mercoledì 31 dicembre 2025

Sconfitto dalla volontà.


            Il bambino confusamente ricorda che durante quel periodo era così piccolo d’età che la sua mamma riusciva ancora agevolmente a tenerlo a lungo in braccio, e nel mentre sua sorella, di qualche anno più grande di lui, tornata da scuola quel giorno con una pellicola scura fornita dalla sua maestra e da posizionare sugli occhi, quel giorno era scesa fin nel cortile posteriore della loro piccola casa per andare ad osservare il cielo in quel momento ancora sereno. Lui invece, dalla finestra del primo piano dove abitavano, continuava a guardare incuriosito gli eventi che stavano per verificarsi, proprio mentre lei appariva immobile insieme ad altre tre o quattro persone del vicinato, e forse un po’ le invidiava quella libertà di andare all’aperto e di godere in piena tranquillità di quelle giornate tiepide e al momento senza alcuna nuvola in cielo. La sua febbre persistente, data da quella malattia che gli procurava persino dei continui e terribili dolori alla testa ed anche alle ossa, da diverso tempo non gli concedeva questa possibilità, e nonostante le sue giornate proseguissero a trascorrere quasi interamente nel suo letto di bambino, a lui difficilmente veniva voglia di proiettarsi verso l’esterno, pur soltanto con la semplice fantasia, proprio come nel corso di quel pomeriggio. Gli animali da cortile che qualche famiglia allevava dentro ad alcuni recinti poco distanti da lì, avevano poi iniziato ad emettere degli strani versi, come avvertendo uno strano pericolo imminente, e quando il sole, fino a quel momento brillante come sempre, aveva infine iniziato ad oscurarsi, pareva che un grido continuo e prolungato di dolore iniziasse a percorrere come un tremito qualsiasi creatura vivente.

            Da dietro ai vetri della finestra il sole non si riusciva a scorgere, restando in una posizione troppo alta in cielo, ma quel buio progressivo e innaturale che era giunto, addirittura pauroso per la sua repentinità, pareva adesso qualcosa di talmente fuori dall’ordinario da far persino tremare quel bambino malato, come preda di una febbre aggiuntiva, fino a giungere al punto, quando l’apice dell’eclisse fu oramai evidente a chiunque ed il buio infine così denso e profondo da assomigliare del tutto a quello notturno, di farne voltare lo sguardo verso l’interno della stanza in cui si trovava, quasi a voler evitare o esorcizzare quella visione addirittura terrificante. Fu esattamente in quel momento che a sua madre venne da piangere con una certa spontaneità, forse scorgendo in quel gesto irrazionale di suo figlio il rifiuto stesso di una prossima vita un po’ crepuscolare, condannata dalla malattia; un’esistenza minore, alle spalle dei sacrifici di qualcuno della famiglia, oppure di qualche istituto ospedaliero, che con l’andare degli anni avrebbe dovuto sorreggere una situazione inguaribile, e un’esistenza destinata ad un lento e inesorabile declino. Il loro medico di famiglia insieme al pediatra avevano prescritto per i giorni seguenti il suo ricovero urgente in ospedale, ed anche se il bambino non era a conoscenza di quanto realmente l’attendesse per il prossimo periodo, sua mamma si sentiva già quasi disperata, e tenerlo in braccio per fargli assistere a quello spettacolo della natura le aveva fatto riflettere su cose un po’ penose, pur mostrandosi come uno svago.

            Il buio improvviso durante il giorno sembrava come l’inizio di una fine imminente, e molti si erano già espressi con popolare superficialità in quel senso, anche se per i più informati era soltanto un avvenimento che si verificava ad intervalli lontanissimi tra loro, tanto da poterne assistere, durante tutta un’intera vita, solamente una volta. Qualcuno con convinzione aveva spiegato addirittura che quello era solo l’inizio del cataclisma, la dimostrazione chiara che la specie umana, con la propria evidente mancanza di solidarietà che si era manifestata con la guerra, non era stata capace di adempiere ai compiti per cui era stata creata, e quella punizione data dalla natura stessa era qualcosa di evidentemente conseguente. La madre si sentiva disperata, ma nonostante tutto riusciva ad essere adesso quasi gioiosa nei confronti del suo malatino, sapendo che il distacco, dopo aver consegnato il suo bambino nelle mani dei medici ospedalieri di una città lontana, sarebbe stato un trauma per tutta la famiglia, e specialmente per lui, improvvisamente solo in una camera del tutto estranea, con le lenzuola troppo bianche, e i profilati delle attrezzature di un acciaio persino troppo freddo e insidioso.

