lunedì 30 gennaio 2017

Variazioni attese.

            

Adesso guardo dentro di me e non vedo niente, dice lui al suo amico. In fondo non posso neppure stupirmi troppo di tutto questo, in quanto non ho mai fatto quasi nulla per una mia pur sacrosanta esigenza personale, nulla che mi prendesse davvero fino in fondo, ed ho sempre lasciato al contrario scorrere le cose per proprio conto, semplicemente per indifferenza, senza mai interromperle, senza mai chiedermi se dovessi o meno tentare di cambiarle.
Non c'è niente di male, dice l'altro; guarda me: anche io non mi preoccupo di nulla, ed ogni volta che ho cercato di variare le cose da cui mi sento circondato, alla fine mi sono sempre scoperto con un semplice pugno di mosche nelle mani, se non peggio. In ogni caso però ho sempre pensato che l’esistenza fosse fatta esattamente in questo modo: ci sono delle cose che vanno avanti da sé, per propria indole, inutile opporsi, non serve proprio a niente, tanto vale gustare con semplicità quei frutti che ci vengono offerti, senza chiedere nulla di diverso. 
Attorno a loro non c'è molto a parte la natura, soltanto dei campi quasi abbandonati appena fuori dall'ultimo paese ai margini di quella strada provinciale, e i due hanno appoggiato le biciclette al tronco di un vecchio albero, sul ciglio della strada, e poi si sono seduti su di una bella pietra liscia, piazzata in modo orizzontale. C'è il sole oggi, dice ancora l'amico, non dovremo preoccuparci d'altro, le giornate scorrono come le ruote delle nostre biciclette sulla strada, non dobbiamo fare niente, soltanto lasciare che tutto sia ancora così, senza neppure immaginare cose differenti.
Questo è ancora un buon punto di vista, se niente interviene per guastarlo, riprende lui. Ma il fatto che io adesso abbia iniziato a sentire questo vuoto sia dentro che fuori di me, significa qualcosa, qualcosa a cui non posso rimanere indifferente: devo reagire, devo intervenire, addirittura allearmi con quanti provano lo stesso mio malessere, e trovare al più presto delle soluzioni che migliorino il mio stato e anche quello di tutti gli altri, se è possibile.  Non vedo delle buone prospettive per te, gli fa l’amico. Solo un futuro di incertezze e di sicure sofferenze. Ti potresti ritrovare ad aver sprecato molto del tuo tempo senza essere riuscito ad avere in cambio neppure una minima soddisfazione.
I campi attorno profumano di umidità, ed una fila di alberi simili tra loro segna indubbiamente il margine di un piccolo torrente, o forse di un vecchio fosso scavato dagli uomini per l’irrigazione, che corre diritto e regolare poco lontano dal ciglio della strada. Non si vede nessuno attorno, neppure un’auto che gira per sbaglio da quelle parti, ma la sensazione che produce il luogo è quella di una porzione di mondo rimasto quasi immobile da decine d’anni. 
Non so dove andare a cercare ciò che mi serve in questo momento, dice ancora lui, però è solo questo il mio problema; credo di dover dare spazio alle mie esigenze, anche se non mi convincono: devo approfondirne degli aspetti, cercarne il senso, indagare cosa possa esserci dietro questo malessere che spinge, che mi fa sentire inappropriato. Poi si alza dalla pietra, l'altro lo guarda, infine si alza anche lui ed insieme tornano a salire sulle loro biciclette. Il silenzio, forse è il silenzio quello che ci vuole, conclude lui iniziando a pedalare: abbiamo tutti parlato persino troppo, senza riuscire alla fine a spiegarci proprio niente; saranno i fatti, da ora in avanti, anche le semplici variazioni quasi insignificanti, che nel prossimo futuro dovranno spiegare quale sia la direzione. Basterà per noi posizionare le antenne ben alzate, mettersi da subito in ascolto dei segnali, ed il resto forse arriverà da solo, dandoci tutte le indicazioni che ci servono.


Bruno Magnolfi

venerdì 27 gennaio 2017

Uscite domenicali.

