sabato 21 aprile 2018

Piazza, bella piazza.


    


            Lui è là, bello e immobile sul marciapiede mentre continua a guardarmi, ed io che dentro di me vorrei tanto muovere subito questi miei passi incatenati ed andargli proprio incontro, mostrargli il mio entusiasmo, la mia assoluta voglia di stare assieme a lui, mentre però al contempo sono così sicura di essere sotto osservazione da parte di certa gente a cui non mi va per niente di far sapere le mie cose, in questa piccola piazza di paese dove nessuno pensa mai solo agli affari propri, che tutto questo mi appare adesso già più che sufficiente per togliermi qualsiasi volontà di muovermi da questo opposto angolo della piazza.  Mi volto di tre quarti allora, mi rivolgo ad una persona che conosco e lascio che mi ponga una domanda qualsiasi, senza nessuna importanza, giusto per farmi trascinare a parlare di qualcosa e togliermi così da questa situazione ambigua. Giro la testa per un attimo però, prima di rispondere, e lo guardo ancora mentre rido di qualcosa come per conto mio, perché lui sta ancora là, immobile, con le sue mani sprofondate nelle tasche.
Non c'è stato molto tra di noi sinceramente, o almeno niente di così importante da ricordare adesso, eppure ognuna di quelle piccole cose che sono successe sembrano come rimaste tutte in aria, praticamente non risolte, tutte cose che a me sono sembrate da subito piuttosto forti, faccende che ancora devono essere affrontate nel dettaglio, e che prima o dopo dovremo prendere in considerazione insomma, naturalmente nel caso in cui a nessuno venga a mente di interporsi tra di noi. Potrebbe essere considerata la nostra come una smania che ci prende ad ambedue in certe occasioni, oppure anche un improvviso colpo di testa che non si riesce proprio a controllare, ma in ogni caso sappiamo sia io sia lui che tutto o quasi potrebbe accadere sempre, anche in questo preciso momento, senza che nessuno tra coloro che provano a tenerci sempre distanti possa riuscire ad influenzare i nostri rispettivi comportamenti.
Mi muovo di qualche passo di lato assieme alla mia amica che prosegue a dirmi delle sciocchezze che neppure mi interessano per nulla. Lei vorrebbe sicuramente chiedermi qualcosa di noi due, sapere come si stiano evolvendo le nostre cose, conoscere magari qualche particolare, ma si trattiene al massimo perché sa come io sia una ragazza che se viene punta nel vivo può anche reagire molto male. Lui adesso mi guarda con minore intensità, mi rendo conto, parla con qualcuno che gli è accanto, sembra quasi che questo tardo pomeriggio gli serva soltanto per mostrare a tutti quanti che può fare a meno anche di me, nonostante io sappia bene che è soltanto una sua spudorata strategia. Non farà mai il primo passo verso la mia persona, ne sono certa, eppure eccolo lì, con le sue occhiate fiammeggianti nella mia direzione, bello come nessuno e soprattutto inavvicinabile.
Potrei fingere uno svenimento penso, tanto per farlo muovere verso di me; ma verrebbero anche gli altri, curiosi come sono. Potrei allora entrare nel caffè della piazza insieme alla mia amica, ma potrebbe essere preso come un invito a seguirmi, e questo non deve mai accadere. Resto ferma perciò, ed attendo che qualcosa accada, anche se non sembra proprio possa succedere stasera. Poi lui invece scende dal marciapiede, flemmatico attraversa la strada con il suo passo lento, si avvicina a noi due senza guardarmi, ed alla fine si rivolge alla mia amica, giusto per chiederle se sa dove possa trovarsi suo fratello. Mi sento struggere, mi volto da ogni parte, sono sicura che la mia faccia abbia assunto già colori accesi, ma resisto e non lo guardo, anche se lui sembra tranquillo.
Poi se ne va, lasciando in aria giusto un cenno di saluto, ed a quel punto anch’io con la mia amica ci muoviamo per andarcene lungo qualche altro marciapiede. Mi sento svenire, non vorrei neppure andare via, ma adesso devo, non posso fare altro. Mi allontano dalla piazza, resto in silenzio, non so cosa pensare: poi mi rendo conto all’improvviso che nelle sere prossime non ci devo andare più a passare il tempo in quella piazza.

Bruno Magnolfi

mercoledì 18 aprile 2018

Via dell'Oriuolo.




