lunedì 22 gennaio 2018

Analisi logica.



Chiudo accuratamente la porta della stanza prima di entrare dentro al letto, poi mi tolgo le pantofole dai piedi, quindi mi sdraio con lentezza sistemando bene le lenzuola e le coperte, ed infine spengo questa debole luce sopra al comodino. Sono solo, penso adesso, e la giornata in questo momento si sta curvando lentamente a mostrare il suo punto più debole, quello durante il quale tutto quanto sembra come sfumare in qualcos'altro, ed è in questa imprecisione assoluta di tutte le cose che ognuno appare ai propri occhi quasi esattamente ciò che vorrebbe essere. Nella mia mente nel giro di pochi minuti iniziano come a venirmi incontro i miei disegni, quei ritratti o quelle bozze che ho realizzato negli ultimi giorni per esempio, ma anche quelli che ho semplicemente pensato o solo progettato di fare, senza averli neppure cominciati. Mi guardano, con le loro facce piatte in bianco e nero, e poi sembrano muoversi, accennando qualcosa che difficilmente riesco a comprendere, ma che sembra come uno scialbo tentativo di costituire in modo autonomo un piccolo teatrino vero e proprio davanti ai miei occhi chiusi, nel buio quasi totale percepito in questa mia cameretta disadorna. Certe volte addirittura si plasmano e si mescolano tra loro mentre tento di metterli gradualmente a fuoco il più possibile, lasciando distorcere poco per volta tutti i loro profili, ed assumendo, come se tutto fosse una materia fluida che va a riempire lentamente alcune forme già costituite, variegate espressioni che non avevo precedentemente neppure immaginato, e proseguendo comunque a tenermi compagnia con le loro fantastiche invenzioni, fino a quando poco alla volta mi addormento.
Quando al mattino poi mi sveglio per andarmene a scuola come sempre, mi ricordo purtroppo ben poco di loro, però rimane dentro di me il sapore vago fornito da quella compagnia di figure che sono state con me per una buona parte della notte, ed insieme a questo mi resta anche la voglia impellente di prendere in mano una matita e disegnare subito dei contorni nuovi, dei nuovi tratti, e di sbozzare al più presto possibile dei segni che assomiglino per quanto mi ricordo a quegli strani personaggi che in un modo e nell’altro sono stati insieme a me. È forse questa proprio la cosa più importante tra tutte quante: quest’entusiasmo che mi emerge all’interno e che nel tempo si conserva integro nella mia mente, assieme a questa voglia prepotente di disegnare ciò che ha transitato nella mia testa, e ripercorrere come ricopiandole quelle curve e quelle linee che solo poco prima hanno indicato i visi di qualcuno che semplicemente poi ritrovo come per incanto vicino a me durante la giornata. 
Mi è difficile spiegare tutto questo a chiunque mi conosca, comprese le persone che mi stanno più vicino: sono proprio loro in forma di macchie grigie che spesso mi inseguono quando rimango da solo a riflettere, e che riescono ad indicarmi in qualche modo le figure giuste da sbozzare, quei profili appena deformati dai propri modi di essere, con i contorni dei loro visi, delle diverse facce e delle tante smorfie che ognuno fa mentre semplicemente segue la sua giornata, ovviamente adattati a quei caratteri che si riscontrano in tutti e certe volte anche facilmente. Ma tengo tutto per me, in ogni caso, compresi i miei disegni più o meno riusciti, e non per egoismo o per paura del giudizio; quanto per la consapevolezza che spesso è difficile trovare comprensione negli altri, specialmente quando si è cercato di analizzarne i tratti e le espressioni in maniera forte e perfino esagerata.


Bruno Magnolfi 

giovedì 18 gennaio 2018

Dialoghi inutili.