                

Ciao mamma, dice il ragazzo rientrando dai suoi soliti giri pomeridiani per tutto quel quartiere. Lei si affaccia per un attimo alla porta di cucina, evidentemente impegnata a sfornellare qualcosa, lo guarda subito con severità, poi sentenzia: vai in bagno a lavarti le mani, come se bastasse solo quello a togliere almeno dalla propria mente tutto ciò che suo figlio ha potuto fare fino a poco prima. Lui fischia un motivetto, gira per le stanze, accende la televisione appoggiata su un mobile basso del salotto-ingresso. Lei, con il solito grembiule dai colori stinti addosso, si siede sul bracciolo di una poltroncina. Dove sei stato, chiede a bassa voce mentre osserva senza interesse lo schermo acceso di fronte a sé. Dietro di lei il ragazzo è già passato dalla cucina per servirsi di un pezzo di pane strappato con le mani e di un tubetto di salsa al pomodoro già iniziato. In giro, le fa, senza neanche guardarla direttamente.
Suona il telefono, è un’amica della donna: lei ride, scambia qualche battuta con l’altra, si danno appuntamento per qualche cosa, dopo aver affrontato diversi argomenti frivoli, e infine viene chiusa la comunicazione. La mamma riprende la sua espressione seria mentre torna in cucina. Il ragazzo tira fuori un libro ed un quaderno, tanto per far vedere che non dimentica i suoi compiti scolastici, ma lei poco dopo gli va dietro le spalle per dare un’occhiata a quello che sta facendo. Compito di matematica domani, dichiara lui senza girarsi. Se riesci a non alzarti dal libro fino all’ora di cena ti cucino le frittelle, fa lei. Dai, dice lui, è cosa fatta, puoi iniziare a prepararle, allora.
Lei lo lascia a quei suoi impegni con un debole sorriso, ma prima che rirsca ad uscire dalla stanza lui le dice a bruciapelo: domenica, anche se è il suo giorno, non ci vorrei andare da papà. La mamma torna indietro, si volta verso il ragazzo, dice: ma lo sai che tuo papà ci tiene. Mi sono stufato, fa lui, vuole sempre andare a vedere la partita, e a me non frega niente del calcio. Bé, potresti fare un sacrificio e accontentarlo comunque, dice lei con un filo leggero di soddisfazione. Lo so, ma non mi trovo, cerca sempre di fare la persona che ha capito tutto, ed ogni cosa che mi dice sembra sempre una lezione di vita vissuta, una noia mortale, insomma. Non devi stare con lui per chissà quanto tempo, fa lei, basta appena un giorno ogni tanto, non ci trovo niente di difficile, e poi devi considerare che ognuno ha il suo carattere, dobbiamo cercare tutti di essere magnanimi e sopportare gli altri almeno qualche volta.
Però tu non lo hai sopportato, dice il ragazzo dopo una pausa. Lei, punta sul vivo, lo guarda con durezza, poi fa: per me è diverso, stare insieme per noi era una scelta almeno all’inizio; poi quando ci siamo accorti che non riuscivamo più a sentirci bene l'uno con l'altra, abbiamo tratto le nostre conclusioni. Ecco, fa lui, per me è un po’ la stessa cosa, e poi domenica vorrei uscire insieme a te e portarti in giro a passeggiare, se è una giornata di sole e come si deve. Va bene, fa lei, ci penserò sopra, più tardi decideremo come sistemare la faccenda. Adesso studia.
Trascorre mezz'ora, il ragazzo ricomincia a girellare per casa, poi va in cucina. Hai già finito immagino, dice la mamma. Più o meno, fa lui; allora hai già pensato cosa dirgli per domenica a papà? Senti, fa lei, se vuoi rimandare devi alzare il telefono e dirglielo così, senza stare tanto a girarci attorno. Va bene, dice il ragazzo, fai pure il numero che poi ci parlo. La donna prende l’apparecchio, compone il numero, poi passa a suo figlio il ricevitore. Avrei un impegno per domenica, gli dice subito a suo padre dopo i saluti: roba di ragazzi e di ragazze, ti dispiace se rimandiamo? Va bene, dice il padre, e dopo qualche altra parola chiudono la conversazione. A posto, dice lui alla mamma, così domenica posso andarmene in giro coi miei amici. Ma non dovevi portare in giro me?, dice la mamma. Certo, ma a te ti vedo tutti i giorni, mentre con questi ragazzi succede solo di rado.