Antonio, avevo detto sottovoce rivolgendomi a lui timidamente nell’ambiente polveroso di quella sala da cinema-teatro minore che peraltro da lì a poco sarebbe rimasta definitivamente chiusa; ho portato qualche pagina, qualche foglio, insomma dei piccoli racconti e qualche appunto scritto proprio da me, che forse potresti anche leggere se vuoi. Ero andato da solo lì dentro in quel pomeriggio letterario, proprio come adesso, durante questa serata tiepida di trent’anni dopo, in quest’altra sala dove improvvisamente si riparla di lui, ora che è morto e che si dice sia stato il più grande di tutti da tanto tempo a questa parte. Ma in quel pomeriggio lui sembrava quasi uno qualsiasi, uno senza grandi pretese, a portata di mano, tanto da farsi venire dietro tutte quelle insegnanti in pensione senza molto altro da fare di sabato se non spingersi fino là dentro, forse perché avevano letto o anche solo sentito parlare dei piccoli equivoci, e magari ne erano rimaste persino colpite, proprio come me, che mi sembrava quasi di aver prestato a lui in quel libro alcuni dei miei tanti pensieri.
Antonio si era girato, visto che stava parlando con altri due o tre come di prammatica che lo avevano bloccato immancabilmente dopo la sua lezione meravigliosa da solo sul palco, dietro ad un tavolo semplice, con qualche appunto davanti e proprio nient’altro. Mi aveva guardato per un attimo dietro ai suoi occhiali, forse riconoscendomi, così come si riconosce qualcuno che in qualche modo ti rassomiglia, che ha qualcosa di te, porta all’interno nel proprio intimo una maniera di vedere le cose che non ti è pienamente del tutto estranea. E forse ne aveva avuto improvvisamente paura, nella stessa maniera in cui ci si ritira vedendo un’immagine insolita passarci vicino, magari nella penombra estiva del proprio appartamento, riflessa attraverso il vetro di una finestra rimasta aperta o di uno specchio che non ci si ricordava neppure di aver posizionato proprio in quella posizione, provando quasi ridicolmente timore di sé. Aveva sorriso, e poi risposto qualcosa a quelle persone, ed io ero rimasto impietrito, fermandomi immobile nell’attesa forzata di aspettare di nuovo da lui l’incoraggiamento di cui avevo bisogno, da quel suo sguardo acuto e penetrante, ma che sapeva essere anche umano e mansueto.
Antonio sono qui, avevo pensato con voce forte, e forse tutto lo sgomitare che ho avuto da sempre intorno a queste frasi che in seguito hanno come proseguito ad inseguirmi, come una musica che sembra non voglia mai uscirti di mente, e che probabilmente non dice un bel niente a nessuno, ma che sembra sempre più ricca di sostanza, densa di cose da dire, di sciocchezze da urlare, o anche da riflettere, e che non può passare per sempre come un inutile esercizio di stile, ecco, queste stupide frasi adesso sono qui, volevo dirgli, dentro ai miei piedi, proiettate verso di te che forse sei l’unico che può concedere loro la comprensione che si meritano, se mai di comprensione si sia sentito davvero tutto il bisogno. Ma tu non riuscisti ad udire quel grido, per colpa mia certamente, e ti offristi come era ovvio a qualche officiante in cerca di una dedica su piazza d’Italia. Questo è tutto ciò che ricordo e che adesso mi mette di nuovo in relazione con te, Antonio: praticamente niente, soltanto un sospiro, uno sguardo, un’immagine, un nulla di quanto avrei avuto davvero la necessità. Anche se forse non c’era proprio stato, almeno in queste due sere stupende, neppure bisogno d’altro.

Bruno Magnolfi

lunedì 16 aprile 2018

Perfetta comprensione.




