venerdì 13 ottobre 2017

Cavalli imprevedibili.

       

Anna sono qua, ha detto la sua amica durante il pomeriggio della scorsa domenica, parlando nel citofono per invitarla a scendere come già d’accordo, restando poi ad aspettare davanti al suo portone condominiale proprio a quell’ora pattuita, piuttosto che salire in quell’appartamento dove quando c'è lui in giro riesce sempre a farle provare un sicuro senso di disagio. Dopo un attimo difatti Anna è scesa, così le due amiche si sono salutate con qualche parola scherzosa e poi si sono avviate verso il cinema per assistere al film che da giorni avevano scelto di vedere.
Suo figlio è rimasto in casa nella sua cameretta come sempre, probabilmente a leggere qualcuno dei suoi amati libri, e Corrado quasi sdraiato sopra al divano con la televisione sintonizzata su un canale sportivo. Forse è il peggiore giorno di ogni settimana quello festivo, quando la mancanza di orari più precisi e di impegni lavorativi e scolastici porta la famiglia allo strascinamento insulso delle ore.
Francesco ha preso uno dei suoi fogli e la matita, ed è partito con tratti leggeri a disegnare un volto, senza sapere chi dovesse essere. Bocca, profilo del naso, gli occhi; poi si è fermato. L’espressione che subito trapela da quel foglio sembra corrucciata, ombrosa, quasi triste. Non c’è la sua precisa volontà di dare a quel viso queste esatte connotazioni, eppure escono fuori in modo quasi automatico, come se fosse questa la realtà che lui si immagina quando disegna, oppure quella che semplicemente vede quotidianamente attorno a sé.
Neanche a lui piace la domenica, anche se avere molto tempo libero è qualcosa che quasi lo intriga, permettendogli di compiere giri di pensiero che normalmente non riesce proprio ad affrontare. Poi sente suo padre che lo chiama dall’altra stanza, così Francesco si alza dalla sedia, si affaccia alla porta, si ferma appena un attimo per comprendere bene quello che in fondo conosce già dentro di sé: la proposta è quella di uscire per un giro in macchina, annusare la giornata da qualche angolazione che Corrado conosce meglio, ed infine ritornare a casa nel tardo pomeriggio, quasi come due amici che se la siano spassata. 
Va bene, dice subito, due minuti e sono pronto. Non gli piace andare in giro con suo padre, ma non vuole neanche creare una rottura che farebbe soltanto peggiorare le cose nella sua famiglia. Si sacrifica, magari soltanto per renderlo contento, o solo per avvallare un’idea forse anche un po’ sbagliata che Corrado ha di suo figlio: uno senza amici, ombroso, perso dietro a riflessioni incomprensibili che gli scaturiscono probabilmente dalla lettura di libri strani e complicati che sua madre tollera in modo incomprensibile. Niente sport, nessuna passione, né amici né ragazze, lo sguardo sempre basso oppure perso chissà dove.
Corrado mette in moto la sua macchina, Francesco si sistema sul sedile senza dire niente. Magari potremo andarcene a vedere le corse dei cavalli, dice col tono di chi comunque ha già deciso. Francesco annuisce, in fondo gli piace l’idea: l’ippodromo è un luogo affascinante, pieno di gente particolare, ed i cavalli da corsa sono animali stupendi persino se ammirati da lontano. Così entrano ai cancelli e vanno a sedersi sulla tribuna coperta, e tutto sembra andare bene, anche se dopo un po’ suo padre saluta nervosamente qualcuno che conosce. Poi si alza, dice che torna fra un momento, e così si perde in mezzo a tutta quella gente in perenne movimento. Quando torna però sembra peraltro più tranquillo: suo figlio vorrebbe forse chiedergli qualcosa, ma si trattiene, probabilmente perché non hanno alcuna importanza le sue presunte considerazioni: la giornata in fondo scorre bene, le corse dei cavalli vanno avanti, la gente parla e sembra divertirsi, tutto è a posto insomma: non c’è da preoccuparsi proprio di niente.


Bruno Magnolfi 

mercoledì 11 ottobre 2017

Allievo del saggio.

            

All’uscita dalla scuola torno verso casa passando quasi sempre dalla medesima strada. Generalmente non trovo motivo di alcuna fretta, così mi guardo attorno con calma, osservo gli altri nei loro affari e mi immedesimo praticamente in un qualsiasi viaggiatore con indosso lo zaino, mentre a volte mi perdo a contare i miei passi lungo il marciapiede. Non accade niente di particolare dentro di me o intorno a me, niente che comunque rivesta una qualche importanza: le macchine che transitano scivolano lungo la strada, i passanti camminano tutti verso le loro destinazioni. Eppure io mi sento bene ad osservare le piccole cose che incontro, e mi pare in questo modo di imparare sempre qualcosa, forse anche più di quello che mi hanno appena insegnato dentro la scuola. Ma è soltanto quando arrivo in prossimità della palazzina dove abito con i miei genitori che sento un senso di vuoto che mi prende.
Sono più grande di quello che dimostro, mi sento diverso dai miei compagni che continuano fuori e dentro la scuola a giocare come dei bambini, e poi ridono, scherzano, parlano delle cose più stupide, cosa che a me al contrario non capita quasi mai: respiro la mia giornata come cercando di comprenderne il senso, osservo i gesti di tutti cercandone i motivi scatenanti, mi ritrovo a fissare dei particolari per scoprirne le funzioni, tutto perché in fondo nient’altro mi interessa davvero. Ho soltanto sedici anni, lo so bene, ma le mie letture di questi ultimi tempi mi hanno portato già molto lontano, perché fin da subito ho compreso che dentro ai libri migliori ci stava già tanto, quasi tutto ciò che volevo davvero sapere.
Mi fermo prima di giungere al portone che immette al mio condominio, e soffermandomi a cercare qualcosa dentro lo zaino rifletto su quanto anche oggi sono riuscito a mettere a punto. Penso che ognuno debba tentare di essere così come si sente, e non accettare mai alcuna finzione. Incontro un vicino di casa, una persona che vedo da sempre, un uomo anziano che trascorre le giornate nei dintorni della sua abitazione, salutando tutti con gli occhi piccoli e ridenti infossati dentro le rughe, nel mezzo a una faccia piena di storia, mostrando sempre uno spirito che nonostante l’età più che avanzata ancora lo illumina. Mi piace questo vecchio, lo trovo sincero, l’ho già disegnato chissà quante volte senza mai troppo cercarne con il disegno soltanto una banale somiglianza apprezzabile. Mi piace la figura che esprime, la sua presenza, le tante cose di cui forse se avesse più voglia e più fiato potrebbe parlare. Mi piace che sia qui, come a guardia di tutto se stesso, dei suoi anni trascorsi ad accumulare esperienze e ricordi. Sarò come lui, prima o dopo, un saggio che osserva, e che forse proprio per questo comprende davvero le cose.
Infine entro in casa: c’è la mia mamma che aspetta, e forse nel pomeriggio quello che ho visto attraverso il mio punto di vista sarà guida della fedele matita su un foglio di carta: non è importante in se stesso questo mio disegnare, forse non avranno mai troppo valore questi fogli pieni di segni che accumulo: è la mia ricerca il fatto essenziale, il mio tentativo di dare una veste a tutto quello che sento.


Bruno Magnolfi

lunedì 9 ottobre 2017

Natalità.

            

Prendi la mia mano, aveva detto Anna. E lui, inizialmente titubante, l’aveva infine stretta tra le sue pur con una certa delicatezza ed attenzione, pensando comunque di dover trasferire a lei qualcosa della sua forza, della sua determinazione, anche se subito era stato raggiunto tramite quelle dita tese come da una scarica elettrica, e si era immediatamente reso conto che in tutta la faccenda era proprio lui l’anello debole della catena, quello meno tenace, quello più lontano dall’idea fondamentale, tanto che si era ritrovato in un attimo quasi ancorato a quella stretta, provando davvero per la prima volta tutta l’importanza del momento. L’infermiera poi si era affacciata già due volte nella stanza per rendersi conto del tempo che ancora le occorreva a quella paziente frettolosa, ma Corrado intanto sudava, si sentiva teso, ed adesso le aveva detto senza mezzi termini che Anna non ce la faceva più a proseguire con quella respirazione come le era stato spiegato, e che si avvicinava velocemente quel momento, perché ci siamo, ci siamo, aveva quasi urlato, e così quasi per dargli retta in due del personale l’avevano trasferita poco dopo in sala parto con la sedia sulle ruote. Lei vuole assistere, gli avevano chiesto duro, senza perifrasi, e lui si era sentito quasi un vigliacco nel dover dare una risposta negativa, per questo aveva detto di sì, quasi senza una riflessione seria, ma pensando solo a se stesso e a poco d’altro.
Una volta dentro invece aveva colto velocemente tutta l’importanza di quella scelta, e subito aveva cercato lo sguardo della sua Anna accanto a lui, anche se lei già non riusciva più a sentire e a guardare niente intorno a sé. Urlava invece, strozzando i suoi gemiti per le doglie, respirando a grandi boccate soltanto affannose, coi pugni stretti intorno a ciò che per lunga esperienza le avevano dato da stringere, una volta sistemata sopra al lettino. Continuava a guardarla Corrado, non sapendo e potendo fare altro, sentendosi però coinvolto, vicino a qualcosa che non avrebbe mai dimenticato, mentre lei continuava a spingere proprio come le dicevano di fare, quando tutto poi avveniva in un attimo incredibile, e non importava già più niente di quelle piccole preoccupazioni che c’erano state fino a un’ora prima, e la corsa con la macchina, il parcheggio poco consono, le sue scarpe che avevano pestato qualcosa che proprio non doveva esserci, quasi un portafortuna però.
Adesso era lì quel fagotto rosa, quella piccola vita che scalciava già, e che chiedeva attenzione, protezione, cure, tutto ciò che ci voleva per portarsi avanti da ora in poi, giorno dopo giorno. Corrado si sentiva provato, stremato, stanchissimo, e gli pareva impossibile che potesse accadere una cosa così grande in così poco tempo, senza una vera preparazione emotiva, senza essere riuscito a immaginarsi davvero quel giorno soltanto il giorno prima, ed adesso non sapeva più che cosa dire, né cosa pensare, dove rivolgersi, a chi, immedesimandosi in un nulla di fronte a quella donna che in quel momento diventava meravigliosamente mamma.  
Anna, aveva detto poi Corrado riprendendole la mano, e la commozione con naturalezza aveva fatto il resto, che non aveva bisogno di parole, di espressioni, di gesti, solo di sguardi lacrimosi e sinceri, e di nient’altro.