Bruno Magnolfi

giovedì 26 gennaio 2017

Ferrovie statali.

          

Non è facile dormire ogni notte in questa carrozza abbandonata, in mezzo al vecchio scalo merci della stazione ferroviaria. Tutti vorrebbero poter usufruire di un posto proprio come questo, così devo stare sempre attento a non essere notato, e chiudere con cura ogni sportello dietro di me con la chiave triangolare. Si sentono i treni fischiare poco lontano, ci sono scambi e binari dappertutto, perché è qui dove compongono i convogli, ma si fa presto l'abitudine a tutto; il freddo di questo inverno invece è qualcosa a cui non si ci abitua, e ti attanaglia da vicino, nonostante tutte le coperte che sono riuscito a rimediare. Un giorno o l'altro mi manderanno via da questa cuccia, ne sono sicuro, ma sono disposto a fare un polverone in quel caso, in modo che per qualche via gli amministratori mi assegnino subito un posto in un alloggio.
A me piace stare qui, mi sento bene nonostante tutto. Vorrei avere anche qualcuno insieme a me, con cui parlare qualche volta, e condividere tutte le cose che mi trovo ad affrontare, ma non posso rischiare d’essere tradito. Utilizzo un percorso tra i binari, quando inizia a fare buio, per non far vedere a qualche curioso che vengo proprio qui, anche se sono certo, nonostante i miei stratagemmi, che mi seguiranno un giorno o l’altro, e chissà poi cosa potrà succedere. Quando vado alla mensa, gli altri mi chiedono spesso dove io stenda le mie vecchie ossa quando viene la sera, ma sono sempre riuscito ad essere evasivo, e a non spifferare mai neanche un indizio.
Durante il giorno me ne sto con gli altri, ci sistemiamo in un angolo fuori della mensa, i soliti tre o quattro, e anche se si parla poco stiamo lì, ad immaginare che tutto quanto stia improvvisamente per finire, e che tutto cambi in meglio anche per noi. Qualcuno se la prende con la disorganizzazione, altri con il disinteresse, ma la maggior parte accetta il proprio stato, senza stare a lamentarsene, forse perché sa bene che non serve proprio a nulla. Inutile raccontare a qualcun altro la propria storia, e magari dimostrare che è stata una serie di combinazioni sfortunate a ridurci in questo stato. Sta nelle cose, adesso è proprio toccata a me, tanto vale accettare quanto ci è capitato.
Poi me ne torno lentamente alla carrozza, mi spingo sui binari utilizzando un varco oltre la rete dopo alcune case cantoniere; mi dirigo verso una costruzione di controllo delle ferrovie in mezzo allo spiazzo, poi piego da una parte, e come tornando indietro scivolo via dietro al mio vagone immobile. Sento dei rumori, così mi schiaccio a terra, e aspetto in questa posizione di vedere se c’è qualcuno che sta arrivando proprio qui. Tutto fermo, non c’è nessuno, mi rialzo, e passando dalla zona in ombra sotto ai fanali in alto, raggiungo lo sportello. Apro, ma qualcuno è lì, dietro le mie spalle. Mi danno una spinta, cado a terra, entrano in due o tre prima che io possa dire una sola parola.
Sento che ridono mentre trovano tutte le mie cose, io mi rialzo e penso subito di scappare via da qui, prima che le cose peggiorino per me. Inutile parlare con gente come questa, non ascolterebbero neppure, mi darebbero un colpo sulla testa e via, senza preoccuparsi di nient’altro. Aggiro la carrozza, mi metto al riparo in un punto dove non posso essere visto, il freddo adesso si fa proprio sentire, proprio ora che gustavo già sopra di me la carezza calda del mio angolo sotto le coperte. Infine torno ad avvicinarmi allo sportello, che è rimasto aperto. I tizi sono ancora dentro, hanno una lampada tascabile, scrutano tutte le mie cose e gli scompartimenti, ma io prendo la chiave triangolare, chiudo la portiera e subito la blocco. Poi con tutta calma torno verso la stazione ferroviaria; al primo in divisa che riuscirò a trovare dirò che ci sono delle persone in quel vagone, e che non è bello lasciare che i barboni si approfittino così delle ferrovie statali.


