martedì 26 dicembre 2017

Semplice attrazione.



Certi giorni vorrei perfino non avere mai iniziato a lavorare in questa carrozzeria. I clienti mi conoscono, si fidano di me, restano sempre contenti delle loro automobili riparate e riportate a nuovo. I ragazzi che si occupano delle automobile insieme a me, come pure anche il nostro stesso titolare ormai anziano, tutti quanti dimostrano di volermi bene, e poi si fidano della mia esperienza, spesso lasciano che porti avanti i lavori in modo completamente autonomo, senza intralciarmi mai. Ma dietro quella porta ogni mattina c’è sempre lei, la nostra ragioniera, che da forse troppo tempo cattura ogni mia attenzione, tanto che devo concentrarmi al massimo su quello che sto facendo con le mani per evitare di lasciarmi prendere dalla voglia di tornare a guardarla altre quel vetro che mi separa dal suo ufficio.  
Le macchine mi piacciono, ho partecipato anche a qualche gara amatoriale come navigatore insieme ad un amico, e mi elettrizzo sempre quando sento un motore che pulsa a pieni giri, però comincio ad avere qualche anno di troppo per fare ancora il ragazzetto dietro a queste cose, così sorrido quando qualcuno me ne parla, poi abbasso lo sguardo lasciando intendere che ci sono anche altre cose che hanno una certa importanza tra le mie passioni.
Anna lascia trasparire intorno a sé una dolcezza infinita, procurandomi delle sensazioni che non avrei creduto mai possibili, semplicemente attraverso il suo semplice sguardo. Certe volte mentre le passo davanti lei sorride, come per stemprare quei turbamenti che probabilmente immagina in me mentre la sto osservando. Poi tutto riprende il suo corso, perché non potrebbe essere in alcun altro modo: lei è sposata ed ha anche un figlio grande, non ci potrà mai essere tra noi alcun contatto reale, se non questa simpatia, questo volersi bene a distanza, separati indefinitamente dal vetro sporco di un’officina come quella dove lavoriamo.   
Anna, le chiedo a volte quando vado da lei dentro l’ufficio: ho bisogno del libretto di circolazione di quella certa macchina; e lei mi guarda, sorride: certo Andrea, risponde, poi prende subito gli incartamenti delle auto in riparazione, e mi allunga quanto desidero controllare. Non le dico niente, non faccio neanche un apprezzamento su quanto lei mi sembri cortese o come elegantemente sia vestita, o magari per i suoi capelli così ben sistemati oppure altro; mi limito a prendere le mie cose, abbassare lo sguardo timidamente ed uscire subito da quell’ufficio, come se potesse girarmi la testa se rimanessi troppo a lungo insieme a lei. Lei lo sa cosa forse vorrei dirle, e non incoraggia mai nulla nei miei comportamenti, si limita a guardarmi, a sorridere in quel suo modo leggero, come se il peso di tutto fosse equamente distribuito tra noi due.
Inizialmente mi facevo trovare quasi sempre sull’entrata dell’officina nel momento in cui terminava il suo orario di lavoro e andava via, giusto per darle un saluto più profondo, qualcosa che di lei mi rimanesse addosso almeno fino alla giornata successiva; ma poi ho smesso, non ha significato farsi del male in questo modo, ho riflettuto. C’è qualcosa che ci attrae, indubbiamente, ho pensato fino a convincermi; ma nient’altro ci potrà essere mai.


Bruno Magnolfi

domenica 24 dicembre 2017

Densità di fumo.

       

La scena appare nebulosa, dai contorni sostanzialmente indefiniti. Lui sta quasi al centro di una vasta stanza, per ciò che riesce a valutare, ma non è sicuro che gli strani personaggi presenti intorno a sé riescano a vederlo. Si sposta leggermente, come per rendersi conto se qualcuno segua davvero quei suoi movimenti, ma nessuna di quelle figure sfuggenti pronuncia parola o cerca di guardarlo in modo diretto, anche se è evidente che tutti percepiscono in qualche modo la sua presenza, proseguendo però a mostrare di ignorarlo, come una cosa fatta proprio di proposito, probabilmente anche soltanto per lasciarlo innervosire. Corrado è quasi sicuro di costituire un elemento assolutamente degno di attenzione per quei presenti, anche se la sua rimane solamente una qualsiasi sensazione, ma è come se tutti si attendessero da lui, all’interno di quell'ambito finto ed estremamente ambiguo, un semplice e grossolano passo falso, forse dato da un errore di valutazione, quasi il desiderio di un suo scivolone maldestro, all’interno di un contesto estremamente indefinito.
Poi però si sveglia di colpo, con in bocca il sapore amaro di una sensazione che prosegue a tormentarlo, così si alza dal letto, accende una lampada bassa, cammina per la camera cercando di non produrre neppure il minimo rumore. Anna però tira su la testa, gli chiede cosa ci sia che non vada bene: è ancora molto presto per vestirsi ed andare a lavorare, dice. Non è niente, fa lui, non preoccuparti, adesso torno a letto. Dopo poco difatti torna a coricarsi, spenge subito la luce, e si sistema addosso con garbo le lenzuola e la coperta.
Non è la prima volta che gli capita di fare quello stesso sogno, di ritrovarsi in mezzo a quel forte disagio dove nessuno sembra minimamente preoccuparsi di aiutarlo. Anzi, sono proprio i presenti, tra i quali peraltro non gli pare di aver riconosciuto alcuno, a formare il nucleo essenziale di quel suo forte malessere, tanto che per lui svegliarsi a quel preciso punto e liberarsi in fretta dal suo sogno diventa quasi una liberazione. Infine, dopo essersi rigirato a lungo dentro al letto, si riaddormenta, senza peraltro riuscire come avrebbe voluto a riprendere quello stesso sogno per capire quale ne sia lo sviluppo eventuale. In compenso si profila adesso una nuova scena che forse potrebbe davvero esserne il proseguo: ci sono ancora degli sconosciuti da qualche parte sul fondale della sua immaginazione, ma adesso non si preoccupano più di lui, se ne stanno andando via tutti, da qualche altra parte, eludendo il suo più vivo desiderio di stare in compagnia.
Corrado resta solo adesso in uno spazio aperto, privo di qualsiasi dettaglio riconoscibile, mentre gli altri ormai se ne sono andati. Devo uscire da questa situazione in cui sono caduto, pensa nel suo dormiveglia con gli occhi aperti dentro la camera da letto. Devo togliermi dai debiti al più presto, e non avvicinarmi più per nessun motivo al gioco.  Lentamente poi arriva l’ora di alzarsi, Corrado è stanco di quelle notti trascorse con l’angoscia sullo stomaco, però sa quale sia adesso il suo dovere, quali siano i suoi compiti se non vuole intraprendere una strada che non prevede alcun ritorno. Si veste, si sbarba, indossa con cura la sua solita giacca, quindi esce da casa per recarsi al suo posto di lavoro, e quando chiude la porta alle sue spalle sa che i suoi sogni sgradevoli sfumeranno presto nell’aria aperta della sua città, nel corso consueto della sua giornata densa e anche difficile.


Bruno Magnolfi

giovedì 21 dicembre 2017

Ladri di tempo.



