mercoledì 31 dicembre 2025

Sconfitto dalla volontà.


            Il bambino confusamente ricorda che durante quel periodo era così piccolo d’età che la sua mamma riusciva ancora agevolmente a tenerlo a lungo in braccio, e nel mentre sua sorella, di qualche anno più grande di lui, tornata da scuola quel giorno con una pellicola scura fornita dalla sua maestra e da posizionare sugli occhi, quel giorno era scesa fin nel cortile posteriore della loro piccola casa per andare ad osservare il cielo in quel momento ancora sereno. Lui invece, dalla finestra del primo piano dove abitavano, continuava a guardare incuriosito gli eventi che stavano per verificarsi, proprio mentre lei appariva immobile insieme ad altre tre o quattro persone del vicinato, e forse un po’ le invidiava quella libertà di andare all’aperto e di godere in piena tranquillità di quelle giornate tiepide e al momento senza alcuna nuvola in cielo. La sua febbre persistente, data da quella malattia che gli procurava persino dei continui e terribili dolori alla testa ed anche alle ossa, da diverso tempo non gli concedeva questa possibilità, e nonostante le sue giornate proseguissero a trascorrere quasi interamente nel suo letto di bambino, a lui difficilmente veniva voglia di proiettarsi verso l’esterno, pur soltanto con la semplice fantasia, proprio come nel corso di quel pomeriggio. Gli animali da cortile che qualche famiglia allevava dentro ad alcuni recinti poco distanti da lì, avevano poi iniziato ad emettere degli strani versi, come avvertendo uno strano pericolo imminente, e quando il sole, fino a quel momento brillante come sempre, aveva infine iniziato ad oscurarsi, pareva che un grido continuo e prolungato di dolore iniziasse a percorrere come un tremito qualsiasi creatura vivente.

            Da dietro ai vetri della finestra il sole non si riusciva a scorgere, restando in una posizione troppo alta in cielo, ma quel buio progressivo e innaturale che era giunto, addirittura pauroso per la sua repentinità, pareva adesso qualcosa di talmente fuori dall’ordinario da far persino tremare quel bambino malato, come preda di una febbre aggiuntiva, fino a giungere al punto, quando l’apice dell’eclisse fu oramai evidente a chiunque ed il buio infine così denso e profondo da assomigliare del tutto a quello notturno, di farne voltare lo sguardo verso l’interno della stanza in cui si trovava, quasi a voler evitare o esorcizzare quella visione addirittura terrificante. Fu esattamente in quel momento che a sua madre venne da piangere con una certa spontaneità, forse scorgendo in quel gesto irrazionale di suo figlio il rifiuto stesso di una prossima vita un po’ crepuscolare, condannata dalla malattia; un’esistenza minore, alle spalle dei sacrifici di qualcuno della famiglia, oppure di qualche istituto ospedaliero, che con l’andare degli anni avrebbe dovuto sorreggere una situazione inguaribile, e un’esistenza destinata ad un lento e inesorabile declino. Il loro medico di famiglia insieme al pediatra avevano prescritto per i giorni seguenti il suo ricovero urgente in ospedale, ed anche se il bambino non era a conoscenza di quanto realmente l’attendesse per il prossimo periodo, sua mamma si sentiva già quasi disperata, e tenerlo in braccio per fargli assistere a quello spettacolo della natura le aveva fatto riflettere su cose un po’ penose, pur mostrandosi come uno svago.

            Il buio improvviso durante il giorno sembrava come l’inizio di una fine imminente, e molti si erano già espressi con popolare superficialità in quel senso, anche se per i più informati era soltanto un avvenimento che si verificava ad intervalli lontanissimi tra loro, tanto da poterne assistere, durante tutta un’intera vita, solamente una volta. Qualcuno con convinzione aveva spiegato addirittura che quello era solo l’inizio del cataclisma, la dimostrazione chiara che la specie umana, con la propria evidente mancanza di solidarietà che si era manifestata con la guerra, non era stata capace di adempiere ai compiti per cui era stata creata, e quella punizione data dalla natura stessa era qualcosa di evidentemente conseguente. La madre si sentiva disperata, ma nonostante tutto riusciva ad essere adesso quasi gioiosa nei confronti del suo malatino, sapendo che il distacco, dopo aver consegnato il suo bambino nelle mani dei medici ospedalieri di una città lontana, sarebbe stato un trauma per tutta la famiglia, e specialmente per lui, improvvisamente solo in una camera del tutto estranea, con le lenzuola troppo bianche, e i profilati delle attrezzature di un acciaio persino troppo freddo e insidioso.

            Tutto pareva convergere verso una situazione di una tristezza sconcertante, ma nessuno aveva intenzione di aggravare la vicenda in corso: la sorella si era voltata ad un tratto verso la finestra, forse attratta da quegli sguardi familiari, ed aveva salutato il bambino con un sorriso divertito accompagnato da un gesto della mano, mentre la mamma aveva salutato a sua volta, quando l’oscurità era ormai incombente. Infine, il buio aveva avvolto tutto quanto, e la paura aveva reso più piccoli tutti gli esseri viventi, anche se quell’attimo era durato poco tempo, e dopo poco la visione di ciò che si poteva osservare da quella finestra del primo piano era tornata quella di sempre. La mamma poi si era allontanata dai vetri ancora con il bambino in braccio, e poco dopo lui era stato coricato di nuovo nel suo letto, come se qualcosa fosse ormai alle loro spalle; già superato, sconfitto dalla volontà.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 23 dicembre 2025

Motivi oscuri.


            Lo immagino ancora oggi quest’uomo robusto, fermo sulle gambe, mentre osserva le stanze dell’appartamento completamente vuoto di qualsiasi tipo di mobilia, e che in seguito, guidato dal proprietario della casa, resta lì a valutare attentamente i vani, l’ampia cantina, il vasto giardinetto sul retro, e poi la comodità di abitare ad un piano rialzato di una villetta di soli due piani, persino con due ingressi separati, anche se il canone d’affitto purtroppo è un po’ troppo elevato per le sue risorse. Però la strada è tranquilla, proprio vicina ad un grande parco pubblico, ed alla fine ci sono tutte le caratteristiche per far crescere bene i suoi due bambini ancora un po’ piccoli, ma che sicuramente sarebbero molto contenti di abitare in un posto di quel genere, dove almeno c’è un bagno con la vasca e tutto sembra proprio come lui e sua moglie hanno sempre sognato per far vivere la loro famiglia. Dopo tanti anni riesco quasi a vederlo mio padre, ancora giovane e nel pieno delle forze, mentre appare riflessivo in mezzo a quegli ambienti, lento e anche silenzioso, quando sembra prendere sempre più tempo per quella decisione importante, cioè prima di fornire al proprietario che lo accompagna e che gli mostra la casa una risposta certa e definita, perché sa che dopo di lui sicuramente ci saranno altre famiglie come la sua, pronte a visionare quelle stesse stanze, e che forse saranno più convinte di lui nelle proprie decisioni. Alla fine, lo vedo proprio, mentre già annuisce, e quando poi dice che va bene e che si sente disposto ad impegnarsi nel pagare quel canone d’affitto che gli sta chiedendo il proprietario, anche se desidera che le pareti siano almeno imbiancate di fresco, considerato che è disposto a fare lui stesso quel lavoro, naturalmente con una leggera dilazione della pigione, o meglio ancora con un piccolo sconto sulle mensilità almeno del primo anno. 

            Sia accordano poi senza troppo discutere alla fine, probabilmente anche perché mio padre fa persino un po’ di pena a quel proprietario, e lui comunque torna poco dopo nella nostra vecchia casa dove abitavamo fino a quel momento, mentre gli gira nella testa quella notizia così importante di cui informare sua moglie, tanto da non riuscire quasi a trovare le parole giuste per descrivere quella che sarà la loro nuova abitazione, e che si trasferiranno presto, tra poco tempo, giusto dopo qualche settimana, utili per dare la pittura alle pareti e poi per traslocare i pochi mobili, magari durante la sera, dopo il lavoro, quando c’è più calma in giro e meno sguardi indiscreti che occhieggiano dalle finestre del nuovo vicinato. Io sono ancora piccolo per comprendere queste cose, non dico niente mentre consumiamo la cena al tavolo della vecchia cucina, però sto già sognando il giardinetto di cui parla adesso mio padre, dove probabilmente impostare dei nuovi giochi, e dove fare delle esperienze che ancora neanche immagino, con le formiche, con i grilli estivi, le lucciole, e con quei gatti che sembrano incrociarsi con tranquillità da quelle parti, anche se amano starsene spesso per i fatti propri, e come dice mio padre sembrano piuttosto sospettosi degli estranei. Ma a me piace cambiare, aggiustare i miei pensieri all’interno di questo nuovo ambiente, far volare la mia fantasia, e ora resto del tutto in silenzio, lo sguardo dentro al piatto che ho di fronte, l’espressione del viso immodificabile.