Bruno Magnolfi

mercoledì 25 gennaio 2017

Possibili cambiamenti.

           

            Ci sono delle volte in cui tutto mi sembra inutile, dice lei. Mi alzo presto, esco, torno, vado avanti e indietro anche dieci volte di fila, e corro tutto il giorno per cercare di mettere un limite alla grande quantità di cose da fare; ma gli impegni mi crescono attorno da tutte le parti, lasciandomi esausta. Fabrizio poi non mi aiuta, lui ha il suo lavoro che lo assorbe anche troppo, ed il resto per lui è come un mondo minore. Non so come riescano a fare nelle altre famiglie, ma io mi sento sfinita.
Forse organizzano meglio le cose, dice sua madre. Probabilmente il tuo problema è che ti perdi appresso a qualcosa a cui non varrebbe neppure la pena di dare considerazione. Prenditela più comoda, affronta solamente ciò che ti appare davvero importante, e poi concediti delle pause, lascia che tutto scorra per conto proprio, senza farti prendere dentro a questo vortice.       
Lei allora sorride, pensa che sua mamma sia come sempre un pozzo di saggezza, anche se poi non ha mai avuto delle esperienze come le sue, e quindi non può comprenderla fino in fondo. Annuisce, si alza a preparare il caffè, osserva per un attimo un angolo della stanza rimasto in disordine, ma volge subito lo sguardo da un’altra parte. Per lei, lamentarsi di qualcosa, è diventato come un aspetto normale delle sue giornate, anche se è vero che è sempre di corsa.
Ce l’ho con te, dice alla fine sorridendo, perché fin da piccola mi hai insegnato a non tirarmi mai indietro, e ad affrontare sempre con piglio tutti gli impegni e le avversità, cosa che in apparenza sembrerebbe la componente migliore di un buon carattere, ma che in questo caso mi porta soltanto ad essere sempre completamente distrutta. L'aspetto più inquietante è che non riesco oramai a trarre alcuna soddisfazione da tutto questo muovermi e preoccuparmi. È come se corressi soltanto per il gusto di farlo, alla fine per far girare in un modo semplicemente normale tutte le cose, e dopo basta.
Devi prenderti una pausa, dice la mamma, è necessario: forse una breve vacanza, magari da sola, con la convinzione che te la sei meritata. Insomma, credo che l'unica cosa da fare sia rompere in maniera decisa questo andamento oramai incancrenito, e far uscire fuori le componenti più nascoste della tua personalità. Magari potresti iscriverti ad un corso, qualcosa che ti faccia confrontare con altre persone in una condizione simile alla tua, e che ti faccia appassionare a degli interessi che siano completamente al di fuori della quotidianità che stai vivendo.
Dici bene, proprio una come te che non si è mai occupata quasi di niente, e che ha sempre avuto degli interessi rimasti confinati in mezzo a tutte le altre cose ordinarie, tanto che se da un certo punto di vista ha ragione, perché è meglio conoscerle certe realtà, dall’altro brilla per riuscire a impegnarsi solo in apparenza e in maniera del tutto superficiale, magari giusto per non fare la figura della sprovveduta con qualche sua amica.
Questo detto da mia figlia non le fa molto onore, dice la mamma; si può sapere qualcosa di tante realtà, oppure saperne molto e approfonditamente di una o anche due. È una scelta, una forma del carattere, ed il mio è senz'altro molto diverso da come sei fatta tu. Non ci trovo niente di male nel conoscere un po’ delle cose che contano, senza provare il bisogno di approfondirle, soltanto per sapere giusto di cosa stiamo parlando quando vengono affrontati certi argomenti.
Va bene, fa lei, in fondo credo tu abbia proprio ragione, almeno alla prova dei fatti: non ti ho mai vista nervosa o agitata, salvo rarissimi casi, come invece capita a me quasi ogni giorno. Cambierò, mamma, è l’unica cosa da fare, ne sono quasi convinta, e inizierò fin da subito a pensare a tutto quanto in modo diverso, sempre che sia davvero possibile.