Si sente nervosa all’inizio, cammina in fretta pur sapendo di non essere affatto in ritardo, ed improvvisamente però prende per una strada traversa, come dopo aver cambiato l’idea che aveva in principio, forse decidendo di tornarsene indietro, o magari indirizzandosi da tutt’altra parte. Poi rallenta e alla fine si sofferma, si incuriosisce della vetrina di un negozio e più avanti di un’altra, forse cercando qualcosa in quella sua faccia riflessa, o forse sperando che qualcuno tra i pochi passanti la trattenga un momento anche per qualche motivo senza troppa importanza, quindi infila una mano per frugare nella sua borsa, si soffia il naso come se avesse voglia di piangere oppure come se lo avesse già fatto, ed infine ritrova il coraggio che per un attimo le era venuto a mancare, si scuote di dosso le sensazioni negative che l’hanno accompagnata finora, e riprende con metodo la sua camminata, anche se adesso è ben più lenta di prima.
Non è lontano il caffè, lo sa benissimo, eppure gli ultimi metri sono terribili, faticosi, estremamente duri da essere affrontati. A casa ha lasciato suo figlio apparentemente intento a studiare nella sua cameretta, ed anche pensandoci ad Anna non le sembra proprio di aver tralasciato anche soltanto qualcuno tra quei suoi impegni che quotidianamente sa di dover affrontare, quelli che si ritrova di fronte in pratica ad ogni momento per mandare avanti la casa e la sua famiglia; e poi ad essere sinceri non ci impiegherà molto a togliersi quell’impiccio di dosso: sarà come una piccola parentesi insignificante nella sua giornata densa di cose da fare, qualcosa che lei sa benissimo non sposterà neppure di una virgola ciò che più le sta a cuore.
Infine Anna è arrivata, ed all’improvviso le sembra che sia troppo presto o magari già tardi, ed in qualche maniera anche pensandoci a fondo non riesce a deciderlo, fino a quando non vede che Andrea è subito lì che già le sorride, bello come sempre, oggi senza la sua solita tuta da carrozziere, ed è subito carino con lei, ed anche cortese, accogliente, tranquillizzante. Si siedono ad un tavolino, si guardano senza insistenza come studiandosi mentre iniziano a parlare tra loro, in un modo come non hanno mai fatto per ovvie ragioni, e cercando di spiegare in qualche maniera ognuno se stesso a quell’altro che sta proprio di fronte; poi si fanno servire un caffè, si confidano ancora qualcosa, e lei poco a poco si scioglie, in breve tempo si sente già molto meglio, poi perfino abbastanza bene, e dopo qualche altro minuto decisamente benissimo. Le loro sensibilità si assomigliano, qualcosa di superiore sembra a tutt’e due possa essere scambiato, ben al di sopra delle parole che riescono a dire, e poi c’è un magnetismo forte e evidente che crea attrazione tra loro, anche se basta ad ognuno di loro voltare la testa un momento per riprendere appieno la personalità che sa bene di avere.
Mi piaci molto, le dice Andrea; anche tu, gli risponde subito Anna. E forse vorrebbero piangere per delle affermazioni così semplici eppure complicatissime. Invece sorridono, con gli zigomi caldi di chi sa perfettamente che ci si deve accontentare di poco: perché non c’è proprio altro che possa davvero venir fuori dalla loro situazione, se non un caffè praticamente rubato ai loro giorni imbevuti di tutt’altre cose.


Bruno Magnolfi

martedì 19 dicembre 2017

Accettazione passiva.

        

Quello grande mettiamolo più al centro, dice Cinzia con le braccia ancora ingombre di roba da sistemare. Quel salone è veramente ampio e spazioso, assolutamente all'altezza della magnifica villa dove lei abita con la sua famiglia, e la scelta di appoggiare semplicemente i semplici cartoncini dei ritratti e degli acquerelli sopra ai mobili bassi lungo le pareti, piuttosto che incorniciarli ed appenderli sui muri, a lei è sembrata fin dall’inizio la mossa vincente per quella specie di mostra a doppio nome, in margine ai festeggiamenti per il proprio sedicesimo compleanno. Non fare quella faccia, dice interpretando piuttosto bene i sentimenti di Francesco: se vuoi non diremo nemmeno che i disegni a matita qui esposti insieme ai miei acquerelli sono stati realizzati da te. Lui si guarda attorno, molti dubbi gli passano velocemente dentro la testa; ancora non ha conosciuto neppure il padre di Cinzia, che dalle mezze parole che circolano in giro sembra sia proprio una bella persona, mentre la mamma in quei pochi minuti in cui è stata con loro gli è sembrata sostanzialmente svagata ed indifferente agli stati d’animo in gioco per l’organizzazione di quella festa. 
Franci, dice Cinzia elettrizzata da quanto stanno con fatica cercando di mettere assieme, io penso che sia buona l’idea di utilizzare una serie di piccoli faretti per illuminare i nostri lavori. Potremmo abbassare le luci generali ad un certo punto della serata, e mettere così in risalto tutti i disegni ed anche gli acquerelli. Va bene, fa lui, a me basta che nessuno riconosca troppo se stesso in qualcuno dei miei ritratti: sarebbe piuttosto imbarazzante, e poi anche difficile per me da spiegare, soprattutto per come ho cercato di utilizzare certe sottolineature, quasi delle insistenze, disegnando appositamente delle variazioni di segno per appesantire uno sguardo, o magari un’espressione, ma anche un modo di fare, o una semplice maniera di guardarsi intorno da parte di qualcuno che sicuramente ben mi conosce. In ogni caso è questa la mia ottica per guardare coloro da cui sono circondato, e questi risultati sono quelli che ho immaginato proprio per quelli che generalmente mi stanno più vicino.
Mi piace il tuo modo di vedere le cose e di disegnarle, fa lei; ed anche se sei un tipo taciturno sto volentieri con te, mi pare proprio di riuscire a non annoiarmi neppure per un attimo. Lui si sente quasi troppo osservato, e così volta la faccia da un’altra parte, come a nascondersi, fingendo interesse per qualche dettaglio, poi però arriva qualcuno ad interrompere quel momento. Buonasera, fa il padre di Cinzia, e con misura stringe la mano a Francesco.  Fa i complimenti ad ambedue, ma con garbo, scorrendo rapidamente quanto i due ragazzi hanno allestito, poi si congeda. È un industriale, un uomo di grande potere, subissato di impegni.
Tutto sembra praticamente messo a punto, Cinzia sembra soddisfatta delle sue scelte, così escono dal salone lasciando tutte le cose pronte per quel tardo pomeriggio, quando arriverà il servizio ristorante previsto, subito prima di tutti gli invitati. È stata una bella giornata Franci, dice ridendo, e forse sarei già contenta così, senza bisogno di altro. Francesco sorride, non ha neppure bisogno di dire niente per rinnovare quel senso di tortura a cui gli pare di essere sottoposto, considerando comunque che non avrebbe mai accettato di far parte di un evento del genere senza il supporto di una persona come sa esattamente essere lei.


Bruno Magnolfi

domenica 17 dicembre 2017

Niente di nuovo.



Corrado si ferma un attimo prima di aprire con la chiave il portone del suo condominio, e poi si volta come seguendo un richiamo, forse per osservare quei lampioni di luce bianca vagamente spettrali che si stagliano lungo la via che ha già percorso, ovviamente già accesi e necessari vista l’ora ormai tarda, per un attimo immaginando tutte quelle persone del vicinato già pronte per mettersi a cenare con le braccia distese sopra ai loro tavoli di casa. Si accende con calma una delle sue sigarette, si guarda attorno a sé ancora una volta, poi si appoggia con le spalle a ridosso del muro accanto all’entrata, come per riflettere su qualcosa che improvvisamente pare quasi tormentarlo. In questo momento non c'è neppure quell’anziano vicino curioso e un po’ ficcanaso che se ne sta perennemente affacciato alla sua finestra del primo piano: con il buio avrebbe peraltro la possibilità di non essere neppure troppo notato, ed allo stesso tempo di scrutare meglio i fatti ed i comportamenti di tutti i vicini che riesce a mettere a fuoco, ma si vede che si è messo a cenare anche lui.
In casa di sicuro stanno soltanto aspettando Corrado, ed hanno già sistemato le cose per il suo impellente ritorno, anche se lui sa benissimo che cosa troverà una volta rientrato come ogni sera nel suo appartamento: le solite facce di sua moglie e di suo figlio, i medesimi gesti, le stesse parole da dire, le identiche espressioni da usare, ed anche se in tanti casi gli appare quasi rassicurante trovarsi di fronte a quanto lui conosce oramai più che bene, dall’altro lato sa bene che tutto quanto gli sembra far parte di un copione già fin troppo abusato, qualcosa che ognuno può ripercorrere coerentemente a menadito e perfino con gli occhi bendati, tanto da apparire, almeno al suo sguardo ipercritico, praticamente noioso. Ci vuole determinazione per andare avanti comunque, o forse un pizzico di coraggio per essere indifferenti alla serie di abitudini che sono pronte senz’altro a dipanarsi oltre il portoncino di quel terzo piano.
Poi il vecchio improvvisamente si affaccia per dare un’occhiata alla strada, e così Corrado lo vede, lo scruta come un personaggio estraneo ai suoi disegni, l’altro però lo saluta con cortesia pur senza grande insistenza dal davanzale della sua finestra, evidenziando un semplice cenno della sua mano grinzosa. Anche un gesto del genere alla fine fa parte della monotonia della vita, riflette Corrado, eppure a lui in questo momento tutto questo fa quasi piacere, ne è del tutto consapevole, ed improvvisamente si sente meno solo di quanto credeva nel semibuio di quel marciapiede. Cerca, proseguendo una logica assurda, di guardare se stesso proprio con gli occhi del vecchio, ed all’improvviso non riesce neppure a spiegarsi cosa ci faccia uno come lui fermo sopra quel marciapiede, e per questo motivo di colpo si sente proprio a disagio, inspiegabilmente. Dovrebbe rientrare, è un gesto automatico, la sua sigaretta poi è ormai terminata, eppure qualcosa lo trattiene ancora là fuori, come se quella attesa portasse comunque verso qualche momento benefico.
Potrebbe aspettare qualcuno, pensa adesso Corrado con la testa incuriosita del vecchio; potrebbe avere degli affari da compiere, oppure attendere il momento più adatto per fare qualcosa, magari mettere in moto la macchina ed andarsene da qualche parte che sa solo lui; un viaggio di affari, un incontro importante, una riunione di lavoro d’alto livello. O forse, sembra quasi suggerirgli quel vecchio intrigante, semplicemente tardare al massimo possibile il rientro in quel suo appartamento dove lo attende la sua famiglia; nella paura cosciente di trovarsi anche stasera di fronte alle solite cose.


