lunedì 18 giugno 2018

Conquista raggiunta.



La chiamano a voce alta anche per diverse volte durante questi pomeriggi di sole mentre se ne sta in solitudine da una parte, non tanto perché vorrebbero averla insieme con loro, visto che lei non dice quasi una parola e non è certo una persona di grande compagnia, quanto perché desidererebbero tutti che la smettesse di giocare sempre con l’acqua come certe volte continua a fare per ore ed ore in queste lunghe giornate d’inedia. Carla va fino alla fontanina in pietra in fondo all’ ampio cortile tutte le volte in cui ne sente la voglia, appoggia a terra con attenzione le due o tre bottiglie di plastica che porta spesso con sé, e poi con metodo inizia a riempirle, lentamente, senza versare mai neppure una goccia di quell’acqua fresca e limpida che scorre piacevolmente dal rubinetto. Poi travasa il liquido da una bottiglia all’altra, come fosse quello un elemento estremamente prezioso, e prosegue a fare tutte queste operazioni fino a quando qualcuno non riesce a convincerla in qualche modo a smettere.
Sono i quantitativi quelli che contano, la capacità di ogni recipiente di tenere dentro di sé più o meno liquido, e questo con certezza non è un dato scontato, ma varia indipendentemente dalla forma esterna che hanno fatto assumere all’involucro dentro la fabbrica dove è stato generato. Sono queste in fondo le scoperte più importanti che si possono fare quando si sperimentano cose di questo genere, proprio perché alla fine l’elemento essenziale che ci porta tutti un passo avanti è esattamente la coscienza con cui si affrontano le vicende reali che ci capitano, con il loro vuoto, oppure il pieno, sia di senso che di significato.
Poi Carla si scuote, raggiunge le altre donne della sezione femminile di cui fa parte, e si mette in un angolo forse a meditare le nuove scoperte che è riuscita ultimamente a mettere davvero insieme. Qualcuna la guarda con intensità e magari sorride alle altre, mostrando quell’incomprensione che lei però conosce benissimo e che riesce a sopportare senza alcuno sforzo, gettandosi attorno tutta quell’indifferenza che da sempre prova per chi non sa comprendere neppure i rudimenti della sua fondamentale scienza. Infine Carla si siede, da sola, senza chiedere alle altre alcuna attenzione per se stessa, ed è allora che una o due tra tutte si avvicinano a lei pur senza rivolgerle mai delle domande in forma diretta.
Sono soddisfatta, fa Carla a un certo punto; i miei esperimenti hanno mostrato in questi ultimi tempi che ci sono delle verità che purtroppo non conosco proprio per niente. Cose di cui non ho neppure sentito mai parlare; ma questo fatto per me è senz’altro positivo: significa che con la curiosità e l’applicazione che riesco ad impiegare posso facilmente scoprire addirittura anche dentro di me tutte quelle cose che non avrei mai creduto ci potessero davvero essere. Perciò mi sento pronta a lasciare per strada tutto ciò che adesso mi appare soltanto una zavorra, e sostituire il vuoto che viene a formarsi in questo modo con nuove idee e con nuove esperienze. Presto sarò del tutto rinnovata dice con compiacimento, e questa raggiunta fase sarà del tutto una mia importantissima conquista.


Bruno Magnolfi


giovedì 14 giugno 2018

Sbagli clamorosi.