Bruno Magnolfi

sabato 7 ottobre 2017

Amico sconosciuto.

            

Ehi, gli fa uno che lui neppure conosce toccandogli leggermente una spalla mentre sta seduto a bere qualcosa nella solita bettola di ogni sera. Lo so chi sei, ti avrei riconosciuto tra mille, fa quello, però guardami bene e forse anche tu puoi ricordarti di me. Lui si volta, guarda l’altro in faccia con attenzione, poi dice che gli pare qualcosa, ma non saprebbe proprio dire dove e perché. Diciamo che sono passati circa dieci anni, fa l’altro mentre si siede al bancone nel posto libero accanto. Eri magari uno della commissione che venne in agenzia per l’inchiesta interna, fa lui. Bravo, fa l’altro, sono Massimo, ci vedemmo di sfuggita diverse volte a quell’epoca, poi però ho cambiato mestiere, non me la sentivo più di fare la carogna con gli altri per uno stipendio da fame. Io sono Corrado, fa lui, ma a quell’epoca stavi con Righetti quindi. Certo, dice l’altro, ma secondo me non era una brava persona, riusciva sempre a pensare soltanto ai suoi affari. Ma tu lavori ancora da quelle parti, immagino. Si, certo, fa lui, però Righetti in quel periodo mi piaceva, era uno di quelli che ci sapevano fare.
Si, è vero, pure io non avevo niente da dire su di lui, fa l’altro, solo che certe volte le cose prendono una piega diversa da quella che si vorrebbe; poi però personalmente ho avuto la fortuna di trovare una ragazza che mi ha fatto girare la testa, e siccome la sua famiglia era piena di soldi ho potuto uscire tranquillamente da quell’ambiente, ed adesso semplicemente dirigo la società di esportazioni di mio suocero. Complimenti, dice lui. Ma insomma dobbiamo festeggiare, fa l’altro, non capita tutti i giorni di incontrare delle vecchie conoscenze. Il cameriere con un’occhiata serve subito due birre appoggiandole sul banco davanti a loro. Questo giro lo offro io, fa quello, però avrei bisogno soltanto di un piccolo piacere; vedi non so come sia accaduto, ma poco fa ho perduto il portafogli, e così sono rimasto soltanto con qualche spicciolo che avevo nelle tasche, ed adesso per tornarmene a casa avrei bisogno di mettere del carburante nel serbatoio della mia macchina. Mi basterebbe mi facessi un piccolo prestito, che naturalmente ti restituirò già domani o un altro giorno se ripassi da qui.
Va bene, fa Corrado leggermente perplesso, posso darti un cinquantino, perché di più non ne ho. Benissimo, fa l’altro mentre beve un lungo sorso di birra, mi sono più che sufficienti. Però adesso devo lasciarti, perché davvero vado di fretta, comunque domani a quest’ora io passo da qui, e se ti fai trovare ci facciamo insieme un’altra bevuta. D’accordo, dice Corrado mentre tira fuori la sua banconota. Così si stringono la mano velocemente con un gran sorrisone da parte soprattutto dell’altro, e poi quello se ne va, quasi di corsa, a mostrare che davvero aveva una gran fretta di andarsene da qualche altra parte.
Lui si sistema di nuovo sul suo panchetto, guarda il cameriere davanti a sé, poi gli chiede: ma ha pagato qualcosa? No, fa quello. Ma lo avevi forse già visto qua dentro? No Corrado, era la prima volta che lo vedevo, ma per quanto sono riuscito in questi anni a conoscere a prima vista la gente, quello non ci torna di certo da queste parti.


Bruno Magnolfi

giovedì 5 ottobre 2017

Piano di scavi.

           

Ci sono delle sere in cui l’aria si mostra pesante. Anna ha preparato la cena, Corrado le ha dato una mano per apparecchiare la tavola, Francesco se ne sta lì in un angolo, il suo compito in genere è quello di affettare del pane e mettere sulla tovaglia le bottiglie d’acqua e del vino, attività cui in perfetto silenzio ha già adempiuto. Non ci sono molte cose da dire, la radio a basso volume riempie come può quel senso di vuoto che aleggia. Stamani ho incontrato l’amministratore di condominio, dice poi Anna come tra sé. Corrado la guarda, si porta un pezzetto di pane alla bocca, poi dopo un attimo dice soltanto: immagino stia studiando come farci spendere altri soldi. No, fa lei, mi ha detto solo che qualcuno dei nostri vicini sta pensando di far tinteggiare la facciata di questo palazzo. Allora non è preoccupante, fa lui; prima di mettere tutti d’accordo ci vorranno come minimo altri dieci anni.
Poi si siedono, Anna serve nei piatti, Francesco dice basta appena vede che la porzione a suo parere è già più che sufficiente. Mangia qualcosa in più, dice sua mamma senza convinzione; lo vedi come sei magro. Lui si schernisce, Corrado lo guarda un momento, ma non aggiunge nient’altro. Oggi ho litigato di nuovo con Torrini, dice tanto per parlare di qualcosa. Sosteneva che il capo avesse detto una cosa che io ero sicuro non avesse mai neppure pensato.  Così siamo andati fino al suo ufficio, e lui ha detto a Torrini che probabilmente aveva proprio capito male, e che non c’era altro da aggiungere, anche se gli faceva piacere naturalmente sentirsi così lusingato, e quindi alla fine pur sbagliando lui è riuscito a fare una bella figura.
Non preoccuparti, dice Anna: il tuo capoufficio sa quanto vali; non saranno certo sufficienti delle sciocchezze del genere per metterti in una cattiva luce. Forse, fa lui, però dover passare ogni giorno tra quei corridoi stando attento continuamente a ciò che viene detto, o anche  meglio, a quello che spesso viene semplicemente accennato, tenendo sempre le antenne bene in funzione, è del tutto snervante. Certo, fa lei, lo capisco; ma in fondo è il tuo lavoro, e tu non devi far altro che vedere il lato positivo delle cose, senza continuare a creare presupposti per delle scaramucce insignificanti con i tuoi colleghi. Va bene, fa lui, tanto con te non riesco mai ad ottenere una qualsiasi gratificazione.
Il figlio lì ascolta con interesse, mentre con la forchetta smuove lentamente i pezzi di cibo dentro al suo piatto, senza decidersi mai a mangiarli davvero. Il suo sguardo accarezza le espressioni che immagina, elabora in figurazioni mentali quasi complete i personaggi che entrano ed escono in quelle piccole storie. Non parteggia mai per nessuno in quelle che reputa ostilità di poco conto, ma immagina con grande chiarezza i pensieri che ognuno di loro riesce ad avere mentre stanno esternando con forza i propri convincimenti. Questa sembra a lui la forza maggiore: immettere dentro uno dei suoi tanti disegni che sta mentalmente elaborando, pur privo di orpelli e contorni,  tutti quei significati che una semplice espressione riesce a sottendere. È ancora un ragazzo, certamente ne è consapevole, ma il punto di vista che adopera è già quello di un disegnatore con esperienza, uno che non ha certo paura di scavare, persino dentro se stesso.


Bruno Magnolfi

martedì 3 ottobre 2017

Dimenticare domenica.