Bruno Magnolfi

giovedì 14 dicembre 2017

Impersonale.

      

Ho cercato di conservare tutta la lucidità che mi serve. Adesso però non mi è facile decidere le scelte giuste da compiere. Sembra quasi un percorso obbligato quello che a volte mi si para davanti, rispetto al quale adesso devo per forza imporre d’improvviso una deviazione, un brusco cambiamento, qualcosa che voglio affrontare e sostenere con tutta la determinazione di cui assolutamente ci sarà largo bisogno. Cammino per strada e le persone che vedo sembrano venirmi incontro mentre stanno semplicemente pensando ai fatti propri. Siamo tutti persone qualsiasi, senza grandi distinzioni, e ci muoviamo all’interno di un piccolo spazio che ci conserva così come siamo, come fossimo praticamente dei prigionieri. Forse la gabbia sono i nostri stessi comportamenti, le nostre ordinarie abitudini, le stesse esatte maniere che utilizziamo ogni giorno per affrontare la quotidianità. Ma è certo che non siamo nessuno per aspirare alla forza necessaria con cui ribellarci a tutto ciò che non vogliamo accettare. Possiamo imporci una strada diversa, d’accordo, ma sarà una immane fatica perseguire degli obiettivi che noi stessi riteniamo così poco comuni.
La casa dove abito rimane vicina, semplicemente in fondo a questi miei passi cadenzati, e forse alla fine riveste, con le sue mura che delimitano tutte le stanze, soltanto un insieme di normali abitudini. Mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi, comportamenti abituali che certe volte ci sembrano così essenziali ed importanti da farci perdere di vista qualsiasi altra cosa. Se potessimo guardare tutto quanto con un certo distacco forse si riuscirebbe ad essere i primi a ridere di noi stessi. Inevitabilmente qualcosa non va in tutto questo, ed ecco che ci ritroviamo a cercare qualcosa per noi inafferrabile, come se per un miracolo o un colpo di fortuna si potesse variare il corso completo di tutte le cose che ci hanno reso completamente insoddisfatti.
Le scale di questo condominio portano al mio appartamento. Le potrei salire con calma, lentamente, come se non sentissi effettivamente la voglia di raggiungere la mia famiglia; oppure potrei farlo velocemente, con rapidità, come se una furia improvvisa mi desse la necessità di muovermi in fretta, magari per sentirmi meglio, decisamente a posto coi miei doveri nei confronti di tutti. Già, perché alla fine la sofferenza che avverto in certe giornate è anche derivazione diretta da ciò che la mia stessa morale ha definito una volta per tutte, dandomi un metro di giudizio preciso per ogni mio comportamento, specialmente nei confronti proprio di questa famiglia di appartenenza. Così mi sento male se solo cerco di comportarmi in maniera diversa da ciò che è dettato da questi principi, anche se in fondo non provo alcuna soddisfazione nell’amalgama casalingo in cui ogni giorno ritrovo i miei gesti e i miei comportamenti.
La via di fuga è lontana, difficile, dolorosa oltremodo, e per questo motivo non viene alimentata dentro di me la considerazione per questa scelta che forse potrei anche fare. Comunque alla fine credo ci si possa limitare giusto a qualche svolazzo con i propri pensieri, perché ad osservare ogni tanto qualcosa che sembra essere quasi un mondo diverso, ed accettare poi passivamente la realtà più concreta, la verità di ogni fatto, l’oggettività più evidente, sembra un trancio di vita che ci torna normale, esattamente come la scelta del male minore.


Bruno Magnolfi 

mercoledì 13 dicembre 2017

Soltanto così.



Trascorrere il pomeriggio da solo seduto su di una panchina dei giardinetti vicini al liceo non è certo il massimo. Eppure è l’unico luogo dove a Francesco è venuta voglia di trascorrere un’ora per conto proprio, con il suo libro da leggere dentro lo zaino e la fedele matita morbida per qualche piccolo schizzo sull’immancabile taccuino per gli appunti. Il Neri negli ultimi giorni si è mostrato più distaccato con lui, come se fosse un po’ stufo di quei suoi problemi di comportamento con tutta la classe. In fondo un cambio di posizione del genere proprio adesso è ben comprensibile: non si può fare a lungo il tutore di uno sfigato che non riesce ad avere dei rapporti corretti con gli altri, continuando a proteggerlo da tutta la classe.
Poi, come d’incanto, un paio di giorni più addietro è arrivata improvvisamente questa ragazza durante l’intervallo tra le lezioni; un’amica proprio del Neri, compagna di scuola ma studente di un’altra sezione al piano superiore dell’edificio, e lui l’ha subito presentata a Francesco come se già fossero assolutamente d’accordo, cercando proprio di lui in mezzo alla confusione dei ragazzi a quell’ora, e mostrando immediatamente con delle semplici espressioni del viso che ci teneva davvero a far saldare una conoscenza del genere. Lei si chiama Cinzia, niente di speciale, una come quasi tutte le altre, però qualche volta disegna ritratti, proprio come Francesco, anche se generalmente usa la tecnica dell’acquerello.
Lui è rimasto praticamente in silenzio pur apprezzando dentro di sé quel gesto da parte del Neri, ed ha sorriso a questa Cinzia anche se nella maniera semplice e timida di cui è capace, poi ha lasciato che le cose prendessero con naturalezza il proprio percorso. Lei sembra spigliata e divertente, praticamente il contrario esatto di ciò che sa essere Francesco, ma questa ragazza con lui si è mostrata molto comprensiva, tanto da dirgli che sarebbe stata molto contenta di vedere almeno qualcuno dei suoi disegni. Si sono dati appuntamento in un pomeriggio di qualche giorno più tardi nella birreria vicino alla scuola, e lui adesso, se controlla il quadrante del suo orologio, è solo perché sa che deve incontrarla, perciò si alza e si avvia lentamente verso il locale.
Lei è già dentro, sta seduta scambiando qualche parola con il barista, ma quando arriva Francesco sembra non abbia più alcuna attenzione per altri che lui. Dallo zaino spunta una grossa cartella con delle tavole di cartoncino a grana grossa, e sul tavolo lui inizia a spiegare che cosa gli interessa nella composizione di quei suoi ritratti. Credo di essere omosessuale, le bisbiglia lui ad un tratto guardandola dritta negli occhi, come per sgombrare il campo da qualsiasi equivoco. Cinzia però non si scompone per niente, lo guarda un momento poi prosegue ad osservare i disegni, chiedendogli infine se nelle espressioni che ritrae cerca di mettere almeno in parte il proprio disagio. Forse, fa lui, ma non è esattamente questo ciò che cerco di disegnare, piuttosto quello che vedo normalmente sulle facce di tutti, anzi, proprio quella sofferenza che attorno a me continuo a percepire negli altri, evidenziata dalle espressioni di chi in generale mi sta più vicino. Certo, fa lei, mi sembra l’unico argomento che valga la pena di essere raffigurato: anche per me in fondo è più o meno così, e forse se ci rifletto, non potrebbe essere in nessuna diversa maniera.


Bruno Magnolfi

lunedì 11 dicembre 2017

Disponibilità immediata.