Bruno Magnolfi

lunedì 23 gennaio 2017

Tornaconto personale.

           

Non interessa proprio niente questo cielo e quest'aria fresca, oppure anche il vento, che sia davvero così ghiaccio o meno, e che tutti proseguano a parlare continuamente di assurde novità. Io mi rannicchio nella mia stanzetta, osservo un punto nel niente, generalmente sul piano vuoto del tavolo, e lascio che le giornate trascorrano monotone, senza alcuna scadenza, evitando di pormi qualsiasi traguardo da raggiungere. Sono stanco di tutto quello che continua a succedere, vorrei che da un certo momento in avanti non si parlasse più assolutamente di niente, e che si rispettasse il sacrosanto diritto alla calma, al vuoto, all’assenza di enfasi e di emozioni.
Ho imparato a spengere la luce elettrica appena si fa buio a sufficienza, e ad accostarmi alla finestra per osservare senza essere visto la strada subito di fronte. Le persone passano, si fermano, parlano tra loro, a volte ridono e fanno dei gesti allargando le braccia o indicando qualcosa. Transitano vicino ai miei vetri: se volessi potrei addirittura fermare qualcuno, chiedergli delle cose, ascoltare meglio le voci che adesso avverto a malapena; ma a me non importa niente di tutto questo, mi basta sapere che le persone sono lì, come sempre, a credere che sia ancora possibile scambiarsi opinioni, dialogare di interessi comuni, e sentirsi più ricchi e aggiornati soltanto per avere saputo qualcosa che fino adesso magari hanno soltanto immaginato. 
Non c’è nulla oltre le loro speranze, rifletto, niente che possa davvero assumere il senso di qualcosa che procede, progredisce, che migliora. E’ tutto identico, vorrei dire alla gente, sono soltanto illusioni quelle che continuate a scambiarvi tra di voi, sarà sempre tutto uguale, con un semplice alternarsi di tipologie che provocano la sensazione del movimento, del cambio, della progressione, ma che invece lascia sempre ogni cosa nella stessa maniera, come è sempre stata.
Riaccendo la luce, torno al mio piano del tavolo, liscio, nudo ed insulso, che accoglie comunque il mio sguardo come per lasciarlo riposare. Vedo qualcosa davanti a me, i miei desideri innanzitutto, mentre si fanno logica continuazione di ogni mio pur piccolo sforzo. Sopra al tavolo sono rimaste delle briciole di pane, simbolo di quella quotidianità di cui mi avvolgo per tutto il giorno restando qui seduto. Non mi aspetto niente, naturalmente, se non restare quello che sono il più possibile, fino ai margini estremi.
Qualcuno bussa, apro la porta della mia stanzetta, e scopro che un conoscente che frequentavo parecchio tempo fa, è venuto chissà come fino alla mia tana a farmi visita. Lo lascio entrare, è tanto che non ci vediamo, così lo fo sedere davanti a me, ed alle sue domande gli spiego subito le mie giornate, il mio scorrere del tempo, le sensazioni pur piccole e poco essenziali che provo normalmente. Lui ascolta, forse non mi segue neppure nei miei ragionamenti, infatti si alza, va fino alla finestra, guarda fuori. Dice all’improvviso che non posso pensare sul serio le cose che gli sto dicendo. Mi zittisco, sapevo fin dall’inizio che non dovevo parlargli affatto delle mie teorie. Lui sembra subito quasi alterato, e poco dopo difatti se ne va, lasciando soltanto che io gli apra la porta e scambi con lui un semplice saluto frettoloso.
Torno alla finestra: mi pare che ci sia qualcosa di diverso che si muova adesso tra tutte le persone, come qualcuno che ordisca un complotto, informando poco alla volta tutti gli altri. Non so, chiudo le tendine per neutralizzare quel senso di curiosità che forse mi prende, così torno a sedermi al tavolo, e lascio che il vuoto della mia stanza mi riprenda completamente con sé, e che la calma di sempre torni ad essere regina del mio tempo. Se succederà qualcosa, penso, forse lo saprò per ultimo. In ogni caso potrò sempre dire a mia discolpa che non era per me di alcun interesse.