            Tutto pareva convergere verso una situazione di una tristezza sconcertante, ma nessuno aveva intenzione di aggravare la vicenda in corso: la sorella si era voltata ad un tratto verso la finestra, forse attratta da quegli sguardi familiari, ed aveva salutato il bambino con un sorriso divertito accompagnato da un gesto della mano, mentre la mamma aveva salutato a sua volta, quando l’oscurità era ormai incombente. Infine, il buio aveva avvolto tutto quanto, e la paura aveva reso più piccoli tutti gli esseri viventi, anche se quell’attimo era durato poco tempo, e dopo poco la visione di ciò che si poteva osservare da quella finestra del primo piano era tornata quella di sempre. La mamma poi si era allontanata dai vetri ancora con il bambino in braccio, e poco dopo lui era stato coricato di nuovo nel suo letto, come se qualcosa fosse ormai alle loro spalle; già superato, sconfitto dalla volontà.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 23 dicembre 2025

Motivi oscuri.


            Lo immagino ancora oggi quest’uomo robusto, fermo sulle gambe, mentre osserva le stanze dell’appartamento completamente vuoto di qualsiasi tipo di mobilia, e che in seguito, guidato dal proprietario della casa, resta lì a valutare attentamente i vani, l’ampia cantina, il vasto giardinetto sul retro, e poi la comodità di abitare ad un piano rialzato di una villetta di soli due piani, persino con due ingressi separati, anche se il canone d’affitto purtroppo è un po’ troppo elevato per le sue risorse. Però la strada è tranquilla, proprio vicina ad un grande parco pubblico, ed alla fine ci sono tutte le caratteristiche per far crescere bene i suoi due bambini ancora un po’ piccoli, ma che sicuramente sarebbero molto contenti di abitare in un posto di quel genere, dove almeno c’è un bagno con la vasca e tutto sembra proprio come lui e sua moglie hanno sempre sognato per far vivere la loro famiglia. Dopo tanti anni riesco quasi a vederlo mio padre, ancora giovane e nel pieno delle forze, mentre appare riflessivo in mezzo a quegli ambienti, lento e anche silenzioso, quando sembra prendere sempre più tempo per quella decisione importante, cioè prima di fornire al proprietario che lo accompagna e che gli mostra la casa una risposta certa e definita, perché sa che dopo di lui sicuramente ci saranno altre famiglie come la sua, pronte a visionare quelle stesse stanze, e che forse saranno più convinte di lui nelle proprie decisioni. Alla fine, lo vedo proprio, mentre già annuisce, e quando poi dice che va bene e che si sente disposto ad impegnarsi nel pagare quel canone d’affitto che gli sta chiedendo il proprietario, anche se desidera che le pareti siano almeno imbiancate di fresco, considerato che è disposto a fare lui stesso quel lavoro, naturalmente con una leggera dilazione della pigione, o meglio ancora con un piccolo sconto sulle mensilità almeno del primo anno. 

            Sia accordano poi senza troppo discutere alla fine, probabilmente anche perché mio padre fa persino un po’ di pena a quel proprietario, e lui comunque torna poco dopo nella nostra vecchia casa dove abitavamo fino a quel momento, mentre gli gira nella testa quella notizia così importante di cui informare sua moglie, tanto da non riuscire quasi a trovare le parole giuste per descrivere quella che sarà la loro nuova abitazione, e che si trasferiranno presto, tra poco tempo, giusto dopo qualche settimana, utili per dare la pittura alle pareti e poi per traslocare i pochi mobili, magari durante la sera, dopo il lavoro, quando c’è più calma in giro e meno sguardi indiscreti che occhieggiano dalle finestre del nuovo vicinato. Io sono ancora piccolo per comprendere queste cose, non dico niente mentre consumiamo la cena al tavolo della vecchia cucina, però sto già sognando il giardinetto di cui parla adesso mio padre, dove probabilmente impostare dei nuovi giochi, e dove fare delle esperienze che ancora neanche immagino, con le formiche, con i grilli estivi, le lucciole, e con quei gatti che sembrano incrociarsi con tranquillità da quelle parti, anche se amano starsene spesso per i fatti propri, e come dice mio padre sembrano piuttosto sospettosi degli estranei. Ma a me piace cambiare, aggiustare i miei pensieri all’interno di questo nuovo ambiente, far volare la mia fantasia, e ora resto del tutto in silenzio, lo sguardo dentro al piatto che ho di fronte, l’espressione del viso immodificabile.