A lei capita, nel corso ordinario di certe giornate come quella di oggi, che senza averne almeno inizialmente neppure una precisa coscienza, si ritrovi per un attimo a fissare il suo sguardo su di un punto qualunque di nessuna importanza e senza caratteristica alcuna, e ad incuriosirsi talvolta proprio di quel punto, cioè di quel niente assoluto, che magari riveste soltanto un pensiero distante che sta ben oltre quello stesso punto di cui purtroppo anche una volta osservato non riesce neppure ad afferrarne completamente la natura, lasciando con grande semplicità succedere tutto anche se solo per pochissimi istanti, quasi la sua fosse giusto un’astrazione dalla realtà assolutamente momentanea, sorridendo poi tra sé nel proseguo coerente di tutte le cose, nello stesso momento in cui invece riesce a riprendere appieno le proprie facoltà, ricominciando da subito nella stessa maniera di ogni giorno ad occuparsi delle sue annose faccende quasi come se niente fosse successo.
Poi si alza da quella sedia dove sta l’elaboratore a cui ogni mattina feriale dedica quasi tutto il suo tempo, esce dal piccolo ufficio con la porta vetrata che chiude la sua intimità di ragioniera e contabile, e si va a muovere lentamente con lo sguardo attento dentro al capannone della carrozzeria dove lavora, fino a raggiungere Andrea, uno dei dipendenti, mentre piegato dalla propria attività si sta occupando da solo della fiancata di una macchina in riparazione. Ciao, gli dice alle spalle appena soffermandosi; e poi: buon compleanno, gli fa appena lui si gira verso di lei. Quindi se ne va, senza aspettare neanche che lui riesca a formulare una qualche risposta. Hai finito di imbambolarti, le chiede la sua amica Chiara qualche volta quando si fermano a bere un caffè nel loro locale preferito, a due passi da casa; poi ridono, ma per Anna le cose stanno esattamente in questa maniera, ed è inutile per lei cercare di essere diversa.
Forse non ha proprio alcun senso tutto questo, eppure lui è lì che si strugge, anche se lei non vorrebbe, soltanto perché torna assurdo persino pensarci, ma in ogni caso anche per Anna è così, ed in fondo a quel punto che guarda perdendone quasi coscienza, ogni tanto c’è qualcosa di più della simpatia. Chiara le ha detto che è soltanto una sciocca, che non ci sono motivi per dare tutta questa importanza ad una semplice e leggera amicizia, ed Anna le ha dato ragione, ha persino abbassato la testa, perché alla fine lei non vorrebbe, non desidera affatto ritrovarsi ad essere in questa maniera, anche se forse riflette che qualcosa negli anni probabilmente le è venuto a mancare, qualcosa che non saprebbe in questo momento neppure descrivere, ma che senza alcun dubbio, almeno dentro a quei suoi inconsistenti e bislacchi pensieri, lui riesce a farle almeno sognare. 
E’ uno scherzo, niente di più che una cosa del genere, ma così tanto reale da rendere il resto per qualche istante una cosa minore, ed almeno in quei dati momenti in cui davanti ai suoi occhi le appare la visione completa di un sentimento lontano e represso, Anna si perde, come se qualcosa di vero si disvelasse dietro alle sue fantasie. Poi torna a casa una volta terminato il suo orario di lavoro a tempo parziale, e tutto improvvisamente le resta alle spalle, lontano, proprio come i suoi sguardi, perché adesso ci sono delle cose ben più importanti da fare e affrontare, e anche da riflettere; e che reclamano da subito la sua piena disponibilità, come ogni giorno.


Bruno Magnolfi

venerdì 8 dicembre 2017

Differenti stati d'animo.



Stasera non mi sento di stare con gli altri, anche se ho accettato questa pizza con tutti i ragazzi della carrozzeria. È il giorno del mio compleanno, loro vogliono soltanto festeggiarmi, una scusa come un’altra per ritrovarci lontano dal solito luogo di lavoro, e lo capisco che mi vogliono bene, che fanno il tifo per il loro collega, ma per me in fondo è soltanto un giorno qualunque. Quasi tutti si sono portati le rispettive ragazze e insieme a loro ridono, giocano e vanno avanti a tavola nello scambiarsi delle battute spiritose: il lavoro di domani visto da qui sembra davvero lontano, adesso che tutti abbiamo indossato gli abiti migliori al posto delle solite tute mezze macchiate coi colori delle automobili che riverniciamo ogni giorno, ma forse osservando bene questi miei colleghi uno per uno si potrebbe già individuare qualche piccola minuta crosta di tinta rimasta ancora da qualche parte sopra una mano, forse su un braccio, o magari proprio sotto alle unghie.
Mi sono spostato nel bagno del locale dove poco fa ci siamo seduti per questa cena di festa, ma soltanto per prendere un attimo di respiro, per sciacquarmi la faccia dopo tutta quella birra che mi hanno già fatto buttare giù, e forse per riflettere un momento le cose per conto mio. Non riesco a togliermi quella donna dalla testa, questo è il punto, e nonostante niente ci avvicini, a me pare la persona più dolce che io abbia mai incontrato. Andrea, mi urla dopo cinque minuti uno dei ragazzi di là dalla porta chiusa; è arrivata la signora Anna a portarti un regalo. Sta scherzando, è evidente, fanno così in perfetto accordo soltanto per convincermi ad uscire e a stare con loro. Tutti hanno notato il mio debole per lei, per la ragioniera della carrozzeria, ed io li lascio fare, tanto non potrei certo cambiare le cose.
Poi esco dal mio rifugio, sorrido quando mi invitano a sedermi di nuovo in mezzo a loro. Mi hanno anche preparato un piccolo regalo, una sciocchezza per ridere, però stamani lei è venuta da me in un momento in cui ero da solo in un angolo della carrozzeria, probabilmente aveva già notato sui miei documenti di lavoro la mia data di nascita, mi ha fermato e sottovoce mi ha detto soltanto: buon compleanno, dandomi appena un’occhiata veloce; poi è tornata nel suo ufficio. Ed è stato questo il più bel regalo di tutti, semplice, diretto, senza alcuna imperfezione. Lo sa perfettamente anche lei che è tutto assurdo quello che stiamo pensando, però è dolce farlo, e non c’è niente di male nel darci l’un l’altra un’occhiata di riguardo ogni tanto.
I ragazzi ridono, mi prendono in giro, dicono che sono già vecchio e che spasimo per una donna che è anche più vecchia di me; ma a me non importa, so che le cose in questo momento vanno in questa maniera: non ho scelte da fare, non devo prendere decisioni importanti, devo soltanto lasciare che le cose vadano avanti per conto proprio, perché l’unica esigenza che sento dentro di me è quella di continuare ad essere onesto con tutti, e soprattutto con lei, nei riguardi della sua vita, rispettando al massimo la sue cose, il suo lavoro, la sua famiglia, e anche gli stati d’animo suoi che in questo momento immagino almeno un po’ attorcigliati.

Bruno Magnolfi


mercoledì 6 dicembre 2017

Relazioni sociali.

            

Non c'è da preoccuparsi, dice l’amministratore di condominio alla signora Giuliana, la donna che abita al primo piano e alla quale tutti in genere si riferiscono per sapere qualcosa sulle novità di quel palazzetto dove risiedono otto famiglie. Si è formata una macchia di umidità sul muro dalla parte che guarda le scale, e studiando la piantina del casamento sembra proprio corrispondere alla zona del contatore dell’acqua nell’appartamento della famiglia Renai; loro in casa probabilmente non si sono ancora accorti di niente, dice l’amministratore, però sarà necessario che un muratore ed un idraulico facciano dei saggi per verificare come stanno realmente le cose, per poi magari procedere in tempi celeri alla riparazione. Di mattina non c'è mai nessuno in quell’appartamento, dice la signora Giuliana, però al pomeriggio ci sono quasi sempre sia la signora Anna che il suo figliolo, anche se lui è un tipo scostante che quando ti incontra non ti saluta mai per primo, e quando lo fa rimane comunque con gli occhi bassi, senza neppure guardarti in faccia. L’amministratore sorride, è abituato a certi commenti, in ogni caso dice che si limiterà ad appendere subito un biglietto sopra la porta di quella famiglia, per avvertirli della situazione che si è verificata, e poi farà venire gli operai, ma tra qualche giorno, visto che l’intervento pur necessario non appare alla fine neppure troppo urgente.
Chissà se anche su questa situazione che si è verificata i Renai avranno qualcosa da ridire, pensa la signora Giuliana dopo aver salutato l’amministratore di condominio. Sono persone particolari: lei è sempre sorridente, certe volte anche molto cortese, ma non sembra il tipo di persona di cui ci si può davvero fidare. Il marito invece è proprio un personaggio ombroso; Corrado si chiama, e probabilmente non ci metterebbe nulla addirittura ad offenderti se solo gli intralciassi la strada. Non mi piacciono, pensa ancora mentre rientra nel suo appartamento; la cosa migliore per il nostro condominio sarebbe che se ne andassero ad abitare in un altro quartiere.
Ci sono tanti modi per rapportarsi con gli altri, pensa invece l’amministratore una volta seduto nella sua macchina  e dopo aver avviato il motore. Si tratta di inquadrare bene le persone che si parano di fronte a noi: per qualcuno forse tutti appaiono come dei presunti nemici, e quindi per questi individui la cosa migliore da fare è mettersi subito sulla difensiva; oppure per altri sembra convenga leggere in qualche sconosciuto proprio colui il quale può tornare utile in qualche maniera, oppure al contrario uno che è soltanto una perdita di tempo, e tutto ciò estrapolando su qualche estraneo un giudizio quasi definitivo, magari basandosi solamente su alcuni aspetti esteriori, quali l’espressione del viso, gli atteggiamenti delle braccia e del corpo, oppure ancor più semplicemente l’abbigliamento che usano. E’ difficile a volte comprendere cosa passi davvero nella testa di qualcuno, e in ogni caso conviene quasi sempre non esporsi mai troppo: cercare in qualche modo al momento opportuno una qualche via di fuga, e comunque essere sempre disposti ad una improvvisa ritirata strategica, magari nell’esatto momento in cui chi ci sta di fronte pare assumere un atteggiamento poco disponibile. Non conosco per nulla questa famiglia Renai, però deve essere piuttosto interessante parlare con loro; e soprattutto deve essere arduo cercare di comprendere quali siano davvero i metodi che usano per relazionarsi in qualche modo con gli altri.


