venerdì 22 maggio 2009

L'uomo di potere.



La decadenza dell’uomo di potere iniziò quando nessuno se lo sarebbe aspettato. Furono le sue improvvise incertezze a decretarne il cambiamento, proprio quando serviva decisione e determinazione. Lui si era guardato in uno specchio, e si era visto invecchiare più velocemente di quanto si aspettasse, soprattutto perché aveva considerato la conduzione della sua vita sempre un po’ sopra le righe, essenzialmente al di fuori di certe logiche da persona borghese e ordinaria. Adesso si era dovuto rendere conto che qualcosa, nel suo percorso di figura di spicco e di personalità di riferimento per gli altri, per coloro con i quali era sufficiente qualche giochetto di sguardi e qualche frase azzeccata per riuscire a tenerli nel pugno, bene, qualcosa gli era sfuggito. Certo, per sua natura gli veniva istintivo ribellarsi agli accadimenti che non andavano per il verso che lui aveva voluto o previsto, però si sentì stanco, in quel preciso momento, solo, privo di quella volontà che lo aveva sempre infiammato. Uscì di casa, soprappensiero, l’uomo di potere, forse abbassando le sue difese nutrite di sospetto per chiunque, e di accortezza verso qualsiasi particolare. Entrò nella sua auto in modo meccanico, come compiendo un gesto rituale, alla stessa maniera con la quale girò la chiavetta di accensione del motore. Fu tutto in quell’attimo, proprio in quel preciso momento, quando probabilmente comprese il suo errore, la sua debolezza, la fine, proprio lo stesso momento in cui il primo giro del motore, già manomesso e minato, innescò l’esplosione dentro alla macchina, frantumando con lei il suo occupante, e sparando nell’aria tantissimi minuti coriandoli assurdi, spengendo così ogni altro pensiero e qualsiasi volontà di riscatto.

Bruno Magnolfi


martedì 19 maggio 2009

Di rosso e di nero.



Quando arrivai nella saletta di attesa, superata la rampa di scale di marmo, c’era solo una persona seduta sulla poltroncina di stoffa color dell’avorio. La segretaria uscì dal suo ufficio per chiedermi con chi avessi l’appuntamento, poi mi disse che c’era un po’ da aspettare. Arrivarono altre due persone, parlando tra di loro a voce alta; salutarono il terzo e poi continuarono a conversare di arte, di editoria, di direttori di riviste e di altre conoscenze che vantavano. Mi sorrisero, chiesero se volessi sedermi, poi continuarono con i loro argomenti. La saletta era chiara, il pavimento lucido, la segretaria continuava a dar corso alle sue telefonate, ed i tre a parlare e a scambiarsi opinioni e informazioni. Con i loro discorsi e i modi di fare, mi ricordavano vagamente qualcuno, una persona che avevo conosciuto tanti anni prima, un venditore di enciclopedie evoluto, come mi piaceva chiamarlo, che all’epoca trattava certi lavori di grafica, peraltro con ottimi risultati. Ricordavo che aveva un’opera di Vinicio Berti dentro al suo ufficio, un quadro spruzzato di rosso e di nero che campeggiava sul muro dietro alla sua scrivania. Dopo una buona mezz’ora fui ricevuto. L’editore fu molto simpatico, disse che si aspettava una donna, peraltro molto più giovane di me, a giudicare dai temi e da come era scritto quel mio romanzo. Spiegò che il lavoro era buono, però lui non era convinto. Parlò molto, inanellando parecchi argomenti importanti, poi, prendendosi una pausa per rispondere a una chiamata, io ebbi modo di guardare in modo più attento sul muro dietro di lui. Su quel muro c’erano tre grandi quadri; tre grafiche spruzzate di rosso e di nero, e il nome che risaltava sul fondo di ognuno era per me inconfondibile: Vinicio Berti, non poteva essere in alcun altro modo.

Bruno Magnolfi


domenica 17 maggio 2009

Il segno.