            Mi chiedo anche quale sia il vero motivo per cui abbandonare la vecchia casa, ma mio padre e mia madre sembrano così entusiasti di trasferirci che non è proprio il caso di avanzare delle domande o dei dubbi: ci proiettiamo tutti verso quel nuovo mondo, e mia madre sorride come non fa tanto spesso, e questo mi pare già la cosa più importante che possa avvenire in questo momento. Se loro sono contenti, ebbene lo sono anch’io, e mi sembra entusiasmante poter conoscere dei nuovi amici, dei nuovi vicini, e forse cambiare scuola, anche se frequento solo la terza classe elementare, e mi pare che tutto sia proiettato con queste novità verso un miglioramento generale, una variazione che porterà soltanto maggiori benefici per tutti noi. Mio padre poi parla di soldi insieme a mia madre, e le loro espressioni improvvisamente si fanno più serie, ma a me non interessano affatto queste cose, mi basta sapere per certo che la decisione ormai è presa, e che se anche ci saranno prossimamente dei sacrifici da affrontare, sorò anche disposto a non ricevere alcun giocattolo per il mio compleanno, considerato che avrò la possibilità di scorrazzare per un vero giardino, e rincorrere quei gatti, e giocare con la palla fino allo sfinimento. Mia sorella ha due anni più di me, mi guarda con la faccia di chi non sa cosa pensare, ma a me adesso non interessa il suo parere, mi basta che non si metta di traverso con le sue sciocche polemiche che spesso neppure comprendo e delle quali non ne afferro soprattutto la necessità. Dice mio padre che dovrò sicuramente aiutarlo con il trasloco, ed io gli dico: <<certo, sono pronto, sono a disposizione>>, e tutti ridono anche se non ne capisco del tutto il motivo.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 16 dicembre 2025

Immutabile.


Appena oltrepassata la soglia della porta in fondo a questo vicolo oscuro, si apre davanti alla vista una piccola stanza senza altre aperture, completamente sguarnita di mobili, come una specie di grossa scatola di cartone da cui per l’occasione fosse stato tirato via tutto il contenuto, e mentre cerco tra queste quattro pareti qualcosa che comunque giustifichi il fatto di essere stato attratto in un luogo del genere da quello strano richiamo prolungato ed insistente, tutto d’improvviso sembra come incapace di dare una spiegazione razionale di quel che sul momento mi appare di fronte. Sto fermo, osservo i dettagli, ritengo che non ci possa essere proprio nulla a trattenermi là dentro, se non la curiosità di comprendere l’esatto motivo di essere stato convocato in questi paraggi soltanto per apprendere quanto di inconsistente possa mai esserci nel vuoto. Così entro dentro, e poi con calma richiudo la porta alle mie spalle, giusto per osservare quelle vecchie ombreggiature sull’intonaco che sono rimaste ad indicare la posizione della mobilia al tempo in cui probabilmente arredava l’ambiente. Non trascorre molto tempo, e sento bussare alla porta, ma senza insistenza, quasi come se qualcuno cercasse di dare un segnale convenuto. Mi volto, dico forte di entrare, ed un signore elegante apre e poi rimane là fuori a guardarmi, come se non fossi la persona che si attendeva di trovare.   

Lo guardo, vado verso di lui ancora senza parlare, e quando gli sono abbastanza vicino mi fermo e gli chiedo chi sia, che cosa desideri da me, il motivo che lo ha spinto a darmi un appuntamento in un luogo del genere. Il tizio non risponde, si limita a guardarmi ancora per un po’, ed infine si gira mostrando la volontà di andarsene senza alcuna spiegazione. Mentre proseguo ad osservarlo sono sicuro adesso che le mie domande non abbiano avuto alcun senso, e che il mio tentativo di comprendere qualcosa di più di questa faccenda sia dato soltanto da alcune curiosità di origine quasi infantile, che possono essere anche lasciate così, prive di qualsiasi conseguenza. Vorrei andarmene anche io da quel luogo, ma mentre torno a richiudere la porta per lasciarla serrata proprio come l’avevo trovata, mi accorgo che in fondo alla stanza qualcosa si muove, e che c’è forse un piccolo animale che non avevo notato in precedenza. Rientro all’interno, ma mentre mi avvicino all’angolo opposto mi rendo conto che è soltanto una semplice illusione ottica, una specie di ombra che risulta proiettata fin lì sicuramente da una fonte di luce posizionata casualmente nel vicolo di fronte.    

Me ne vado, ma prima ancora di scendere i due gradini che portano al piano stradale mi fermo per osservare meglio il caseggiato che sta ai fianchi della strada minuta dove mi trovo. Infine, inizio vagamente a comprendere almeno qualcosa: si tratta di un’istallazione, di un segnale materiale che indica la mancanza di un senso qualsiasi, come se il risultato di tutto fosse una scatola vuota, una stanza priva di qualsiasi suppellettile, una mancanza sempre più forte e inquietante di ogni riferimento oggettivo. Lentamente mi muovo per andarmene definitivamente, ma all’uscita dal vicolo ritrovo lo stesso signore di prima che forse era soltanto venuto a sincerarsi della mia presa d’atto, del mio coinvolgimento emotivo nel rendermi conto di tutto questo, e così adesso sembra sorridermi, mentre allunga la sua mano tesa verso di me, e lasciando che io per istinto la stringa subito nella mia, come a suggellare un patto d’intesa per questa riuscita d’intenti.

Non può esserci un significato più chiaro, sembra dirmi quell’uomo: viviamo sempre di più dentro ad un vuoto completo che tentiamo continuamente di riempire con elementi soltanto momentanei, come se per importanza esistesse solamente il presente, lasciando che il passato vada a tramontare rapidamente dietro di noi e perda così di qualsiasi significato, e che il futuro sia soltanto una sfida da affrontare ad ogni passo, e non una costruzione da elaborare ogni giorno. Vado via, forse non vorrei essere mai stato attratto da queste parti, anche se il volantino capitato per caso tra le mie mani era invitante e ben definito, e quando si diceva tra quelle righe di seguire il richiamo che potevo avvertire semplicemente acuendo i miei sensi, sembrava parlasse proprio a me stesso, di me, come se fossi stato l’unico individuo in città in grado di poter apprezzare qualcosa del genere.

Impossibile tornare adesso alle mie normali occupazioni, e riprendere a dedicarmi soltanto dei miei problemi quotidiani, come se niente fosse accaduto, senza tener conto in qualche modo di questa breve parentesi: in fondo il risveglio della coscienza può passare facilmente anche da pochi gesti, magari da qualche sguardo, forse da un inizio di consapevolezza in grado di aprire poco per volta uno squarcio in quello che abbiamo sempre creduto immutabile.

 

Bruno Magnolfi      

lunedì 8 dicembre 2025

Passerò da qui.


            All’interno della bottega piuttosto vasta ma notevolmente disordinata, lei sta ascoltando suo padre, l’anziano titolare di quello strano e antico negozio adibito soprattutto alla vendita di pregiati colori per pittori e naturalmente di pennelli, ma anche al commercio di quadri d’autore già incorniciati e diversissimi tra loro, tutti esposti alle pareti e sui variegati cavalletti, e poi persino nell’attività di restauro di qualche vecchia tela adesso sistemata su di un lungo e pesante tavolo imbrattato di pennellate ad olio ormai secche e disposto un po’ in disparte, mentre le parla pur continuando apparentemente a preoccuparsi soltanto delle proprie attività, magro com’è, vestito con uno spolverino grigio e sporco di parecchi schizzi e ditate dei tanti pigmenti. <<Devi andare a Praga, te l’ho già detto>>, le fa, mentre proprio in quel momento entro io dentro al negozio con la curiosità di chi non acquisterà mai un bel niente, però è disposto ad annusare a lungo e con soddisfazione il profumo dei quadri e degli attrezzi da pittura. Il vecchio non mi guarda neppure, probabilmente è abituato a veder gironzolare nel suo esercizio persone come me, ed anche sua figlia, una donna di circa quarant’anni con una bisaccia di pelle che le pende da una spalla, sembra preoccuparsi soltanto di ciò che le dice suo padre. <<Ma non ci sono mai stata, non parlo la lingua, e devo andare a cercare qualcuno che neppure conosco. Non ti sembra un po’ troppo?>>. Suo padre non sembra neppure disposto ad ascoltarla, ed io intanto mi muovo verso di lei, con il modo di fare di un indifferente.