Bruno Magnolfi

venerdì 20 gennaio 2017

Semplice rispetto.

            
Sul lavoro lei non è molto considerata. Tutti i suoi colleghi in quella birreria si sentono sempre in dovere di dirle come fare una cosa oppure l'altra; e se proprio non c'è niente per cui lamentarsi anche in malo modo riguardo la sua attività, tutti provano costantemente il bisogno di sollecitarla nel velocizzare la preparazione dei tramezzini, dei panini, delle focacce ripiene. Lei se ne sta sempre in silenzio, sul retro del locale, al suo banco di lavoro perennemente ingombro di affettati, di insalata, di maionese, e di un sacco di altre cose che alla lunga le fanno quasi schifo, mentre accanto al muro ci sono tutti gli scaldavivande e le piastre elettriche da tenere sempre sott'occhio, ad evitare che si bruci il cibo. Anna, urlano tutti: ma non è ancora pronto quell’ordine?, oppure: devi mettere meno salsa nei panini, te l’ho già detto mille volte.
Lei non si preoccupa, è sicura di riuscire in ogni sera a fare tutto quello che le chiedono coloro che di solito stanno davanti ai clienti, nella zona principale, alle spine e dietro al bancone, e per questo non se la prende mai di niente. In fondo sono tutti bravi, pensa a volte: solo che si fanno prendere un po’ la mano dal lavoro, e quando arriva l’ora del locale pieno, diventano subito quasi isterici. Nonostante tutto ad Anna piace stare lì, ritiene che se l'attività della birreria sta andando bene, in parte è anche grazie a quel suo impegno. Esce sempre tardi da là dentro, praticamente tutte le sere smette sempre dopo l’orario stabilito, però lei si lava accuratamente le mani e le braccia prima di cambiarsi, poi con calma saluta tutti gli altri e se ne torna a casa.
Anna, sente ancora urlarsi dietro, mentre col suo motorino percorre la solita strada quasi deserta. Sentirà quelle voci anche una volta coricata nel suo letto, naturalmente; certe volte le pare che quelle urla non le usciranno mai più dalle orecchie. Devo fare domanda in qualche altro locale, devo trovarmi un diverso posto di lavoro dove farmi apprezzare maggiormente, pensa a volte, anche se poi rimanda sempre quell’idea ad un altro periodo. Ma adesso si sente decisa, non le va più di soggiacere a quei soprusi, non le va più che tutti le diano sulla voce per niente, così quando torna nel locale, durante il pomeriggio, chiama a raccolta gli altri ragazzi e dice a tutti che adesso è stanca, non ne può più, ha deciso di smettere di lavorare in quel posto.
Gli altri si guardano tra loro, uno dice addirittura a bassa voce: ma non ce n’è motivo. Anna lo guarda, e basta soltanto quello per far capire a tutti che hanno esagerato, e che forse stanno perdendo qualcosa di importante. Cala il silenzio, nessuno sente più la voglia di dire niente; si preparano come sempre le postazioni di lavoro, si accendono le macchine, ed i primi clienti iniziano ad arrivare, come ogni sera. Anna non si fa trovare impreparata, neanche stavolta, e dopo pochi minuti, sopra il piano, ecco già pronto un numero discreto di focacce e di panini, quelli più ordinari, tanto per potersi concentrare in seguito sulle richieste più stravaganti.
Poi arrivano tutti i frequentatori del locale, e l'ora di punta anche stasera sembra infinita, con le sue piccole attività frenetiche da parte di tutti. Nessuno però dice niente ad Anna, se non le indicazioni più normali; nessuno dei ragazzi la chiama o le rimprovera qualcosa, e tutto sembra proprio scorrere bene, fino a quando anche gli ultimi clienti se ne vanno e la birreria abbassa le serrande. Allora Anna va a lavarsi le mani e le braccia, come sempre, ma quando poi si volta sono tutti lì, dietro di lei, a chiederle scusa, e ad implorarla di rimanere insieme a loro.

