Ormai
avevo quasi undici anni e mio fratello andava già per gli otto quando mio
padre, una domenica qualsiasi non molto tempo dopo aver acquistato quella
utilitaria di seconda mano che avrebbe utilizzato in seguito ancora per
parecchio tempo, decise di coinvolgere tutta la famiglia in una piccola gita
fuori città, e per il pranzo recarsi addirittura in un ristorante della costa
marina secondo lui a portata di mano. Io e Marco naturalmente eravamo sempre
piuttosto contenti di essere trascinati in queste piccole avventure, anche
perché in fondo erano rare a casa nostra, nonostante il fatto che la nostra
mamma, convinta comunque da noi a vestirsi quel giorno in maniera piuttosto
elegante, continuando a schernirsi ripetutamente come già accaduto in altri
casi e sempre seguendo le proprie consuetudini, avesse da subito mostrato il
desiderio di rinunciare volentieri a questa strana uscita in favore del normale
lasciarsi andare alle proprie abitudini di donna di casa. Alla fine, però, ci eravamo
seduti tutti dentro la macchina e ci eravamo avviati verso il mare.
Tornare a vedere le
onde, pur in una giornata quasi invernale, secondo me era comunque una gran bella
cosa, e poi il convincimento di mio padre nel voler andare per forza a pranzo
in un ristorante proprio sulla costa, rendeva la giornata assolutamente
speciale, quasi unica. Così ci fermammo presso due o tre locali con quelle
caratteristiche, dove però ci informarono subito che i posti a sedere per i
clienti erano già tutti prenotati, fino a trovare fortunatamente un posto molto
spazioso e piuttosto alla buona dove al contrario ci accolsero volentieri. Naturalmente
era ancora presto per mangiare, così una volta prenotato il tavolo si decise di
lasciare la macchina nel parcheggio e fare due passi sulla spiaggia di fronte
alla trattoria. La mamma era in difficoltà con le sue scarpe con un certo tacco
da signora, perciò, lei decise quasi da subito di aspettarci da sola presso una
spianata dove c’erano persino delle panchine. Io e Marco naturalmente spiccammo
qualche corsa ridendo e rincorrendoci, mentre il babbo pareva attirato dall’orizzonta
del mare. Si vedeva l’isola d’Elba col suo profilo scuro, e nel canale di
Piombino qualche traghetto lontano incrociava in quelle acque con la carena
bianca e azzurra. Quando tornammo dalla mamma lei disse che alcune persone
attorno a lei avevano parlato molto bene di quel ristorante, scambiandosi
pareri favorevoli su di un piatto oppure su di un altro.
Allora entrammo
nella vasta sala, all’interno della quale una parete era interamente vetrata per
permettere la vista del mare, anche se parzialmente coperta con delle tende. Le
onde piccole che si formavano sembravano frangersi sulla battigia senza alcun
rumore, e la sottile striscia di spuma bianca della risacca ogni volta continuava
a perdere immediatamente consistenza. Nel brusio e nella confusione generale
data da parecchie decine di clienti già presenti, ci sedemmo ad un tavolo
quadrato dove era stato scritto il nostro nome, e poco dopo un cameriere ci
consegnò dei cartoncini ripiegati su cui erano riportate le tante ordinazioni
possibili del giorno. Mio fratello, abituato dopo tanti anni a seguire delle
diete povere quasi di tutto, scelse una semplice sogliola al piatto con
dell’insalata scondita, mentre io e i miei genitori ordinammo delle fritture di
pesce a seguito di un semplice assaggio di risotto di mare. Ci volle un certo
tempo prima di vedere giungere il cameriere con i nostri piatti, ma alla fine
tutto andò esattamente come doveva, lasciandoci pienamente soddisfatti.
Stavamo riflettendo
se ordinare qualcosa di dolce per concludere degnamente quel pranzo, quando
sentimmo una voce molto ben intonata giungere dall’altra parte della sala,
mentre iniziava a cantare, senza alcun accompagnamento musicale, una canzone del
repertorio classico italiano assolutamente difficile ed ardita. Tutti i clienti
del ristorante allora si voltarono, ed immediatamente ogni chiacchiera sulle
loro bocche parve interrompersi. Allora la ragazza si sollevò lentamente dalla
propria sedia, proseguendo a cantare senza neppure voltarsi verso qualcuno in
particolare, come se fosse stata pagata per regalarci quell’intervallo inedito
ed emotivamente coinvolgente. I suoi vocalizzi prolungati si fecero largo in un
attimo tra tutti i rumori e le voci possibili che fino a quel momento avevano
saturato l’aria, e persino i camerieri, in quel preciso momento, smisero di muoversi
tra i tavoli, come rispettando il bisogno, per quella persona dotata di qualità
canore sicuramente invidiabili, di intonare qualcosa che desse una pennellata
di estrosità a quel pranzo, riportando tutti quanti verso il pensiero di ciò
che certe volte non riusciamo minimamente a distinguere in mezzo al fragore
della folla vociante e indifferente a tutto. Poi la ragazza terminò, e subito
si sedette, lasciando che uno scroscio fortissimo di applausi ne accompagnasse
quella conclusione.
Invidiai quella persona,
ne invidiai le scelte, le capacità, la personalità indiscussa, e mentre
riflettevo che una cosa di quel genere probabilmente non sarebbe mai riuscita a
nessun altro tra tutti i presenti dentro a quel ristorante, compresi in un
attimo quanto certe volte apparisse necessario mettere di fronte a tutti quanti
il proprio talento e le proprie abilità se si desidera essere riconosciuti per
le doti che bene o male sappiamo con certezza di portarci dentro.
Bruno Magnolfi
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