sabato 19 settembre 2026

Indubbio talento.


            Ormai avevo quasi undici anni e mio fratello andava già per gli otto quando mio padre, una domenica qualsiasi non molto tempo dopo aver acquistato quella utilitaria di seconda mano che avrebbe utilizzato in seguito ancora per parecchio tempo, decise di coinvolgere tutta la famiglia in una piccola gita fuori città, e per il pranzo recarsi addirittura in un ristorante della costa marina secondo lui a portata di mano. Io e Marco naturalmente eravamo sempre piuttosto contenti di essere trascinati in queste piccole avventure, anche perché in fondo erano rare a casa nostra, nonostante il fatto che la nostra mamma, convinta comunque da noi a vestirsi quel giorno in maniera piuttosto elegante, continuando a schernirsi ripetutamente come già accaduto in altri casi e sempre seguendo le proprie consuetudini, avesse da subito mostrato il desiderio di rinunciare volentieri a questa strana uscita in favore del normale lasciarsi andare alle proprie abitudini di donna di casa. Alla fine, però, ci eravamo seduti tutti dentro la macchina e ci eravamo avviati verso il mare.

Tornare a vedere le onde, pur in una giornata quasi invernale, secondo me era comunque una gran bella cosa, e poi il convincimento di mio padre nel voler andare per forza a pranzo in un ristorante proprio sulla costa, rendeva la giornata assolutamente speciale, quasi unica. Così ci fermammo presso due o tre locali con quelle caratteristiche, dove però ci informarono subito che i posti a sedere per i clienti erano già tutti prenotati, fino a trovare fortunatamente un posto molto spazioso e piuttosto alla buona dove al contrario ci accolsero volentieri. Naturalmente era ancora presto per mangiare, così una volta prenotato il tavolo si decise di lasciare la macchina nel parcheggio e fare due passi sulla spiaggia di fronte alla trattoria. La mamma era in difficoltà con le sue scarpe con un certo tacco da signora, perciò, lei decise quasi da subito di aspettarci da sola presso una spianata dove c’erano persino delle panchine. Io e Marco naturalmente spiccammo qualche corsa ridendo e rincorrendoci, mentre il babbo pareva attirato dall’orizzonta del mare. Si vedeva l’isola d’Elba col suo profilo scuro, e nel canale di Piombino qualche traghetto lontano incrociava in quelle acque con la carena bianca e azzurra. Quando tornammo dalla mamma lei disse che alcune persone attorno a lei avevano parlato molto bene di quel ristorante, scambiandosi pareri favorevoli su di un piatto oppure su di un altro.

Allora entrammo nella vasta sala, all’interno della quale una parete era interamente vetrata per permettere la vista del mare, anche se parzialmente coperta con delle tende. Le onde piccole che si formavano sembravano frangersi sulla battigia senza alcun rumore, e la sottile striscia di spuma bianca della risacca ogni volta continuava a perdere immediatamente consistenza. Nel brusio e nella confusione generale data da parecchie decine di clienti già presenti, ci sedemmo ad un tavolo quadrato dove era stato scritto il nostro nome, e poco dopo un cameriere ci consegnò dei cartoncini ripiegati su cui erano riportate le tante ordinazioni possibili del giorno. Mio fratello, abituato dopo tanti anni a seguire delle diete povere quasi di tutto, scelse una semplice sogliola al piatto con dell’insalata scondita, mentre io e i miei genitori ordinammo delle fritture di pesce a seguito di un semplice assaggio di risotto di mare. Ci volle un certo tempo prima di vedere giungere il cameriere con i nostri piatti, ma alla fine tutto andò esattamente come doveva, lasciandoci pienamente soddisfatti.

Stavamo riflettendo se ordinare qualcosa di dolce per concludere degnamente quel pranzo, quando sentimmo una voce molto ben intonata giungere dall’altra parte della sala, mentre iniziava a cantare, senza alcun accompagnamento musicale, una canzone del repertorio classico italiano assolutamente difficile ed ardita. Tutti i clienti del ristorante allora si voltarono, ed immediatamente ogni chiacchiera sulle loro bocche parve interrompersi. Allora la ragazza si sollevò lentamente dalla propria sedia, proseguendo a cantare senza neppure voltarsi verso qualcuno in particolare, come se fosse stata pagata per regalarci quell’intervallo inedito ed emotivamente coinvolgente. I suoi vocalizzi prolungati si fecero largo in un attimo tra tutti i rumori e le voci possibili che fino a quel momento avevano saturato l’aria, e persino i camerieri, in quel preciso momento, smisero di muoversi tra i tavoli, come rispettando il bisogno, per quella persona dotata di qualità canore sicuramente invidiabili, di intonare qualcosa che desse una pennellata di estrosità a quel pranzo, riportando tutti quanti verso il pensiero di ciò che certe volte non riusciamo minimamente a distinguere in mezzo al fragore della folla vociante e indifferente a tutto. Poi la ragazza terminò, e subito si sedette, lasciando che uno scroscio fortissimo di applausi ne accompagnasse quella conclusione.

Invidiai quella persona, ne invidiai le scelte, le capacità, la personalità indiscussa, e mentre riflettevo che una cosa di quel genere probabilmente non sarebbe mai riuscita a nessun altro tra tutti i presenti dentro a quel ristorante, compresi in un attimo quanto certe volte apparisse necessario mettere di fronte a tutti quanti il proprio talento e le proprie abilità se si desidera essere riconosciuti per le doti che bene o male sappiamo con certezza di portarci dentro.

 

Bruno Magnolfi

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