            

Qualcosa dovrà pur succedere penso, le cose non possono certo proseguire per sempre in questa maniera. Mi sento nervoso quando rientro a casa la sera, non posso certo fingere di essere in un altro modo. Soprattutto mi disturba ritrovare appena arrivato tutte le cose nella stessa esatta maniera di come le ho lasciate, come se i giorni che si susseguono fossero identici, come se per avere salva la vita si dovesse sempre e solo lasciarla nelle mani di una monotonia spesso del tutto insopportabile. Saluto i miei familiari, tolgo la giacca, vado in bagno, poi indosso vestiti e scarpe più comode, e spargo senza impegno qualche domanda tanto per sapere se ci siano delle piccole novità, anche se infine mi siedo davanti alle notizie della televisione, per cercare ancora un collegamento con la realtà che c’è fuori, pur senza neanche provare un vero interesse, e proseguendo comunque anche in questa maniera ad alleviare la situazione che sto respirando.
Forse tutti quanti viviamo questa medesima situazione penso, probabilmente dobbiamo soltanto assuefarci di più a quanto normalmente ci capita, senza mettere in mezzo un vero contrasto, anche se risulta difficile, anche se è complicato cercare di essere soddisfatti e tranquilli quando le cose non ci piacciono affatto. Naturalmente preferisco non pensare mai a queste cose, e così lascio che il tempo da trascorrere con la mia famiglia sia il più possibile vuoto di cose comuni, anche se sono contento di dare un senso con la mia presenza alle stanze di casa.
Mia moglie è molto pacata, sorride ma senza mai ridere veramente; è gentile, si vede che ci tiene molto alle persone che la circondano, anche se non riesce ad avere un vero scatto di entusiasmo per qualcosa che magari facciamo o che ci proponiamo di fare, così ogni argomento sembra sempre senza spina dorsale, e tutto ciò di cui ho voglia di parlare quando sono in casa diventa un elemento quasi banale, privo di un qualche interesse. Corrado, mi dice con la sua voce tranquilla; tu hai fatto esattamente quello che dovevi fare. Ed anche quando racconto che spesso al lavoro monto di nervi per le uscite stravaganti del mio capoufficio, lei non prende mai una vera posizione, lasciando che tutto rientri in un alveo di normalità.  
Mio figlio si chiama Francesco, e non fa mai altro che guardare verso il basso o da un’altra parte, come se non fosse per nulla interessato a ciò che lo circonda. Gli dico certe volte che le cose importanti sono là fuori, che lui dovrebbe avere più amici, cercare di uscire, inserirsi in qualche compagnia dove fanno davvero qualcosa, ma lui pare non ascoltarmi, e tutto quello che si limita a fare, anche da quanto mi dice mia moglie, è starsene nella sua cameretta a leggere libri, a studiare, o a perdere tempo da solo. Ho anche provato a portarlo con me, ad assistere a qualche partita o in qualche locale per vedere come se la sbriga con gli altri, ma mi sono reso conto che non sembra mai interessato da niente, e che diventa immediatamente come un ingombro che si fa trascinare da una parte a quell’altra senza dire se gli va bene oppure no.
Per questo per me la domenica è il giorno più buio della settimana: un vuoto completo da provare a riempire in qualche modo con qualcosa che normalmente mi sfugge, uno stupido giorno da far passare il più in fretta possibile, facendo anche in maniera in qualsiasi caso di dimenticarlo velocemente, proprio come se non fosse neppure arrivato.


Bruno Magnolfi  

lunedì 2 ottobre 2017

Osservatorio.

            

Non ha poi molta importanza per Francesco che i suoi compagni di classe si mettano a fare tanto gli spiritosi, e che continuino magari a dirsi a voce alta momento dopo momento tutto quello che passa loro per la testa; al punto che poi ridendo spesso si ritrovano a darsi dei grandi spintoni proprio durante quei pochi minuti caotici al termine di tutte le lezioni, quando ogni studente ha solo voglia di uscire dalla scuola e di sentirsi finalmente libero. In quell’enorme corridoio che porta all’uscita dall’edificio, quando i ragazzi quasi corrono con i loro zaini già indossati, anche in quei momenti lui resta normalmente indietro e sulle sue, solo e da una parte, come fa quasi sempre durante tutta la mattinata scolastica, tanto che persino se qualcuno gli pone una domanda anche generica ecco che lui la maggior parte delle volte risponde soltanto a monosillabi, senza incoraggiare mai in chiunque alcuna conversazione.
Non è che lui si trovi troppo male con gli altri compagni, anche se gli danno un certo fastidio i tipi troppo esuberanti, soltanto si sente almeno in parte uno spirito solitario, un semplice osservatore della realtà ecco, un tipo a cui piacerebbe certe volte poter diventare addirittura trasparente pur di proseguire a stare con tutti, ma limitandosi a guardare e a prendere nota dei comportamenti di chi riesce ad osservare. In classe sua lo sanno, anche gli insegnanti hanno imparato bene a conoscere quel suo carattere, e generalmente lo lasciano in pace quasi tutti, anche se quando è l’ora dell’uscita può capitare che lui rimanga indietro a guardare gli altri andarsene rapidamente. Forse a lui interessa meno quella specie di evasione quotidiana, oppure non sente di avere come gli altri studenti tutta questa fretta di tornarsene a casa sua.
Francesco disegna quando è da solo, e da qualche parte ha avuto modo di leggere come secondo alcuni la forma è sempre superiore al colore, e che sopra la carta con una semplice matita si può fermare l’espressione più spontanea, quella che generalmente sta sopra la maschera. Così lui tratteggia delle facce, quei semplici visi che più spesso si ritrova attorno, le loro espressioni, i profili di chi conosce maggiormente, cercando di sviluppare il massimo della rappresentazione con il minimo dei segni utilizzati. Prende appunti certe volte, pochi rapidi fregi in chiaroscuro, ma poi sviluppa le sue idee soltanto quando infine è a casa, nel chiuso della sua cameretta, dove il silenzio e la tranquillità gli permettono di essere davvero a proprio agio.
Il momento esatto in cui si ferma e mette via tutti i lavori dentro una grossa scatola tenuta ben nascosta, è quando sta per rientrare in casa anche suo padre: con sua madre naturalmente è un po’ diverso, comunque non vorrebbe mai farsi trovare da nessuno dei due mentre sta lavorando ad un ritratto, perché il suo è come un segreto da tenere celato dentro di sé, considerando oltretutto che non riuscirebbe mai in nessun caso a tenere in mano neppure la matita in loro presenza. È un blocco quello che prova, una sensazione di ostilità profonda che è sicuro verrebbe fuori immediatamente da parte loro, se solo fosse scoperto a svolgere un’attività di questo genere. Così sua madre non soltanto non lo disturba mai, ma lo avverte, quando sa che il suo piccolo segreto sta per essere messo in pericolo da suo padre. Velocemente Francesco mette via tutto, ed è contento di farlo, di custodire in questo modo qualcosa che è soltanto suo, che gli appartiene: un osservatorio privilegiato quasi inespugnabile.


Bruno Magnolfi

giovedì 28 settembre 2017

Positive finzioni.

            

Quei suoi passi leggermente affrettati riescono ad essere sempre identici l’uno all’altro, così cadenzati e precisi da apparire del tutto indistinguibili tra loro. Il rumore delle scarpe sulle pietre del marciapiede per chi lo ascolta può forse apparire monotono, come una macchina che segna costantemente un ritmo invariabile dall’inizio alla fine, ma non si può proprio dirne niente di brutto, e forse lasciarsi accompagnare da questa specie di musica è come stare insieme ad un compagno fidato, come passeggiare con un conoscente a cui si concede volentieri il proprio braccio, e che cammina insieme con  noi, fedele e garbato, almeno fino a quando non decidiamo di fermarci e di terminare il nostro percorso. Ma se la camminata del primo mattino esprime un certo valore, quasi in sintonia con l’aria frizzante e la voglia di fare che spesso prende in quell’ora la testa e le mani, quella invece che si manifesta a fine mattinata ha un sapore completamente diverso, tanto da apparire del tutto imparagonabile all’altra.
Anna, le dicono a lei sorridendo quando arriva nel piccolo capannone ricavato nei fondi di una vecchia casa a tre piani: buongiorno. Le portano grande rispetto questi ragazzoni che lavorano nella carrozzeria, a cominciare dal capofficina che quando lei arriva ha già iniziato con grande fermezza ad indicare a tutti gli altri quali siano i lavori da affrontare subito e portare avanti per primi. Lei in generale mentre gli altri stanno cominciando le loro occupazioni entra nel suo piccolo ufficio, getta un’occhiata per focalizzare le urgenze, quindi si siede, e comincia subito ad esaminare le fatture, i conti ai clienti, i documenti di trasporto per  i materiali, le richieste alle assicurazioni, e poi tutte le altre carte che si accumulano ogni giorno sopra al piano della scrivania. Non le ci vuole molto a sistemare le cose, normalmente in due o tre ore fa tutto, ma le piace ad Anna lasciare tutto molto ordinato, rimettere tutti quei fogli una volta registrati nei contenitori sopra gli scaffali allineati alle sue spalle.
Un’ora prima di mezzogiorno è già il momento di andarsene, non ci vuole poi molto a tenere la contabilità di una piccola azienda artigiana, e in fondo Anna deve anche occuparsi della propria famiglia. Magari tutto fosse così semplice a casa sua come registrare dei nomi, delle date e dei numeri; ma lei è ottimista, le cose si aggiusteranno pensa, torneranno le risate e i momenti allegri anche in famiglia prima o dopo, e tutto sarà più leggero e piacevole. Poi, una volta sulla via del ritorno, Anna si ferma in un negozio poco lontano dove si vendono oggetti di cartoleria. Osserva un momento dalla vetrina se ci sono clienti, ma se all’interno non c’è proprio nessuno allora entra senz’altro, e si ferma a parlare per qualche minuto con Chiara, l’amica di vecchia data con la quale scambia spesso le proprie opinioni.
Quattro chiacchiere, qualche saluto, e poi via, verso la sua abitazione, dove ci sono le cose da rimettere a posto, preparare il pranzo a suo figlio che tra poco esce da scuola e mostrare come si può essere efficienti e positivi, valori che vorrebbe tanto trasmettergli. Ed anche se a volte non avrebbe voglia per niente di essere in questa maniera, si sforza, fino a far diventare quasi un’abitudine essere proprio così. Devo fingere, pensa certe volte: evidenziando quanto si può essere anche migliori di come si è; perché è sufficiente desiderarlo con tutte le forze, e far vedere che è facile, semplicemente a portata di mano.