Adriano faceva il camionista da trent’anni. Aveva visto gli autotreni su cui aveva imparato il mestiere sostituiti da altri autotreni più moderni, più potenti, più comodi, più facili da guidare, ma quel suo lavoro gli sembrava non fosse cambiato mai. Affrontava due viaggi alla settimana, uno a Parigi e uno a Barcellona, invariabilmente. Soltanto il sabato e la domenica, di solito, dormiva a casa sua. Di Barcellona e Parigi non aveva mai visto niente, solo le zone industriali sparse nelle periferie delle due città, dove andava a scaricare e a caricare. Il resto era autostrada, tutta uguale. Si era fermato all’area di servizio per mangiare, aveva seguito il percorso dentro al self-service facendo scivolare il vassoio lungo il nastro metallico, aveva scelto un piatto di pasta, della frutta, del dolce e un bicchiere di vino rosso; avrebbe poi preso un caffè al banco del bar, prima di ritornarsene in cabina di guida e affrontare un’intera notte di autostrada illuminata soltanto dai fari del suo camion. Al tavolo si era seduto da solo, come da solo era abituato a trascorrere tutte le ore del suo lavoro, ma proprio di fronte a lui, ad un tavolo vicino, c’era il ragazzo che aveva intravisto nell’area di servizio dove aveva riempito il serbatoio di carburante, qualche centinaio di chilometri indietro, che in solitudine e senza neppure un cartello con su scritta la sua destinazione, come era usuale, faceva l’autostop. Lo aveva ignorato, quando lo aveva visto, come era normale nel suo lavoro, ma era rimasto colpito dal suo viso un po’ triste, un po’ dolce, dalla sua espressione rassegnata, rassegnata come a qualcosa che non poteva evitare. Gli aveva fatto un cenno, e lui aveva ricambiato il suo saluto. Avrebbe voluto chiedergli dove era diretto, forse dargli una mano in quel suo viaggio, ma troppe distanze erano di mezzo tra loro. Quando riavviò il motore del camion, dopo il caffè, dopo quel filo di coraggio che occorreva, i fari e la strada lo riassorbirono con la concentrazione di sempre alla guida, e tutto fu lasciato alle spalle. Adriano non seppe mai spiegarsi perché, ma per anni ricordò quel ragazzo, quel suo viso dolce e un po’ triste, come di una persona importante nella sua vita, che senza avergli parlato, senza avergli spiegato niente di sé, ugualmente gli aveva lasciato un suo segno.

Bruno Magnolfi




domenica 10 maggio 2009

La sequenza.



            Dopo molte incertezze, intuizioni, tentativi, anche la sequenza di posizioni era stata messa insieme, ed adesso non restava che “montare” il meccanismo e riprovare tutto da capo. Quasi tutti i bambini di quella quinta classe per tutto quel periodo erano stati attenti, partecipi, propositivi, esclusi i soliti due o tre per cui quello che facevamo era una cosa assurda e basta. La sequenza ritmica era basata su suoni elementari, legno, vetro, metallo, battito delle mani, voce, esclusi due rudimentali strumenti, una scatola di latta tagliata e circondata da un filo metallico che pizzicato dava un suono ronzante e prolungato, e una scatola di cartone chiusa, dove, nel suo interno, degli elastici vibravano in modo sordo e sfumato. Le lunghe strisce di carta riportavano i simboli degli strumenti che ognuno usava, e via via che venivano fatte scorrere ogni bambino interveniva con il proprio suono, a volte accoppiato ad altri suoni, a volte sovrapposto alla voce. I cinque che battevano le mani, anche loro seguendo la sequenza come gli altri strumenti, di fatto ampliavano al massimo il loro gesto, facilitando la loro sincronizzazione e sottolineando in questo modo la cucitura di ogni fase che teneva in qualche modo insieme tutto quanto, non essendoci un ritmo riconoscibile ma solo un percorso di suoni dentro al tempo. Maurizio, che con la sua voce roca e il suo comportamento disattento e un po’ violento disturbava regolarmente tutti quanti, fu insignito del ruolo di direttore, impegnandolo a fondo in questo modo nel far rispettare il giusto tempo con cui interpretare la sequenza. La coordinazione con i sei danzatori era fondamentale. Si trattava di seguire un’altra sequenza di posizioni coordinate con i suoni, però usando movimenti plastici, morbidi, ed ottenere questo era risultato un po’ più complicato. Quando fu deciso che c’era la necessità di vestirsi con dei costumi per immedesimarsi bene nella coreografia, furono portati da casa gli involucri di carta metallizzata delle uova di pasqua appena trascorsa, e l’effetto fu meraviglioso, in quanto il fruscio continuo ed entrante che provocava la carta dette un risalto perfetto a tutto l’insieme. Quando tutto fu portato a compimento eravamo tutti soddisfatti, ma siccome era stato il percorso intrapreso che soprattutto ci era piaciuto, decidemmo di non esibirci in alcun spettacolo finale, e l’unica traccia di tutto il lavoro fu una registrazione filmata di quanto era stato fatto, e di quella ogni bambino se ne portò a casa una copia con l’avvertenza di farne esattamente quello che riteneva più opportuno.

