mercoledì 23 settembre 2026

Prima di allora.


            Non era trascorso molto tempo da quando avevamo traslocato dal piccolo appartamento posto al primo piano di quella palazzina che in pochi anni dopo le nozze aveva visto nascere i nostri due figli, ed una sera mio marito, quasi di sfuggita come per non dare troppa importanza alla faccenda, mi aveva informato che stavano ristrutturando completamente quel caseggiato, e che oramai era pressoché irriconoscibile rispetto a quando vi abitavamo noi. Mi sorsero improvvisi due sentimenti distinti: uno di amarezza per quella nostalgia che sentivo dentro di me nei confronti di quelle stanze e di quei luoghi così importanti nella mia memoria, e l’altro contrastante perché quasi di soddisfazione nello scoprire cancellate tutte le tracce del nostro passaggio in quella casa, lasciando forse soltanto in me l’oblio dei ricordi di quei giorni. Giurai in un attimo che non sarei mai più passata lungo quella strada, ripromettendomi di affrontare qualsiasi giro possibile anche il più irrazionale e faticoso pur di non rivedere a quello stesso numero civico qualcosa di diverso da ciò che mi sarei aspettata. Forse nutrivo dentro di me un sordo risentimento per quella specie di sfregio alla mia memoria, ma a mio marito non dissi niente dei miei pensieri, né tantomeno gli lasciai intuire qualcosa.

            Nei giorni successivi pensai come fosse del tutto un’assurdità provare un attaccamento privo di senso per dei luoghi del passato, e dopo un certo tempo smisi del tutto di pensarci ancora, fino a quando incontrai lungo la strada una mia vicina di casa di quei tempi, che subito mi disse che tutta quella via che aveva ospitato le nostre famiglie per diversi anni ormai appariva del tutto irriconoscibile, certo più moderna e piacevole, ma senza più quell’atmosfera da case popolari che avevamo respirato negli anni in cui vi si abitava. Ai miei figli naturalmente non dissi niente, tanto più che con ogni probabilità per loro sarebbe risultato normale ad un certo punto aver reso delle vecchie case maggiormente vivibili ed evolute, come se tutto fosse destinato ad essere sostituito da qualcosa via via più attuale, con scarso interesse verso l’immagine di un periodo oppure di un’epoca, ed anche mio marito in questo caso era rimasto completamente indifferente a quelle variazioni in corso, quasi che tutto fosse destinato al cambiamento, oltretutto operato in una palazzina che lui aveva sempre mal digerito per le sue evidenti scomodità.

            Così archiviai dentro di me quel bel pezzo di passato, cercando con impegno di orientarmi maggiormente sul presente, ed anche se riconoscevo che la nostra famiglia cambiando abitazione era andata a vivere meglio acquisendo tanti aspetti sicuramente imparagonabili con quei vecchi tempi, però sentivo fortemente che qualcosa di me era come rimasto in quella prima casa, pur distrutta dalle macchine e dagli operai che probabilmente ne avevano abbattuto e modificato le pareti, cambiato l’uso e la destinazione delle stanze, adoperando poi delle pitture che sicuramente avevano dato a quei nuovi muri un volto più moderno. Pensai alla crudeltà del tempo che poco per volta accantona tutto, e immaginai che anche il caseggiato dove adesso abitavamo prima o dopo avrebbe cambiato la sua propria faccia, e forse pensai che anche da lì una volta o l’altra avremmo dovuto traslocare, come spesso succede alle famiglie che abitano in degli appartamenti destinati ad inquilini, e mi vidi ormai una donna vecchia, in una casa che non conoscevo, pronta ad indicare e forse descrivere agli altri un luogo dove non vivevo più da qualche decina d’anni, come succede spesso agli anziani che tirano fuori dalla loro memoria scorci di vita di epoche oramai trascorse.

            Mi avrebbe procurato un certo piacere che i miei figli avessero tirato fuori almeno una briciola di nostalgia per la casa dove in fondo erano nati, ma questo non accadde, ed il loro disinteresse per il passato a vantaggio degli oggetti nuovi del presente, pur dato del tutto per scontato, mi parve alla fine una nuova pugnalata alla mia forse assurda sensibilità. Mio marito poi una sera, tirando fuori un argomento di cui non avevamo più parlato, disse ridendo che era stata una bella prova per noi resistere per anni in un appartamento così piccolo e quasi privo di comodità come quella prima casa, ed io sorrisi annuendo, incapace come mi sentivo di esprimere i miei veri sentimenti. Mi sentii spossata di quel lasciare che ogni cosa andasse avanti quasi per conto proprio, come se non esistesse dentro di me una vera volontà, ma non avrei saputo in nessun caso spiegare che cosa avrei voluto fare o dove avrei voluto vivere se avessi potuto decidere io in prima persona. Così mi parve all’improvviso che tutto fosse a posto, che ogni aspetto assunto dalle giornate all’interno della nostra famiglia si mostrasse per l’unico possibile, e quel lento e inesorabile miglioramento delle condizioni, indifferente a ciò che rimaneva via via alle spalle, fosse come un rullo schiacciasassi che marciando in avanti sotterra tutto ciò che poi resta dietro di sé, lasciando un terreno perfettamente levigato, privo di punti di riferimento, quasi che niente fosse accaduto da quelle parti prima di quel momento.

 

            Bruno Magnolfi

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