Appena oltrepassata la soglia
della porta in fondo a questo vicolo oscuro, si apre davanti alla vista una
piccola stanza senza altre aperture, completamente sguarnita di mobili, come
una specie di grossa scatola di cartone da cui per l’occasione fosse stato
tirato via tutto il contenuto, e mentre cerco tra queste quattro pareti
qualcosa che comunque giustifichi il fatto di essere stato attratto in un luogo
del genere da quello strano richiamo prolungato ed insistente, tutto
d’improvviso sembra come incapace di dare una spiegazione razionale di quel che
sul momento mi appare di fronte. Sto fermo, osservo i dettagli, ritengo che non
ci possa essere proprio nulla a trattenermi là dentro, se non la curiosità di
comprendere l’esatto motivo di essere stato convocato in questi paraggi soltanto
per apprendere quanto di inconsistente possa mai esserci nel vuoto. Così entro
dentro, e poi con calma richiudo la porta alle mie spalle, giusto per osservare
quelle vecchie ombreggiature sull’intonaco che sono rimaste ad indicare la
posizione della mobilia al tempo in cui probabilmente arredava l’ambiente. Non
trascorre molto tempo, e sento bussare alla porta, ma senza insistenza, quasi
come se qualcuno cercasse di dare un segnale convenuto. Mi volto, dico forte di
entrare, ed un signore elegante apre e poi rimane là fuori a guardarmi, come se
non fossi la persona che si attendeva di trovare.
Lo guardo, vado verso di lui
ancora senza parlare, e quando gli sono abbastanza vicino mi fermo e gli chiedo
chi sia, che cosa desideri da me, il motivo che lo ha spinto a darmi un
appuntamento in un luogo del genere. Il tizio non risponde, si limita a
guardarmi ancora per un po’, ed infine si gira mostrando la volontà di
andarsene senza alcuna spiegazione. Mentre proseguo ad osservarlo sono sicuro adesso
che le mie domande non abbiano avuto alcun senso, e che il mio tentativo di
comprendere qualcosa di più di questa faccenda sia dato soltanto da alcune
curiosità di origine quasi infantile, che possono essere anche lasciate così,
prive di qualsiasi conseguenza. Vorrei andarmene anche io da quel luogo, ma
mentre torno a richiudere la porta per lasciarla serrata proprio come l’avevo
trovata, mi accorgo che in fondo alla stanza qualcosa si muove, e che c’è forse
un piccolo animale che non avevo notato in precedenza. Rientro all’interno, ma
mentre mi avvicino all’angolo opposto mi rendo conto che è soltanto una
semplice illusione ottica, una specie di ombra che risulta proiettata fin lì sicuramente
da una fonte di luce posizionata casualmente nel vicolo di fronte.
Me ne vado, ma prima ancora di
scendere i due gradini che portano al piano stradale mi fermo per osservare
meglio il caseggiato che sta ai fianchi della strada minuta dove mi trovo. Infine,
inizio vagamente a comprendere almeno qualcosa: si tratta di un’istallazione, di
un segnale materiale che indica la mancanza di un senso qualsiasi, come se il
risultato di tutto fosse una scatola vuota, una stanza priva di qualsiasi
suppellettile, una mancanza sempre più forte e inquietante di ogni riferimento
oggettivo. Lentamente mi muovo per andarmene definitivamente, ma all’uscita dal
vicolo ritrovo lo stesso signore di prima che forse era soltanto venuto a
sincerarsi della mia presa d’atto, del mio coinvolgimento emotivo nel rendermi
conto di tutto questo, e così adesso sembra sorridermi, mentre allunga la sua mano
tesa verso di me, e lasciando che io per istinto la stringa subito nella mia,
come a suggellare un patto d’intesa per questa riuscita d’intenti.
Non può esserci un significato più
chiaro, sembra dirmi quell’uomo: viviamo sempre di più dentro ad un vuoto
completo che tentiamo continuamente di riempire con elementi soltanto momentanei,
come se per importanza esistesse solamente il presente, lasciando che il
passato vada a tramontare rapidamente dietro di noi e perda così di qualsiasi
significato, e che il futuro sia soltanto una sfida da affrontare ad ogni
passo, e non una costruzione da elaborare ogni giorno. Vado via, forse non
vorrei essere mai stato attratto da queste parti, anche se il volantino
capitato per caso tra le mie mani era invitante e ben definito, e quando si
diceva tra quelle righe di seguire il richiamo che potevo avvertire
semplicemente acuendo i miei sensi, sembrava parlasse proprio a me stesso, di
me, come se fossi stato l’unico individuo in città in grado di poter apprezzare
qualcosa del genere.
Impossibile tornare adesso alle
mie normali occupazioni, e riprendere a dedicarmi soltanto dei miei problemi
quotidiani, come se niente fosse accaduto, senza tener conto in qualche modo di
questa breve parentesi: in fondo il risveglio della coscienza può passare
facilmente anche da pochi gesti, magari da qualche sguardo, forse da un inizio
di consapevolezza in grado di aprire poco per volta uno squarcio in quello che abbiamo
sempre creduto immutabile.
Bruno Magnolfi
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