Come ti vanno le cose in questi giorni giù al lavoro?, chiedo a Corrado senza dare neppure troppa importanza alla mia domanda e nello stesso momento in cui lui si sta sistemando con calma al nostro tavolo già quasi apparecchiato per la cena di stasera. Corrado spiluzzica subito un pezzetto di pane praticamente senza guardarmi, poi si prende ancora del tempo per smuovere qualcosa sulla tovaglia, come dovesse maturare in sé chissà quale profonda riflessione, quindi si aggiusta ancora con garbo sopra la sedia, ed infine si decide a dire soltanto: e dove sarebbe andato Francesco a quest’ora? Niente, fo io; è uscito per la solita pizza con i suoi amici, sicuramente anche con quella Cinzia Baronti che ultimamente sta sempre in mezzo a tutte le volte che è fuori da casa, gli dico quasi senza riflettere che adesso lui mi chiederà sicuramente qualcosa di più su questa ragazza. Corrado si mette nel piatto delle verdure, si versa mezzo bicchiere di vino mescolandolo con l’acqua minerale, ed infine dice qualcosa riferendosi vagamente a tutti i quattrini di quella famiglia, e proseguendo comunque a servirsi di ciò che è appoggiato sulla tovaglia pronto per essere mangiato.
Sembra che tutto si sia come calmato, mi dice poi senza cambiare minimamente la sua espressione. Il Torrini comunque è sempre il solito cretino che quando combina qualcosa riesce regolarmente a tirare nel mezzo anche gli altri, così da qualche giorno quando lo vedo lo saluto appena e piuttosto svogliatamente. Ma col capufficio si è appianata ogni cosa, fo io. Certo, fa lui, non c’erano proprio gli estremi per continuare con un atteggiamento così ostruzionista. Avanti a tutto per lui c'è il lavoro e la gestione degli assicurati. Basta farsi vedere piegati sulla scrivania e lui è già soddisfatto. Ma in ogni caso io continuo a tenere un atteggiamento di basso profilo negli ultimi tempi, ed in questo modo a nessuno viene voglia così di rompermi l’anima. Quindi mi alzo, prendo qualcosa dai fornelli della cucina, e quando torno lui fa: ti dispiace Anna se domani vado con gli altri ragazzi alla partita? No, dico io, quando mai ho cercato di trattenerti. E’ vero, fa lui sorridendo, e così ricominciamo a mangiare.
Dopo un po’ fa: ma questa ragazza ha deciso di fare sul serio oppure ha soltanto voglia di far girare la testa al nostro Francesco? Senti, non lo so, dico io; però è certo che lui non è il tipo da prendere delle sbandate, e poi considerando che è sempre stato così tremendamente asociale adesso dobbiamo quasi ringraziare la Cinzia che ce lo sta tirando fuori da casa, gli fo. Ma vengono anche qui qualche volta, fa lui. Certo, fo io, studiano assieme qualcosa: per quello che ne so Francesco l’aiuta in qualche materia, ma parlano sempre sottovoce e così non si riesce mai a capire di cosa. Qualche volta mi piacerebbe riaccompagnare a casa in macchina questa ragazza, e magari salutare il padre o la sua famiglia, fa lui. Perché no, dico io, un pomeriggio che stanno qua per studiare magari le chiedo se può aspettarti, così conosci anche lei.
Poi Corrado accende la radio come ogni sera, e le notizie della giornata iniziano a scorrere monotone, tentando di compensare cosi in qualche modo certe evidenti mancanze nei nostri dialoghi.


Bruno Magnolfi

martedì 16 gennaio 2018

Nessuna spiegazione.