Bruno Magnolfi 

lunedì 4 dicembre 2017

Magari diverso.

            

Ho voglia di piangere, se solo penso alla confusione che mi passa per la testa. I miei disegni non sono più sufficienti a darmi la spinta per andare oltre alle sciocchezze che mi capitano ogni giorno. Ho provato persino a tratteggiare con del carboncino sopra ad un foglio la mia espressione che immagino molto contrita anche se non mi guardo mai allo specchio, ma il risultato comunque non mi è parso per niente adeguato a questo mio stato d’animo effettivo. Vorrei semplicemente come sbattere gli occhi per una volta, e in un attimo così ritrovare intorno a me soltanto calma e comprensione, al posto di quegli scatti nervosi che ognuno tra coloro da cui sono circondato sembra avere sempre con sé, assieme a questa assurda necessità diffusa di essere contro, di tiranneggiare chiunque di loro abbia vicino, di mostrarsi proprio come sembrano molti, se non ormai quasi tutti, duri e insensibili, convinti che soltanto le loro idee ed i loro atteggiamenti possono essere degni di esistenza.
Non mi importa di niente, alla fine; non so perché le cose girino così, però so che ci devo fare i conti, e che devo assolutamente convincermi di come tutto funzioni proprio in questo modo, tanto che l’essere sociali pare significhi per chiunque io noti accanto a me, qualcosa di diverso da ogni altro. Non so a chi riferirmi: certamente non al Neri che si è mostrato anche troppo carino e disponibile nei miei confronti, e che non voglio in nessun caso coinvolgere ulteriormente dentro ai miei problemi. Non alla mia famiglia, che già si dibatte tra silenzi e incomprensioni. Così penso che forse alla mia età ci sono delle cose e dei segnali, pur di difficile interpretazione, che vanno comunque affrontati e compresi in perfetta solitudine, assommandone tutto il carico che hanno, sia per complessità che per spiacevolezza, direttamente sopra di me.
Non so capire se io tenda veramente verso i ragazzi, così come dice qualcuno tra i miei compagni più superficiali, ma in ogni caso nelle ragazze non ho mai trovato fino adesso niente di particolarmente interessante. Anche disegnarle, per quanto qualche volta abbia già provato, mi risulta sempre un po’ difficile, come se non comprendessi adeguatamente lo spirito che anima almeno quelle che conosco. Loro da me si sono sempre tenute un po’ a distanza, ed io di controparte non le ho mai cercate. Forse sta proprio dentro questo atteggiamento il cardine intorno al quale ruota tutto quanto: dovrei spingermi in avanti probabilmente, scavare di più dentro la coscienza delle cose che in questo momento mi pare di non comprendere per niente.   
Mentre penso resto seduto, fermo, quasi immobile in questa classe di liceo: sono come gli altri, rifletto dentro al mio banco, come tutti coloro che si trovano qua dentro; forse devo soltanto mutuare gli atteggiamenti che vedo intorno a me e cercare semplicemente di replicarli, come un qualsiasi automa, come probabilmente fanno con tranquillità tutti coloro che non vogliono in nessun modo sentirsi troppo diversi. Diversi, si, esattamente come con ogni probabilità appaio io agli altri in questo difficile momento, anche se sarò proprio io d’ora in avanti a dover soffocare dentro di me tutto quanto ciò che mi porta verso qualcosa che forse non vorrei.


Bruno Magnolfi

sabato 2 dicembre 2017

Nel mezzo.



Ci sono momenti in cui tutto mi appare ancora perfettamente sotto controllo. Ed altri in cui le cose paiono continuamente sfuggirmi di mano. Il mio sonno, quando cerco di riposare, da un po’ di tempo si è fatto leggero, inconsistente, e quando gli altri mi parlano anche di argomenti di un certo rilievo mi torna difficile prestare loro l’attenzione che sarebbe necessaria. In ufficio perciò cerco di sbrigare le cose meno impegnative, nella paura continua di sbagliare un dettaglio importante o di dimenticarmi qualcosa del tutto, non prestando la giusta attenzione a certe faccende fondamentali. Vedo il Torrini passare nel corridoio: evita in questi casi di incrociare il mio sguardo, forse non desidera neppure ricordarmi continuamente il mio debito con lui, ma in questo modo è anche peggio, sembra quasi che qua dentro potremmo essere tutti amici quando invece è assolutamente vero il contrario. In ogni caso non dovremmo assolutamente lasciare spazio ai sospetti che ha su di noi il capufficio, per questo ci evitiamo, per scansare proprio certe sue occhiate. Mi attendo peraltro che da un attimo all’altro lui piombi sulla mia scrivania a chiedere spiegazioni su qualche pratica tra quelle più urgenti, la guardi, la scartabelli con attenzione, e ci scopra così degli errori, qualche mancanza, delle magagne magari anche gravi.
Dopo che il Torrini mi ha riferito che il capo ci tiene d’occhio oramai mi aspetto di tutto, anche che trovi qualche maniera per mettermi in forte difficoltà, forse anche per portarmi fino al punto di chiedere un trasferimento. Mi piacerebbe tanto poter dare una pedata a tutto quanto e ricominciare le cose dall’inizio, purtroppo devo tenere duro e resistere, non c’è altro da fare. Il mio compagno di stanza, al contrario di quasi tutti gli impiegati di questo piano, è uno che si fa i fatti propri, non si accorge mai di un bel niente, e giusto ogni tanto scambia qualche parola con me, però sempre su argomenti riguardanti il nostro lavoro, tant’è vero che so pochissimo di lui, della sua vita privata e di altre cose del genere. Non che mi interessi qualcosa degli altri, solo che poteva essermi utile un collega più duttile, e magari uno che stava dalla mia parte.
Il Torrini è un codardo, posso stringerlo nel pugno se solo riesco a fargli riflettere che il capo sospetta di lui e del suo bisogno di avere sempre una lista clienti più lunga degli altri, e che mi ha dato dei soldi soltanto per questo motivo. La verità è che tra poco dovrò rendergli il prestito, ed io sono riuscito a metterne assieme soltanto una parte, perché il resto non so proprio dove trovarlo, perciò deve concedermi per forza una dilazione, un po’ di respiro per muovermi meglio tra le mie conoscenze. La cosa più importante di tutte comunque è che il Maghero è già liquidato, quello non ci metterebbe nulla a rovinarti l’esistenza solo per qualche giorno di ritardo sul pagamento, però anche il Torrini potrebbe ricorrere a qualche mezza tacca del giro che magari viene direttamente a casa mia per minacciarmi e pretendere i soldi sull’unghia.
Devo pensare, devo assolutamente trovare il sistema per mettere a tacere il Torrini, e paralizzare ogni sua idea troppo brillante. Devo fargli paura, per forza, fargli capire soltanto con qualche mezza parola che il capo ormai è sulle sue tracce, che ha già messo le mani tra i miei clienti ed ha scoperto qualcosa che lo riguarda. Chissà, forse lo farò veramente.


Bruno Magnolfi

giovedì 30 novembre 2017

Pellicola iniziata.