            <<Devi soltanto incontrare una persona che produce degli ottimi colori ad olio, e definire il contratto con il quale la sua impresa artigiana si impegna a fornire in esclusiva, almeno per questa nostra città, i suoi materiali, che io ritengo ovviamente migliori di tutti. È semplice, e sarà sufficiente per te restare a Praga per un paio di giorni, tre al massimo, e poi riprendere il treno e tornartene qua>>. Lei va verso la vetrina del negozio come attratta da qualcosa che adesso si muove da qualche parte sopra al marciapiede. Probabilmente la faccenda è già stabilita, e lei non può fare niente per evitarla, anche se non ritiene troppo giusto far passare tutto in maniera così semplice; perciò, è disposta a battagliare quanto le è possibile con suo padre, pur di non dargli una vittoria così facile e scontata.

            <<Posso venire con te>>, le dico improvvisamente sottovoce avvicinandomi a lei, in maniera che suo padre non mi senta. Lei mi guarda con occhi increduli, come se stessero succedendo contemporaneamente tutte le cose più improbabili possibile, tanto da esserne incredula. Mi muovo, lei naturalmente segue il mio ciondolare mentre osservo una tela oppure l’altra, come potesse comprendere qualcosa di più di quelle semplici parole, e tutto comunque fosse apparentemente tranquillo, come se si svolgesse un normale dialogo tra persone perbene. Poi, le vado vicino di nuovo: <<Sono già stato a Praga, e poi non ho niente di meglio da fare in questi giorni>>, le dico per confermare ciò che le ho già riferito, e intanto mi muovo lentamente, e senza dire altro aziono la maniglia della porta di quella bottega, ed infine esco, come se lei al momento non avesse neppure troppo tempo per prendere le sue decisioni, almeno prima che io sparisca. <<Va bene>>, sento che dice a suo padre prima che io chiuda la porta alle mie spalle; <<ti darò una risposta stasera, prima devo soltanto pensarci>>. Poi attende un attimo, raccoglie qualcosa che aveva con sé, e mi raggiunge sul marciapiede, dove io mi sono fermato tre o quattro metri più in là, appoggiato al muro che costeggia la strada del centro. Lei si avvicina con sguardo interrogativo, si ferma, e non dice niente, così io mi stacco con calma dalla parete, e visto che abbiamo la medesima altezza, sfioro il suo naso con il mio, quasi a dimostrare che è possibile con me avere facilmente delle piccole intimità.

            Lei mi lascia fare, prosegue a guardarmi fisso come preparandosi a scagliarmi contro chissà quali interrogativi, ma io la prevengo, dicendo: <<Che male c’è: ci facciamo un viaggetto, possiamo parlare, cenare assieme, visitare la città senza problemi>>. Lei adesso sembra confusa, forse il mio progetto inizia a girarle nella testa come non avrebbe mai immaginato, ed alla fine dice ciò che attendevo fin dall’inizio. <<Ma io non ti conosco>>, mi dice finalmente con fermezza, parlando però sottovoce, come ci fosse ancora suo padre lì accanto, pronto ad ascoltarla. <<Questo non ha alcuna importanza>>, ribatto io, <<ed anzi, come ti ho già detto avremo così un po’ di tempo per fare una certa conoscenza tra di noi>>. Lei cerca qualcosa nella sua borsa d’altra epoca, poi tira fuori una sigaretta, anche se non l’accende, ed in questo daffare si appoggia a sua volta alla parete, come se dovessimo sbrigare quella faccenda e prendere una decisione definitiva prima di salutarci. Perciò io muovo un passo verso di lei, come a sfiorare di nuovo il mio naso contro il suo, ma stavolta la bacio, senza insistenza, solo sfiorando le sue labbra con le mie, e lei mi lascia fare, come se le tornasse naturale comportarsi così. <<Dammi una risposta tra un’ora>>, le dico tranquillo, <<quando mi troverò a passare ancora da qui, davanti a questa bottega di tuo padre>>, e lei annuisce.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 28 novembre 2025

Almeno per adesso.


            Sicuramente lui è un uomo calmo e riflessivo, un tipo di persona di cui è certo che ti potresti fidare ad occhi chiusi, se non fosse magari per la sua indole persino troppo chiusa e taciturna che tende a non rivelare mai a nessuno il proprio vero pensiero. <<Buongiorno>>, gli dicono al mattino i suoi colleghi, quando con puntualità proverbiale arriva sul posto di lavoro, un enorme capannone in periferia adibito alla logistica ed al deposito delle merci; e mentre gli altri scherzano tra loro o si danno delle gran pacche sulle spalle, tutti davanti a lui si fermano sempre un passo indietro, visto che nessuno riesce mai a farlo sorridere, mostrando così di non accettare certe confidenze. In genere avvia per primo il proprio muletto, per iniziare subito dopo a movimentare gli innumerevoli bancali, senza mai stancarsi, senza quasi permettersi una sola sosta, però svolgendo ogni manovra sempre con calma, senza pretendere da sé stesso una fretta pericolosa e fuori luogo. Qualcuno forse pensa che lui esageri, che il suo modo di lavorare sia fuori dal tempo, che le sue invidiabili capacità non siano mai state in grado di rinnovarsi in tutti questi anni. Ma quando un collega si rovescia su di un fianco con il proprio mezzo uscendo con una ruota dal piano di carico, lui è l’unico che sa come rimettere le cose a posto, con metodo, con impegno, con forza, e con l’aiuto del suo fedele muletto.

            Ed è quella mancanza nel relazionare ai superiori su quanto è appena accaduto sia dentro gli uffici che verso i propri caposquadra, nonostante non ci siano state delle gravi conseguenze sia umane che materiali, che immediatamente lo mettono in una posizione piuttosto difficile. Gli viene notificata una lettera con nota di demerito che lui peraltro non accetta strappando il foglio in mille pezzi; perciò, interviene con forza il sindacato che però non sa aiutarlo, come i suoi colleghi che restano praticamente muti di fronte a quei fatti così come si sono svolti. Lui per la prima volta alza la voce, dice che non potrà restare in un luogo di lavoro dove la solidarietà è soltanto una parola a cui non conseguono dei fatti, e così in quel giorno rassegna con stizza le proprie dimissioni, tra la sorpresa generale. Immediatamente presenta richiesta di occupazione in altre imprese dove la sua esperienza può avere un peso determinante, ma quando vengono richieste le relative credenziali, nessun capo del personale può dar seguito alla sua domanda. <<Gino>>, gli dice un amico che lo conosce da tempo immemorabile, <<certe volte bisogna abbassare la testa e riconoscere l’opinione generale. Probabilmente sarebbero pronti a riprenderti subito nel tuo posto di lavoro, ma tu devi fare ammenda, e dichiararti pentito di aver cercato di risolvere le cose per conto tuo, senza avvertire nessuno>>.       

            Gino guarda il suo bicchiere mentre sta seduto davanti al bancone del locale dove va ogni tanto, e rimane in silenzio, pensieroso, riflettendo senza darsi pace su quel divario che forse il caso gli ha messo di fronte per renderlo impotente. Sul posto di lavoro immagina che gli altri abbiano a lungo parlato di lui e di quanto gli è accaduto, ma sa anche perfettamente che le continue attività della logistica copriranno presto tutte le opinioni, e che in poco tempo lui sarà dimenticato, ed il suo modo di comportarsi diverrà solo un grave errore di un bravo mulettista. Lascia trascorrere un’altra intera settimana lottando contro il proprio orgoglio, e infine si presenta alla direzione della vecchia società, chiedendo un colloquio con il capo del personale. Si siede di fronte a quella scrivania, toglie il berretto inseparabile dalla sua testa calva, e dice soltanto che ha necessità di tornare a lavorare. L’impiegato gli pone delle domande, lo incalza, gli chiede i motivi veri che lo hanno portato a comportarsi senza mostrare una vera fiducia verso la propria azienda, e Gino dice soltanto che ha agito d’impulso a difesa di un collega, e che adesso però è pronto a riconoscere le proprie mancanze.

            Gli dicono che lo contatteranno, la direzione prenderà in esame la sua richiesta, che gli faranno sapere che cosa verrà deciso, però tra qualche giorno, appena ne potranno parlare tutti insieme. Gino si alza dalla sedia, si sente ferito, sente che quella è l’ultima volta in cui è potuto entrare dentro quella azienda, e che probabilmente nessuno gli darà di nuovo il mestiere che ha esercitato per tanti anni. Ma il giorno seguente, nella serata, vanno a trovarlo a casa quattro o cinque dei suoi colleghi, compreso quello che aveva combinato l’incidente del muletto, e c’è anche un sindacalista, e tutti gli chiedono di sedersi, di parlare con calma, ora che è trascorso qualche tempo e che le cose sembra proprio che abbiano assunto un diverso sapore. <<Gino, sono disposti a coprire questo periodo come ferie>>, gli dicono, <<e tu se vuoi puoi riprendere da subito il tuo posto di lavoro, dopo che avrai stracciato quella tua lettera di dimissioni>>. Lui solleva lo sguardo, ringrazia, ma senza commentare. Forse è una vittoria per qualcuno, pensa; ma non per lui, che resta comunque della stessa opinione che aveva prima, anche se è la parte più debole del sistema, e deve adeguarsi, almeno per adesso.