            Mi chiedo anche quale sia il vero motivo per cui abbandonare la vecchia casa, ma mio padre e mia madre sembrano così entusiasti di trasferirci che non è proprio il caso di avanzare delle domande o dei dubbi: ci proiettiamo tutti verso quel nuovo mondo, e mia madre sorride come non fa tanto spesso, e questo mi pare già la cosa più importante che possa avvenire in questo momento. Se loro sono contenti, ebbene lo sono anch’io, e mi sembra entusiasmante poter conoscere dei nuovi amici, dei nuovi vicini, e forse cambiare scuola, anche se frequento solo la terza classe elementare, e mi pare che tutto sia proiettato con queste novità verso un miglioramento generale, una variazione che porterà soltanto maggiori benefici per tutti noi. Mio padre poi parla di soldi insieme a mia madre, e le loro espressioni improvvisamente si fanno più serie, ma a me non interessano affatto queste cose, mi basta sapere per certo che la decisione ormai è presa, e che se anche ci saranno prossimamente dei sacrifici da affrontare, sorò anche disposto a non ricevere alcun giocattolo per il mio compleanno, considerato che avrò la possibilità di scorrazzare per un vero giardino, e rincorrere quei gatti, e giocare con la palla fino allo sfinimento. Mia sorella ha due anni più di me, mi guarda con la faccia di chi non sa cosa pensare, ma a me adesso non interessa il suo parere, mi basta che non si metta di traverso con le sue sciocche polemiche che spesso neppure comprendo e delle quali non ne afferro soprattutto la necessità. Dice mio padre che dovrò sicuramente aiutarlo con il trasloco, ed io gli dico: <<certo, sono pronto, sono a disposizione>>, e tutti ridono anche se non ne capisco del tutto il motivo.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 16 dicembre 2025

Immutabile.


Appena oltrepassata la soglia della porta in fondo a questo vicolo oscuro, si apre davanti alla vista una piccola stanza senza altre aperture, completamente sguarnita di mobili, come una specie di grossa scatola di cartone da cui per l’occasione fosse stato tirato via tutto il contenuto, e mentre cerco tra queste quattro pareti qualcosa che comunque giustifichi il fatto di essere stato attratto in un luogo del genere da quello strano richiamo prolungato ed insistente, tutto d’improvviso sembra come incapace di dare una spiegazione razionale di quel che sul momento mi appare di fronte. Sto fermo, osservo i dettagli, ritengo che non ci possa essere proprio nulla a trattenermi là dentro, se non la curiosità di comprendere l’esatto motivo di essere stato convocato in questi paraggi soltanto per apprendere quanto di inconsistente possa mai esserci nel vuoto. Così entro dentro, e poi con calma richiudo la porta alle mie spalle, giusto per osservare quelle vecchie ombreggiature sull’intonaco che sono rimaste ad indicare la posizione della mobilia al tempo in cui probabilmente arredava l’ambiente. Non trascorre molto tempo, e sento bussare alla porta, ma senza insistenza, quasi come se qualcuno cercasse di dare un segnale convenuto. Mi volto, dico forte di entrare, ed un signore elegante apre e poi rimane là fuori a guardarmi, come se non fossi la persona che si attendeva di trovare.   

Lo guardo, vado verso di lui ancora senza parlare, e quando gli sono abbastanza vicino mi fermo e gli chiedo chi sia, che cosa desideri da me, il motivo che lo ha spinto a darmi un appuntamento in un luogo del genere. Il tizio non risponde, si limita a guardarmi ancora per un po’, ed infine si gira mostrando la volontà di andarsene senza alcuna spiegazione. Mentre proseguo ad osservarlo sono sicuro adesso che le mie domande non abbiano avuto alcun senso, e che il mio tentativo di comprendere qualcosa di più di questa faccenda sia dato soltanto da alcune curiosità di origine quasi infantile, che possono essere anche lasciate così, prive di qualsiasi conseguenza. Vorrei andarmene anche io da quel luogo, ma mentre torno a richiudere la porta per lasciarla serrata proprio come l’avevo trovata, mi accorgo che in fondo alla stanza qualcosa si muove, e che c’è forse un piccolo animale che non avevo notato in precedenza. Rientro all’interno, ma mentre mi avvicino all’angolo opposto mi rendo conto che è soltanto una semplice illusione ottica, una specie di ombra che risulta proiettata fin lì sicuramente da una fonte di luce posizionata casualmente nel vicolo di fronte.    