           

Dopo averle suonato il campanello e fattasi quindi aprire il portone condominiale, lei affronta piuttosto velocemente i gradini che la separano da quell’appartamento del terzo piano, come non ci fosse proprio alcun tempo da perdere, mentre intanto riflette che senz’altro non si tratterrà a casa della sua amica molto più a lungo del necessario, giusto il tempo di sedersi e prendere un caffè insieme ad Anna, fare due chiacchiere con lei per capire come le vanno le cose ultimamente, e poi mettersi d’accordo per andare al cinema domani o magari il giorno dopo ancora. Chiara è il tipo di persona sempre di fretta, a volte sembra persino difficile parlare con lei in modo disteso, però le sue maniere di andare subito al punto anche se non lasciano scampo, mettono sempre tutti però in condizioni di rivelarle quello che pensano veramente, senza alcun giro di parole. Loro due si conoscono da molto, dai tempi della scuola, ed anche se ci sono stati dei periodi in cui non si sono affatto frequentate, adesso non passa settimana senza che non cerchino di fare qualcosa insieme, fosse anche scambiarsi un semplice saluto veloce.
Va tutto bene, o almeno come al solito, dice Anna, anche se Corrado in questo periodo mi sembra un po’ assente, con la testa dentro le nuvole, e spesso mi risponde soltanto a monosillabi, salvo raccontare ogni tanto le solite storie sui colleghi di lavoro, degli attriti che si scatenano nei corridoi tra gli uffici, e altre cose del genere per niente nuove. Mentre conversano rimangono sedute vicino ad una finestra, e parlando Chiara guarda continuamente fuori, verso la strada, come ci fosse qualcosa di interessante. Lei insieme a suo fratello gestiscono una cartoleria, un vecchio negozio di famiglia apprezzato e frequentato da molta gente del quartiere, e così Chiara conosce molte persone, anche se quasi tutte soltanto superficialmente; ma spesso in questa maniera, anche senza andarselo a cercare, viene a sapere di qualche pettegolezzo che in certi periodi circola su qualcuno o su qualcun altro tra i suoi conoscenti.
Sembra ci siano in giro dei padri di famiglia indebitati fino agli occhi per il gioco d’azzardo, dice ad Anna, e forse ho dei sospetti su un tizio sempre nervoso che a volte vedo attorno al mio negozio, e che in questo momento è proprio qui davanti, laggiù, lungo la strada. Va bene, dice Anna sorridendo, visto che adesso ti sei messa a studiare i problemi economici delle persone, questo tizio per te è senz’altro qualcosa di estremamente interessante. Tu non sai fino a che punto si può spingere una persona assillata dai debiti, fa l’altra, e dietro a questa gente quanti strozzini ci siano sempre pronti ad approfittarsi della situazione. Poi resta in aria un attimo di silenzio, Chiara termina il suo caffè, guarda l’amica, quindi si alza: devo andare, dice mentre già si infila il soprabito. Allora ci vediamo domani. D’accordo, fa Anna, passo da te, ma cerchiamo di essere puntuali: non mi piace sedermi al cinema quando già hanno spento le luci della sala, e  soprattutto al momento che la pellicola è oramai iniziata da un pezzo.

Bruno Magnolfi


martedì 28 novembre 2017

Adolescenza variabile.

            

Quando Anna in fondo era ancora una piccola ragazza proprio come tutte le altre, studentessa non troppo brillante dell’istituto commerciale della sua città, durante gli anni in cui quasi ogni giorno passava un sacco di tempo davanti allo specchio per pettinare i suoi capelli anche se erano già abbastanza belli e curati, qualcuno le aveva già detto in privato che era piuttosto carina, anche se a lei quando tornava a casa per specchiarsi di nuovo, non risultava scoprirsi esattamente così, limitandosi comunque timidamente a sorridere a tutti quanti nello stesso momento in cui riusciva soltanto a schernirsi magari di fronte ai suoi compagni di classe che le stavano maggiormente vicino. Spesso si divertiva addirittura, non prendendolo nemmeno sul serio, quando qualcuno le diceva di volerla conoscere meglio, e il suo momento migliore in ogni caso era dato semplicemente da quegli attimi in cui ragazze e ragazzi le si mettevano intorno, come a farne il polo d’attrazione di quei suoi amici più stretti.
Le piaceva essere al centro in quelle occasioni, magari senza troppo esagerare, anche se in genere provava un certo disagio quando qualcuno la guardava in quel certo modo, perché lei nel profondo si sentiva ancora infantile, sempre pronta magari a giocare e a farsi qualche timida risata, ma senza mai fare niente che fosse preso dagli altri troppo sul serio. Era il sorriso la sua vera arma, quella maniera particolare di sentirsi ottimista, e di trovare che tutto fosse quasi sempre plausibile, visto che nella realtà, almeno secondo il suo semplice parere, non si sarebbe davvero mai potuto manifestare qualcosa di brutto.
A quindici anni il primo bacio le era stato dato di fretta, sul retro del bar in quel momento deserto vicino alla scuola, e comunque aveva acceso in lei un gran desiderio, come qualcosa di cui non siamo per bene riusciti a provarne tutto il piacere presunto, lasciandole in questo modo dentro se stessa una notevole curiosità, regolarmente delusa durante una seconda prova effettuata qualche mese più tardi con un altro ragazzo, una persona più calma, forse un tipo più adatto, ma probabilmente un po’ troppo serio per mettersi davvero con lei. Di sicuro proprio per questo era seguito un lungo periodo in cui quasi esclusivamente le amicizie femminili per Anna sembrava avessero preso un’importanza maggiore, in quanto i ragazzi le parevano in genere troppo distanti, persi spesso dietro cose per lei incomprensibili.
Quando smise di guardarsi allo specchio lo fece per una specie di strana ripulsa: in fondo decise soltanto che non c’era poi niente di veramente importante in quell’immagine sempre un po’ statica. Aveva bisogno di scavare dentro se stessa, questo era il suo proposito da ora in avanti, e comprendere appieno che cosa desiderasse davvero, così come iniziare a studiare i gesti e le espressioni degli altri piuttosto che i propri capelli o il suo viso. Poi arrivò Corrado, inaspettatamente, e niente in sostanza fu più come prima; neppure per lui.


Bruno Magnolfi

domenica 26 novembre 2017

Svendita di opinioni.



Lo guardo, mentre sta rientrando in casa da fuori e compie nel piccolo ingresso i suoi soliti gesti di sempre, quando mancano ormai appena pochi minuti all’ora di cena, mettendo a fuoco i suoi modi con tutta calma, nella stessa esatta maniera con cui si segue con gli occhi, restando sopra la riva, lo scorrere di un piccolo placido fiume, naturalmente per ciò che riesco a malapena a vedere dallo spiraglio di questa porta rimasta nel pomeriggio quasi sempre socchiusa, preparandomi senza alcuna furia ad alzarmi dalla sedia della mia cameretta per andare a salutarlo come faccio ogni sera, pronto a mantenere comunque davanti a lui la mia solita espressione essenziale. Lo studio, qualche volta ne scruto persino i più minuti gesti che compie, per riuscire a capire magari che cosa dirà, quando forse vorrà dire qualcosa, o quali espressioni vorrà conservare nel suo consueto contegno, in quel rigido personale perenne silenzio leggermente venato in qualche momento da chissà quali pensieri.
Sono curioso di lui, dei suoi atteggiamenti, e mi piace quando la mamma lo saluta per prima andandogli incontro con un leggero sorriso, mentre lui guardandola appare sempre un po’ goffo, quasi mancante delle espressioni più adatte, ricacciandosi immediatamente nelle abitudini più che assodate. Come va, chiede spesso in modo generico, toccandosi le mani che avrà bisogno di lavare energicamente nel bagno tra un attimo, guardandosi attorno, come a cercare qualcosa che prima non c’era, forse una novità che per lui sarebbe più che apprezzabile, magari anche una semplice variante al solito normale andamento che regna per casa. Ecco, è proprio questo il momento in cui, come una chiocciola negli attimi in cui sta proprio iniziando a piovigginare, io lentamente esco fuori dal mio consueto rifugio, apro per bene la porta e però lì mi fermo, soltanto per lasciare che le cose in qualche maniera vadano avanti da sé.
Anna, dice lui qualche volta, questo ragazzo mi sembra sempre più chiuso dentro se stesso, e poi mi guarda, come se avesse parlato di chissà quale scoperta sensazionale. La mamma allora mi viene in soccorso: ma che dici Corrado, gli fa, ha preso un ottimo giudizio anche oggi dall’insegnante di lettere. Perciò gli argomenti più utili per mandare avanti in qualche modo la cena, in questo modo sono già vagamente delineati, e poi non resta che qualche ulteriore preliminare prima di andare a sedersi intorno al solito tavolo.   
La radio ci viene all’improvviso in soccorso come sempre capita in queste serate, e con sommo studio mio padre, piuttosto che ritrovarsi ad espandere le proprie riflessioni nel rispondere a dovere alle domande di Anna che vanno un po’ a curiosare sulla sua giornata lavorativa, commenta con impeto qualche notizia politica o di costume del notiziario, soffermandosi su certi dettagli generici che forse alla fine non interessano quasi per niente almeno noi di questa famiglia. Tutto a posto, finirà poi per dire come sempre Corrado, lasciando che ognuno nella propria testa si formi un’opinione diversa da quella di lui appena svenduta.


Bruno Magnolfi

giovedì 23 novembre 2017

Aiuti collaborativi.