Bruno Magnolfi
 


mercoledì 18 gennaio 2017

Ragioni insondabili.

            

Certe volte lui, stando fermo e seduto a guardare qualcosa sul muro di fronte che agli altri risulta del tutto incomprensibile, sembra proprio che resti in quella posizione soltanto per ascoltare chi gli rimane vicino, e così ai soliti irriducibili che trascorrono il pomeriggio in quel caffè di paese, non resta che gettargli ogni tanto un’occhiata, e tenerlo sotto controllo insomma, per proseguire come sempre a ridere e a raccontare ognuno le proprie storie, cercando di non mostrare neppure la minima preoccupazione nei confronti della sua inevitabile presenza a quei tavolini. Quando poi lui alla fine si alza ed esce lentamente da quel locale, tutti però tirano un piccolo sospiro di sollievo, perché quel sentirlo vicino in fondo è inquietante, ed in molti forse temono i suoi comportamenti, anche se a dire il vero non ha mai fatto del male a nessuno.
Il tempo non è buono, gli dice sorridendo, forse come direbbe a chiunque, qualcuno che lo riconosce mentre sta arrivando lungo la strada, incrociandolo proprio sulla porta; e lui risponde qualcosa di affermativo con i suoi gesti minuti e le maniere da vecchio professore a riposo, la testa piena di teorie, e le molte convinzioni date da un carattere che sembra lo porti a non cambiare facilmente opinione. Però si ferma, oramai sul marciapiede, e guarda in alto, verso quel cielo grigio e poco incoraggiante, riconoscendo tra sé che forse tornerà persino a piovere. Non sembra avere impegni, a giudicare dai suoi movimenti, in ogni caso per abitudine tende a guardare le cose generalmente con attenzione, studiando ogni particolare e soffermandosi nell’osservare qualsiasi elemento intorno a sé che sia degno di nota.
Sta a lungo lì, in piedi, a riguardare la via dove transita solo qualche macchina ogni tanto, e la sua presenza comunque non rende del tutto leggera l’atmosfera che si porta attorno. Quando infine si decide ad andarsene attraversando la strada e prendendo per un marciapiede, una donna si affaccia dalla finestra, e lo chiama col suo nome, mostrando di conoscerlo piuttosto bene. Lui alza lo sguardo, si ferma, indugia a lungo su ciò che vede, infine torna ad abbassare la testa lanciando in aria solamente un semplice gesto di saluto con una mano. Ma l'altra insiste, anche se lui adesso sembra quasi ignorarla. Ti chiama tua sorella, dice qualcuno che transita lungo la strada, così lui si volta per rendersi conto chi sia che intende farsi in maniera così spudorata i fatti degli altri. Cosa c’è, dice alla fine a quella donna che ancora lo chiama. Niente, fa lei, volevo solo sapere se va tutto bene. Certo, fa lui; tutto come al solito.
Quindi fa ancora due passi, poi però torna a fermarsi e a rivolgere lo sguardo ancora verso quella finestra. E a te come va?, chiede con voce appena sufficiente a farsi sentire da sua sorella. Non molto bene, fa lei: dice il dottore che forse dovrò subire un’operazione chirurgica. Ho capito, fa lui, mi pare una cosa importante, non mi sembra la maniera giusta quella di parlarne per strada. Adesso non ho tempo, prosegue, ma domani mattina passo senz’altro a farti una visita, così potrai spiegarmi tutto per bene. Con queste parole riprende il suo camminare, fino a sparire dietro ad un angolo. Qualcuno comunque ha sentito quanto è stato detto dai due: sono trent’anni che non si parlano, dice uno dall’altra parte del marciapiede ad un suo amico. E nessuno ha mai compreso la vera ragione di questo silenzio.


Bruno Magnolfi