Mi recavo da lei due
o anche tre volte la settimana. Andavo la sera, dopo cena, passavo per sentire
come stava, se aveva bisogno di qualcosa; mi lasciavo servire il caffè e mi
trattenevo a parlare, qualche volta anche a guardare qualche programma alla
televisione. Suo marito, Franco, il mio amico di sempre, era venuto a mancare
da parecchi mesi ormai, ma io, che avevo sempre frequentato quella casa, mi
sentivo in dovere di continuare a comportarmi quasi nello stesso modo, come
quando lui era in vita, con la massima naturalezza.
Io e Elena non si
parlava mai di lui, però sapevamo che la sua presenza aleggiava tra di noi,
quasi che Franco fosse andato nella stanza accanto a prendere qualcosa. In
certi momenti io mi sentivo lui, e mi pareva addirittura doveroso, trattando
certi argomenti, parlare perfino nella stessa maniera, dire le cose che avrebbe
detto Franco, comportarmi in modo molto simile. Elena probabilmente comprendeva
bene quel mio stato d’animo, e mi lasciava fare, certe volte sorrideva, ma
cercava di non guardarmi mai negli occhi, come avesse paura di trovarvi qualche
volta una persona differente da quella che arrivava lì da lei, a tenerle
compagnia.
Sono venuto a piedi,
le dicevo a volte; la serata è bella, potremmo uscire insieme se ne hai voglia,
e camminare un po’. Elena non diceva mai di si, ma sorrideva come lusingata: le
piaceva quell’intimità del suo salotto, forse aveva soltanto paura di rompere
quel nostro instabile equilibrio. Non pensavo che probabilmente avrei potuto
anche baciarla, forse era ancora troppo presto per una cosa di quel genere.
Abbracciarla si; anzi, qualche volta lo facevo, e spesso le toccavo un braccio
o le tenevo la mano, come per una sorta di solidarietà che ci teneva uniti,
vicini, dalla stessa parte; e lei mi lasciava fare, si vedeva che era fragile,
ma resisteva nel guardare avanti, nel dare strada alla nostra amicizia, a quel
forte ed evidente volerci bene.
Poi Elena decise di
affrontare quell’argomento spinoso, in un momento qualsiasi, quasi senza dargli
peso. Prima o poi dovrai rimanere a dormire qui, insieme a me, disse con
chiarezza. Sarà un momento importante, proseguì, vorrei che ci preparassimo, che
niente avvenisse troppo presto o in malo modo. Io non mi sentii di dire niente;
annuii come per non aggiungere niente a quelle parole che mi sembravano oltremodo
sagge, ma anche difficili. Però iniziai a pensare a quello che significavano, ogni
volta di più e con maggiore intensità, come se i nostri due fiumi corressero
sempre più velocemente verso l’incontro, la fusione delle acque, in cui ognuno di
noi avrebbe potuto quasi immaginare di essere affluente di quell’altro.
Con qualche scusa
cercai di andare a casa sua un po’ meno spesso, almeno per un certo periodo;
non provavo disagio, però tutto aveva preso una piega in cui non mi sentivo più
spontaneo, mi pareva che il mio comportamento si stesse costruendo ad arte
attorno a ciò che era stato abbondantemente immaginato, e questo non mi
procurava alcun piacere. Di questo argomento non ne parlavo ad Elena, ma forse
lei comprendeva perfettamente questo aspetto di me, e lasciava che io mi
comportassi come meglio desideravo, senza chiedermi niente, senza accennare mai
a qualcosa che potesse rompere la nostra sintonia.
Per una settimana,
poi, si recò fuori città, a fare visita a sua madre, ed io, una volta tornata,
smisi quasi del tutto di andare da lei, limitandomi a passare da casa sua per
un semplice saluto sulla porta, nelle ore del tardo pomeriggio. Infine, l’ultima
volta che la vidi, Elena mi venne incontro, sorridente come forse mai l’avevo
vista, mi guardò a lungo in fondo agli occhi e mi accarezzò una guancia con
dolcezza: grazie, mi disse, e nient’altro.
Bruno Magnolfi
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