           

Certi giorni sembra sia difficile persino stare fermi e seduti alla solita scrivania, a compilare i modelli e le schede di sempre, mentre sullo schermo ci scorrono davanti agli occhi colonne di nomi che a malapena riusciamo ancora a distinguere, inseriti nel tempo per ordine alfabetico, per tipo di polizza, per scadenza, per forma di pagamento, per puntualità, per abitudini, per inclinazione, e chissà ancora per quanti altri motivi, visto che sul programma restano ancora decine di campi del tutto vuoti, ma che potremmo rendere attivi se solo riuscissimo ad avere delle altre informazioni ancora più personali sui clienti che abbiamo. Sono Torrini, e come ogni giorno inserisco con diligenza quanto sta nel mio dovere di impiegato ordinario, ma in certi casi non so nemmeno dove trovare tutte quelle forze che servono, oppure quel briciolo di entusiasmo che sempre ci vuole per mandare ancora avanti le cose.
Lo stipendio è fermo da vari anni, non si è mai vista nessuna possibilità per fare carriera, e qualsiasi idea migliorativa sul lavoro spiegata da noi che ci occupiamo di certe cose ai nostri dirigenti, viene regolarmente abortita con qualche risata o peggio con un’indifferenza umiliante, salvo ritrovarne più avanti, in mezzo alle cose di sempre, una qualche camuffata variante. Tra gli ufficetti coi vetri ed i lunghi corridoi della nostra sede, sembra che il tempo ogni giorno si prenda quasi una sosta, per poi lasciarci ritrovare regolarmente con i colleghi davanti alle macchinette per il caffè, a ridere spesso con evidenza di qualcosa di sciocco, ma certe volte più velatamente anche di qualcuno che magari sta proprio lì in mezzo a noi, e che sembra il bersaglio di turno perfetto per tutti gli sfoghi che servono.
Non c’è mai stata una vera solidarietà tra gli impiegati in questo settore, salvo mostrarsi del tutto finti trattenendo l’invidia di fatto evidente quando qualcuno di noi va in pensione, oppure al momento in cui facciamo ampio uso delle solite identiche parole di sempre quando a qualcuno arriva un lutto in famiglia. Qualche volta ci guardiamo in cagnesco l’un l’altro, ma anche questo atteggiamento alla fine dura ben poco: troppa fatica stare contro qualcuno, perlopiù è sufficiente limitarsi a qualche battuta sagace quando l’occasione ne fornisce la possibilità, ma altrimenti va bene anche niente. Si lascia scorrere il tempo, misurandolo generalmente con il metro delle varie stagioni che qui si rincorrono, e per il resto naturalmente si tenta sempre di essere più furbi degli altri, ed approfittare immediatamente di qualche situazione favorevole quando raramente questa ha la grazia di presentarsi.
Corrado Renai, il mio collega diretto, riesce ciclicamente ad inguaiarsi in qualcosa, che poi tradotto in concreto vuol dire soltanto per lui bisogno immediato di soldi, piccole cifre generalmente, ma che lo portano a divenire arrendevole e mansueto con tutti i suoi collaboratori almeno in quei momenti, tanto da lasciarsi tranquillamente fregare con dei piccoli prestiti che paga ad un prezzo degno quasi dello strozzinaggio. Non è colpa di nessuno se lui è così, certi incasinamenti sembra proprio che se li vada a cercare, ma in ogni caso è sicuramente una fortuna per il Renai avere alle spalle dei colleghi che in certi casi lo sanno aiutare; ed in certe giornate lo trattano proprio quasi fosse un amico.


Bruno Magnolfi

mercoledì 22 novembre 2017

Abitudine alla normalità.

          

I propri essenziali banchi individuali non sono lontani tra di loro, e quando certe volte in quell’aula del liceo vanno avanti alcune ore di lezione forse anche più noiose delle altre, ogni tanto Francesco getta un’occhiata, rapida anche se esauriente, verso il suo amico Neri, immobile in terza fila, a tre o quattro metri di distanza dal suo posto a sedere, che per scelta è sempre stato fin dall’inizio dell’anno scolastico il primo banco alla sinistra della classe. In fondo è accaduto sostanzialmente solo ieri, durante un cambio di insegnante, proprio quando tutti gli altri stavano in piedi a chiacchierare, che lui si sia spostato appunto in quella terza fila tanto per scambiare col Neri qualche parola senza impegno, e mentre gli diceva quello che aveva pensato nei minuti precedenti, sorridendo forse della propria timidezza mentre cercava l’attenzione, Francesco abbia quindi posato la sua mano, forse con un gesto per lui assolutamente naturale, sulla mano dell’amico ferma sopra al piano di quel banco, lasciandola proprio in quella posizione su quel morbido tepore piacevole e così rassicurante, magari leggermente troppo a lungo per evitare che qualcuno tra i loro compagni subito se ne accorgesse.
Nessuno ha detto niente, almeno sull’immediato, e persino il Neri non gli ha dato proprio alcun peso, ma in seguito, quando è suonata l’ultima campanella ad indicare la fine dell’orario scolastico, il suo compagno Carlo Pieri, mentre tutti camminavano lungo l’ingresso principale, ha appoggiato delicatamente una mano sulla spalla di Francesco, sfoderando un acceso senso ironico, e quando lui si è voltato per guardarlo gli ha sorriso in modo quasi claunesco, con un’espressione che non lasciava dubbi su quanto lui stesse pensando. Nessun problema, Francesco se lo aspettava da un momento all’altro che qualcuno iniziasse ad essere un po’ entrante nei riguardi delle sue cose, così lo ha solo osservato un attimo con neutralità senza ribadire niente, e poi ha continuato a camminare rivolgendo subito lo sguardo indifferente avanti a sé: non c’è da preoccuparsi, forse ha pensato; i ragazzi se vogliono sanno essere cattivi, ma a lui non interessa, lui resta uguale a come è sempre stato, oltre certe sciocchezze.
All’uscita si è incamminato verso casa sua Francesco, le mani nelle tasche, lo sguardo rivolto verso il marciapiede di fronte a sé, ma poco per volta ha cominciato a sentirsi come più leggero, praticamente rassicurato dagli eventi, quasi che l’esternazione delle idee e dei propri sentimenti gli avesse proprio provocato una sensazione di sollievo, quella di chi in un attimo si è liberato l’animo, e oramai si trova ben lontano dall’uso consuetudinario dei gesti e delle espressioni, e soprattutto oltre le abitudini della normalità. Un percorso lungo e complicato, pensava raggiungendo con calma la sua abitazione, però del tutto inevitabile, quasi una strada già tracciata che è inutile cercare di abbandonare in qualche modo: soltanto la sensibilità di chi si incontra lungo questa via può fare davvero una evidente differenza; il resto delle scelte che possiamo fare è già dentro di noi, fa parte del bagaglio che ci portiamo dentro, e non serve a niente in un modo oppure nell’altro cercare di adattarsi alla realtà, così come tentare di rendere più lisce le situazioni ruvide che spesso ci troviamo ad affrontare.


Bruno Magnolfi

lunedì 20 novembre 2017

Senza delusioni.

            

Certe volte sono distratta; non so per quale motivo questo succeda, ma in questi casi è come se fossi da sola dentro un’altra stanza, e quindi le cose che magari inevitabilmente possono accadere proprio davanti alla mia persona non mi arrivassero per niente, o al massimo in un modo molto più attenuato di quanto sarebbe prevedibile. La mia giornata scorre quasi sempre in maniera estremamente abituale, lasciandomi soffermare solo su pochi elementi che generalmente la caratterizzano, quelli più importanti ed evidenti: forse sono una persona estremamente semplice, una che probabilmente non vuole mai vedere completamente la realtà con i propri occhi, però in tutti i casi credo che ognuno di noi debba essere sempre sincero con se stesso, e lasciare che gli avvenimenti anche vicini scorrano con la propria normalità.
Penso spesso comunque che tutto vada bene, e che le piccole increspature che a volte si formano sopra ad un mare calmo non indichino necessariamente l’arrivo impellente di una tempesta che qualche pessimista forse ha subito previsto. Mi piace camminare per la strada mentre penso alle mie cose, e non credo ci sia quasi niente di cui per forza ci si debba preoccupare veramente. Sono sicura che tutto sia di per sé già fin troppo complicato e spiacevole per pretendere di intorcinarsi la testa con idee e paure ancora più complesse di quanto tutto il resto sembra spesso costellato. Mio figlio Francesco è l’elemento essenziale rispetto a qualsiasi sforzo mi trovi ad affrontare, ed il suo percorso di crescita, almeno fino ad oggi, assieme anche ai suoi risultati scolastici, mi riempiono di piacere e di grande soddisfazione.
Mia madre quando ero giovane spesso mi diceva: Anna, non fidarti mai degli uomini; ma io adesso non credo fosse un avvertimento valido per qualsiasi donna. Sono tranquilla, le cose mi pare vadano avanti senza grandi intoppi: conservo il mio piccolo lavoretto al mattino che mi permette ogni tanto anche qualche spesa superflua, e di Corrado non mi pare neppure il caso di lamentarmi troppo, anche se il suo tempo appare tutto assorbito dalla sua occupazione in ufficio e dai suoi amici. La mia amica Chiara dice certe volte che forse dovrei sognare di più, cioè puntare più in alto per migliorare davvero la mia quotidianità, ma a me quando ascolto queste sue parole viene semplicemente da sorridere: se tutto si mantiene in questo modo, le dico, io sono contenta, non mi pare proprio di aver bisogno d’altro oltre quello che mi ritrovo già. Non ho pena o grande dispiacere per coloro che continuano perennemente a lamentarsi, ognuno logicamente può comportarsi sempre come gli pare meglio; però credo che certe persone dovrebbero guardare con attenzione e magari anche più a fondo in tutto ciò che già tengono stretto dentro le proprie mani. Forse io non ho grandi aspettative, questo può darsi; però credo che chi ne ha persino troppe finisca prima o dopo per vivere delle grandi delusioni.