 

            Bruno Magnolfi  

mercoledì 12 novembre 2025

Semplice reliquia.


            Lei, Irma Neri, un’età che sfiora il mezzo secolo, orgogliosamente sola dopo che il suo ultimo fidanzato qualche tempo addietro si è rivelato poco per volta una persona quasi inconsistente per personalità, da qualche mese durante le nottate di sonno regolare dentro la camera da letto del piccolo appartamento dove abita, pur decisa e convinta nelle scelte della propria vita, ha iniziato ad avvertire delle voci che non riesce in nessun modo a spiegarsi. Inizialmente sono state quasi un brusio incomprensibile che nel buio del dormiveglia parevano provenire dall’appartamento accanto oppure da quello al piano superiore, ma dopo aver origliato a lungo appoggiando la testa in tutte le pareti della camera, Irma si è resa conto che non era così, e che quei tenui bisbigli provenivano esattamente dalla propria stanza. Così ne ha parlato con il suo medico, un dottorino giovane molto serio e preparato che ha cercato di rassicurarla, anche se lei, senza neppure in seguito parlargliene più, ha iniziato in quello stesso periodo ad acuire la propria attenzione, cominciando a percepire nel buio notturno anche delle parole quasi definite, pur immerse in frasi inconcepibili e confuse. <<Probabile>>, sembra che dica certe volte quella voce; oppure: <<indubbiamente>>, ed anche <<domani>>, e certe volte insiste a dire persino <<è inutile>>. Sembra proprio come se qualcuno tenga un dialogo con qualcun altro, che però non gli risponde, o magari risponde in altro modo, con dei gesti o chi sa come, evitando in certi momenti di emettere il più piccolo suono.

            Così lei ha provato ad amplificare alle sue orecchie quella voce inconcludente e per certi versi monotona, arrotolando un cartoncino in modo da farne un cono piuttosto rigido, di cui applicare ad un suo padiglione auricolare il foro piccolo, lasciando la parte più aperta libera di captare dall’aria della stanza ogni gemito ed ogni sillaba. Si è rapidamente resa conto di come la voce molto probabilmente stia leggendo qualcosa, forse un libro o anche qualche opuscolo, espressi però con una piccola enfasi, tanto da rendere anche indecifrabile a chi desideri riferirsi. Nella stessa giornata lei è passata da una farmacia ed ha acquistato dei tappi in gomma per le orecchie, sostenendo con il farmacista che i vicini di casa erano soliti provocare dei rumori molesti durante il suo sonno. Così ha cercato di disinteressarsi del tutto di quei bisbigli, di quei dialoghi, e di quella voce in gran parte incomprensibile, talmente presente però dentro alla sua camera da risultare quasi frutto di qualche magia. Per alcune notti le cose sono assai migliorate, ma la curiosità di ascoltare ancora quella strana presenza ha indotto Irma ben presto a togliere i tappi per tornare ad ascoltare la voce.

            Lei a questo punto si è resa conto immediatamente che quei suoni, quella forma verbale leggera ma diventata quasi un’abitudine, adesso sembra scomparsa. Perciò si è coricata nel proprio letto con una maggiore rilassatezza rispetto agli ultimi tempi, e in questo modo ha trovato un riposo migliore. Ma una delle sere seguenti, inizialmente quasi senza rendersene conto, ha compreso che la voce di nuovo era lì, da qualche parte, sempre con quel tono sommesso, delicato, quasi un brusio indefinito come si è sempre manifestato. Allora è tornata dal suo medico, giusto per spiegargli in ogni dettaglio di come si fosse convinta che c’era una voce nella sua mente, e che lei stesse perdendo giorno per giorno il proprio riposo e forse anche il senno. Il dottore, pur giovane ma con una certa saggezza, le ha spiegato con calma che tutto poteva dipendere dagli ossicini dentro al suo orecchio, che vibrando in maniera del tutto inconsueta avessero cominciato a proporre dei sottili rumori simili al bisbiglio di una persona. <<Ma io distinguo qua e là delle parole>>, ha detto Irma con fermezza. <<Non può derivare tutto quanto da ossa, cartilagini o flusso del sangue; dei leggerissimi rumori probabilmente è normale avvertirli all’interno della propria testa, ma non delle frasi composte, non delle parole significanti, decifrabili, del tutto simili a quelle di una qualsiasi persona che parla>>.

            Il medico si è grattato la testa, ha detto che avrebbe chiesto a degli specialisti se si fosse mai verificato nei loro pazienti un caso del genere, e poi le ha detto di usare i tappi per avere un riposo adeguato, nell’attesa di trovare un luminare della scienza in grado di sciogliere quell’enigma. Ed è stato in quel momento, fermandosi un attimo nel bagno dell’ambulatorio che Irma si è resa conto che in quel piccolo vano ricoperto da piastrelle bianche e molto silenzioso, la voce di sempre non c’era, e che quindi non era nella sua testa, e che quella non era esattamente la strada per scoprire quale fosse il suo inconsueto problema. Rientrata in casa ha spostato dei mobili, li ha allontanati dalle pareti, ed alla fine ha scoperto dietro un armadio che vi era rimasta una radiolina minuscola ancora collegata alla rete elettrica, sintonizzata su un programma di sole notizie, senza né musica né pubblicità. <<Una reliquia del mio fidanzato>>, ha subito pensato, e dopo un attimo naturalmente è scoppiata a ridere.

 

            Bruno Magnolfi


domenica 9 novembre 2025

Maggioranza vincente.


            <<Dobbiamo rassegnarci>>, dicono alcuni; <<osservare le cose con un certo distacco, e poi preoccuparci soltanto di mandare avanti le nostre giornate in maniera individuale, senza mostrare mai alcuna pretesa diversa>>. Poco per volta quindi io mi sono rassegnato, perché credo che comunque non ci sia alcuna possibilità di riscatto per quello che ho cercato di essere con la mia pretenziosa coerenza per certi ideali forse del tutto fuori dal tempo, e con la mia assurda voglia di sentirmi più utile o magari anche attivo in un processo di cambiamento in cui le persone come me sono sempre lontane dal sentirsi capaci di stare all’interno dell’attualità, per quanto tutto possa mostrarsi in una fase di sgretolamento, almeno agli occhi di alcuni. Certe volte dopo il lavoro mi infilo in un caffè per uomini, dove si parla molto di cose leggere, senza mostrare mai troppo impegno, e nelle poche occasioni quando ho provato a dire qualcosa di diverso dagli altri, tutti intorno a me hanno abbassato lo sguardo e la propria voce, come ad evidenziare il grave errore in cui stavo cascando. <<Non pensare in questo modo>>, mi dicono loro; <<così ti metterai sempre al margine delle cose migliori, e sarai trattato come uno che non conta un bel niente>>. Annuisco, in questi casi, poi torno nella mia casa dove vivo da solo, ed accendo la televisione, tanto per distrarre i pensieri e riflettere su altro.

            <<Abbiamo inventato per voi un nuovo gioco stasera>>, dicono sempre dentro lo schermo; <<perché è giusto lasciare le preoccupazioni a coloro che ci dirigono, e concentrare la mente solo su distrazioni ed intrattenimenti>>. Sorrido, anche se non sarei troppo d’accordo. Non capisco però il motivo per cui mi trovo sempre polemico su quanto viene proposto, ed anche se mi impegno ad osservare quei passatempi proposti, non mi diverto poi molto, o almeno non come invece sembra proprio facciano tutti. Lo so, lo capisco benissimo che in questa maniera tendo sempre di più ad isolarmi, che con il mio modo di affrontare anche le cose comuni lascio che chi mi sta attorno prenda le distanze da me, e magari rida alle mie spalle per la mia pretesa di spiegare sempre ogni aspetto delle giornate che scorrono. <<Lascia perdere>>, dicono persino i miei vicini di casa, <<tanto non otterrai mai un bel niente nel proseguire ad incaponirti in codeste riflessioni>>. Alla fine, mi ritrovo a stare in pace con tutti soltanto quando sono da solo, quando posso pensare e mettere a punto anche con una certa intensità ciò che mi sembra maggiormente adeguato, compreso il disaccordo che medito continuamente nei confronti di ciò che sostengono gli altri.