Me ne vado, ma prima ancora di scendere i due gradini che portano al piano stradale mi fermo per osservare meglio il caseggiato che sta ai fianchi della strada minuta dove mi trovo. Infine, inizio vagamente a comprendere almeno qualcosa: si tratta di un’istallazione, di un segnale materiale che indica la mancanza di un senso qualsiasi, come se il risultato di tutto fosse una scatola vuota, una stanza priva di qualsiasi suppellettile, una mancanza sempre più forte e inquietante di ogni riferimento oggettivo. Lentamente mi muovo per andarmene definitivamente, ma all’uscita dal vicolo ritrovo lo stesso signore di prima che forse era soltanto venuto a sincerarsi della mia presa d’atto, del mio coinvolgimento emotivo nel rendermi conto di tutto questo, e così adesso sembra sorridermi, mentre allunga la sua mano tesa verso di me, e lasciando che io per istinto la stringa subito nella mia, come a suggellare un patto d’intesa per questa riuscita d’intenti.

Non può esserci un significato più chiaro, sembra dirmi quell’uomo: viviamo sempre di più dentro ad un vuoto completo che tentiamo continuamente di riempire con elementi soltanto momentanei, come se per importanza esistesse solamente il presente, lasciando che il passato vada a tramontare rapidamente dietro di noi e perda così di qualsiasi significato, e che il futuro sia soltanto una sfida da affrontare ad ogni passo, e non una costruzione da elaborare ogni giorno. Vado via, forse non vorrei essere mai stato attratto da queste parti, anche se il volantino capitato per caso tra le mie mani era invitante e ben definito, e quando si diceva tra quelle righe di seguire il richiamo che potevo avvertire semplicemente acuendo i miei sensi, sembrava parlasse proprio a me stesso, di me, come se fossi stato l’unico individuo in città in grado di poter apprezzare qualcosa del genere.

Impossibile tornare adesso alle mie normali occupazioni, e riprendere a dedicarmi soltanto dei miei problemi quotidiani, come se niente fosse accaduto, senza tener conto in qualche modo di questa breve parentesi: in fondo il risveglio della coscienza può passare facilmente anche da pochi gesti, magari da qualche sguardo, forse da un inizio di consapevolezza in grado di aprire poco per volta uno squarcio in quello che abbiamo sempre creduto immutabile.

 

Bruno Magnolfi      

lunedì 8 dicembre 2025

Passerò da qui.


            All’interno della bottega piuttosto vasta ma notevolmente disordinata, lei sta ascoltando suo padre, l’anziano titolare di quello strano e antico negozio adibito soprattutto alla vendita di pregiati colori per pittori e naturalmente di pennelli, ma anche al commercio di quadri d’autore già incorniciati e diversissimi tra loro, tutti esposti alle pareti e sui variegati cavalletti, e poi persino nell’attività di restauro di qualche vecchia tela adesso sistemata su di un lungo e pesante tavolo imbrattato di pennellate ad olio ormai secche e disposto un po’ in disparte, mentre le parla pur continuando apparentemente a preoccuparsi soltanto delle proprie attività, magro com’è, vestito con uno spolverino grigio e sporco di parecchi schizzi e ditate dei tanti pigmenti. <<Devi andare a Praga, te l’ho già detto>>, le fa, mentre proprio in quel momento entro io dentro al negozio con la curiosità di chi non acquisterà mai un bel niente, però è disposto ad annusare a lungo e con soddisfazione il profumo dei quadri e degli attrezzi da pittura. Il vecchio non mi guarda neppure, probabilmente è abituato a veder gironzolare nel suo esercizio persone come me, ed anche sua figlia, una donna di circa quarant’anni con una bisaccia di pelle che le pende da una spalla, sembra preoccuparsi soltanto di ciò che le dice suo padre. <<Ma non ci sono mai stata, non parlo la lingua, e devo andare a cercare qualcuno che neppure conosco. Non ti sembra un po’ troppo?>>. Suo padre non sembra neppure disposto ad ascoltarla, ed io intanto mi muovo verso di lei, con il modo di fare di un indifferente.