Bruno Magnolfi

giovedì 16 novembre 2017

Spie.

          

Avrei bisogno di parlarti nel mio ufficio; anche adesso se non hai cose particolarmente importanti da sbrigare, dice al Torrini mentre gli passa distrattamente accanto, appoggiando una mano sul piano della scrivania e osservandolo appena per un attimo negli occhi. La mattinata è una di quelle solite, fotocopia esatta di mille altre, gli impiegati dicono qualcosa tra di loro sorridendo quando si incrociano lungo i corridoi, e per il resto ognuno se ne rimane piegato sopra al proprio piano di lavoro oppure al telefono, a sistemare le pratiche a lui affidate ed a contribuire alla gestione di tutta la clientela assicurativa del gruppo societario. Il capufficio non è il tipo di persona che parla molto con gli altri, però sicuramente è un astuto osservatore, uno che scruta le persone con attenzione dietro ai suoi occhiali, cercando di comprendere anche da piccoli particolari le cose che non vanno. Non capita di frequente che inviti qualcuno a raggiungerlo dentro al suo ufficio, perciò il Torrini si mette subito sulla difensiva, pronto ad affrontare una nuova grana, a questo punto praticamente quasi sicura.
Vorrei chiederti qualcosa di Corrado Renai, dice lui senza giraci attorno. Per me è solo un collega, fa il Torrini, peraltro neanche uno di quelli con cui ho più confidenza; non so che cosa devo dire, ma a parte qualche piccola incomprensione che viene fuori ogni tanto tra me e lui, per il resto mi sembra uno come gli altri. Vuoi dire che con il Renai non hai rapporti privati fuori dall’orario di lavoro, e che magari non lo conosci neppure oltre questi uffici, mi pare di capire. Esatto, dice il Torrini, niente di niente. Credo che tu non mi dica la verità, fa il capufficio: in ogni caso non ho elementi per smentirti, anche perché quello che accade fuori da queste mura non sono certo affari miei. E’ esatto anche questo, fa il Torrini, comunque se c’è bisogno di qualche spiegazione sui miei compiti sono pronto a darli, però sugli altri impiegati del palazzo non mi piace proprio parlarne troppo.
Va bene, dice l’altro alzandosi dalla scrivania, è chiaro il concetto, in ogni caso se ci fosse bisogno di cambiare in meglio le mansioni ad un impiegato del piano, o magari affidare un portafoglio clienti un po’ più corposo a qualcuno dei nostri, tu non indicheresti certo lui. Torrini sorride, annusa il trabocchetto, pensa che non ci sia niente di vero in tutte quelle parole, e che sia soltanto uno stratagemma per tirargli fuori degli elementi che probabilmente il capufficio già conosce, o che subodora, ed immagina oltretutto che qualcuno in quei corridoi, incapace di badare ai fatti propri, lo abbia subito avvertito del recente scambio di soldi che c’è stato.
Fondamentale è negare, negare sempre, lasciando che almeno un dubbio prosegua a girare nella testa di tutte le persone. Va bene Torrini, dice il suo capo, vedremo in seguito. Durante la giornata Torrini fa avere un biglietto a Corrado, e all’uscita dal lavoro loro due si incontrano sul retro di un caffè poco distante. Devi rendermi i quattrini che ti ho prestato, gli dice quello, la faccenda si è fatta troppo pericolosa. Il capo pensa che ci sia tra noi una compravendita di clienti o anche di polizze, così è capace di metterci alla porta tutt’e due. I patti sono chiari, risponde secco Corrado; ti renderò tutto nei tempi stabiliti. Torrini evita di alzare la voce, lascia correre, non ha strumenti per arrivare a pretendere quello che ha appena chiesto, quindi se ne va e basta. Quando escono comunque lo fanno uno per volta, a distanza di diversi minuti, soprattutto perché oramai ambedue non si sentono tranquilli affatto: chiunque intorno sembra che continui come ad osservarli di nascosto, e gli pare d’essere tenuti d’occhio da chissà quanti passanti anonimi, come se il capo nello spazio di un solo pomeriggio avesse assoldato delle spie per dare loro una spietata caccia. Forse non succederà un bel niente, pensa Corrado mentre se ne va verso casa sua; in ogni caso occorre adottare una gran cautela, e lasciare che le cose si sgonfino, come è normale in casi come questi: poco alla volta. 


Bruno Magnolfi

martedì 14 novembre 2017

Felice giornata.

       

Anna, le aveva detto Corrado la mattina stessa della cerimonia, parlando a voce bassa e continuando a sorridere a tutti: mi sembra di essere immerso dentro un film girato dentro una casa di produzioni cinematografiche; come se tutto quanto intorno a noi si mostrasse falso, irreale. Sono contento, certo, e poi ci sei tu che mi appari meravigliosa come sempre, ma è tutto così strano che in certi momenti non mi sento proprio sicuro di niente. Non preoccuparti troppo, aveva risposto lei: anche a me sembra tutto un po’ anomalo, però mi è sufficiente concentrarmi su due o tre cose importanti, quelle che contano davvero, ed il resto poi mi sembra vada avanti anche da solo; prova anche tu a fare il medesimo piccolo sforzo mentale.
Erano usciti dalla chiesetta di quel quartiere in mezzo ad una ventina di parenti ed anche qualche amico, e a Corrado tutta quella accelerazione che avevano preso all’improvviso le cose, una volta liberatosi il vecchio appartamento di famiglia dove loro due sarebbero subito andati ad abitare preparandosi alla impellente nascita del loro figlio, gli era parso persino eccessivo, come se dovesse mancare forzatamente in quel disegno già addirittura troppo completo e forse impermeabile a qualsiasi variazione, persino il tempo di riflettere su quanto stava accadendo.
Più tardi loro due si erano seduti per quel pranzo di nozze forse cercando in mezzo a quegli invitati che avevano di fronte qualcosa che desse in qualche modo il senso della normalità, ma Corrado, anche quando le cose si erano portate più avanti, aveva continuato a sentirsi un estraneo in mezzo a quel tavolo, provando ogni poco la voglia profonda e insinuante di fuggirsene via. Aveva bevuto, certo, aveva brindato, e aveva lasciato naturalmente che tutti continuassero a congratularsi con lui, ma fin da subito si era sentito sbagliato, senza neppure il coraggio di dirlo davvero, quasi perfino a se stesso.
Quando alla fine della giornata erano rimasti da soli, lui ed Anna, Corrado avrebbe voluto quasi chiudere gli occhi per sperare che tutto si rivelasse soltanto un sogno, un’invenzione della fantasia, qualcosa di cui dimenticarsi, prima o dopo. Ma c’era da guardare avanti, c’era da affrontare ogni passaggio, perché  soprattutto c’era quel figlio che stava maturando dentro al corpo di Anna, e non era possibile fare nient’altro se non spianare la strada alla sua nascita, e mettere tutte le cose in maniera che quella in formazione fosse davvero la sua famiglia.
Tutta una serie di passaggi obbligati, una catena di cose che avrebbero marcato, una per volta, la strada precisa verso qualcosa di diverso da ciò che erano state le giornate ordinarie fino a quel momento. Corrado ad un tratto si era chiuso nel bagno, si era guardato a lungo dentro lo specchio, forse si era posto delle domande, e alla fine probabilmente aveva preso coscienza di quanto stava davvero accadendo fuori e dentro di sé. Poi era uscito, aveva abbracciato Anna di getto, si era inebriato del profumo di quei suoi capelli, l’aveva stretta con grande dolcezza, e alla fine aveva detto soltanto: sono felice.


Bruno Magnolfi