Lei certe volte è sfuggente. Ti guarda, abbozza un timido sorriso, poi torna ad avere la sua espressione di sempre. Tu non riesci a comprendere che cosa le sia passato nella mente in quel preciso momento, perciò tenti una piccola provocazione, una frase impersonale buttata lì, che non significa un bel niente, ma che forse potrebbe anche aprire nuovi argomenti. Lei torna a guardarti, adesso con espressione più pungente, quasi irritata: non ha importanza, rifletti; hai vissuto già almeno cento volte questo stesso momento, si tratta di adottare l’atteggiamento migliore che ti sia riuscito in tutti questi casi, e poi mostrarti docile, incredibilmente capace di una grande comprensione.
Una volta lei ti ha raccontato la sua storia, ma a te è sembrata strana, quasi inventata. Che significato ha, rifletti adesso, che ci sia stato un passato insolito, pieno di imprevisti, se poi tutto ti serve soltanto per fare delle facce strane, delle espressioni che appaiono persino poco comprensibili. Però le chiedi ancora di suo padre, non per una tua semplice curiosità, quanto perché vorresti cercare di mettere in relazione i suoi attuali comportamenti con qualcosa che magari giunge chissà, da parecchio lontano. Lei sorride, poi inizia a dirti che lui lo hai visto generalmente poco quando eri più piccola, perché era sempre in giro per lavoro.
Forse già questo è sufficiente pensi; essersi raccontati che certi malesseri non possono che derivare da qualcun altro, dalle scelte di quello, dai suoi comportamenti, da quella dose di cattiveria innata che hanno sempre avuto nei tuoi confronti tutti coloro che davvero contavano per te. Ma lei invece prosegue, dice che avvertiva da subito tutta la sofferenza della mamma, sempre da sola a prendere le piccole decisioni di ogni giorno. Non è facile crescere in un clima di questo genere, spiega poi con voce morbida, perché qualcosa alla fine ti porti dietro anche in seguito, diventa inevitabile.
Volti lo sguardo da qualche altra parte, perché ti sembra una strategia inventata chissà quando soltanto per darsi un tono, per difendere la propria personalità da una realtà che appare ostile ed a cui si cerca di opporre una grande fragilità neppure desiderata proprio da chi parla. Lei appartiene ad una casistica abbastanza consueta, se non fosse che sembra credere davvero a quanto prosegue ad affermare. La guardi, è tutto chiaro, mostri che hai capito, anche se è del tutto un’altra cosa rispetto a quello che lei sta immaginando.
Naturalmente è impossibile impostare un minimo di sensualità in simili frangenti, tanto vale, se un minimo ne ha voglia, lasciarla andare avanti così per conto proprio, limitandomi ogni tanto ad accennare un elemento affermativo con la testa, fingendo di seguire tutto quello che da lei continua a venir fuori, oppure improvvisamente portando ogni problematica su argomenti del tutto secondari, quasi anticipatori della noia e della stanchezza dilagante.
Lei ad un tratto si rianima, dice che abbiamo parlato anche troppo di se stessa, adesso è il caso di colloquiare con maggiore leggerezza, di stare più tranquilli, dimenticare i problemi forti e pressanti che talvolta ci sovrastano. Sono stanco, dico con sincerità. Affrontiamo questa seconda categoria di pensiero in un’altra occasione: per adesso va bene così, ci siamo capiti.

Bruno Magnolfi   

venerdì 13 aprile 2018

Uffici consolari.


            

