martedì 29 settembre 2026

In sua assenza.


            L’edificio era come diviso in due, con due scalinate esterne e due ingressi identici, come se a metà della facciata principale ci fosse uno specchio a rendere doppio tutto quanto, anche se da un lato si aveva accesso alle classi della scuola elementare, e dall’altro a quelle delle medie. Naturalmente i soffitti e quindi i finestroni dei piani erano altissimi, e una volta varcato uno dei due pesanti portoni ci si trovava di fronte a dei corridoi molto ampi e solenni che venivano ugualmente ripetuti ai livelli superiori. Molti dei miei piccoli compagni di classe avevano già iniziato a piangere là davanti, forse anche per l’evidente austerità del caseggiato, e in ogni caso il primo giorno di scuola era un avvenimento che pareva davvero difficile per chiunque poter affrontare a cuor leggero, nonostante le smancerie e le raccomandazioni delle mamme che proseguivano a cercare la massima calma nei loro figli. Io ricacciai indietro le lacrime che probabilmente avrei versato come tutti se non avessi avuto alle mie spalle l’esperienza ancor più traumatizzante delle ospedalizzazioni subite due anni prima, e semplicemente, ad un certo punto, mi estraniai rispetto al corteo vociante di tutti i genitori, e seppi una volta di più che purtroppo sarei stato da solo a sedermi davanti al mio semplice banco, al cospetto di un’insegnante che forse, come si diceva, mi avrebbe aiutato a farmi grande.

            Entrai nell’aula assegnata non tra i primi, ma neppure tra gli ultimi compagni che in fondo neppure conoscevo, e dopo che avevo già salutato la mia mamma lungo il corridoio, staccando rapidamente la mia mano da lei ed affidandomi con impegno soltanto alla mia personalità, scelsi un posto qualsiasi dove appoggiare la cartella e anche le mie membra. La maestra pareva anziana, con un grembiule di colore azzurro spento, con dei modi di fare e delle parole non troppo inclini a consolare i più fragili che sarebbero tanto volentieri tornati a casa propria. Non ricordo che cosa ci disse, ma provai in quel primo giorno di scuola elementare la sensazione che fossi nelle mani di chi poteva facilmente plasmare il mio carattere, tanto da farmi pensare immediatamente che il mio vero compito fosse di dimostrarmi più forte delle sue capacità, e quindi resistere ai suoi modi fino al punto di imparare da lei quello che appariva indispensabile, e nient’altro. Quando infine fu l’ora di uscire dalla classe e di tornare a casa, forse sarei rimasto ancora dentro l’aula, non tanto per la voglia di comprendere ulteriormente delle cose nuove, quanto per dimostrare anche a me stesso che ritenevo difficile per chiunque piegare la mia volontà, specialmente da parte di una persona più vecchia di mia madre e probabilmente senza figli, con le maniere troppo dure e la faccia da befana.  

Restava il fatto per nulla marginale che nell’altra ala della scuola, quella delle medie, nella stessa mattina avevo visto entrare mia sorella, e questo particolare mi aveva fatto sentire in qualche modo superiore e protetto rispetto a tutti gli altri. Ero orgoglioso di avere una sorella grande, e di poter addirittura confidare sul suo sostegno morale in qualsiasi attimo del giorno, anche se questo a ben pensarci non era neppure troppo vero. Qualcuno mi aveva detto addirittura che se mi fossi impegnato a fondo avrei potuto superare mia sorella sia nei risultati scolastici sia addirittura nell’età, che peraltro in quel preciso momento mi pareva un elemento fondamentale rispetto a tutti i bambini che ero costretto a frequentare, tanto che il rincorrere perennemente i suoi anni senza riuscire mai a raggiungerli mi era sembrata addirittura una cosa del tutto inverosimile. La grossa campanella di metallo, un po’ troppo chiassosa per i miei gusti, scandiva nei corridoi le varie fasi della mattinata e segnalava soprattutto l’ora esatta in cui potevamo uscire dalla scuola e ritrovare ognuno i propri genitori ad aspettarci. A seguito di quella prima mattinata pensai immediatamente che la maggior parte del tragitto fosse ormai stato percorso, e che il resto a seguire si sarebbe dimostrato soltanto come una serie di abitudini contrassegnate semplicemente dalla fila dov’era inserito il mio banco, dai compagni, dalla maestra, dalla lavagna, da quell’aria libera che vedevo al di fuori dei finestroni, dal tragitto a piedi con mia mamma e mia sorella da casa fino a scuola e viceversa.  

Una volta lasciato che il gruppo grosso dei bambini col loro grembiulino nero e il fiocco azzurro fossero sciamati fuori dal grande portone spalancato, forse per dimostrare anche a me stesso il mio talento per l’equilibrio con il quale mi ero già distinto al parco sopra ai pattini a rotelle e anche sul triciclo su cui riuscivo a compiere dei lunghi tratti inclinandomi su due ruote soltanto, decisi di prendere una gran rincorsa per andare poi a frenare con le suole delle scarpe di cuoio piazzate trasversalmente al mio moto d’inerzia, strisciando vistosamente sulle piastrelle, ma non fu una buona idea, tanto che il custode, pronto sulla porta a catalogare quei nuovi bambini che gli passavano poco per volta sotto al naso, mi prese per un braccio e mi accompagnò fino da mia madre, confessandole immediatamente la mia enorme marachella. Non feci più niente del genere in sua presenza, ma fui pronto a ripetere la stessa cosa con gran soddisfazione ogni volta che ne registrai la sua assenza.

 

Bruno Magnolfi

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