Bruno Magnolfi

mercoledì 27 settembre 2017

Scelte importanti.

           

Mi chiamo Corrado, le aveva detto lui quella volta cercando in qualche modo di farle sentire la sua voce in quella sala da ballo confusionaria e senza troppe pretese. Lei si era limitata a sorridere pallidamente, quasi senza guardarlo, probabilmente per non dare troppa importanza alla cosa, e anche per non far accorgere a nessuno lì intorno che ci teneva davvero a quella semplice presentazione. Lo aveva notato già altre volte, generalmente sperso in mezzo al branco dei suoi amici, ma per lei non c’era davvero mai stata l’occasione giusta per avvicinarsi. Adesso però lui era lì, e le parlava, si interessava di lei, l’occasione era davvero troppo importante per lasciarla decadere fino al rango di una cosa qualsiasi. Non gli aveva detto il suo nome, come per una dimenticanza; non gli aveva stretto la mano come a volte si faceva in quegli anni; non lo aveva neppure sfiorato con un gesto o con un’espressione incoraggiante: era soltanto rimasta lì sulla sua sedia ad attendere che Corrado dicesse ancora qualcosa, semmai avesse avuto voglia ancora di parlarle. E lui le aveva chiesto se le andava di spostarsi con lui per bere qualcosa.
Così lei si era alzata dalla sua poltroncina, ma senza mettersi fretta, conservando il suo atteggiamento un po’ distaccato, e Corrado invece si era mostrato piuttosto risoluto, forse per nascondere semplicemente la propria timidezza, risultando però quasi goffo nelle maniere di chi non è abituato per niente a far cerimonie. Seduti davanti a quel bancone del bar lui aveva continuato a parlarle, le aveva chiesto qualcosa di personale anche se estremamente generico, e poi aveva cercato di capire pur con le proprie limitate capacità che era cosciente di avere, quale fosse il motivo per cui quella ragazza che aveva di fronte, così carina, curata sia nell’abbigliamento che nella pettinatura dei capelli, stesse così tanto sulle sue, lasciandolo quasi senza argomenti, ma contemporaneamente anche padrone di guidare a suo piacimento quella loro semplice e straordinaria conversazione. 
Lei aveva fatto una breve risata, quando Corrado le aveva detto qualcosa di una ragazza che conoscevano ambedue, ed aveva fatto un cenno con il capo, come a mostrare apprezzamento per il giudizio simpatico che lui si era sentito di dare. E’ bella, pensava lui mentre sorseggiava la sua bibita, e forse è meno inarrivabile di quanto dicono tutti. Avevano bevuto, si erano scambiati delle opinioni, e lui aveva scoperto che molte delle sue cose parevano quasi combaciare con quelle di lei, così durante una pausa le aveva detto semplicemente: mi piaci molto, senza aggiungere altro. Lei non aveva abbassato lo sguardo come ci si sarebbe potuti aspettare, ma lo aveva guardato negli occhi, forse per la prima volta in tutta la sera.
Infine si erano salutati, ma già si erano dati un appuntamento, perché tutti e due sapevano bene che le cose non potevano certo essere lasciate al puro caso. Si erano messi insieme, naturalmente, e la loro relazione tra alti e bassi era sfociata nel matrimonio, proprio quando lei aveva scoperto di essere incinta. Forse tutto era precipitato troppo alla svelta, ma Corrado tratteneva ancora dentro di sé l’immagine di una ragazza quasi formidabile, e lei in fondo era contenta che la sua vita finalmente avesse trovato una ragion d’essere davvero importante.


Bruno Magnolfi

martedì 26 settembre 2017

Definitive certezze.

            
            Certe volte provo una certa tristezza, anche se credo sia piuttosto immotivata, ma trascorrendo tutto il pomeriggio in casa mi sembra facile almeno in qualche caso sentirmi un poco a terra. Così esco quasi sempre in questi casi, e vado in giro nel quartiere, lo faccio proprio per svagarmi, anche se poi naturalmente entro nei soliti negozi che conosco per acquistare le cose che mi servono, così saluto tutti sia nella macelleria di sempre che dall’ortolano e dal panettiere, e in certi casi mi fermo a fare quattro chiacchiere con chi provo maggiore confidenza e che incontro da più tempo. Poi rientro in casa con le buste della spesa, sistemo tutto dentro la dispensa e sui ripiani del nostro frigorifero, ed infine inizio a preparare con calma qualcosa per la cena, nell’attesa che mio marito torni dal lavoro. Lo so che lui non fa mai gli straordinari anche se usa questa come scusa; tira tardi da qualche parte, in qualche bettola, mi immagino, e quando poi rientra il suo alito sa di alcol da lontano, ma io lo lascio fare, come sempre cerco soltanto di lasciarlo tranquillo, di non oppormi troppo ai suoi modi e ai suoi pensieri.
            Certe volte ho avuto paura del suo carattere, di quell’improvviso scattare di nervi, del suo guardarmi storto con gli occhi spiritati, ed alzare la voce in modo assurdo quasi senza averne un buon motivo vero. Ma poi lo lascio perdere, mi piego sulle cose che ci sono da fare nel nostro appartamento, e mi dimentico subito di tutto: mio figlio in fondo cresce bene, i risultati scolastici ci sono, ed anche se spesso sta un po’ troppo per conto proprio, non mi preoccupo per niente; tutto normale, mi ripeto, le cose vanno come devono andare. La mattina usciamo tutti insieme, io vado a sistemare i conti e le fatture di una carrozzeria poco lontano, ma giusto per qualche ora, e dopo basta. Non so cosa mi manchi, forse non sono mai riuscita ad essere in perfetta sintonia con la mia famiglia, ma credo che questo sia solo un piccolo problema. 
Certe volte vorrei essere altrove, perdermi da qualche parte magari dove nessuno mi conosce, e ricominciare da capo, come se tutto quanto sono riuscita ad essere fino a questo momento fosse soltanto l’apprendistato ad una vita vera, magari più libera, piena di sorrisi e di cose soprattutto allegre. Però c'è mio figlio da crescere bene in questo momento, ed anche se in qualche caso non comprendo del tutto quali siano i suoi comportamenti, però sono sicura che sarò sempre con lui, dalla sua parte. Mi piace la mattina andarmene al lavoro, perché mi sento utile, benvoluta, e quelle poche ore che trascorro nel piccolo ufficio della carrozzeria mi passano in un soffio liberandomi la mente dai pensieri più antipatici.
Certe volte poi sono da sola in casa al pomeriggio e sento d’improvviso che sto bene, che sono serena, e che vorrei sempre rimanesse tutto come lo avverto quelle volte. Mi pare di aver sbagliato in qualche occasione, ma i miei errori secondo me non sono mai state cose gravi. La serata da trascorrere in casa senza alcun programma rimane forse la porzione del giorno che mi piace di meno in assoluto. Sembra soltanto una parata di musi lunghi, come se qualcosa non andasse affatto come dovrebbe: entro nella cameretta di mio figlio e lui è lì, con i suoi disegni che non vuol mai farmi vedere, ed io mi sento quasi un’intrusa nella vita di persone che forse non avrebbero neppure bisogno di una come me. Ma subito mi passa: le cose andranno bene penso, non c’è neppure da dubitarne, e tutto andrà al suo posto appena superate queste piccole divergenze che presto ci dimenticheremo in fretta e soprattutto in una maniera che sarà definitiva.


Bruno Magnolfi 

lunedì 25 settembre 2017

Famiglia propria.