            Non ho voglia di niente. Inutile che qualcuno prosegua a dire che devo sforzarmi di sollevare il mio morale, non posso farcela, questo è il punto, e non vedo proprio alcun motivo per compiere uno sforzo di questo genere. Ci sono degli sprazzi di memoria che a volte mi aiutano a tirare avanti, perciò mi trovo ancora a sorridere di qualcosa accaduto anche parecchio tempo addietro se solo ci penso, ma oltre questo non trovo niente di buono nel mio presente.
C'è stata una volta in cui ho incontrato una persona, una ragazza straniera, che mi ha detto fermandomi per strada di conoscermi, ed io naturalmente ci ho subito creduto, anche se per essere sincero al momento non ricordavo niente di lei. Dopo un po’ mi ha detto di provare un certo disagio, e che non stava bene in quel periodo, per questo mi sono offerto di accompagnarla lungo la strada, per parlarne un po’ e magari instaurare meglio la nostra amicizia.
Le ho spiegato che avevo un lavoro precario, ma che soprattutto stavo cercando una nuova sistemazione perché al momento c’erano dei dissidi con i miei coabitanti di un piccolo appartamento del centro. Lei ha detto che potevo tranquillamente trasferirmi nella casa sua, che era molto spaziosa e dove al momento abitava da sola, anche se soltanto per un periodo di qualche mese. Va bene, ho detto subito quasi d’istinto, senza però informarmi su altri particolari, e ci siamo salutati dandoci appuntamento alla sua abitazione per quella sera stessa.
La casa era davvero favolosa, sistemata lungo la strada praticamente più significativa di tutta quanta la città; lei mi ha fatto vedere una stanza enorme della quale potevo prendere possesso anche immediatamente, poi mi ha comunicato senza dettagliarle troppo le sue attività ed anche i suoi orari, ed alla fine mi ha spiegato che utilizzava una camera-studio anch’essa molto vasta sistemata dall’altro lato del corridoio. Così mi ha consegnato le chiavi per entrare quando volevo nell’appartamento, e mi ha consigliato di portare subito la mia roba, senza soffermarsi sulle mie decisioni che naturalmente erano quelle da lei previste.
Nella serata ho caricato tutto sulla mia vecchia macchina, ho parcheggiato con due ruote sopra al marciapiede, ed ho iniziato a scaricare i miei bagagli. In casa lei non c’era, e tutto sommato me la sono cavata abbastanza in fretta a sistemare le mie cose. Poi sono andato a parcheggiare la mia auto poco lontano e quindi sono tornato. Ho visto che alcune stanze erano chiuse a chiave, ed ho immaginato fossero anche le più belle dell’immenso appartamento. Poi mi sono sdraiato sopra al letto, ho ringraziato il cielo della mia buona fortuna ed ho respirato a pieni polmoni l’aria dolce che passava dal finestrone socchiuso di quella stanza. Quindi sono uscito.
Quando sono tornato ormai era tardi ed ho immaginato che la ragazza fosse dentro la sua stanza. Difatti è uscita dopo un po’, mi ha salutato pur senza enfasi, mostrando dei buffi occhiali sopra al naso, e mi spiegato che quella sera aveva semplicemente da lavorare su un progetto. Io ho preso pieno possesso con calma della mia stanza, sistemando le cose poco per volta e studiando caso per caso le migliori soluzioni. Poi sono andato a letto, ho scorso qualche articolo di una rivista che avevo con me acclimatandomi lentamente con ogni novità della mia sistemazione, ed infine ho dormito magnificamente fino a metà della mattina. Quando sono andato in cucina per la colazione lei era già uscita di casa. Tutto è durato qualche mese, così come previsto. Adesso in quell’appartamento, passati tanti anni, ci sono gli uffici consolari di una importante nazione straniera, anche se a me pare impossibile.

Bruno Magnolfi 

mercoledì 11 aprile 2018

Tutto quasi normale.




Anna dorme nel suo letto coniugale. Anche Francesco, suo figlio, ha spento la luce nella propria cameretta ed ha preso sonno già da un pezzo. È tardi d’altra parte, sono quasi le due della notte anche se Corrado non è ancora rincasato. C'è silenzio dappertutto, anche in strada mentre lui gira la chiave nel portone condominiale. Sale lentamente le scale, entra nell’appartamento, va diretto in cucina, apre un cassetto e senza produrre nessun rumore impugna un grosso coltello, quello più lungo e appuntito che si ritrova tra le mani. Quando entra nella sua camera da letto la vertigine che lo ha preso poco prima gli ha oramai offuscato qualsiasi pensiero. Corrado nell’oscurità non completa guarda per un istante la forma immobile di sua moglie sotto alle coperte, poi affonda il coltello senza più vedere niente.
Lei urla, Francesco corre e spinge le sue mani su ogni interruttore di luce che riesce a trovare, e quando arriva nella stanza fotografa suo padre mentre sta ancora lì, inebetito, fermo con il coltello in mano a riguardare il sangue di sua moglie che sta inondando il letto e tutto il mondo. Corrono i vicini, qualcuno chiama i soccorsi sanitari, altri le forze della polizia. Corrado lascia forse il coltello nelle mani di suo figlio, poi si lascia andare su una sedia e si piega in due  come una persona disgregata. Portano via sua moglie su di una barella, Francesco va con lei nell’autoambulanza, e Corrado poco dopo lo portano via i carabinieri con le manette ai polsi.
Niente da dire, spiegano i vicini: lui era malato, si sapeva ormai da diverso tempo, però sembrava una famiglia così unita che si fa fatica adesso a comprendere un gesto di quel genere. Restano in casa gli agenti per fare tutti i rilievi che adesso sembrano utili, ma non c'è alcun dubbio, la vicenda si presenta con evidente ed estrema chiarezza, ogni gesto compiuto fortunatamente sembra già scritto e controfirmato sul rapporto finale da redigere. Una tragedia, pensa qualcuno tra coloro che restano sul pianerottolo in pigiama o con indosso la vestaglia: chissà mai cosa passa nella testa delle persone quando la pressione diventa insostenibile.
In ospedale il lavoro appare lungo e paziente, la ferita principale da suturare non è certo uno scherzo, ma la donna, pur avendo perduto molto sangue, non è più in pericolo di vita. Francesco, seduto in mezzo al bianco corridoio, oscilla tra un nervosismo incontenibile e una stanchezza estrema: lo seguono due dottoresse del personale medico, che alla fine gli fanno prendere un semplice tranquillante e lo invitano a sdraiarsi sopra una lettiga.
La notizia corre rapida e qualcuno sembra persino incredulo, però sicuramente dicono tutti che c’è una famiglia ormai spaccata che nessuna volontà potrà più ricucire: indipendentemente da cosa sia stato per loro fino a quel momento, perché adesso è totalmente diverso, cambiato definitivamente. Qualche notiziario del mattino forse riporterà in poche righe l’accaduto, si dice; alcuni cittadini nell’apprendere la cosa si sentiranno quasi persi, impietriti nel cercare le motivazioni di fatti di quel genere, ma per la maggior parte probabilmente tutto sarà quasi normale: in fondo c’era addirittura da aspettarselo.