            <<Devi soltanto incontrare una persona che produce degli ottimi colori ad olio, e definire il contratto con il quale la sua impresa artigiana si impegna a fornire in esclusiva, almeno per questa nostra città, i suoi materiali, che io ritengo ovviamente migliori di tutti. È semplice, e sarà sufficiente per te restare a Praga per un paio di giorni, tre al massimo, e poi riprendere il treno e tornartene qua>>. Lei va verso la vetrina del negozio come attratta da qualcosa che adesso si muove da qualche parte sopra al marciapiede. Probabilmente la faccenda è già stabilita, e lei non può fare niente per evitarla, anche se non ritiene troppo giusto far passare tutto in maniera così semplice; perciò, è disposta a battagliare quanto le è possibile con suo padre, pur di non dargli una vittoria così facile e scontata.

            <<Posso venire con te>>, le dico improvvisamente sottovoce avvicinandomi a lei, in maniera che suo padre non mi senta. Lei mi guarda con occhi increduli, come se stessero succedendo contemporaneamente tutte le cose più improbabili possibile, tanto da esserne incredula. Mi muovo, lei naturalmente segue il mio ciondolare mentre osservo una tela oppure l’altra, come potesse comprendere qualcosa di più di quelle semplici parole, e tutto comunque fosse apparentemente tranquillo, come se si svolgesse un normale dialogo tra persone perbene. Poi, le vado vicino di nuovo: <<Sono già stato a Praga, e poi non ho niente di meglio da fare in questi giorni>>, le dico per confermare ciò che le ho già riferito, e intanto mi muovo lentamente, e senza dire altro aziono la maniglia della porta di quella bottega, ed infine esco, come se lei al momento non avesse neppure troppo tempo per prendere le sue decisioni, almeno prima che io sparisca. <<Va bene>>, sento che dice a suo padre prima che io chiuda la porta alle mie spalle; <<ti darò una risposta stasera, prima devo soltanto pensarci>>. Poi attende un attimo, raccoglie qualcosa che aveva con sé, e mi raggiunge sul marciapiede, dove io mi sono fermato tre o quattro metri più in là, appoggiato al muro che costeggia la strada del centro. Lei si avvicina con sguardo interrogativo, si ferma, e non dice niente, così io mi stacco con calma dalla parete, e visto che abbiamo la medesima altezza, sfioro il suo naso con il mio, quasi a dimostrare che è possibile con me avere facilmente delle piccole intimità.

            Lei mi lascia fare, prosegue a guardarmi fisso come preparandosi a scagliarmi contro chissà quali interrogativi, ma io la prevengo, dicendo: <<Che male c’è: ci facciamo un viaggetto, possiamo parlare, cenare assieme, visitare la città senza problemi>>. Lei adesso sembra confusa, forse il mio progetto inizia a girarle nella testa come non avrebbe mai immaginato, ed alla fine dice ciò che attendevo fin dall’inizio. <<Ma io non ti conosco>>, mi dice finalmente con fermezza, parlando però sottovoce, come ci fosse ancora suo padre lì accanto, pronto ad ascoltarla. <<Questo non ha alcuna importanza>>, ribatto io, <<ed anzi, come ti ho già detto avremo così un po’ di tempo per fare una certa conoscenza tra di noi>>. Lei cerca qualcosa nella sua borsa d’altra epoca, poi tira fuori una sigaretta, anche se non l’accende, ed in questo daffare si appoggia a sua volta alla parete, come se dovessimo sbrigare quella faccenda e prendere una decisione definitiva prima di salutarci. Perciò io muovo un passo verso di lei, come a sfiorare di nuovo il mio naso contro il suo, ma stavolta la bacio, senza insistenza, solo sfiorando le sue labbra con le mie, e lei mi lascia fare, come se le tornasse naturale comportarsi così. <<Dammi una risposta tra un’ora>>, le dico tranquillo, <<quando mi troverò a passare ancora da qui, davanti a questa bottega di tuo padre>>, e lei annuisce.

 

            Bruno Magnolfi