            <<Sei strano>>, dicono a volte quelli; ed io, anche se in qualche occasione lo reputo quasi un complimento, in altri momenti mi pare che questa sia soltanto una maniera offensiva di trattare ogni mio comportamento, come se i miei argomenti non avessero nessuna ragione per essere espressi, e solo il silenzio fosse l’unico risultato plausibile per il mio modo di avvertire le cose. Allora mi osservo intorno: <<Non hai nessuna possibilità>>, sembra che dicano in molti, <<se non quella di accettare il punto di vista comune, ed infine comportarti nella maniera di tutti, anche se qualcosa prosegue a ruotare nella tua testa in maniera diversa. Con il tempo potrai migliorare, e poi renderti conto che è meglio anche per te non avere delle opinioni diverse dal pensare corrente>>. Mi sto convincendo, dico la verità, perché non posso certo proseguire ancora per molto nel mandare avanti le mie giornate come fossi una persona differente da tutti coloro che incontro, e che apparentemente sono proprio come sono io, anche se non tentano neppure di avere un’opinione più personale, come invece io troppo spesso cerco di fare. Credo che dovrei annullare poco per volta il mio pensiero individuale, ed abbracciare quello comune, anche se non sono per niente sicuro sia migliore del mio.

            In certi momenti mi ritrovo ad osservare le persone che frequentano, proprio come me, questo caffè per soli uomini, e mi pare addirittura di non avere nessun argomento da spartire con loro, tanto da sedermi ad un tavolino da solo ad osservare semplicemente i passanti che camminano sopra il marciapiede di fronte. Molto tempo addietro avevo spesso creduto che ogni opinione avesse la possibilità di essere discussa e riflettuta tra quegli individui che tendono al miglioramento costante della realtà, ma poco per volta mi sono dovuto ricredere, fino al punto di immaginare un mondo sempre più statico, concentrato sull’eliminazione costante dei dubbi e delle incertezze che nascono nella mente di qualcuno quando non riesce ad accettare il proprio percorso assegnato.

            <<Devi andartene>>, mi diranno forse un giorno di questi; <<hai dimostrato di non essere in grado di comprendere come tutto sia già stato deciso, e che la tua opinione adesso non serve proprio a nessuno, se non a confondere le idee di chi ormai ha già scelto, una buona volta, nel dimostrare il bisogno di ognuno di noi di stare dalla parte vincente della maggioranza delle persone>>.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 6 novembre 2025

Forse domenica.


            Vorrei andarmene, penso, anche se in quel caso non avrei la più pallida idea verso dove sarebbe possibile dirigere le mie povere ossa. La sensazione più intensa che provo generalmente è quella di non essere esattamente allineato alle persone che mi circondano, e di non sentimi capace di tirare avanti le giornate come invece vedo fare molte volte da molti altri. Sono un pesce fuor d’acqua, penso spesso, e devo al più presto possibile trovare l’elemento in cui sentirmi maggiormente a mio agio. Mi fermo anche oggi come ogni giorno nel solito circolino a buttar giù qualche birra, e tutti i frequentatori di quel locale sembrano contenti ogni volta di ritrovarsi e di scambiare tra loro i soliti discorsi. Qualcuno poi mi saluta, un paio mi battono una mano sopra la spalla, c’è aria di allegria generalmente, come sempre, eppure io continuo a pensare che non sia il posto giusto dove dovrei fermarmi a perdere del tempo. Mi siedo al bancone e calo la testa tra le mie spalle, osservando qualcosa davanti a me, come a cercare di isolarmi dagli altri, anche se penso non dovrebbe essere il caso di mostrarsi scostante in un posto del genere. Quasi tutti parlano dei fatti propri, raccontando di qualche guaio accaduto, oppure di qualche insolito colpo di fortuna, quasi a voler comunque definire degli aspetti generalmente piuttosto lontani dalla grigia normalità della giornata. Nessuno fortunatamente mi chiede niente, perché in quel caso non saprei proprio che dire.    

            Sorseggio con calma la mia birra e sorrido leggermente quando qualcuno mi lancia un saluto, ma penso fortemente che non dovrei proprio essere qui in mezzo a tutti gli altri. <<Era un pezzo che non ti facevi vedere>>, dice invece Ilio mentre si siede al mio fianco sul proprio sgabello. <<Già>>, dico io mentre penso intensamente di non avere alcuna voglia di avviare una vera conversazione con lui, peraltro come con nessun altro. <<La prossima domenica pensavamo di andare in gruppo a pescare sul fiume>>, fa lui per vedere che cosa ne possa pensare io di quell’idea, ma resto immobile e faccio subito cadere quell’argomento nel silenzio limitandomi ad annuire e a sorridere leggermente. <<Non devi darmi una risposta adesso>>, insiste lui; <<puoi rifletterci con calma, ed anche se non hai l’attrezzatura adatta non ha alcuna importanza: qualcuno di noi può prestarti tranquillamente la canna e tutto il resto che serve>>. Lo guardo un momento mentre finisco il mio bicchiere di birra, poi dico: <<Ci penserò, magari mi prende davvero la voglia di aggiungermi a voi>>, dico con calma mentre penso che quella sia l’ultima cosa a cui mi va di pensare. Invece dentro di me inizia a girare l’idea di prendere un treno, magari proprio domenica, e di andarmene da qualche parte dove non sono mai stato, senza neppure preoccuparmi di spingermi troppo lontano da qui.

            <<A te non piace pescare, mi immagino>>, insiste ancora Ilio; <<però non è male se pensi che tutto quello che c’è da fare è starsene in silenzio ognuno per conto proprio ad osservare un filo che sbuca dall’acqua>>. Annuisco, penso che in un vuoto del genere probabilmente si possa aprire lo spazio per qualche scherzo, giusto per ridere un po’, ed io in quel caso non mi sentirei per niente a mio agio. In fondo quello che mi piace di più nel fermarmi in questa birreria è pensare che da domani in avanti posso non tornarci più neppure una volta, ed evitare accuratamente persino di passare ancora da queste parti. Ritengo di essere un tipo solitario, uno che se ne sta volentieri per conto proprio, e poi penso di non essere mai stato capace di spiegare il mio vero stato d’animo neppure a chi mi gira attorno. <<D’accordo>>, gli dico; <<ci rifletterò su>>, mentre penso che domenica potrei davvero salire su un treno e farmi portare dove i binari desiderano. Mi basta andarmene lontano da qui, penso, e non preoccuparmi per niente di ritornare indietro e di sentirmi legato ad un posto come questo.

            Non mi interessa per niente che Ilio si renda conto o meno di quello che possa girarmi dentro la testa: lui è il tipo di persona che cerca di fare qualche risata coi suoi amici, e magari inventare qualche scherzetto per poter ridere anche di più, e poi non si preoccupa certo di cosa possa passare dentro la testa di chi si trova di fronte. Me ne vado, penso, non trovo niente che mi trattenga davvero da queste parti, ed anche se non so immaginare un posto verso cui andare, un posto che possa piacermi, dove possa stare bene e a mio agio, è andarmene quello che mi tira più di ogni altra cosa, e sparire dalla vista di Ilio e degli altri, senza lasciare dietro di me alcuna spiegazione. Dovrei farlo davvero, penso, perché non c’è niente che mi leghi a questi paraggi, che mi trattenga dal fare quello che mi passa da un attimo all’altro dentro la testa. Poi pago la birra e mi alzo dallo sgabello. <<Potrei venire con voi>>, dico improvvisamente a Ilio. <<Magari, se non riesco a fare una certa cosa che ho in mente da un po’. In fondo, non ci trovo niente di male nel trascorrere una domenica a pesca>>.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 1 novembre 2025

Una volta per tutte


            Sto fermo, osservo intorno a me le macchine e le persone che si muovono come ogni giorno in modo caotico dentro a questa città, e ritengo che tutti siano attirati da qualcosa che forse a me sfugge in questo momento, ma che vorrei prendere seriamente in considerazione una volta o l’altra. Ci sono i soldi che attraggono più di ogni altra cosa, sicuramente, ed anche se a me non sembrano un grande argomento per correre come dei pazzi attorno a qualcosa che resta comunque al disopra di chiunque e che purtroppo definisce per ciascuno gli aspetti più salienti di ogni giornata, ritengo che probabilmente sia addirittura giustificato comportarsi così. Adesso poi, mi muovo leggermente, appena di un passo in avanti, e lo faccio soltanto per osservare il tronco di un albero a bordo strada, sicuramente identico a tutti gli altri che tengono le radici affondate sotto all’asfalto, ma che insolitamente sembra abbia scelto di piegare il fusto e la chioma verso una direzione precisa. Non vorrei apparire uno sciocco, però sembra quasi che questa pianta avesse voluto indicare qualcosa durante la propria crescita, un interesse specifico, una necessità inspiegabile, una voglia poco comprensibile nel volgere sé stessa verso un punto preciso della zona urbana da cui è circondata.