            Bruno Magnolfi


giovedì 7 maggio 2009

Solitudine.



La donna era scesa al bar per prendersi un caffè. Con lentezza aveva osservato a lungo i presenti, poi aveva pagato ed era uscita. Lungo il marciapiede tutte le persone che incontrava le sembravano dei nemici. Non nel senso che quei passanti volessero il suo male, ma nemici con la loro indifferenza, con il distacco, con l’evidente volontà di ognuno di essere estraneo a tutti gli altri. Forse lei avrebbe avuto bisogno di parlare, di scambiare con qualcuno le sue idee, le sue preoccupazioni, ma sopra a quel marciapiede era come se fosse stata da sola. Mise la chiave nel portone e ritornò in casa, nelle sue stanze solitarie. Si sedette al tavolo e giocherellò con i fiori secchi dentro al grande vaso sopra al tavolo. Poi si alzò, prese con calma quel vaso con tutti i fiori secchi e si accostò ad una finestra. Attese l’attimo in cui non passava nessuno in strada, sopra al marciapiede, e poi lo lasciò andare. Non passò molto, e qualcuno salì le scale di corsa fino al terzo piano, ma lei, che aveva lasciato la porta socchiusa, si fece trovare seduta, tranquilla, senza un’ombra di pensiero.

Bruno Magnolfi



martedì 5 maggio 2009

L'attesa.

         