Stanno tutti fermi nel momento in cui li guardi, ma appena sono sicuri di non essere osservati, ecco che iniziano a girarsi, a parlare tra di loro, a ridere e scambiarsi segnali di condivisione. Allora cerchi di ignorarli, di fingere che neppure siano qui, proprio da queste parti dietro di te, e che le cose di cui parlano risultino soltanto il frutto di superficialità e di semplice egoismo. In certi casi, sempre volgendo loro le spalle, ti soffermi ad ascoltare quei loro discorsi, e spesso ti pare persino impossibile che dicano davvero cose di quel genere.
Non ha alcuna importanza rifletti, sono soltanto costituiti di quel nulla che in un brutto giorno li ha voluti chissà come generare, e forse loro stessi prima o dopo si renderanno conto in maniera autonoma che i loro argomenti, con quanto pretendono di essere migliori di qualsiasi altra conclusione, non faranno altro che portare tutto quanto verso qualcosa che sarà peggiore di qualsiasi già nefasta previsione.
Poi però ti chiamano, mentre già ti eri quasi disinteressato dei loro comportamenti, e allora ti volti manifestando una certa sorpresa, ed ecco che quelli ti chiedono subito se vuoi provare a stare assieme a loro. Naturalmente fai cenno di no con la tua mano, come se avessi ben altro di cui occuparti in questo preciso momento, e per dimostrazione di questo pensiero ti allontani subito come se non avessi niente a che fare con gente di quel tipo, o forse per evitare ulteriori richieste da parte loro. Però inizi a pensare all’offerta che ti è stata fatta, e riflettendola meglio non ti sembra più così completamente assurda com’era sembrata inizialmente.
Così torni sui tuoi passi, ti fermi, loro sembrano ancora immobili, in attesa, però ti pare che sulle loro facce si sia formato un lievissimo sorriso. Ti guardi attorno, non trovi niente di anormale in tutto ciò che ti circonda, così vai a sederti su di una seggiolina del caffè all’aperto dove stanno tutti, mentre gli altri non sembrano neppure meravigliarsi troppo del tuo arrivo. Per il momento non hai voglia di parlare con nessuno, sia ben chiaro, però sai bene che ti verrà domandato qualcosa tra pochissimi momenti, perciò dovrai rispondere e spiegarti, ma sempre che tu ne abbia davvero voglia, ed insieme alle tue parole forse scivolerà via quella diffidenza che hai sempre avuto verso coloro che per tutto questo tempo hai considerato degli estranei.
Ti parleranno probabilmente di cose semplici, quasi di ovvietà, ma lo faranno giusto per instaurare un primo collegamento tra quelli che tu consideri due mondi differenti. Ed invece no, ecco che ti offrono qualcosa da bere, ti dicono che se non ti va puoi andartene in qualsiasi momento, ma se rimani lo fai soltanto per una tua precisa volontà, perché nessuno di loro ti trattiene. Come ti chiami, chiedono poi sommessamente, e tu lo dici, ed aggiungi subito qualcosa che sa di personale, esattamente come il tuo nome, e loro ascoltano, lasciano che tu spieghi i tuoi argomenti, tu dica quello per cui provi qualche necessità, ciò che ti sembra di poter estrapolare tra i tuoi pensieri in questo momento esatto, insieme a tutto quello che hai sempre considerato come una semplice profonda verità. Quando infine te ne vai saluti tutti: sono come me, pensi già meravigliandoti degli stessi tuoi pensieri; soltanto non sanno di sbagliare.


Bruno Magnolfi


domenica 10 giugno 2018

Urlo inadeguato.