            Seguo con lo sguardo il percorso tortuoso dei suoi rami e mi rendo conto che forse il suo protendersi è teso verso un albero simile a lei, non uguale però, e che rimane ad una distanza di quasi una quindicina di metri. Forse è un’attrazione naturale, rifletto, un bisogno anche del mondo vegetale di allontanare da sé la solitudine e l’isolamento, come se queste, pur essendo delle incapacità innate per avere dei veri rapporti coi propri simili, in fondo possono essere combattute in qualche maniera. Magari nell’aria le due piante riescono addirittura a trasmettersi delle essenze inavvertibili da chiunque altro, però efficaci tra loro, oppure a lanciarsi dei fiori nel periodo primaverile, magari affidandoli al vento favorevole. Forse le loro radici, sotto la crosta di asfalto di questo viale, non sono poi così distanti tra loro e col tempo sono riuscite ad allungarsi fino al punto di toccarsi a vicenda, ed intrecciare qualche sottile rizoma come per un gesto di amicizia e di fratellanza. Certo, sono uno sciocco, mi perdo in fantasie che sicuramente non hanno alcun senso, però è come se queste piante cercassero di fornire a chi le osserva un certo insegnamento, come se con la loro presenza mostrassero qualcosa a quelle persone sempre di corsa, qualcosa che di certo non riescono più a provare.

            Poi mi stringo nella mia giacca e riprendo a camminare. Non c’è una direzione precisa verso cui dirigermi, però vorrei tanto seguire l’insegnamento dell’albero e trovare un luogo dove possa fermarmi a parlare con qualcuno, scambiare delle opinioni, ascoltare le storie personali di individui con esperienze differenti dalle mie, e magari confrontarle senza fornire mai alcun giudizio. Entro in un locale dove ci sono dei tavolini ed è possibile sedersi davanti ad un caffè o a qualcosa da bere, e mi guardo attorno, cercando qualcuno che abbia le mie stesse intenzioni. Un anziano mi dice, guardandomi negli occhi per un momento, che oggi tutti hanno fretta, e che l’età alla fine dimostra invece che quella fretta è soltanto una sciocchezza incapace di produrre del bene. Annuisco, però poi cerco di spiegare che non è una questione di età, e che tutti quanti siamo circondati da una realtà talmente densa di spunti che non c’è bisogno di raggiungere la saggezza della vecchiaia per rendersene conto, e che basta soltanto imparare a soffermarsi sulle cose semplici che ci stanno attorno.

            L’anziano sembra quasi offeso, forse gli pareva più importante ciò che sosteneva lui, e alla fine si alza, mi dice buona giornata e quindi se ne va, come se non avesse travato in me una persona capace di comprendere ciò che desiderava affermare. Lo saluto a mia volta, poi mi rendo conto che è difficile trovare degli argomenti su cui si può essere tutti d’accordo, a meno che non si dimostri una superficialità che naturalmente non aiuta nessuno. Quando torno ad uscire da questo caffè mi pare di poter definire giusto il comportamento di tutti: bisogna correre, rifletto, è necessario evitare di pensare troppo agli elementi che costituiscono ogni porzione di una semplice giornata; va bene così, come se scivolare rapidamente sopra a qualsiasi argomento eviti di trattenere troppo a lungo il nostro pensiero divergente. La realtà, penso ancora, è fatta spesso in questo modo, e credo che soltanto alcune persone tra tante abbiano davvero interesse a coltivare la propria sensibilità nei confronti di ciò che è sotto agli occhi di tutti. Ma questo alla fine non ha alcuna importanza, visto che non saranno alcune tra queste persone che potranno cambiare davvero le cose. Tutto andrà avanti per proprio conto, penso infine con una certa tristezza, e gli sforzi che qualcuno farà per mostrare che esiste anche una strada diversa, probabilmente rimarranno incompresi, e forse saranno addirittura osteggiati, fino a convincere tutti quanti che la giusta direzione è quella già ormai stabilita, una volta per tutte.

 

            Bruno Magnolfi  

lunedì 20 ottobre 2025

Solidarietà a portata di mano


Sto scappando, a gambe levate e con le braccia scomposte, mentre la mia testa brulica di pensieri ricolmi di paura per ciò che forse potrà ancora accadermi in questi pochi metri che ancora non mi separano del tutto da quell’incrocio urbano luogo di gravi e pretestuosi disordini ai danni nostri, manifestanti incolpevoli. Alle mie spalle lascio una strada piena di fumo e di rumori forti e incomprensibili, colma di risentimenti e forse anche di assurde vendette che alla fine neppure comprendo bene, intasata com’è apparsa da alcune scelte di potere che mostrano semplicemente il desiderio di annullare tutti coloro che hanno mostrato la voglia di dare una lettura diversa delle cose, cercando di trovare e mostrare di fronte all’opinione pubblica un vero responsabile tangibile di un qualcosa che non si sa neppure definire cosa possa essere. Però, la cosa essenziale, almeno per me che per la prima volta vivo un’esperienza del genere, è quella di allontanarmi da quel luogo, trovare rapidamente la maniera per essere distante da tutto quanto, come se in fondo quello che è appena successo non mi riguardasse del tutto direttamente, limitandosi a sfiorare appena le mie blande convinzioni, evitando di incidere davvero su quanto oggi mi ha portato svogliatamente fino lì.

Un minuto, forse due, il tempo esatto in cui avvengono tante cose diverse, quando improvvisamente si tocca con mano qualcosa che non si credeva neppure possibile, ed invece lui è qui, ad un passo da noi, come il risultato di un destino capriccioso, che varia i percorsi di tutti i pensieri e le giornate. Di colpo sono stanco, sfinito, e soprattutto sono da solo a decidere in quale maniera assorbire dentro di me questa brutta esperienza, e come far risultare questa possibilità di violenza contro me stesso come una concreta consapevolezza, una crescita, un tassello di discernimento che rimarrà per chissà quanto tempo in mezzo ai miei pensieri. Sembra quasi che la mia fantasia non sia stata capace da sola nel farmi intraprendere questo percorso, ed invece è stato sufficiente lo scoppio della realtà per farmi comprendere che cosa a volte ci sia dietro alle cose vissute come un gioco, come uno scherzo, come qualcosa da non prendere mai troppo sul serio. Non mi guardo indietro, non ho bisogno di vedere con i miei occhi ciò che è accaduto, ho tutto quanto ciò che mi serve già dentro la testa, meditato e riflettuto quanto basta per farmi fare quel salto di consapevolezza che forse mi mancava completamente fino ad oggi.

Non ho bisogno di spiegazioni, nessuno dovrà dirmi che cosa realmente è accaduto e per quale assurdo motivo si è verificato quello che insieme agli altri ho dovuto subire: so per certo adesso che esiste l’ingiustizia, e che questa si manifesta certe volte nei modi più strani e imprevedibili possibile, e devo averne coscienza da ora in avanti, perché nessuno mi chiarirà mai l’irrazionalità che sta dietro all’improvviso turbinare illogico di ogni aggressione. Mi fermo dietro ad un angolo di una casa qualsiasi, col cuore in gola ed il fiato che ormai non ho più, e penso proprio in questo momento di essere rimasto da solo, con tutti i pensieri che continuano a brulicarmi dentro la testa, mentre invece mi accorgo voltandomi di scatto che c’è Niocke dietro di me, che mi ha seguito fin qui, forse riconoscendo la mia pur debole saggezza nel trovare certe scappatoie, o magari fidandosi del mio semplice portare me stesso verso la salvezza, e in questo modo indicare anche a tutti gli altri la strada più giusta per mettersi al sicuro. Mi volto, lo guardo, e d’impulso lo abbraccio. È contro di lui che si cerca di portare avanti tutta questa aggressione, ed adesso lo so con certezza, ne sono assolutamente consapevole, ed io allora voglio stare appieno dalla sua parte, desidero proteggerlo da questa realtà sporca, da questo mondo così assurdo, perché provo la volontà di essergli fratello, e contemporaneamente di marginalizzare quella stessa volontà cruenta misurata da noi appena pochi minuti indietro, quella che non accetta alcuna variazione possibile lungo la propria strada segnata.

Niocke si lascia abbracciare tremando, quasi con timidezza, e poi dice soltanto: <<Siamo davvero amici adesso, caro Marco; lo sapevo fin dall’inizio che tu eri così, che avevi la sensibilità giusta, anche se la nascondevi per non farla apparire come una semplice debolezza>>. Annuisco, ha ragione, al momento non ho niente da aggiungere, resto in silenzio, però gli sorrido, perché sono contento delle parole che sta usando, sono le stesse che in questo momento vengono in mente anche a me, e sono felice di poter stare con lui, di mostrare senza alcuna remora che la vera salvezza sta esattamente nel nostro aiutarci a vicenda. <<Essere delle belle persone è la cosa che conta più di ogni altra>>, dico alla fine, mentre al limite del mio campo visivo noto che tutto intorno a noi adesso è calmo, come se nulla fosse successo, e la violenza scagliata contro un gruppo di studenti senza nessuna colpa fosse ora diventata la molla per far trovare a tutti quella solidarietà che forse mancava.  