            

Generalmente, quando lui termina il suo orario di lavoro, gli occorre più di mezz’ora di macchina per rientrare nel suo appartamento, e in ogni caso, anche se sa benissimo di essere atteso dalla sua famiglia, qualche volta non prova dentro di sé tutta questa fretta che forse qualcuno tra i suoi colleghi al suo posto potrebbe anche ostentare. Proprio per questo certe sere si ferma in un posto, un locale non molto lontano dalla sua abitazione, un ambiente un po’ anonimo e oscuro dove si ritrovano persone proprio come lui, a giocare a carte, fare scommesse, bere una birra e magari fare quattro chiacchiere senza darsi troppa importanza. Tra quei tavolini e il bancone si raccontano soprattutto delle storielle semplici e divertenti cercando di essere sempre spiritosi, e di conseguenza spesso davanti a quei bicchieri si fanno molte risate quasi liberatorie, cosa questa che poi scompare repentinamente quando lui infine rientra a casa sua verso l’ora della cena. C'è un’amarezza evidente che sente di trascinare dentro di sé, qualcosa a cui non riesce a dare un senso vero, ma che lo lavora giorno dopo giorno e non scompare quasi mai.
Sua moglie forse non si accorge troppo di questo suo disagio, e normalmente cerca di tranquillizzarlo soprattutto con la sua presenza, con le sue maniere forse sempre uguali ma mai monotone, comportandosi in modo che le cose almeno quando stanno insieme scorrano soprattutto con il massimo di calma. Perché lui spesso è nervoso, a volte sembra agitarsi soltanto nel vederla accanto a sé, nel ritrovare in lei quella tranquillità che non riesce quasi mai a trovare dentro sé, e forse non si sente capace neppure di comprendere il motivo vero del proprio stare male, anche se comprende bene in ogni caso che le cose stanno proprio in questo modo, e che lui non potrà mai essere diverso. Suo figlio poi non conta, la maggior parte delle volte resta in un angolo in silenzio, probabilmente proprio perché non ha niente da dire, e nonostante i suoi quindici anni non riesce ancora ad avere delle vere opinioni personali. Qualche volta lui l’ha portato con sé, in qualche bar, ad assistere a qualche partita, anche in giro senza darsi neanche una meta, e in tutti quei casi il ragazzo non ha mai detto niente, come se non gli interessasse affatto essere insieme a suo padre oppure con altri e in altro luogo.
Sono a casa, dice quando rientra, ed immediatamente sente il suo spirito che cambia, come una lumaca che sta rinchiudendosi lentamente nel suo guscio. Suo figlio si trova come sempre in camera sua, ma esce subito, lo saluta a voce bassa, si mette in un angolo senza guardarlo, e se lui chiede come vadano le cose con la scuola, gli risponde in fretta che tutto va bene, che non ci sono dei problemi. Lui allora racconta qualcosa della sua giornata, sui suoi colleghi, sulle difficoltà che ha affrontato come ogni giorno svolgendo il suo lavoro. Vorrebbe forse sfogarsi di qualcosa, ma generalmente si trattiene: in fondo questa è la sua famiglia, e se ci pensa bene non vorrebbe neppure averne una diversa.


Bruno Magnolfi

giovedì 21 settembre 2017

Risultati migliori.

           

L’espressione del ragazzo è quasi sempre la stessa quando si trova nella propria abitazione insieme ai suoi genitori. Si limita ad osservare qualche volta la faccia della mamma, proprio perché dalle espressioni che assume riesce a comprendere meglio le opinioni che certe volte lei trattiene per sé, almeno secondo il suo parere, nei confronti di quanto per abitudine è costretta ad ascoltare; mentre verso suo padre lui non si rivolge quasi mai, ed anche quando tutta la famiglia composta da loro tre è seduta intorno alla tavola per il pranzo oppure per la cena, il ragazzo resta quasi sempre in silenzio, limitandosi appena a rispondere in modo stringato quando gli viene rivolta qualche domanda. Disegna, quando è da solo in camera sua, cercando di riprodurre con la matita proprio quelle facce, le espressioni che ha visto o che ha immaginato.
Spesso però il silenzio che si forma nella sala da pranzo è ancora più pesante di qualsiasi argomento venga affrontato, e secondo il suo parere la mancanza più forte che si avverte tra quelle mura è il divertimento, l’assenza completa di qualsiasi pur piccolo accenno di una risata. Quest’aria non mi piace, potrebbe dire ad alta voce il ragazzo, ma poi, al contrario di quanto sarebbe facile immaginare, con estrema attenzione ed in completo silenzio si mette volentieri in ascolto di quegli argomenti portati avanti generalmente da suo padre: diatribe di lavoro, lamentele e discussioni su competenze di organico, preoccupazioni di ordine economico spesso, e scaramucce per antipatie reciproche con alcuni colleghi.
Per questo le maniere che usa sua madre sono spesso tese soltanto a tranquillizzare le cose, ed il tentativo che lei compie generalmente è quello di porre una sponda di calma ragionata ad ogni argomento, risultando però in questo modo poco incisiva. A lui sembra di subire costantemente le situazioni che ogni giorno si creano in casa, anche se poi ascolta tutto ciò che viene detto sempre con grande interesse, pur se in apparenza sembra ai genitori assente o distratto. Sa che potrà disegnare ogni cosa che ha sentito, una volta da solo nella sua stanza, e questo gli pare alla fine l’elemento più importante di tutti.
Una sera non rientra: un gesto stupido, lo sa benissimo, fare più tardi in giro da solo apposta per far rendere conto ai suoi genitori semplicemente che lui esiste, che ha dei pensieri propri, e che forse qualcuno in casa dovrebbe cominciare a trattarlo in maniera diversa da come sempre è stato fatto. Quando poi torna, fuori è già buio, ed i suoi scaricano in un attimo ogni loro preoccupazione, anche se lui resta fermo, in silenzio, con lo sguardo basso, proprio perché non ha praticamente niente da dire. Ci sono i suoi disegni a matita che parlano per lui, li ha raccolti con molta pazienza anche se loro li ignorano. Così dopo essere stato sgridato va in camera sua, li tira fuori dalla cartella e poi strappa in tanti pezzi minuti tutti quei cartoncini disegnati, non perché adesso gli sembrano sciocchi o poco importanti, quanto perché sa benissimo che oramai potrebbe rifarli in qualsiasi momento, e forse con risultati anche migliori. 


Bruno Magnolfi

lunedì 18 settembre 2017

Evidenti differenze.



No, io forse non sono normale. O meglio, non mi sento proprio come credo siano gli altri, perlomeno come tutti coloro che in genere incontro per strada quando sono impegnato nel mio solito giro attorno al quartiere. Cammino come sempre, tranquillo, e per cortesia sorrido ogni volta a qualcuno tra quelli che trovo a passeggiare esattamente come me sul marciapiede, anche se nessuno di loro purtroppo si sogna quasi mai di rivolgermi anche una sola parola.
Lei assomiglia ad un attore del cinema, dico oggi a questo tizio che sembra aspetti qualcuno. Mi fa piacere, fa lui, ma non mi occupo di cose del genere. Non importa, dico io, ho detto così tanto per scambiare due chiacchiere, per conoscere la sua voce. Va bene, fa lui, però adesso avrei qualcosa da fare, così mi saluta con un gesto della mano e poi si volta per andarsene, ma io all’improvviso gli chiedo da dietro il suo nome, insomma come si chiami. Aldo, dice subito lui quasi sottovoce, voltandosi appena e proseguendo con noncuranza ad allontanarsi. Resto perplesso, anche il medico che mi segue si chiama così.
Mi volto indietro, forse dovrei cambiare qualcosa in questi miei modi, nella mia maniera di comportarmi con gli altri. Mi fermo davanti ad un negozio e poi decido di entrare. Dopo un attimo un commesso mie chiede se possa aiutarmi, ma io dico che avrei solo intenzione di dare un’occhiata. Da dietro il banco però mi guardano male mentre osservo curioso tra gli scaffali, quasi fossi un ladro o qualcosa del genere, Perciò ad un certo punto sorrido al commesso di prima, e gli dico che purtroppo non ho con me i soldi per acquistare qualcosa, anche se il negozio mi piace, e mi piacciono quasi tutti gli oggetti in vendita qua dentro.
Poi esco prima che qualcuno mi metta alla porta, tanto ho già visto che non mi concedono alcuna possibilità per socializzare con loro, ma quando torno a muovere un passo lungo la strada incontro quasi subito il tizio di prima. Aldo, gli dico subito, e con questo cerco e gli stringo la mano, anche se lui si vede soltanto costretto ad essere gentile con me. Conosco una persona che si chiama come lei, gli dico subito; però non mi sta molto simpatico, ha sempre da rimproverarmi per i miei modi, e poi continua a suggerirmi di fare in un modo o in un altro.
Quello mi osserva, capisce al volo che io sono uno da tenere a distanza, così si mette a guardare qualcosa che adesso tira fuori dalla sua tasca, ed infine torna a guardarmi, per dire alla fine che non ha tempo per me, ma se voglio posso andare a prendere una tazza di caffè nel bar qui di fronte, poi passerà lui a pagare. Non mi interessa, gli dico, volevo solo parlare, ma se non è possibile ne farò a meno. Aldo ci rimane male della mia risposta, forse non voleva essere scortese, alla fine mi mette una mano sopra le spalle e mi dice che certamente io sono un bravo ragazzo, e che a pensarci bene forse lui può anche dedicarmi qualche minuto.
Non importa, gli dico: se le cose devono essere frutto di un qualche ragionamento per trovare la maniera meno dolorosa per compierle, vuol dire che non hanno alcun senso. Lui resta fermo e in silenzio, perplesso, ed io intanto mi allontano con calma. Non assomiglia molto al mio medico, penso. Anzi, loro due sono proprio diversi.