Bruno Magnolfi

lunedì 9 aprile 2018

Via di fuga.




Vorrei perdere la mia identità mentre cammino per la strada. Dimenticare in un attimo chi sono, la mia storia, i miei problemi. Mi fermo, guardo semplicemente la facciata di un palazzo, e cerco di immedesimarmi in qualcuno che neanche conosco mentre lo osservo rincasare proprio in questo attimo, trasformando forse i miei pensieri in degli stupidi dettagli di una giornata senza caratteristiche, scorrevole, ordinaria, priva persino di qualsiasi affanno.
Non sono nessuno, se ci penso; non ha alcuna importanza ciò che faccio, che io mi arrabbi contro qualcosa che non riesco assolutamente a digerire, oppure se sia irritato nei confronti di un destino di cui non conosco neppure la natura e che sembra giorno dopo giorno attirarmi in una strada senza alcuna via d’uscita. Forse vorrei essere ancora per un po’ quello che in sostanza sono sempre stato, ciò che quotidianamente in tutti questi anni sono riuscito con sacrificio a tenere insieme; assemblare così un compendio di tutti i desideri, di tutte le mie perplessità, di tutto quell’insieme di piccolissime esperienze che hanno composto la somma dei miei giorni, con tutti gli sbagli e le rare combinazioni fortunate che pur si sono presentate, naturalmente senza che io abbia minimamente saputo coglierle, e poi, se fosse possibile, gettarle via, in un solo unico gesto.
Vorrei che qualcuno tra coloro che davvero se ne intendono di queste cose venisse qui davanti a me per dirmi senza alcuna mezza parola dov’è che non ha funzionato il mio progetto, che cosa sia ciò che è risultato sempre come sospeso ogni volta che ho cercato di dare vita ad un pensiero che mi girava nella mente; dove non sono riuscito ad imprimere la giusta enfasi ai miei gesti, ed in quale caso sono rimasto probabilmente troppo fermo in una posizione debole, aspettando forse che le cose iniziassero quasi da sole ad acquistare quota, sospinte magari da un alito di vento improvvisamente generoso. 
Mi piacerebbe magari dimenticarmi anche di tutto, ed iniziare così una fase nuova, qualcosa che non avesse necessità di un talento particolare, ma che fosse frutto soltanto di un’idea diversa della realtà, come una voce nuova, un’interpretazione differente di questa normalità di cui ho sempre sofferto. Rido di questo pensiero mentre continuo a camminare: tutto si regge sulla capacità di stare esattamente nel posto che ognuno di noi può mostrare come proprio, anche se alla fine lo stesso tizio che si mostra sa di non avere una collocazione vera e propria. Cammino restando dentro alle mie vesti, ma forse potrei essere chiunque mentre percorro queste strade.
Non so bene neanche più che cosa fare. Andarmene via, allontanarmi rapidamente da tutto quanto ciò che mi circonda. Oppure mettermi in un angolo come un animale che riesce a fiutare sempre di più l’approssimarsi del proprio destino, e quindi sfuggire la realtà ma contemporaneamente sentirsene anche succube. O anche cercare indifferenza, e proseguire come sempre, dritto sulle proprie gambe, come un personaggio senza sentimenti, coerente e ligio alla sua sorte. Non lo so, vorrei dare un segnale a quanti sono in grado di coglierne il valore. Anche se sto chiudendo una per volta le mie porte, senza lasciarmi alle spalle alcuna via di fuga.