Durante alcuni pomeriggi particolarmente luminosi, nelle ore che normalmente dedico alla riflessione attenta della realtà in tutte le sue particolari manifestazioni, mi capita di provare il desiderio di uscire con una certa tranquillità sopra al terrazzino del mio appartamento al terzo piano, come per dare un’occhiata alla strada piena di sole che passa proprio qui sotto; e forse per la stessa meraviglia che subito mi prende, ma anche per la voglia di farmi sentire da tutti coloro che transitano a piedi lungo il marciapiede, lancio un urlo con tutta la voce che mi riesce di avere in gola. Qualcuno si volta e ride divertito, altri fermandosi si sentono quasi offesi per le mie manifestazioni, in ogni caso ormai da un po’ di tempo chiunque si trovi a passare da queste parti, non manca mai di gettare un’occhiata verso le mie finestre.
Nel negozio all’angolo dove mi fermo quasi sempre ad acquistare le mie sigarette, mi dicono complimentandosi che il mio è proprio un urlo esistenziale, perciò apprezzato, altri però mi fermano lungo il tragitto accanto a casa anche per dirmi che dentro alla mia espressione c’è il senso di sofferenza esatto del nostro quartiere, stritolato in modo speciale lungo alcune vie, dal traffico e dall’inquinamento. Sorrido, non mostro mai alcuna certezza da condividere, mi basta sapere che in giro si stanno formando delle manifestazioni di apprezzamento e di curiosità nei confronti di quello che faccio. Così torno a casa con i pacchetti delle mie sigarette preferite, poi mi siedo, mi rilasso accendendomene subito una, ed a seguito anche un’altra, e penso alle piccole cose che spesso torturano i miei giorni soltanto con il loro semplice mostrarsi in modo negativo, contrastando il fluire lento e piacevole delle ore che si dipanano fuori e dentro la mia mente.
Infine torno ad uscire sopra al terrazzino, qualcuno già mi guarda, altri forse dietro alle tende delle loro case aspettano con ansia la mia espressione naturale, il mio mostrarmi al mondo, la mia piccola e inconsueta forma d’arte che così tanto fa parlare di sé almeno lungo questa strada. Ma forse per effetto di tutte le sigarette delle quali ultimamente sto un poco abusando, mi esce un grido che invece di distendersi come tutte le altre volte, verso la fine pare come strozzarsi, degradandosi a rantolo rauco prossimo ad un attacco di tosse, che fortunatamente riesco comunque ad evitare. Avverto una risata da qualche parte, e subito rientro.
Non mi aspettavo proprio un epilogo del genere, non ero preparato al tradimento improvviso della mia stessa voce, tanto che vorrei fosse possibile cancellare tutto, magari preparando meglio la mia gola a sostenere quello sforzo che le imprimo. Ma la frittata ormai è fatta, ed il senso di ridicolo che mi è calato addosso inesorabilmente non mi permetterà più, almeno in tempi brevi, di esprimermi ancora nel mio urlo di sempre. Me ne farò una ragione penso, attenderò con infinita pazienza l’occasione buona per tornare a cimentarmi nel mio grido verso gli altri, e questa volta comunque saprò mostrarmi maggiormente preparato, conscio come mi sento delle mie formidabili potenzialità, perfettamente all’altezza di ciò che tutti quanti inevitabilmente si attendono da me.


Bruno Magnolfi


lunedì 4 giugno 2018

Futuro impossibile.



In giornate come questa vorrei fermarmi, dice con voce pacata l’uomo a sua moglie. Non essere stupido, fa lei, non ce lo possiamo certo permettere. Non dicevo questo, cerca di spiegarsi meglio lui, è solo che d’improvviso mi sembra quasi tutto inutile, un’assurda e continua corsa in avanti senza alcun significato e nessuno scopo da raggiungere. Va bene, fa lei, hai prodotto anche oggi il tuo solito ed inevitabile grido di dolore, adesso però torna con i piedi per terra e deciditi a fare quello che devi.
Il marito prende la giacca, saluta, esce di casa, cammina lentamente fino alla fermata del bus, poi si siede presso la panchina sotto una tettoia di plexiglas ed infine resta lì, come non avesse alcuna decisione da prendere. Quando transita il primo mezzo pubblico lui sale con indifferenza insieme agli altri che gli stanno accanto, anche se questa evidentemente non è la sua linea, ed una volta a bordo si sistema in piedi accanto ad un finestrino, tanto per guardare fuori le facciate delle case che se ne fuggono per conto proprio. Scorrono così davanti ai suoi occhi anche parecchie fermate dove la gente variegata scende e sale, infine l’autobus affronta alcune strade periferiche dove si notano con evidenza degli spiazzi d’erba incolta tra le case, ed anche qualche piccolo canneto spontaneo al bordo di certi piccoli fossati di acqua ferma lasciati perlopiù al loro destino.
L'uomo scende ad un certo punto, anche se non sa con precisione neppure dove si stia trovando, perché in fondo non gli importa molto sapere di essere in un posto preciso, gli basta come di perdersi in un luogo qualsiasi, e di affrontare qualcosa che non vuole neppure immaginare in questo momento. Cammina per un po’ da quelle parti, osserva le poche cose degne di nota di quel quartiere, infine incontra un ragazzo che lo guarda con curiosità, come fosse un alieno caduto sulla terra non per propria decisione. Infine lui si ferma, immagina di osservarsi da un punto distante da  sé, come se tutto fosse una specie di disegno panoramico in cui rimane immobile un semplice uomo piccolo che non riesce neppure ad uscire del tutto dall’immagine, limitandosi a scorrere soltanto lungo i bordi, e cercando dentro di sé la soluzione dell’enigma in cui si sente immerso. Poi torna sui suoi passi, ritrova la fermata dell’autobus e percorre a ritroso quasi senza pensarci tutta la strada.
Più tardi sua moglie gli chiede cosa mai gli sia successo in tutto il giorno, ma l’uomo non le sa spiegare niente, e l’unica cosa che riesce a dirle è che c’era un ragazzo davanti a lui, forse abbandonato a se stesso, da qualche parte lungo una strada qualsiasi, ed a lui è sembrato all’improvviso che tutto potesse essere soltanto in quel modo, senza più nient’altro a cui potersi riferire, nessun tema forte che guidasse il suo cammino, nessuna persona vera a cui credere ancora per sapere cosa fosse meglio per il futuro di tutti quanti.


