L’edificio
era come diviso in due, con due scalinate esterne e due ingressi identici, come
se a metà della facciata principale ci fosse uno specchio a rendere doppio
tutto quanto, anche se da un lato si aveva accesso alle classi della scuola
elementare, e dall’altro a quelle delle medie. Naturalmente i soffitti e quindi
i finestroni dei piani erano altissimi, e una volta varcato uno dei due pesanti
portoni ci si trovava di fronte a dei corridoi molto ampi e solenni che venivano
ugualmente ripetuti ai livelli superiori. Molti dei miei piccoli compagni di
classe avevano già iniziato a piangere là davanti, forse anche per l’evidente austerità
del caseggiato, e in ogni caso il primo giorno di scuola era un avvenimento che
pareva davvero difficile per chiunque poter affrontare a cuor leggero,
nonostante le smancerie e le raccomandazioni delle mamme che proseguivano a
cercare la massima calma nei loro figli. Io ricacciai indietro le lacrime che
probabilmente avrei versato come tutti se non avessi avuto alle mie spalle
l’esperienza ancor più traumatizzante delle ospedalizzazioni subite due anni
prima, e semplicemente, ad un certo punto, mi estraniai rispetto al corteo vociante
di tutti i genitori, e seppi una volta di più che purtroppo sarei stato da solo
a sedermi davanti al mio semplice banco, al cospetto di un’insegnante che forse,
come si diceva, mi avrebbe aiutato a farmi grande.
Entrai
nell’aula assegnata non tra i primi, ma neppure tra gli ultimi compagni che in
fondo neppure conoscevo, e dopo che avevo già salutato la mia mamma lungo il
corridoio, staccando rapidamente la mia mano da lei ed affidandomi con impegno
soltanto alla mia personalità, scelsi un posto qualsiasi dove appoggiare la
cartella e anche le mie membra. La maestra pareva anziana, con un grembiule di
colore azzurro spento, con dei modi di fare e delle parole non troppo inclini a
consolare i più fragili che sarebbero tanto volentieri tornati a casa propria.
Non ricordo che cosa ci disse, ma provai in quel primo giorno di scuola
elementare la sensazione che fossi nelle mani di chi poteva facilmente plasmare
il mio carattere, tanto da farmi pensare immediatamente che il mio vero compito
fosse di dimostrarmi più forte delle sue capacità, e quindi resistere ai suoi
modi fino al punto di imparare da lei quello che appariva indispensabile, e
nient’altro. Quando infine fu l’ora di uscire dalla classe e di tornare a casa,
forse sarei rimasto ancora dentro l’aula, non tanto per la voglia di
comprendere ulteriormente delle cose nuove, quanto per dimostrare anche a me
stesso che ritenevo difficile per chiunque piegare la mia volontà, specialmente
da parte di una persona più vecchia di mia madre e probabilmente senza figli, con
le maniere troppo dure e la faccia da befana.
Restava il fatto per
nulla marginale che nell’altra ala della scuola, quella delle medie, nella stessa
mattina avevo visto entrare mia sorella, e questo particolare mi aveva fatto
sentire in qualche modo superiore e protetto rispetto a tutti gli altri. Ero
orgoglioso di avere una sorella grande, e di poter addirittura confidare sul
suo sostegno morale in qualsiasi attimo del giorno, anche se questo a ben
pensarci non era neppure troppo vero. Qualcuno mi aveva detto addirittura che
se mi fossi impegnato a fondo avrei potuto superare mia sorella sia nei
risultati scolastici sia addirittura nell’età, che peraltro in quel preciso momento
mi pareva un elemento fondamentale rispetto a tutti i bambini che ero costretto
a frequentare, tanto che il rincorrere perennemente i suoi anni senza riuscire mai
a raggiungerli mi era sembrata addirittura una cosa del tutto inverosimile. La grossa
campanella di metallo, un po’ troppo chiassosa per i miei gusti, scandiva nei
corridoi le varie fasi della mattinata e segnalava soprattutto l’ora esatta in
cui potevamo uscire dalla scuola e ritrovare ognuno i propri genitori ad
aspettarci. A seguito di quella prima mattinata pensai immediatamente che la
maggior parte del tragitto fosse ormai stato percorso, e che il resto a seguire
si sarebbe dimostrato soltanto come una serie di abitudini contrassegnate semplicemente
dalla fila dov’era inserito il mio banco, dai compagni, dalla maestra, dalla
lavagna, da quell’aria libera che vedevo al di fuori dei finestroni, dal
tragitto a piedi con mia mamma e mia sorella da casa fino a scuola e viceversa.
Una volta lasciato
che il gruppo grosso dei bambini col loro grembiulino nero e il fiocco azzurro
fossero sciamati fuori dal grande portone spalancato, forse per dimostrare
anche a me stesso il mio talento per l’equilibrio con il quale mi ero già
distinto al parco sopra ai pattini a rotelle e anche sul triciclo su cui
riuscivo a compiere dei lunghi tratti inclinandomi su due ruote soltanto, decisi
di prendere una gran rincorsa per andare poi a frenare con le suole delle
scarpe di cuoio piazzate trasversalmente al mio moto d’inerzia, strisciando
vistosamente sulle piastrelle, ma non fu una buona idea, tanto che il custode,
pronto sulla porta a catalogare quei nuovi bambini che gli passavano poco per
volta sotto al naso, mi prese per un braccio e mi accompagnò fino da mia madre,
confessandole immediatamente la mia enorme marachella. Non feci più niente del
genere in sua presenza, ma fui pronto a ripetere la stessa cosa con gran soddisfazione
ogni volta che ne registrai la sua assenza.
Bruno Magnolfi
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