Lui generalmente non pensa niente, sembra quasi non gli interessi neppure pensare, ed all’interno di quel suo modo di essere pare certe volte che un’attività di questo genere praticamente non sia stata prevista. Gira normalmente con le mani in tasca, si guarda attorno con la sua alta statura che già definisce il tipo, e poi assume l’espressione di chi come norma non si pone assolutamente dei problemi, ed in nessun caso andrà mai a cercarsi delle rogne con chi gli sta più vicino. Quando qualcuno lo chiama per nome lui quasi non si volta, ed è come se avesse continuamente altro di cui occuparsi, tanto che questo atteggiamento gli ha sempre regalato tra tutti i suoi compagni di liceo quasi un’aura di rispetto. Eppure è un tipo calmo, parla a bassa voce, prende tutto con grande tranquillità, ed in certi casi potrebbe sembrare addirittura un personaggio capace improvvisamente di prestare anche una certa attenzione ai problemi o alle difficoltà di qualcun altro. Enzo gli dice qualcuno, ma lui però non parla mai per primo, si limita soltanto a registrare senza alcuna espressione tutto ciò che gli viene riferito.
A casa della Baronti comunque non si è minimamente divertito, anche se non lo ha mostrato nei discorsi o nei suoi comportamenti. Ha osservato quanto era sufficiente i disegni di quella piccola mostra, e forse con un eccessivo distacco, ma non gli è proprio parso di trovare niente di interessante su quei cartoncini, se non l’impegno che probabilmente avevano adoperato Cinzia e Francesco per crearli confezionarli ed esibirli. Al tempo in cui Francesco gli aveva chiesto se poteva essere suo amico, Enzo gli aveva risposto subito che per quanto lo riguardava non aveva niente in contrario, però aveva forse dato scarsa importanza a certe frasi che si erano scambiati, parole che per l’altro erano risultate invece quasi essenziali. Anche nei confronti di Cinzia a quella festa si era tenuto generalmente piuttosto distante, però anche a giudicare dall’esterno quella casa dove lei abita con la sua famiglia appare a dir poco maestosa, e lui si trova sempre pronto ad apprezzare, pur con un lieve distacco, la gente piena di soldi.
Adesso registra qualcosa però che non aveva messo in conto: l’amicizia esclusiva tra Cinzia e Francesco, il loro continuo frequentarsi che mostra subito con evidenza una grande complicità, qualcosa che nessuno mai avrebbe immaginato. Già diversi compagni di classe in orario scolastico sono venuti da lui a chiedergli spiegazioni o a fare battute ironiche su di loro, ma lui ha finto un completo disinteresse, come sempre peraltro in presenza di qualsiasi pettegolezzo, mostrando completa assenza di opinione su argomenti e situazioni a lui completamente estranei. Invece dentro di sé si è ritrovato per la prima volta a provare un sentimento molto simile all’invidia, qualcosa che persino adesso lo prende allo stomaco, come un malessere inspiegabile, ed anche se non ne sa trovare una soluzione almeno per lui accettabile, quasi non riesce più ad ascoltare i discorsi di Francesco come faceva fino a ieri, nei brevi momenti in cui gli veniva accanto a dirgli qualcosa di sé. Va via dalla mia vista, sembra quasi suggerirgli negli ultimi giorni, esci dal mio campo visivo e cerca di non rivolgermi ulteriormente la parola; e forse l’altro sembra quasi in qualche modo prenderne atto, anche se forse gli pare impossibile si possa cambiare così in fretta, senza neppure una qualche spiegazione.


Bruno Magnolfi

sabato 13 gennaio 2018

Motivazioni da cercare.

            

Difficilmente esco di casa da sola. Come dice Francesco è come se provassi continuamente la necessità di avere qualcuno intorno a me, quasi che il mondo nelle mie meditazioni non fosse del tutto vero senza qualcuno accanto a cui cercare immediatamente di raccontarlo. Eppure questo pomeriggio mentre sto provando ad andarmene in giro lungo le strade del centro senza farmi raggiungere da nessuno dei miei amici, mi pare di stare proprio bene, di riuscire anche a pensare tutto quello che voglio pur senza scambiare le mie idee con anima viva.
Devo riuscire a tirar fuori Francesco dal suo bozzolo, in qualche maniera, convincerlo che non c'è niente di peggio che abbattersi così come fa lui di fronte alla sua asocialità secondo me apparente, questa incapacità millantata di misurarsi con gli altri, questo scansare continuamente tutti quanti, forse soltanto per immaginare semplicemente di essere migliore di qualcuno di loro. Si è un po’ arrabbiato quando gli ho detto in questo modo, però nei momenti in cui gli va di essere maggiormente comunicativo con me, dice che secondo lui sono una persona speciale, una come non avrebbe mai creduto ne esistessero. Anche io gli voglio bene, soprattutto mi piace stare insieme a lui anche senza fare niente, magari parlando ogni tanto, ma senza l’impegno forzato di spiegare ogni cosa ed ogni atteggiamento con cui mi sono sempre rapportata agli altri ragazzi fino ad oggi. 
Ci mettiamo assieme ad osservare un fiore per esempio, e ad ambedue pare impossibile riuscire a stare là davanti ad una stupida piantina per l’intero pomeriggio. Gli ho fatto vedere tutto ciò di cui mi piace circondarmi, e lui ha osservato ogni oggetto con la calma necessaria, e non ha sentito alcun bisogno di essere concorde nelle mie scelte. Mi ha criticato anche, in qualche caso, ma senza forzature, soltanto mettendo lì una semplice smorfia, un gesto di diniego, lasciando a me il compito di comprendere meglio il suo apparato critico.
Gli ho preso la mano una volta che eravamo da soli dietro gli alberi del giardino di casa mia, e lui è rimasto freddo, forse non sapendo affatto come comportarsi. Avrei voluto baciarlo in quel momento, perché la sua semplicità in certi casi appare dolcissima e al contempo disarmante, però mi sono limitata ad osservarlo un attimo, poi ho diretto lo sguardo nella stessa direzione del suo, per fargli capire che gli ero vicina. Allora Francesco mi ha passato un braccio sopra le spalle ed io ho provato un brivido, considerato anche lo sforzo che dentro di sé stava facendo.
Da quando lo conosco stare insieme agli altri mi pare una perdita di tempo; lui di controparte ha quasi smesso con i suoi tentativi falliti di costruzione di amicizie, come ha fatto fino a poco tempo fa per esempio con il Neri. La nostra conoscenza reciproca invece ha il sapore delle cose tutte speciali: non so se mai riusciremo ad essere una coppia vera, in fondo non è neanche troppo importante, e poi è un argomento terribilmente scivoloso, impossibile con lui soltanto sfiorarlo. Però sono sicura che i nostri sentimenti che nutriamo in questo momento l’uno verso l’altra e viceversa, avranno prima o dopo un futuro grandioso, questo può essere, ma solo a patto di lasciare che tutte le cose tra di noi maturino per proprio conto, autonomamente, senza forzarle mai in nessun caso; e proprio come è ovvio, per alcun motivo.