Bruno Magnolfi  

mercoledì 13 settembre 2017

Nostalgie.

        

            Noi siamo sempre stati così, anche se molti anni sono trascorsi e tanti fatti accaduti. In fondo nessuno ha veramente mai cercato di essere diverso, abbiamo semplicemente lasciato che le cose andassero sempre avanti per proprio conto, senza mettersi in mezzo a desiderare chissà cosa di differente. Adesso si può mormorare che certe variazioni a suo tempo sarebbero state come minimo desiderabili, ma dobbiamo renderci conto una volta per tutte che questa che ci rimane adesso è solo la nostra realtà, ciò che ci siamo meritati.
            Tu piuttosto, con la tua aria svagata, i tuoi modi da personaggio secondario di una commedia comica, non crederai veramente proprio tu di aver fatto tutto quello che avresti potuto. Ti volti mentre attraversi una strada qualsiasi, forse per semplice curiosità, e ti accorgi che non sei dove vorresti, non stai facendo quello che ti eri proposto. È colpa tua, non ci sono scusanti, quando è stato il momento anche tu non hai fatto le scelte che avresti potuto. Noi ti osserviamo, non perdiamo mai di vista il tuo percorso, ed anche se avremmo tante cose da recriminare, ti lasciamo fare ciò che  più desideri, praticamente senza mai ostacolarti.
Tu vai avanti lungo la strada, entri dentro ad un portone, forse hai appena un attimo di incertezza mentre dai un’occhiata sfuggente al nome sul campanello, probabilmente giusto per assicurarti che niente sia cambiato dall’ultima volta che sei arrivato fino qui. Qualcuno è evidente che ti abbia visto da una finestra e ti abbia aperto, ed è quasi certo che sei oramai atteso con trepidazione, e che magari qualcuno sulla soglia dell’appartamento verso dove ti stai recando ti stringerà la mano, ti abbraccerà fraternamente mentre ti fa entrare, ti saluterà con grande trasporto, subito prima di chiederti come te la stai passando, come ti vanno le cose, ponendoti così le solite questioni retoriche. Mi sento invecchiato, potrai subito dire tu, tanto per giustificare le piccole manie che continui a portare sempre con te, quelle deboli fissazioni delle quali ormai dopo tanti anni non riesci più a fare a meno.
Ci sono sicuramente altre persone che ti aspettano tra quelle stanze, tutte insieme ti diranno che non sei cambiato affatto, che sei quello di un tempo, rimasto perfettamente coerente a quell’originale che tutti si ricordano. Tu sorridi, prendi tempo, ti siedi, poi mentre gli altri ti guardano in faccia nell’attesa di un gesto, di una parola, un’espressione qualsiasi che in questo momento puoi riservare loro, tu dirai quasi sottovoce che c’è un errore di fondo: qualcosa non è proprio andato come era stato previsto. Ora smettono di ridere e ti ascoltano immediatamente con molta attenzione, si è quasi creata un’enorme attesa per ciò che stai per dire, e tu sai che non puoi perdere un’occasione di questo genere, così ti guardi le mani, stringi gli occhi, fai una pausa, poi dici: non sono più quello che credete.
Si guardano tra loro, sorridono, fingono quasi di non aver sentito le tue parole. Si sa, tutto è proteso a ritrovare prima o dopo le linee di congiunzione che legano le persone tra di loro, anche questa tua uscita forse può essere compresa, digerita, trattata come una qualsiasi variazione tra le possibilità che tutti hanno. Ma tu vai avanti, e dici: non mi riconosco più in ciò che sono stato. E questo naturalmente è del tutto inaccettabile, proprio perché sostanzialmente falso, non può esistere una cosa di questo genere. Tutti stanno in silenzio perciò, tu assapori il rifiuto che ti viene mostrato, così ti alzi, dici: scusate; come se un fatto di questo tipo potesse mai essere perdonato, ed infine prendi la porta e te ne vai, solo, senza un passato, e senza alcuna possibilità di tornartene indietro.


Bruno Magnolfi

giovedì 7 settembre 2017

Musica e colori.

            

            Probabilmente ci potranno essere ancora delle possibilità fra qualche tempo, le cose oggigiorno non sembrano del tutto immobili: qualcuno gira per strada, altri stanno ad osservare con grande attenzione persino quanto succede intorno a loro. Certo non è facile continuare a lungo in questa maniera, fingere continuamente che tutto sia a posto, sviluppare atteggiamenti personali che non siano completamente diversi da quelli di chiunque. Ci sarebbero anche dei luoghi dove rinchiudersi in isolamento qualche volta, certi piccoli ambienti dove starsene per qualche tempo interamente in propria intimità, ma in genere è meglio evitare dei comportamenti da cui è difficile poi prendere completamente le distanze. Tu non sei normale, questo è l’elemento da cui ripartire in questo momento. Hai sicuramente qualche cosa che non va nella tua testa: e in ogni caso non puoi far altro che seguire con attenzione le indicazioni che possiamo darti, così forse qualcosa di positivo da te riusciremo ancora a tirare fuori.
            Partiamo dai colori: il tuo gusto tende a preferire evidentemente il bianco e nero, ma questo non deve essere un limite, non dobbiamo preoccuparci del fatto che il tuo forse è soltanto un artifizio, qualcosa che con evidenza non esiste neppure in natura, e che da ogni parte le tonalità più diverse di rosso e di azzurro sembrano avere normalmente il sopravvento su tutte le superfici. Ignoriamo questo elemento, non deve essere un inciampo messo lì sulla strada del nostro tentativo di comprensione. Forse hai anche un amico che può rivelare come tu possieda delle doti che stanno alla base delle scelte che ultimamente ti sei trovato ad adottare, ma questo in fondo non farebbe cambiare neppure di una virgola il giudizio finale su di te.
Devi smettere di essere te stesso, questo è il punto; evitare come la peste quello che sei sempre stato, dimenticare qualsiasi elemento della tua formazione, ed un comportamento come la coerenza deve diventare per te qualcosa di cui ignorare persino i fondamenti. Devi diventare poco per volta del tutto simile a coloro che vedi girare per la strada con totale noncuranza, quelli che si fanno vedere semplicemente come alcuni tra tutti, e che non puntano mai ad una propria personalità, ma anzi si mostrano con naturalezza degli individui come sono gli altri.
Poi c’è il problema della musica, queste armonie di suoni che sentiresti soltanto tu, dentro di te, come dei ritornelli che si inseguono senza alcuna interruzione. Non è neppure il caso di parlarne troppo, secondo noi; evidenziano con certezza la malattia mentale, e la necessità di mostrare a tutti in qualche modo la capacità comunque di essere a tuo agio, spensierato, colmo di idee e di soddisfazioni, quando al contrario sappiamo bene che non è affatto così. Insomma questa fissazione di voler passare la musica a qualcun altro tramite la volontà ed il semplice pensiero, è una stupidaggine enorme, un elemento che non porta in sé niente di buono, anche se parte da un principio che si può anche definire condivisibile.
Insomma dobbiamo prendere atto con rammarico che non ci sono margini almeno in questo momento per poter dare un buon giudizio su tutta quanta la faccenda. Comunque cerchiamo di dimenticare velocemente tutto quanto, lasciamo che le cose perdano di peso in modo naturale, e vediamo se alla fine il tempo come sempre possa davvero riuscire a curare ogni ferita. Noi ci speriamo, anzi sollecitiamo chi si è fatto avanti affinché questo possa avvenire, e in ogni caso puoi star certo che fino a quel momento ti terremo accuratamente a debita distanza.

Bruno Magnolfi  


martedì 5 settembre 2017

Conflitto d'età.