 

Bruno Magnolfi

martedì 14 ottobre 2025

Limite invalicabile.


Sono trascorse diverse settimane a seguito della piccola manifestazione interrotta brutalmente già durante il suo inizio in Pian dei Fossi, ed Antonio gira da solo come sempre per le strade del paese senza che il suo interesse sia minimamente attirato da qualcosa o da qualcuno. Si è trincerato nel silenzio più totale da quando ha visto con i propri occhi che le Forze dell’Ordine attaccavano in modo inspiegabile e violento quei ragazzi in piazza, e da quel momento non prova più alcun desiderio di scambiare anche solamente un gesto, oppure un saluto, se non un’opinione, con tutti coloro che si trova ad incontrare per strada e che lo chiamano Toni Boi, come sempre hanno fatto in molti. Ha maturato in queto periodo una specie di rancore contro tutti, ed adesso si mostra del tutto indifferente verso coloro che lo sfiorano o che cercano di attirare in qualche modo la sua attenzione. Il paese di Pian dei Fossi invece è ritornato velocemente alla normalità, e da nessuna parte si parla più del ragazzo senegalese, della manifestazione studentesca, della famiglia dei Tornassi, oppure dei loro guai giudiziari che comunque sembrano ancora fermi alla fase delle indagini preliminari, mostrando scarse possibilità di produrre un vero seguito. E a nessuno sembra comunque interessare troppo tutto quello che è accaduto nel periodo appena trascorso, e gli argomenti delle chiacchiere da affrontare in piazza o nell’osteria sono tornati ad essere rapidamente quelli di sempre. Antonio è sicuro di non sentirsi bene, e di non provare più alcuna voglia di aprirsi agli altri e di mostrare quella normalità che oramai sembra essergli sfuggita, tanto che sua sorella ha già telefonato al medico che lo ha sempre curato, prendendo un appuntamento preciso per analizzare a fondo questa situazione.

Lui non parla più neppure in casa, né con sua sorella, né con Carlo, e non ha più mostrato alcuna voglia di recarsi in biblioteca e neppure all’officina dove lavora Niocke; non riesce più a provare il bisogno degli altri come sembrava avesse manifestato da qualche tempo a questa parte, ed anche l’espressione della sua faccia si è fatta in poco tempo sempre più corrucciata, nervosa, sfuggente, come se provasse un segreto risentimento verso chiunque. Qualcuno per strada ancora cerca di fermarlo, chiamandolo come sempre col suo nomignolo, ma lui è indifferente agli altri, e tira diritto senza preoccuparsi di chi gli rimane attorno o che tenta di parlargli e di attirare in qualche maniera l’attenzione di quel depresso cronico che per fortuna non ha mai fatto mai del male a nessuna anima viva. Antonio cammina con lo sguardo basso, il passo deciso, i gesti di chi appare come assente, e si muove tra le case, lungo le strade, percorrendo i marciapiedi, senza mai cercare una vera meta, ma come se provasse la necessità di cercare qualcosa fuori da sé che invece probabilmente è soltanto al suo interno. Quando rientra in casa si chiude nella sua stanzetta e si piazza seduto ad osservare la parete che ha di fronte, come se niente lo potesse distogliere da quel suo strano bisogno di sentirsi assente, neppure i suoi amati libri ormai lasciati negli scaffali a prendere la polvere. Sua sorella Teresa gli porta qualcosa da mangiare, considerato che non vuole più neppure mettersi a sedere al tavolo con lei e con suo marito, e quindi mastica lentamente ma senza appetito ciò che si ritrova dentro al piatto, ma con indifferenza, quasi rispondendo ad una semplice abitudine, oppure cercando di dare solo un seguito agli sforzi che compie la sua famiglia nei propri confronti.

Nel silenzio ha già iniziato a prepararsi per quella visita medica a cui dovrà sottoporsi già tra pochi giorni, e quando il dottore della clinica psichiatrica, che lo conosce e lo segue ormai da molti anni, gli porrà le solite domande per comprendere qualcosa in più dei suoi disturbi attuali, come peraltro ha fatto già ogni volta che ci sono state delle ricadute, lui probabilmente neppure si preoccuperà di dargli delle risposte, e resterà chiuso e irremovibile nel suo mutismo, incapace, inadatto, oppure semplicemente riottoso come sembra a dare delle risposte a quei quesiti infidi e a quelle parole che forse non riescono più neppure a giungere alle proprie orecchie. È ripiombato in poco tempo nella sua inespugnabile e assoluta solitudine, ed adesso si dimostra assente con chiunque possa incontrare, sia che si trovi nelle sue vicinanze, o che in un modo o nell’altro tenti di riferirsi direttamente a lui, e con ogni probabilità non gli importa neanche più niente di sapere ciò che accade in quella realtà da cui forse potrebbe sentirsi ancora circondato, ma che non sembra essere più di sua concreta appartenenza. C’è una chiusura, senza alcun dubbio, una definitiva separazione tanto netta quanto incomprensibile per tutto ciò che dovrebbe interessare tanto a tutti coloro che vivono e si muovono attorno a Toni Boi, quasi che tutto il mondo fosse relegato all’interno di un’atmosfera che non è più la sua, ed ogni stimolo giunto dal di fuori si infrangesse contro una corazza tirata su di colpo, all’improvviso, come un limite invalicabile oltre il quale niente ha la capacità di essere minimamente recepito.

 

Bruno Magnolfi

domenica 12 ottobre 2025

Leve del potere.


            Le finestre della modesta sala dove si tengono generalmente le riunioni del Consiglio Comunale, al primo piano di quella costruzione, danno direttamente sulla piazza antistante l’edificio, e considerato che adesso all’interno sono presenti soltanto pochi impiegati dei vari uffici, il Sindaco di Pian dei Fossi è andato già due volte fino a quei vetri per guardare la pioggia battente sull’asfalto di fronte, e per osservare quei pochi ragazzi radunatisi proprio lì davanti, come se quell’amministrazione democratica da lui guidata fosse un vero punto di partenza per le loro rivendicazioni. Ettore Rimonti naturalmente ha subito notato la sproporzione tra le Forze dell’Ordine schierate in tenuta antisommossa e quel gruppo sparuto di studenti inoffensivi, ma non si è soffermato a preoccuparsi troppo della situazione, fidando nelle rassicurazioni telefoniche ricevute qualche giorno addietro dal Questore, responsabile della sicurezza della zona. I ragazzi, una quindicina al massimo, sembrano ripararsi alla meglio sotto ai propri ombrelli mentre sorridono e scherzano tra loro, sapendo con  sicurezza come sia stata proprio quella pioggia a tenere molti altri loro compagni ben lontani dalla piazza, e la volontà che comunque sono lì a manifestare, in sfida aperta contro le avversità metereologiche, dimostra il carattere deciso e fermo delle parole che hanno portato stamani in mezzo al loro gruppo, e prima di tutte quel “no al razzismo” semplice e meraviglioso che campeggia sul piccolo striscione bagnato messo assieme in fretta e con scarsità di mezzi.

            Ci sono sua figlia e suo nipote in quella piazza, e naturalmente quel ragazzo senegalese che è come diventato un simbolo per quella lotta, dopo che i fatti accaduti a lui sembra lo abbiano fatto diventare l’argomento principale di cui parlare per tutta la comunità degli abitanti del paese. Ma non ci sono grandi preoccupazioni in giro, considerato che c’è un’inchiesta della magistratura aperta per accertare eventuali responsabilità di qualcuno, oltre al fatto che nessuno dei concittadini si è dimostrato fino ad oggi sfavorevole all’integrazione nel tessuto sociale di quel ragazzo dalla pelle scura. Sono tutti studenti, ed in diversi hanno sulle spalle il proprio zaino, come è loro abitudine portarsi sempre dietro, e dalle tasche esterne sporgono delle immancabili borracce o delle bottigliette d’acqua, anche se stamani non sembrano di grande utilità. Forse è per quelle che ad un certo punto, mentre i ragazzi hanno già avviato il loro piccolo corteo, i Carabinieri partono con una carica repentina accompagnata persino dal lancio di gas lacrimogeni; forse si sono insospettiti per quelle borracce che paiono camuffare delle bombe molotov, forse chi li comanda si è fatto prendere dai nervi, dalla paura che qualcosa stesse sfuggendo di mano a chi è chiamato a mantenere l’ordine. I ragazzi scappano con i loro zaini, con gli ombrelli e tutto il resto, disperdendosi rapidamente nelle stradine laterali del paese, fortunatamente senza che ci sia stato un vero contatto tra loro e le divise.