Bruno Magnolfi

mercoledì 30 maggio 2018

Superamento di tutto.



Lei adesso siede al suo tavolo cercando di conservare una certa tranquillità, ed almeno in apparenza sembra non avere al momento dei grandi pensieri dentro la testa, anche se tra qualche minuto dovrà per forza rimettersi in moto per le cose ordinarie di cui deve assolutamente occuparsi, ed affrontare tutti quei piccoli problemi che oramai costituiscono la maggior parte di tutto il suo tempo. Suo figlio alla fine si è addormentato nel proprio lettino dopo la giornata trascorsa come sempre nella scuola materna. A volte il bambino sembra nervoso, dice di avere male alla testa, in qualche caso si comporta con gli altri compagni in maniera leggermente aggressiva, così le hanno spiegato in fretta le sue maestre quando è andato a prenderlo la scorsa settimana. Il pediatra non ha poi dato molta importanza alla cosa, ma lei si, anche se adesso vorrebbe proprio non avere anche questa preoccupazione.
Deve controllarsi al massimo, questo è il punto, ed almeno in casa riuscire a non dare mai alcuna possibilità al suo bambino di respirare un’atmosfera tesa, nervosa, priva di quella calma fondamentale alla sua crescita sana, e che in questo momento soprattutto deve avvenire in maniera il più possibile naturale, senza alcuno strappo possibile. Che suo padre se ne sia andato da qualche tempo sembra adesso un dettaglio quasi lasciato alle spalle, ma se fino a poco fa lei credeva di essere riuscita a tenere assolutamente sotto controllo anche questo, negli ultimi giorni non le sembra più un elemento di cui essere così tanto sicura.
Poi c’è il suo lavoro, e con tutti i permessi che ha dovuto prendere ultimamente per stare proprio dietro a suo figlio, non sa spiegarsi neppure lei come i dirigenti della sua azienda riescono ancora a conservarla al suo posto. Continua a ripetersi come per convincersi che le cose uno di questi giorni miglioreranno, e che tutto andrà bene, che ci sarà dietro l’angolo una notizia positiva anche per lei. Perché deve tenere alto il morale, guardare in avanti, cercare di cogliere tutti gli aspetti migliori che ogni giornata le può presentare, e poi posare sempre i piedi per terra, farsi aiutare da tutti coloro che le ruotano intorno, essere sempre cortese con le poche amiche rimaste, con i colleghi sul posto di lavoro, con la sua vicina di casa che a volte le tiene anche il bambino, quando lei magari deve uscire anche solo per comperare qualcosa.
Non è facile, lei lo sa bene, ed è consapevole di tutto, perciò si alza improvvisamente da quel tavolo, va ad osservare ancora una volta suo figlio che in questo momento sembra proprio tranquillo, che crescerà bene nonostante tutte le difficoltà, lei ne è più che sicura, e che non ricorderà mai l’apprensione sprecata dalla sua mamma durante questi suoi anni d’infanzia. Vorrebbe quasi con un colpo di spugna allontanare da sé ogni brutto pensiero, tutte le preoccupazioni che spesso sembrano attanagliarla, il senso di disperazione che a volte la prende, ma non sempre riesce a mostrare al bambino quella serenità che lei vorrebbe e che sente utile, necessaria, quasi un ingrediente fondamentale per tutti questi giorni difficili.
Poi lui però si sveglia, si guarda attorno come fa sempre, muove la manine per cercare l’appiglio di cui forse sente profonda necessità; così lei lo prende, lo stringe a sé come la cosa più preziosa che ha, ed il bambino sorride: va tutto bene, è tutto già superato.