Bruno Magnolfi

mercoledì 10 gennaio 2018

Segno di carta.



Fuori dalla mia stanza questi disegni non possono che apparire insulsi, pensa Francesco mentre ne osserva una piccola fila appoggiata in modo casuale sopra la coperta del suo letto. Senza l’intimismo della ricerca che tento ogni volta di inserire in ogni tratto della mia matita, e che forse solo qua dentro ha un senso, tutto sembra perdere velocemente di significato, trasformandosi in un attimo da immagine d’arte ad un qualsiasi scarabocchio. Quando i miei lavori li ha visti il Neri a casa di Cinzia per esempio, nonostante la sua volontà evidente di entusiasmarsi e sostenere le mie cose che osservava per la prima volta, non è riuscito neppure a spiccicare una parola, proprio come se quei cartoncini senza cornice gli risultassero degli elementi a lui completamente estranei, oppure soltanto dei ritratti rappresentanti alcune persone che non conosceva affatto, laddove al contrario aveva davanti semplicemente le facce e le espressioni dei suoi compagni di classe, quegli stessi che si ritrova di fronte praticamente ogni mattina.
Ma è difficile cercare di trasporre l’idea di un carattere che si muove normalmente di fronte a noi, l’interpretazione di una qualche personalità che forse immaginiamo di vedere, come descrivere la caduta della maschera che spesso rimane sopra i nostri visi impegnati nella ricerca spasmodica di apparire sempre diversi da come effettivamente siamo, vergandola semplicemente con una matita sopra un foglio di carta magari a grana grossa. E’ una lettura personale quella che ne viene fuori, e gli altri possono vederci dentro tutt’altre cose rispetto a quelle che avremmo voluto evidenziare.  Per questo, per il rapporto malato tra realtà e trasposizione sulla superficie, l’unico elemento che può emergere poi dal disegno finito è soltanto quella certa sensibilità intimista di chi opera, la stessa che resta poi la più difficile da leggere e da riconoscere.
Per Francesco il punto di osservazione resta l’elemento essenziale con cui guardare tutto, e se fino ad ora si è sentito praticamente sempre da solo nel percorso di acquisizione degli strumenti adeguati per assumere il ruolo che ha scelto, adesso sente che Cinzia gli è vicino, anche se spesso lei non segue del tutto la sua logica. Parlano di queste cose in genere quando si vedono, e certe volte rimangono a lungo anche in silenzio, affinché le parole e le espressioni non intervengano troppo a modificare i loro pensieri. Lei qualche volta sembra entusiasta delle cose che Francesco riesce a disegnare, ma Cinzia è una persona solare, estroversa, che pare appassionarsi facilmente a ciò che stuzzica la propria curiosità, quindi non mostra affatto un giudizio obiettivo e distaccato, e questo è il limite evidente per tutto ciò che tende ad apprezzare.
Però quando lui è da solo di fronte ad un nuovo profilo espressivo, mentre sta cercando la giusta luce da inserire in uno sguardo, o al momento in cui ritaglia le linee opportune con cui si delinea un sorriso lieve, oppure una scolpita faccia seria che mostri prima di tutto un carattere deciso, allora lui sa che quello è soltanto un gioco a due tra sé e la carta, dove non c’è alcuna necessità interpretativa: il segno è quello, e non potrebbe essercene un altro.


