, come ci fossero sempre in ballo con qualcuno delle cose importanti di cui trattare, nonostante ogni incontro fosse naturalmente del tutto casuale. Certe volte parlava di politica con tre o quattro amici, pur in maniera superficiale, e i suoi argomenti erano spesso sviluppati con certe parole e con delle espressioni a suo parere del tutto oggettive, come se la propria opinione fosse già stata approvata preventivamente da un ente superiore a lui stesso, e che quindi non fossero permesse delle grandi disapprovazioni. Le sue frasi parevano a volte quasi inclassificabili, ed il proprio parere in questa maniera sembrava quasi sfuggire da ciò che diceva. I presenti lo interrompevano naturalmente con le proprie opinioni, ma lui subito dopo proseguiva con tono obiettivo, come per dimostrare che la semplice verità di cui si faceva portatore era addirittura al di sopra di qualsiasi altro argomento.

            Qualcuno, qualche volta, alzava le spalle, oppure faceva anche un gesto di intolleranza nei suoi confronti, ma in quei casi lui quasi mai interrompeva il proprio argomentare, insistendo ancora sui medesimi concetti, pur senza mai alzare la voce o dare segni di intemperanza, atteggiamenti che in qualche caso capitavano invece a chi discuteva con lui, mostrando a tutti la debolezza di perdere facilmente le staffe di fronte ai suoi modi.  

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 23 luglio 2026

Buona memoria.


            Nei primi giorni che seguirono la data del nostro matrimonio, e dopo il breve viaggio di nozze che si fu in grado di permetterci, mio marito era sembrato adattarsi piuttosto bene alla sua nuova vita, al nostro nuovo appartamento semi ammobiliato che avevamo preso in affitto, ed anche alla compagnia di una moglie giovane come me che attendeva spesso il suo ritorno dal lavoro, affacciata alla finestra del primo piano della palazzina dove abitavamo, come immaginavo fosse del tutto naturale. Ma dopo poco lui disse che aveva da parlare di lavoro con qualcuno, e che per questo motivo sarebbe uscito quella sera per incontrarsi con una certa persona in un caffè del centro. <<Torno presto>>, aveva aggiunto, e così, una volta consumata la cena, si cambiò ed uscì da casa, premendo con calma sui pedali della sua bicicletta lungo la strada quasi deserta. Effettivamente non tornò neppure troppo tardi, ma dopo pochi giorni mi fece capire che per lui uscire da casa e frequentare quel caffè dove si incontrava con gli amici per chiacchierare, prendere accordi di lavoro, giocare a carte o a biliardo, era del tutto normale, lo aveva sempre fatto, al punto che la domenica successiva, prima di fare una breve passeggiata tra le vie della nostra cittadina, portò anche me in quel locale a bere qualcosa, soprattutto credo per presentare a quei suoi conoscenti la propria moglie.

Nel giro di poche settimane, come avevo subito sospettato, Franco iniziò ad uscire con regolarità ogni sera, senza più neppure accampare delle scuse o dire qualcosa a riguardo, semplicemente prendendo la sua giacca e lasciandomi con un bacio frettoloso. Io non dissi niente, in fondo a me non dispiaceva neanche troppo rimanere da sola per qualche ora: generalmente nelle serate portavo avanti qualche piccolo lavoro di cucito che mi procurava tanta soddisfazione, mentre distrattamente ascoltavo a basso volume qualche trasmissione della radio, senza preoccuparmi d’altro. Credo non fosse qualcosa di male quello starsene ciascuno per proprio conto, anzi, a mio modo di vedere, la libertà di occuparsi ognuno delle cose da cui eravamo maggiormente attratti mi sembrava come una manifestazione di fiducia l’uno verso l’altra che forse poteva addirittura rafforzare il nostro matrimonio. Così non trovai niente in contrario nei confronti di quel comportamento, ed anche se di seguito iniziai qualche volta ad uscire nel pomeriggio con le mie amiche di vecchia data, evitavo di dirlo a mio marito, visto che tanto Franco era impegnato in quelle ore con il suo lavoro, immaginando comunque che a lui non desse alcun fastidio il mio reciproco bisogno di parlare e di confrontarmi con delle altre persone, anche se quando poi rientrava a casa evitavo l’argomento e gli lasciavo credere che fossi stata tra quelle quattro mura per tutto il giorno.

Ma quando casualmente mi incontrò per strada insieme a due ragazze insieme alle quali in quel momento stavo ridendo per delle sciocchezze che loro raccontavano, vidi subito la sua espressione rabbuiarsi mentre si avvicinava, ed anche se non mi disse niente soffermandosi con la sua bicicletta soltanto un momento per un semplice e generico saluto, io compresi perfettamente la sua contrarietà. Più tardi a casa sembrava addirittura evitare di parlarmi, ed io naturalmente cercai di tenere un comportamento il più possibile normale nei suoi confronti, proseguendo ad occuparmi delle mie cose come sempre facevo. La faccenda proseguì addirittura per alcuni giorni, fino a quando mio marito disse ad un tratto che non era contento che io andassi a giro con le amiche come se non fossi una donna ormai sposata, ed io con semplicità abbassai lo sguardo e non replicai in nessuna maniera. La soluzione a mio parere stava già nei fatti: se lui proseguiva ad uscire la sera per incontrarsi con gli amici, allo stesso modo, quando ne avevo voglia, io mi sentivo nel diritto di frequentare le mie conoscenze, senza che ci fosse da affrontare alcuna discussione in merito. Però nel periodo seguente cercai di essere piuttosto attenta, evitando un nuovo incontro come già era avvenuto, e le cose devo dire filarono via lisce, tantopiù che certe volte uscivo anche con mio fratello, e poi naturalmente andavo spesso a far visita ai miei anziani genitori.

In ogni caso penso che non aver dato a mio marito in quel caso alcuna risposta, e non essermi ripromessa qualcosa di cui in seguito mi sarei probabilmente pentita, fu motivo per far comprendere a Franco l’assurdità delle sue riflessioni, tanto più che niente mi si poteva rimproverare sia nel mio comportamento di moglie che di futura madre. Lui non tornò più sull’argomento, e secondo me dovette digerire poco per volta ciò che si era manifestato evidente ai suoi occhi, anche in considerazione del fatto che io non avevo mai detto una sola parola di contrarietà circa i comportamenti da lui tenuti. In seguito, accaddero altre cose importanti, ma fu solo dopo che rimasi incinta, peraltro senza che avessimo volutamente cercato un evento di quel genere, che iniziai a comprendere quanto quel paio d’anni in cui avevo proseguito a vedermi con tutte le persone che conoscevo erano stati comunque un bel periodo, qualcosa di cui conservare una buona memoria.

 

Bruno Magnolfi