martedì 16 dicembre 2025

Immutabile.


Appena oltrepassata la soglia della porta in fondo a questo vicolo oscuro, si apre davanti alla vista una piccola stanza senza altre aperture, completamente sguarnita di mobili, come una specie di grossa scatola di cartone da cui per l’occasione fosse stato tirato via tutto il contenuto, e mentre cerco tra queste quattro pareti qualcosa che comunque giustifichi il fatto di essere stato attratto in un luogo del genere da quello strano richiamo prolungato ed insistente, tutto d’improvviso sembra come incapace di dare una spiegazione razionale di quel che sul momento mi appare di fronte. Sto fermo, osservo i dettagli, ritengo che non ci possa essere proprio nulla a trattenermi là dentro, se non la curiosità di comprendere l’esatto motivo di essere stato convocato in questi paraggi soltanto per apprendere quanto di inconsistente possa mai esserci nel vuoto. Così entro dentro, e poi con calma richiudo la porta alle mie spalle, giusto per osservare quelle vecchie ombreggiature sull’intonaco che sono rimaste ad indicare la posizione della mobilia al tempo in cui probabilmente arredava l’ambiente. Non trascorre molto tempo, e sento bussare alla porta, ma senza insistenza, quasi come se qualcuno cercasse di dare un segnale convenuto. Mi volto, dico forte di entrare, ed un signore elegante apre e poi rimane là fuori a guardarmi, come se non fossi la persona che si attendeva di trovare.   

Lo guardo, vado verso di lui ancora senza parlare, e quando gli sono abbastanza vicino mi fermo e gli chiedo chi sia, che cosa desideri da me, il motivo che lo ha spinto a darmi un appuntamento in un luogo del genere. Il tizio non risponde, si limita a guardarmi ancora per un po’, ed infine si gira mostrando la volontà di andarsene senza alcuna spiegazione. Mentre proseguo ad osservarlo sono sicuro adesso che le mie domande non abbiano avuto alcun senso, e che il mio tentativo di comprendere qualcosa di più di questa faccenda sia dato soltanto da alcune curiosità di origine quasi infantile, che possono essere anche lasciate così, prive di qualsiasi conseguenza. Vorrei andarmene anche io da quel luogo, ma mentre torno a richiudere la porta per lasciarla serrata proprio come l’avevo trovata, mi accorgo che in fondo alla stanza qualcosa si muove, e che c’è forse un piccolo animale che non avevo notato in precedenza. Rientro all’interno, ma mentre mi avvicino all’angolo opposto mi rendo conto che è soltanto una semplice illusione ottica, una specie di ombra che risulta proiettata fin lì sicuramente da una fonte di luce posizionata casualmente nel vicolo di fronte.    

Me ne vado, ma prima ancora di scendere i due gradini che portano al piano stradale mi fermo per osservare meglio il caseggiato che sta ai fianchi della strada minuta dove mi trovo. Infine, inizio vagamente a comprendere almeno qualcosa: si tratta di un’istallazione, di un segnale materiale che indica la mancanza di un senso qualsiasi, come se il risultato di tutto fosse una scatola vuota, una stanza priva di qualsiasi suppellettile, una mancanza sempre più forte e inquietante di ogni riferimento oggettivo. Lentamente mi muovo per andarmene definitivamente, ma all’uscita dal vicolo ritrovo lo stesso signore di prima che forse era soltanto venuto a sincerarsi della mia presa d’atto, del mio coinvolgimento emotivo nel rendermi conto di tutto questo, e così adesso sembra sorridermi, mentre allunga la sua mano tesa verso di me, e lasciando che io per istinto la stringa subito nella mia, come a suggellare un patto d’intesa per questa riuscita d’intenti.

Non può esserci un significato più chiaro, sembra dirmi quell’uomo: viviamo sempre di più dentro ad un vuoto completo che tentiamo continuamente di riempire con elementi soltanto momentanei, come se per importanza esistesse solamente il presente, lasciando che il passato vada a tramontare rapidamente dietro di noi e perda così di qualsiasi significato, e che il futuro sia soltanto una sfida da affrontare ad ogni passo, e non una costruzione da elaborare ogni giorno. Vado via, forse non vorrei essere mai stato attratto da queste parti, anche se il volantino capitato per caso tra le mie mani era invitante e ben definito, e quando si diceva tra quelle righe di seguire il richiamo che potevo avvertire semplicemente acuendo i miei sensi, sembrava parlasse proprio a me stesso, di me, come se fossi stato l’unico individuo in città in grado di poter apprezzare qualcosa del genere.

Impossibile tornare adesso alle mie normali occupazioni, e riprendere a dedicarmi soltanto dei miei problemi quotidiani, come se niente fosse accaduto, senza tener conto in qualche modo di questa breve parentesi: in fondo il risveglio della coscienza può passare facilmente anche da pochi gesti, magari da qualche sguardo, forse da un inizio di consapevolezza in grado di aprire poco per volta uno squarcio in quello che abbiamo sempre creduto immutabile.

 

Bruno Magnolfi      

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