Bruno Magnolfi



lunedì 28 maggio 2018

Senso del ridicolo.



Siamo noi, spesse volte, ad indicare la via giusta a tutti quanti. Ed anche se in certe occasioni si sente ridere qualcuno in modo platealmente denigratorio dentro al buio della sala, ciò non comporta da parte nostra alcun cambiamento di rotta, visto che noi siamo sicuri di quello che è meglio fare per il bene della nostra gente. Mandiamo avanti le cose come sempre si è fatto, produciamo idee e riflessioni che onorano qualsiasi tipo di causa giusta e condivisibile, e ad ogni serata siamo sicuri di rendere più fluido e piacevole il nostro spettacolo, tanto che in molti si accostano ogni volta a quel gruppo corposo composto dei nostri sostenitori.
Siamo noi a guardarci attorno per trovare la giusta ispirazione ogni volta che la realtà sembra bloccata, e non ci vuole molto per mostrare quelli che sono i nostri principi fondamentali, sempre dettati dal buon senso e dall’equilibrio. Ci muoviamo sempre in mezzo a molte complicazioni, e spesso ci troviamo costretti semplicemente ad ignorare le critiche aspre che ci vengono rivolte, ma abbiamo la sicurezza che alla fine tutti resteranno soddisfatti del nostro impegno, e sappiamo che prima o dopo non ci sarà più alcun bisogno di trovare delle scuse per giustificare ancora una volta una scarsa affluenza di pubblico ai nostri spettacoli.
Siamo noi che stiamo coi piedi sopra a questo palcoscenico, e se le luci riescono ad illuminarci a dovere, mostriamo volentieri la faccia a tutto questo pubblico, perché non abbiamo niente da nascondere, oltre al nostro muoverci qua sopra con i tempi e con le espressioni che la tradizione dello spettacolo ci ha da sempre permesso di utilizzare.  Ci sentiamo bene, a nostro agio, apprezzati e sostenuti da tutti coloro che ci hanno seguito fino adesso, gridandoci certe volte dei consigli e mostrando il loro disaccordo quando qualcosa nelle nostre scelte non è del tutto andato per il verso giusto.
Siamo noi a far vedere alla platea di che pasta siamo fatti, e non hanno alcuna importanza i sacrifici a cui abbiamo dovuto sottoporci, le ristrettezze a cui ci siamo arresi, il duro lavoro che da sempre ci ha comportato questa preparazione ad uno spettacolo come quello nostro. Ci impegniamo a fondo tutti quanti, cerchiamo sempre il massimo, a cominciare dalle prove, e stiamo sempre estremamente concentrati fino a quando siamo del tutto sicuri che niente di quello che verrà sarà lasciato al caso.
Siamo noi, fin dagli inizi, coloro i quali riusciranno a mostrare qualcosa di notevole, e non ha alcuna importanza se tra tutti quanti quegli spettatori che restano immersi dentro la sala buia, ce ne sarà qualcuno che avrà avuto da ridire, e che uscirà da qua dicendo ad altri che lo spettacolo ha lasciato molto a desiderare o che magari a lui non è piaciuto affatto; non importa, penseremo, in fondo tutto il mondo è composto da opinioni, e sarà bene rispettare anche quelle che non ci sono favorevoli. Saremo stati noi comunque ad essere quelli che si sono messi in gioco per tutto il tempo, ed alla fine se anche avremo superato il senso del ridicolo, forse era proprio anche così che si doveva fare.  
           