       

Credo non ci sia nulla dietro questo tuo pensiero, dice il papà di Roi; nulla da comprendere se non il fatto stesso che probabilmente secondo il tuo ragionamento noi tutti siamo ormai addirittura privi di una vera volontà, e che non riusciamo neanche più ad esprimere i nostri sentimenti. La mamma osserva la tavola, Roi resta in silenzio, senza capacità di replicare, anche se comprende che forse suo padre sta semplicemente cercando di aiutarlo. Lui vorrebbe chiudere alla svelta quella conversazione, magari andarsene in camera sua e poi rimanere lì, anche senza fare niente, ma non può.
Ci sono delle volte che da persona taciturna e silenziosa come in genere si mostra, suo padre improvvisamente si fa pedante, analizza le cose nel dettaglio e con voce monotona e incalzante insiste nello stabilire catene di elementi che sembra alla fine risultino vere solamente a lui, e siccome dalla sua bocca esce in questi casi un fiume in piena di parole, è del tutto impossibile interromperlo o peggio ancora opporsi a quanto riesce ad affermare.
Certe volte la mamma cerca di disorientarlo con delle sciocchezze messe lì apposta per rompere i suoi schemi e forse in qualche modo provare a dargli il senso della misura, ma nonostante il suo impegno spesso è difficile trovare un vero limite ai suoi ragionamenti. Non si può seriamente mostrarsi convinti che i fatti che ci accadono ogni giorno siano legati più dal caso che da interpretazioni precise della realtà, prosegue guardando verso Roi con convinzione. Il nostro futuro è legato esattamente a ciò che siamo oggi, e niente accadrà più avanti che non si sia costruito con le nostre mani.
Poi inaspettatamente il padre di Roi resta in silenzio per un tempo indefinito, osserva qualcosa davanti a sé con espressione insolita, beve un sorso d’acqua dal suo bicchiere, ed infine reclina lentamente la testa sopra il tavolo, come fosse preda di un mancamento. Ma immediatamente si rialza, guarda sua moglie che aveva detto subito qualcosa avvicinandosi a lui con preoccupazione, e spiega anche con un gesto della mano che sta andando tutto bene, e deve solo andare in bagno un attimo, a gettarsi un po’ d’acqua fresca sulla faccia. Torna poco dopo difatti, ma non riprende il filo del discorso, ed osserva Roi distrattamente, concedendogli di andarsene pure a rinchiudersi nella sua cameretta.
La moglie gli accarezza la faccia appena lui torna a sedersi, gli chiede se vada davvero tutto bene, se ha bisogno di qualcosa, e poi con senso di rimprovero se non sia il caso di evitare qualche volta certi argomenti così spossanti e intensi che lui tende ad affrontare sempre senza mai tirarsi indietro. Roi resta un attimo sulla porta ad osservarlo, preoccupato per ciò che ha visto ma contento per la fine anticipata di tutti quei discorsi. Fermo in silenzio osserva soltanto i suoi genitori che adesso non lo guardano, e immagina il loro futuro con gli acciacchi dell’età, le malattie, la perdita della memoria e tutto il resto, ed improvvisamente prova come un moto di triste tenerezza.
Mi dispiace, dice all’improvviso senza riferirsi a niente ed a nessuno in particolare; ma rifletterò a fondo sugli argomenti che ho ascoltato, e forse troverò la forza per affrontare quanto mi attende con l’energia che secondo voi ci vuole. Ciò che rimane vero è che non cambierò per questo le mie convinzioni, e in ogni caso proverò ad essere migliore proprio per mostrare a me stesso quanto valeva la pena tenere duro, ed evitare così di darla vinta a certi discorsi che fin da subito non mi avevano convinto.


Bruno Magnolfi

giovedì 31 agosto 2017

Normale attualità.

           

C'è qualcosa che non mi piace nei tuoi modi stasera, dice lei; come una sfumatura di distacco che certe volte proprio come adesso semplicemente traspare dal tuo comportamento, e poi lascia l’impressione leggera ma definita che forse ti andrebbe soltanto di startene lontano da me e da ciò che sono. Ci sono delle occasioni in cui mi piacerebbe molto volentieri darti uno schiaffo sulla faccia per toglierti dal viso quella vaga espressione di chi inspiegabilmente si sente in qualche modo superiore agli altri. Credo in ogni caso che dietro queste apparenze ci sia davvero qualcosa che non vada tra di noi, anche se forse è un argomento che non hai mai neppure affrontato dentro di te; forse lo hai semplicemente tenuto a distanza, probabilmente soltanto per continuare a cullarti come sempre sopra la garanzia dei tuoi modi e delle tue semplici abitudini.
Lui fuma svogliato, ascolta senza quasi darne l’impressione, sorridendo a tratti: probabilmente gli pare che certi discorsi basta in fondo lasciarli perdere o dare loro una scarsissima importanza, e quelli lentamente riescono a sgonfiarsi senza lasciare alcun residuo. Poi cerca di cambiare argomento, si alza, spiega che questa è una serata un po’ particolare, non lo sa neppure lui perché, come se  qualcosa stesse cambiando con grande rapidità dice, e chissà mai, se saremo in grado proprio noi due di tenere davvero testa a quanto accade attorno. Dovremo uscire forse, andare in giro per rendersi conto se è reale questa specie di vibrazione che adesso avverto nell’aria.
Lei pensa: questo è uno dei suoi modi per tenere tutto assolutamente sotto controllo; però certo lo sa fare, sottostima l’argomento e tenta di spostare l’attenzione su qualcosa di diverso, mostrando rapidamente che le cose in qualche maniera possono cambiare; lui poi si mostrerà disposto a mettere in campo tutta la sua sensibilità per farlo, e così il gioco è fatto. Non mi pare ci sia niente di strano o di diverso, gli dice lei con un scatto nervoso; tutto è come sempre, le tue parole, persino la tua espressione sopra la faccia. Lui torna a sorridere mostrando semplice compiacenza ed elementare superiorità rispetto alle cose facili che forse si potrebbero esprimere, quasi che qualsiasi affermazione da parte propria riuscisse solo ad integrarsi in qualcosa di precedentemente già affrontato e digerito.
Si può uscire, insiste senza dare maggiore importanza alle sue parole; poi spenge il mozzicone e va nell’altra stanza, come per cambiarsi d’abito ed indossare qualcosa di adatto alla serata che probabilmente ha già in mente. Lei gli concede un’ultima occhiata prima di riflettere cosa sia meglio fare, resta qualche attimo in silenzio, quasi in sospensione, infine rilascia la testa sopra lo schienale della sedia, come a rilassare i muscoli e persino i suoi pensieri. In ogni caso adesso non si sente nervosa, nessuna irritazione, si sente oltre, pronta a misurare con calma la quantità di distacco ormai più che evidente.
Lui torna, ha ascoltato le ultime notizie, dice che c’è stato un grosso incidente in città, forse un attentato, dobbiamo andare a vedere che cosa è successo. Lei lo guarda senza muoversi, lascia in aria una pausa, poi spiega: vai tu se vuoi; io non ne ho voglia.


Bruno Magnolfi 

venerdì 25 agosto 2017

Profondo interno.

            

            Sono immobile, non riesco più neppure ad alzarmi da questa panchina. Mi hanno piazzato in un pubblico giardinetto, ma non c’è nessuno qua attorno, proprio nessuno con cui scambiare almeno quattro chiacchiere. Ma in fondo non ha alcuna importanza, ho con me i miei pensieri, e tanto mi basta. Però sono confuso, non riesco a capire dove sia stato l’errore, in quale esatto momento abbia sbagliato la scelta. Mi guardo attorno: ci sarà pure una possibilità nel finale penso, un momento salvifico in cui qualcuno viene a soccorrermi e a riconoscere qualcosa di me, qualcosa che sia risultato almeno positivo, che valga la pena di ricordare.
            Torna la mia badante, dice che non ha trovato nessuno che le vendesse una bottiglietta d’acqua, ma in ogni caso adesso fa troppo caldo ed è quasi l’ora di tornarcene a casa. La guardo per un attimo, poi annuisco ed osservo la fila degli alberi più avanti. Non importa neppure che pensi rifletto, ogni cosa va al proprio posto anche senza di me: tra poco nella mia stanza guarderò le notizie del giorno alla televisione, immaginerò altri mondi, altri scenari lontani il più possibile dai miei poveri disastri, e lascerò come sempre che mi accudiscano, senza tentare alcunché di diverso.
            Ci muoviamo, lentamente, lasciandomi sorreggere, i passi uno avanti a quell’altro, quasi fossero in questo momento la cosa più importante del mondo. Poi ci fermiamo, improvvisamente: c’è qualcosa di cui mi ricordo, devo appuntare su un foglio questo pensiero, così la badante mi aiuta con un pezzo di carta, la matita poi la porto sempre con me. C’è davvero un errore che riconosco, adesso mi è chiaro. Per la fretta, senz’altro, la superficialità, i miei soliti difetti. Avrei dovuto comportarmi in un’altra maniera, essere più diretto, puntare soltanto allo scopo finale. Ho perso del tempo invece, ho creduto forse di poter recuperare qualcosa subito dopo, e invece non è andata così, ma forse già lo sapevo che lo scenario sarebbe cambiato velocemente, e che certe occasioni non si ripresentano mai.
Non è servito neppure pensare che poteva andar meglio la volta successiva, perché poi tutte le volte è diverso, i fatti non si fanno vedere mai nella stessa maniera. C'è stata una buona occasione per cambiare tutte le carte sul tavolo, ecco come va detto, ma quella occasione io l’ho lasciata sfumare, questo adesso è quello che devo appuntare sul foglio. Non c'è da provare rimpianti, anche questo fa parte di me, di questo strano carattere, del mio aver lasciato scorrere in un certo modo le cose, come se forse il giorno successivo a tutto quanto fosse stato il momento più adatto.
La mia badante non sa più cosa pensare di me: un vecchio rompiscatole rancoroso come se ne trova ben pochi, ma non so cosa farci, sono in questa maniera, ci vuole pazienza. Non ce l'ho con nessuno, le cose non sono andate come volevo, ma la colpa è la mia, tutto è dipeso soltanto da me, e riconoscerlo adesso mi pare quasi un sollievo. Cosa importa, vorrei ancora scrivere su questo foglio, se si scava all’interno ogni persona porta con sé un proprio errore, una mancanza grave che il tempo magari ha cercato di cancellare, o che ha reso accettabile. Sono esattamente come gli altri, ecco; da questo punto di vista niente di fondamentalmente diverso.
Siamo arrivati, entriamo, adesso accenderò la televisione per le notizie, la mia badante si eclissa, i miei pensieri restano ancora con me. Eppure lo sbaglio c’è stato, e se penso intensamente a tutto quanto provo ancora un po’ di vergogna, di rabbia, e volontà di riscatto. Non posso annullare questa mia riflessione, tanto vale cerchi di allearmi con lei, di plasmarla fino quasi a farne il pensiero principale da cui ripartire. Già, perché qualsiasi errore prima o dopo si può sempre correggere.