Bruno Magnolfi

giovedì 5 aprile 2018

Prevenuta.




Ci sono delle volte che Cinzia sì astrae completamente da ciò che la circonda. È come se i suoi pensieri prendessero il sopravvento su tutto il resto, ed il  momentaneo isolamento in cui si rinchiude fosse pari ad un breve piacevole viaggio. Non è così questa mattina purtroppo, o almeno niente del suo comportamento avuto nei confronti di Francesco le sembra adesso paragonabile a quello che le sarebbe piaciuto veramente: l’incontro di poco prima è stato per lei del tutto inaspettato, e la domanda secca che lui le ha posto quando si trovavano nel corridoio è apparsa a Cinzia talmente forte ed improvvisa, nonostante fosse assolutamente legittima, da farla sentire quasi una bambina sciocca ed astiosa che cerca di evitare addirittura i suoi doveri principali. Certo, soltanto ora comprende che sarebbe stato un suo compito preciso ancor prima di farsi porre delle domande, iniziare a dare a lui delle spiegazioni sulla sua condotta, anche perché generalmente non è neppure nel suo carattere comportarsi in quel modo così sgarbato, nascondendosi con falsa indifferenza e cercando addirittura di evitare il dialogo, ma lei negli ultimi giorni si è sentita come caduta in un tranello teso dalla situazione stessa, ed anche adesso che si reputa ancora confusa, non si aspettava certo da Francesco una sua così forte presa di posizione, tanto da renderla vulnerabile persino ad un suo sguardo serio e consapevole.
Quando viene suonata la campanella che indica il termine di tutte le lezioni mattiniere, dopo aver radunato i suoi libri ed una volta uscita dall’aula, Cinzia scorre lentamente lungo il corridoio con la testa piena di tutti questi pensieri, e quindi scende per la grande rampa delle scale ottocentesche, fino a ritrovarsi, quando non c'è oramai quasi più nessuno di tutti i suoi compagni di liceo, nel grande androne dell’ingresso principale. Francesco inaspettatamente invece è proprio lì, davanti a lei, quasi sulla soglia dell’uscita, e senza alcun dubbio sta aspettando proprio lei, lasciandola in questo modo del tutto meravigliata già per la seconda volta in poco più di un’ora. Cinzia gli va incontro quasi senza respirare, lui la guarda avvicinarsi; a lei viene quasi da piangere per la strana situazione in cui si è venuta a trovare stupidamente, ma riesce a trattenere quelle lacrime; ed infine dopo appena un attimo escono assieme, senza essersi ancora detti niente.
Ed in fondo non c'è molto da dire: per lei è stato soltanto essersi resa conto all’improvviso che suo padre intrattiene degli affari poco chiari con il padre di Francesco, che l’ha fatta momentaneamente rifuggire da quei profondi sentimenti che continuano a legarla a quelli di Francesco. Spiegarlo adesso certo non è facile, e forse anche per questo Cinzia non si è neanche provata a farlo, però improvvisamente sa che deve affrontare l’argomento, sa che deve dire a lui con estrema sincerità ciò che davvero le passa nella mente. Francesco l’accompagna con lo sguardo basso senza neppure chiederle niente, e lei guarda avanti a sé mentre si prende ancora un po’ di tempo per riflettere e per misurare le parole; infine dice solamente che le dispiace aver tenuto un comportamento così distaccato nei suoi confronti, soprattutto perché avrebbe voluto tanto che le loro rispettive famiglie non avessero alcuna influenza sul quel rapporto così speciale che c’è tra loro due. A me non interessa niente, dice subito Francesco: so che non voglio perderti, non voglio in nessun modo che a noi due ci accada niente che sia estraneo alle nostre volontà, o che ci ritroviamo all’interno di uno strano percorso che magari non dipende né da me e neanche da te. Hai ragione, dice Cinzia, è assolutamente quello che in fondo penso anche io, e ti chiedo scusa per il mio stupido tentennare, se è questo che ti è apparso; ti voglio bene: ma dammi appena un altro briciolo di tempo, e vedrai che riuscirò del tutto a distaccarmi da ogni mia più piccola prevenzione che forse nei giorni scorsi mi ha sfiorato in questa nostra storia.

Bruno Magnolfi