Bruno Magnolfi 

lunedì 8 gennaio 2018

Destino forse già scritto.



È molto tempo ormai che non esco dal mio appartamento per arrivare fino a questo bar. D’altra parte non posso certo continuare per sempre a trascorrere delle serate insulse guardando con la mia famiglia qualche monotono programma che trasmettono in televisione. Così ho farfugliato una qualsiasi scusa per tranquillizzare mia moglie e anche mio figlio, e dopo via, come facevo praticamente ogni sera fino a qualche tempo addietro. Gli strascichi del mio debito di gioco però non mi permettono in questo momento alcuno scivolone, anche se sono sicuro potrei rimettermi facilmente in carreggiata se solo un lieve pizzico di fortuna si mostrasse per una sera almeno un po’ dalla mia parte. Comunque, dopo che sono appena riuscito a restituire al Maghero tutto quello che ancora gli dovevo, ho deciso di tornare qua soltanto per dare una minima occhiata in giro, giusto per sentire cosa viene detto ultimamente nell’ambiente, quali sono gli argomenti forti insomma, e forse salutare qualche vecchia conoscenza se è ancora in circolazione, tanto per non dimostrare a tutti gli altri  di essere ormai completamente sconfitto.
Così entro nel locale, mi guardo genericamente attorno come ho sempre fatto, osservo con calma tutto ciò che riesco a vedere tra i tavoli e le sedie, poi mi soffermo un attimo sulle facce che ho davanti, le scruto anche negli angoli, anche se sembra proprio che stasera non ci debba essere nessuno di quelli che qualche volta ho frequentato, nonostante ciò non abbia adesso proprio alcuna importanza, visto che in fondo ho deciso di limitarmi a bere soltanto un bicchierino o due, e poi forse semplicemente seguire il gioco di qualcuno da dietro le sue spalle mentre porta avanti la propria partita a carte nella saletta sul retro di questa stupida bettola, dove eventualmente si può puntare anche qualche soldo. Mi invitano subito al tavolo con gesti asciutti ed eloquenti, questo lo capisco, è anche del tutto naturale, ma io rifiuto immediatamente con l’espressione di chi forse si lascia troppo facilmente intimorire, mostrando le mani basse e un sorriso quasi da incompetente, e subito dopo con la calma necessaria mi siedo da una parte.
Tossisco un po’, probabilmente non sono più abituato al fumo azzurro delle sigarette che si innalza svogliato verso le lampadine gialle, ma osservo il gioco e subito so perfettamente cosa farei se solo avessi in mano quelle carte che intravedo da dietro uno di loro. Il cameriere mi tocca ad una spalla, forse mi ha riconosciuto, serve in giro qualche grappa dal sapore secco, e ne dà una anche a me che però devo pagare subito. Cerco i soldi nelle tasche, li appoggio sul vassoio, quello mi guarda come fossero fasulli, poi gira i tacchi con espressione seria e se ne va. C’è un’aria pesante qua dentro, qualcosa che non ricordavo affatto in questo modo, ma non ha alcuna importanza, è il solito vecchio locale di sempre, mi dico, un posto dove ogni sera si portano avanti delle strane commedie sopra questi tavolini, lasciando ognuno di noi a immedesimarci al massimo nelle carte di ogni mano, quelle che rimangono a lungo coperte, facendole decidere di dettarci la fortuna oppure anche il naufragio: però tutto è così, se ci si pensa bene, anche fuori da qua dentro; ed è esattamente come ogni attimo che fingiamo sempre ci appartenga, senza invece conoscerne davvero e fino in fondo l’inafferrabile destino.   


Bruno Magnolfi

giovedì 4 gennaio 2018

Desideri forti.