Bruno Magnolfi  

lunedì 21 agosto 2017

Facili dimostrazioni.

          
            Da qua fino laggiù c’è una strada piena di pericoli, dice lui. Si può fingere che tutto sia tranquillo, che non ci sia alcun problema nel percorrere del tutto serenamente questa semplice distanza, ma non è così, e le conseguenze di una sciocca superficialità di questo genere possono mostrarsi rapidamente con risultati anche più gravi di qualsiasi sospetto si possa avere avuto in precedenza. Lui lo sa, certo, conosce bene quel tragitto anche se non lo ha mai percorso interamente, e già parecchie volte si è trovato in difficoltà nel tentarlo anche soltanto per alcuni passi, così è per questo che ha deciso ogni volta di non cercare neanche di intraprendere tutto quel percorso, e di non provare mai ad arrivare davvero fino laggiù, con quanto una decisione di questo genere gli possa avere sempre accumulato dispiacere.
            Ci sono delle volte, dice lui, che si prova quasi nostalgia per quei tempi lontani in cui forse ognuno poteva percorrere la strada in tutta sicurezza, sovrappensiero quasi, senza provare alcuna minima preoccupazione, con la sensazione che ogni cosa dovesse sempre filare liscia fino in fondo, esattamente per sua propria natura, e senza mostrare alcun ostacolo, fino a lasciar sentire nel profondo di ogni viandante d’oggi quel normale struggimento dato dal semplice ripensare all’innocenza con cui venivano affrontate le cose in quei momenti. Però poi tutto è cambiato con estrema rapidità, e una via tracciata proprio come quella, inizialmente così sicura e generosa, si è fatta rapidamente oltremodo impervia, soggetta a tutti i cambi repentini di stagione, pronta ad offrire ad ogni curva riparo facile a chissà quali lestofanti e malfattori, gente senza troppi scrupoli pronta ad aggredire qualsiasi viaggiatore che da quel momento in poi si sia venuto a trovare per obbligo o per scelta lungo quel cammino.
            In seguito però si è anche iniziato a prendere dei seri provvedimenti, certe iniziative di ordine sociale, e per tutta la distanza che c’è tra qua e laggiù qualcuno tra quelli più importanti si è messo addirittura in testa di definire e catalogare tutti i tipi di insidie grandi e piccole che si sarebbero potute verificare ed incontrare, tanto da neutralizzare poco per volta nei pensieri di chiunque il senso stesso del pericolo che sta alla base del terrore provato fino a quel momento. Qualcuno ha detto perfino che era sempre stata soltanto una qualsiasi suggestione, un senso distorto delle cose, scaturito forse da paure infantili, da brutti sogni privi di qualsiasi importanza, ma nessuno fino ad oggi si è più arrischiato a mettersi ancora davvero in viaggio per laggiù.
Per questo adesso, al contrario degli altri che appaiono succubi di paure peraltro sempre più vaghe, lui ha pensato di mettersi in marcia all’improvviso, in perfetta solitudine, a piedi, proprio lungo quel tracciato; sicuramente per dimostrare a tutti che è necessario superare con coraggio le cose che spesso paiono tenerci prigionieri, ed affrontare con grande senso anche altruistico ciò che apparentemente può sembrare come una scelta soltanto individuale; ma anche perché secondo lui è necessario per tutti tentare un cambiamento. In fondo pensa: che importanza può mai avere quel concentrare intensamente il proprio sguardo onde evitare qualche trappola tesa con disattenzione, qualche trabocchetto messo lì con uno scarso senso della misura e delle proporzioni, tanto da superare tutto   quanto con la propria personalità forte di sé. Siamo persone soprattutto, ha riflettuto: anche se siamo chiamati costantemente a dimostrarlo.


Bruno Magnolfi

lunedì 7 agosto 2017

Cambio di identità.

            

Sono perfettamente cosciente di ciò che mi viene riferito in questa stanza disadorna; naturalmente ascolto tutto quanto con molta attenzione ed intanto cerco di comprendere quale persona sia proprio quella che sembra aver agito esattamente come se fosse un’altra me stessa pur non essendolo. Abbasso la testa, non guardo nessuno, peraltro sono tutti uomini qua dentro esclusa me, e cerco con attenzione di non fare alcun accenno alle loro accuse, soprattutto evitando ogni espressione troppo esaustiva a margine delle parole che sottolineano tutti i fatti messi in elenco. Si comprenderà penso, prima o dopo, che non sono stata io a compiere quei gesti e quegli atti negativi. Ne sono certa, senza ombra di dubbio, per questo adesso non ho proprio niente da dire a mio discapito.
Non capisco neppure come la mia identità, o meglio quella di una donna che mi assomiglia molto, possa essere entrata in questa storia; mi pare impossibile che qualcuno mi sospetti di comportamenti così aberranti come dicono tutti, quando io non ne ricordo neppure una minima parte, tanto che pur essendo convinta che venga detta la pura verità sui fatti e su ogni vicenda, e che tutto quanto sia veramente accaduto, penso che tutto deve essere stato causato semplicemente da una persona che magari mi assomiglia e basta. Chiudo gli occhi: non è quasi possibile che possa essere accusata davvero di cose di quel genere, e forse per questo, per l’assurdità delle imputazioni che loro riferiscono, mi viene quasi da ridere. Rido difatti, anche sguaiatamente, senza decidere di fermarmi neppure quando mi invitano a farlo, ed i presenti proprio per lo stesso motivo si guardano tra loro, forse si formano così una qualche opinione più leggera nei miei confronti penso, anche se evidentemente almeno per adesso non si fidano affatto delle cose che tento di proporre a mio discapito.
Non sono io, dico alla fine, ed adesso sono loro che si mettono a ridere, visto che queste persone conoscono più cose nei miei confronti di quante almeno a tratti sembra ne sappia addirittura io stessa. Forse c'è qualcuno che ha rubato la mia identità dico, probabilmente c’è una sosia di me che sta mettendomi deliberatamente in questa posizione così difficile. Sembra un incubo, una storia impossibile messa in piedi per farmi quasi credere di essere un’altra. Riprendo a ridere, cosa mi importa, nessuno può farmi niente finché nego ogni addebito ed ogni responsabilità, anche se loro sono dei bravi poliziotti.
Dicono che ormai non ci sono dubbi e che io non possa fare altro che confessare, ma a me a queste parole viene naturale volgere lo sguardo da tutta un’altra parte, e disinteressarmi di ogni cosa. Loro scrivono, qualsiasi parola venga detta, anche quella appena accennata, o magari solo suggerita, e forse anche i miei stessi pensieri vengono tutti scritti dettagliatamente sulla carta. Poi una volta terminata la relazione mi dicono di firmarla, ma io non voglio firmare niente dico ad alta voce, e con questo ribadisco che tutto quanto hanno appena spiegato è semplicemente riferito ad una persona che non sono io, ad un’altra donna insomma. Si grattano la testa, dicono che adesso ricominceranno tutto dall’inizio, così partono a chiedermi il nome, il sesso, la data di nascita, il posto dove abito, ed è in questa maniera che io adesso mi invento di sana pianta un'identità che assolutamente non corrisponde a nessuna delle cose che loro dicono di me, riferendo dei connotati che sono di una qualche persona che nessuno neppure conosce, naturalmente perché frutto soltanto di questa mia fantasia.
Ed improvvisamente cambia tutto. Mi credono adesso, spiegano che  si sono convinti, dicono che a loro dispiace, ma che c'è stato un evidente errore di persona, poi si alzano, mi stringono la mano uno dopo l’altro, lasciano semplicemente che mi allontani, che vada via da lì. Esco quindi da quella stanza maledetta, e mi sento quasi incredula anche  se contenta: non sono mai stata così orgogliosa di me stessa come adesso penso; meglio cambiarsi personalità ogni tanto, rifletto mentre sono già arrivata in strada, almeno quando è possibile.


Bruno Magnolfi