            Bruno Magnolfi


domenica 27 maggio 2018

Appuntamento difficile.



Devo muovermi, sono già in ritardo. Non capisco neppure come possa essere capitato, forse mi sono trastullato un po’ troppo nella convinzione di avere davanti tutto il tempo di cui avevo voglia, ed invece le lancette dell’orologio sono andate avanti velocemente quasi per conto loro, in un modo del tutto inesorabile, tanto che adesso mi trovo nella situazione imbarazzante di chi non ha più alcuna possibilità neanche di riflettere meglio su quello che mi attende.
Prendo la giacca ed esco di corsa, pur sapendo perfettamente che il mio presunto successo in ciò che ogni giorno mi trovo a dover affrontare è semplicemente determinato dal dettaglio, dalle piccole cose, da quei particolari minimi e sottili per i quali soltanto dedicando loro la giusta attenzione si può ottenere i risultati in qualche modo sperati, lasciando alle spalle la superficialità risultante quasi sempre dalla fretta eccessiva. Forse ho i capelli poco pettinati, la mia camicia non è del colore che avrei voluto indossare, le mie scarpe non sono neppure perfettamente pulite. Però mi rassegno: certe volte le cose non possono essere altro che così.
Sul portone trafelato incontro la mia vicina di pianerottolo mentre sta rientrando, una persona comprensiva e sempre cortese con me, capace di prendermi la posta quando non ci sono, o anche di passarmi qualcosa da mangiare in certe serate in cui il mio frigorifero e la mia dispensa dimostrano di essere vuoti. Mi saluta vistosamente e con una certa determinazione, perciò mi fermo, le dico subito che ho fretta, ma lei inizia col raccontarmi qualcosa di importante dell’amministratore di condominio e delle sue strane trovate, così capisco subito che devo per forza interromperla, anche se in maniera garbata, se voglio occuparmi ancora della mie cose. Le dico che passerò più tardi da lei, ed a quel punto mi potrà raccontare tutto con calma, poi volo alla fermata del bus, che naturalmente transita proprio in quel momento senza di me.
Decido di andare a piedi, perciò attraverso subito la strada in un punto peraltro dove non è permesso, tanto che le auto di passaggio mi strombazzano come per farmela pagare. Sono già in un bagno di sudore per l’agitazione, e mi sento inadeguato sempre di più ad affrontare quanto il mio dovere richiede. Sono sicuro che qualcuno dirà immediatamente che sono in ritardo come è mio solito essere, e le mie scuse non verranno neppure prese in considerazione. Arranco, alla fine arrivo in una piazza e vedo un bus, così ci salgo insieme ad altre mille persone che mi stringono in una morsa incredibile. Non riesco neppure a vedere verso dove si vada, ma alla fine mi rendo conto che la direzione del mezzo pubblico non è quella giusta per me. Impiego due fermate prima di riuscire a scendere da lì, e mi sento sempre più disperato.
Alla fine decido di entrare in un bar per cercare di calmarmi, così mi siedo ad un tavolo libero e mi faccio servire dell’acqua e anche un caffè. Non sto bene, questo è il punto essenziale: non posso andare da alcuna parte, non posso presentarmi a nessuno, devo lasciare che le cose restino così come sono se non voglio riuscire a peggiorarle. Alla fine telefono: non importa, mi dicono all’apparecchio; non c’è affatto bisogno che lei si presenti; così, mi spiegano, può restare tranquillo e beato nella sua casa. Va bene, rispondo, ringrazio il vostro pensiero, magari prenderò nei prossimi giorni un nuovo appuntamento.


Bruno Magnolfi