            Sul mare, in quella giornata di sole, tutto appariva più bello, anche i pensieri tristi, anche gli elementi spiacevoli degli ultimi tempi. Le avevano fatto una bella festa i colleghi per il suo ultimo giorno di lavoro all’ufficio postale, ormai quasi un anno fa, e spesso le tornava a mente, ma ritrovarsi in pensione con tutto quel tempo libero da riempire in qualche modo per lei era stato più difficile di quel che aveva previsto. Si era seduta su di una barca capovolta ad osservare l’orizzonte fermo, ad ascoltare quel ritmo sonnacchioso delle piccole onde di risacca, e i suoi pensieri fluivano via leggeri, come sempre. In fondo vivere da sola  aveva i suoi vantaggi, pensava. Passeggiare, riflettere, tutte cose attorno alle quali sviluppava spesso le sue giornate, attività che ormai conosceva anche troppo bene. Se n’era andata anche Ernesta, la sua amica di sempre. Suo marito era rientrato in casa e l’aveva trovata così, seduta sulla sua poltrona dove le piaceva leggere il giornale, con ancora il sorriso sulle labbra, aveva detto. Ma a quello non doveva pensarci, altrimenti le veniva la malinconia.
Il mare era bellissimo in primavera a quell’ora del mattino, quando la sabbia umida dell’arenile pareva lisciata dalla notte, e l’acqua trasparente un elemento quasi immobile, rimasto così da sempre. Lei camminava ed osservava. Abitava da sola, non aveva mai avuto un marito; e adesso quella solitudine era prepotente, le dettava tempi e modi, la faceva sentire trascinata via dalle giornate, senza che potesse farci niente. Certe volte aveva trovato qualche oggetto interessante sopra al bagnasciuga, piccole cose arrivate lì chissà da dove, portate dal vento e dalle correnti: sugheri sagomati usciti dalle reti dei pescatori, statuette di legno intagliato sciupate dall’acqua e dal sale, bottiglie di vetro vuote, senza alcun messaggio. Le piaceva trovare quegli oggetti, era come immaginare la presenza di qualcosa di vivo, un piccolo contatto con qualcuno che aveva adoperato quelle cose, e poi le aveva perse, come spesso succede nella vita.
Si sentiva importante quando lavorava all’ufficio postale, tutti la conoscevano e la salutavano, e poi c’erano quegli anziani silenziosi in fila a ritirare la pensione: non avrebbe immaginato che tutto finiva un giorno, stupidamente, con la festa dei suoi colleghi. C’era una scatola insieme ad un ciuffo d’alghe, lì sulla riva, una piccola scatola di legno forse per tenerci le matite, come si usava tanto tempo fa. Pareva un quadro surrealista, una natura morta fatta di conchiglie, sassolini colorati, fili d’alga e quel bordo bianco di spuma di mare che arrivava a tratti, lì vicino. Era bella quella scatola, ma adesso le dispiaceva sciupare quel quadro ben composto, quell’immagine così ben fatta. Pareva come la sua vita, dove ogni elemento era scorso via bene, nella maniera giusta, se non ci fosse stata quella maledetta solitudine di adesso.
Infine prese la scatola: era bella, di legno scuro, l’aprì. Non c’era niente dentro, solo un po’ d’acqua e dei granelli di sabbia, ma sotto al coperchio c’era scritto un nome, il suo. Certe volte la vita fa dei giri strani, pensò. Certe volte va a rinchiudersi in luoghi scuri, da dove sembra impossibile possa ancora avere un senso, però bisogna aprirli quei contenitori, scoprire ciò che è rimasto dentro nell’attesa. Con la mano tolse la sabbia appiccicata sopra al legno e mise via la scatola dentro la sua borsa. Guardò il mare e pensò che ormai lo conosceva bene, lo aveva osservato a lungo persino troppe volte. Doveva fare altre cose, forse dipingere, forse aiutare gli altri, trovare un senso a quel vuoto che adesso la martellava prepotentemente; questo le indicava la realtà, questo le dicevano gli oggetti attorno a sé: l’attesa era finita, ora stava a lei reagire.


            Bruno Magnolfi

domenica 3 maggio 2009

La mano vera.

            

            Fuori da qui c’è il mondo, lo so, me lo hanno già detto in tutti i modi possibili. Ma quando io guardo questa mia mano so di stare bene, di non avere più bisogno di nient’altro, neppure di uscire da questa stanza. Nella mia mano c’è tutto il potere di cui ho bisogno, nella mia mano c’è tutto il mio mondo, il resto mi è estraneo, e anche se non mi fa paura, però mi rimane indifferente. La mia mano si muove, accoglie, stringe, è capace di essere benevola, o dolce, oppure violenta, ma questo no, non si può fare. Il dottore lo ha detto tante volte, devo dimenticarmi della mia mano, devo guardarmi attorno, guardare le altre persone, le altre mani di tutti gli altri. Io sorrido, dico sempre che ha ragione, ma so che lui non ha capito, perché pensa alla mia mano come ad una mano qualsiasi, ma non è così. La mia mano è forte, ma sa anche essere dolce, accarezzare i petali dei fiori, per esempio, prendersi cura di me, dei miei oggetti, dei miei capelli, a volte, e lisciarli all’indietro in un solo gesto distensivo. Quando mi amputarono il braccio, dopo l’incidente, non lo sapevo, forse non potevo neanche immaginarlo, che quello era il braccio della mano superflua, di cui non mi interessava un bel niente. Però, fu solo in quel momento che riuscii a comprendere tutto della mia mano, di quella vera, quella da cui nessuno mi separerà mai.

    Bruno Magnolfi