            

            Dal punto di vista didattico del ragazzo non si può dire niente di male: segue attentamente ogni lezione almeno per quanto riguarda la mia materia, e poi certamente si impegna, è sempre molto preciso, e riesce a trasformare ogni nozione acquisita in un materiale suo proprio, che in seguito ad ogni spiegazione si può facilmente ritrovare anche nelle sue risposte quando semplicemente lo interrogo tanto per conoscere la sua opinione dietro quello sguardo apparentemente assente, anche se è con maggiore facilità che tira fuori le sue idee al momento in cui affronta con energia dei veri e propri compiti scritti, piuttosto che le interrogazioni orali. Anna sorride, è piuttosto soddisfatta di quelle opinioni su suo figlio, almeno a giudicare dai suoi risultati scolastici, però l’insegnante aggiunge subito, come ormai è d’abitudine con tutti coloro che lo conoscono, che di controparte Francesco appare sempre un po’ troppo solitario, non integrato neppure con un qualche piccolo gruppo, tantomeno con tutta la sua classe; forse riesce ad avere soltanto dei brevi contatti con un compagno alla volta, magari solo per qualche chiacchiera del tutto casuale, senza mostrare mai delle reali affinità con gli altri, probabilmente per colpa della sua timidezza che non riesce a superare, o che lo trattiene fortemente come dentro ad un suo mondo.
            Lei alla fine, pur con lo sguardo leggermente intristito, lo ringrazia, stringe la mano anche a quell’ultimo docente con cui ha parlato, e poi esce dalla grande stanza scolastica adibita mensilmente al ricevimento delle famiglie. Non ci si è recata spesso a parlare con gli insegnanti di suo figlio, questo è vero, ma forse perché in passato le sembrava che tenere un comportamento di quel genere sarebbe stato quasi un’ingerenza negli affari di Francesco, e soprattutto perché lui è comunque sempre andato molto bene nei suoi studi, tanto da non far sentire praticamente mai la necessità di quei colloqui sempre un po’ monotoni e forse addirittura sciocchi. Da qualche tempo invece Anna ha finalmente compreso quale forse sia stato il suo più grave errore, ed adesso sta come cercando un aggiornamento più concreto su quanto crede di sapere circa suo figlio, perché improvvisamente si sente pienamente cosciente di quanto la sua età si dimostri davvero piena zeppa di complicazioni. La personalità che Francesco mostra forse è strana, sfuggente, o almeno un po’ particolare, ma non serve a nulla farsene continuamente un cruccio, oppure cercare di spremere se stessi nel tentativo di modificarne l’andamento. Ognuno secondo lei deve essere come è giusto che sia, questo lo ha pensato tante volte, senza che gli altri sulla base di interpretazioni proprie intervengano dall’esterno a ritoccarne il senso o le finalità.
Forse la sua in questo momento è anche la cattiva coscienza di una mamma che negli ultimi tempi si è probabilmente troppo dedicata coi pensieri a qualcosa che non rientra all’interno della sua famiglia, nonostante non abbia fatto assolutamente niente di male. Si sente però in debito verso Francesco, come se lo avesse ignorato o abbandonato per un tempo superiore a quanto poteva essere ammissibile. Vorrebbe sapere adesso qualcosa in più su quanto suo figlio sia davvero riuscito a maturare, questo le sembra il punto essenziale: comprendere meglio il suo comportamento odierno, riuscire ad interpretare ogni tanto almeno qualcuno di quei suoi lunghi silenzi in casa, anche perché se fino ad oggi si è sempre trattenuta dal fargli delle domande dirette, è soltanto per non farlo sentire prigioniero della loro situazione familiare.
Non importa, pensa alla fine come giustificazione uscendo dall’istituto con la facciata grigia e austera: crescerà Francesco, e sempre meglio saprà distinguere da sé ciò che gli serve per proseguire bene la sua esistenza; andrà avanti per conto proprio, con le sue gambe, e avrà dei sogni, delle sicure aspirazioni, ed in seguito un lavoro interessante e forse una famiglia propria, ne sono più che sicura. Sarà improvvisamente grande e uomo fatto giusto uno di questi giorni, pensa lei, quasi senza che la sua mamma se ne sia neppure accorta, ed a quel punto non ci sarà più assolutamente alcun bisogno che io pianga con lo sguardo perso nel vuoto pensando a tutto quello che non sono riuscita a fare per il suo bene futuro, o almeno per spianare al meglio la sua strada, magari concedendogli un sostegno, oppure attivando un dialogo con lui, proprio per cercare di spiegargli con coraggio che la nostra fin da subito è stata sempre e comunque anche la sua famiglia. Sarà davvero se stesso, alla fine della giostra, libero di essere proprio come più desidera.


Bruno Magnolfi