            Ettore corre giù lungo le scale del palazzo Comunale, si copre la faccia e le vie respiratorie con il proprio fazzoletto, cerca con qualche breve occhiata di vedere sua figlia o qualcun altro di quegli studenti che conosce, ma oramai di loro non c’è più nessuno in quella piazza, hanno tutti probabilmente trovato rifugio dietro qualche angolo, in fondo a qualche caseggiato, ed è evidente che per stamani non si faranno più vedere. Allora il Rimonti torna salire velocemente le scale del Comune, entra rapidamente nel suo ufficio, compone il numero del Questore per fargli subito le proprie rimostranze, ma non risponde nessuno a quel numero diretto, così compone il  numero del centralino, chiede di farsi passare all’apparecchio il Questore in persona, e che quella è una telefonata urgente, ma gli dicono che non c’è in ufficio, che stamani non si è ancora visto, ed allora in un attimo il suo ruolo di Sindaco e di amministratore della cosa pubblica, e di primo cittadino di quel paese, diventa inutile, ininfluente, carta straccia nelle mani di chi è davvero più potente.

            Ettore si accascia sulla sua sedia, non c’è niente che può fare, neppure chiedere delle semplici spiegazioni a chi ha inviato quei Carabinieri a mantenere l’ordine in quella piazza sempre tranquilla. Immagina già che domani, o il giorno successivo, qualcuno gli dirà con una breve telefonata che forse il luccichio di qualcosa di metallico aveva indotto le Forze dell’Ordine a proteggersi e a proteggere gli ignari abitanti di Pian dei Fossi, e sarà del tutto inutile a quel punto spiegare che erano soltanto le borracce piene d’acqua di un gruppo di studenti del liceo incapaci di far del male a chicchessia. Chissà se era già tutto previsto, chissà se il Questore aveva ricevuto degli ordini precisi, se quella squadra di Carabinieri era stata allertata per trovare un qualsiasi pretesto al fine di scatenarsi contro dei ragazzi minorenni. Forse si, nessuno vorrà mai dire una cosa di quel genere, e nessuno darà conferma di come sono andati davvero questi fatti, in ogni caso resta la forte irritazione di un Sindaco impotente di fronte a queste violenze così gratuite, che comunque non mancherà per via politica di far sentire la propria voce alterata, almeno fin dove questa potrà giungere, e di far arrivare le proprie rimostranze anche in quegli uffici dove a volte si manovrano con leggerezza le leve del potere.

 

            Bruno Magnolfi        

venerdì 10 ottobre 2025

Scelte di campo.


Quando Antonio era uscito da casa, ormai già tardi per l’appuntamento dopo lo scambio di opinioni con sua sorella, non aveva affatto intenzione di arrivare fino alla piazza del Comune per sfilare in corteo insieme agli studenti, e non certo per una distanza di principio dalle loro idee, ma riservandosi un ruolo di osservatore di quei coraggiosi partecipanti alla manifestazione indetta per quella mattinata. Davanti all’osteria intanto stazionava un bel gruppo di pensionati e di perdigiorno, in piedi e in attesa con i loro ombrelli aperti, e mentre rimanevano fermi ad osservare anch’essi da lontano i pochi ragazzi che intanto si radunavano dalla parte opposta del corso cittadino, continuavano a scambiare su di loro delle battute spiritose proprio per il fatto che alla fine fossero un numero piuttosto esiguo, e che probabilmente la paura di bagnarsi per la pioggia insistente avesse frenato con evidenza tutti gli entusiasmi precedenti. Non si possono cambiare le cose in questa maniera, sembravano ripetersi con convinzione e anche ridendo, quasi come ad esorcizzare qualcosa che in fondo non erano riusciti a digerire con facilità, ed Antonio evitandoli era andato a fermarsi nei pressi del negozio dei generi alimentari, all’inizio della strada di collegamento, come aspettando che quel piccolo gruppo di ragazzi, come previsto, si muovesse prima o dopo verso di lui.

Il nucleo di Carabinieri sullo sfondo sembrava a tutti qualcosa di inaudito, ma forse, diceva già qualcuno, era in questo modo che si dava ai cittadini l’immagine di piena sicurezza che lo Stato aveva bisogno di infondere anche in un piccolo centro abitato come quello, e visto che nessuno ne aveva una diretta esperienza, si poteva perciò dare per scontato che fosse del tutto naturale. Toni si sentiva agitato, in fondo a sé stesso avrebbe voluto essere lì assieme a quei ragazzi, e se avesse avuto l’approvazione o anche il silenzio di sua sorella Teresa su tutto l’argomento, a lui non sarebbe dispiaciuto affiancarsi a Niocke nell’attraversamento in corteo di tutto il paese di Pian dei Fossi. Ma adesso tutto questo aveva ben poca importanza, visto che la condizione più pregnante della giornata era data da quella pioggia fastidiosa che sembrava da sola voler ostacolare ogni iniziativa. Il dipinto impressionista che sembrava apparire davanti ai suoi occhi era costituito da macchie di colori tenui, slavati dall’acqua e dagli ombrelli scuri stretti l’uno accanto all’altro, come a proteggere alcune idee di fondo, e contrapposti alle divise delle Forze dell’Ordine incuranti delle avversità meteorologiche.

Un senso vago di sospensione pareva scivolare momento dopo momento sopra l’asfalto lucido del corso, ed il duello che sembrava compiersi in quei minuti era dato con semplicità dal rovesciamento di prospettiva rispetto all’assoggettamento della popolazione di quel Comune nei confronti della famiglia dei Conti Tornassi, fino ad un ritrovare l’orgoglio, almeno in quelle nuove generazioni in piazza, di un sollevamento della testa a dimostrazione dei principi fondanti della civiltà. Antonio era perplesso, non riusciva ad individuare appieno questo aspetto, ma ne avvertiva in qualche modo l’importanza, e in questa fase si sentiva ora più a suo agio in qualità di spettatore che di protagonista. Forse le cose presto sarebbero cambiate, rifletteva; forse con quella giornata tutti avrebbero iniziato un lungo cammino verso un’economia di zona tesa a staccarsi sempre di più da quella famiglia di vecchi proprietari terrieri capaci soltanto di conservare in ogni modo gli usi e i costumi adottati da sempre dalla loro genìa per gestire i lavoranti presso la loro impresa. Quel gruppo di ragazzi in fondo era lì anche a dimostrare tutto questo, in effetti, ed erano l’esempio di persone curiose e attente, pronte a studiare in scuole distanti da questo luogo dove abitavano i propri genitori pur di accrescere rapidamente le proprie competenze e le diverse conoscenze, e quindi far fronte ad un andamento delle cose fino a quel momento giudicato quasi invariabile.

Poi si erano mossi, quei pochi studenti sparuti e già bagnati dalla pioggia, e dopo pochi passi erano stati attaccati in maniera violenta e quasi incredibile, come se nel loro tentativo di risvegliare le coscienze della cittadina avessero forse superato il confine già tracciato della legittimità. Erano subito scappati per evitare guai personali seri, ma non erano fuggiti rinnegando le proprie idee, e questo in qualche modo era giunto agli occhi di Antonio come qualcosa di forte e di certo. Non sarebbe mai stata una battaglia contro i Carabinieri a decretare il cambiamento della mentalità diffusa nel paese di Pian dei Fossi, sembrava dicessero scappando, ma in compenso sarebbe stata la capacità di una parte della piazza nell’evitare il più possibile uno scontro diretto a far risaltare i metodi sbagliati ancora saturi di un antico modo di intendere le cose. Per lui era tutto molto evidente, senza alcun dubbio, e non si poteva commentare con superficialità e in altra maniera quanto stava accadendo, se non schierandosi dalla parte dei retrogradi. Per Toni quanto aveva visto in quei pochi minuti era già più che sufficiente, e da ora in poi non sarebbero certo state le proprie simpatie personali verso chiunque a tirare da una parte o dall’altra le sue scelte.

 

Bruno Magnolfi               

giovedì 9 ottobre 2025

Futuro oscurato.


            Caro Diario, torno a scriverti adesso, ma soltanto per dirti che oggi ho visto trascorrere una delle giornate peggiori da quando sono al mondo. Stamani, come ti avevo scritto in precedenza, si è tenuto il raduno e la manifestazione contro il razzismo nel nostro piccolo paese di Pian dei Fossi, ma alla fine, ringraziando anche la pioggia incessante della mattinata, ci siamo ritrovati davvero in pochi tra coloro che in precedenza avevano dichiarato la personale necessità di stare nella piazza del Comune per formare questo corteo debitamente autorizzato. Già tutto ciò mi ha provocato immediatamente un certo dispiacere, appena mitigato dal fatto che erano presenti a dar vita al corteo sia mio cugino Marco, che la mia amica Laura, oltre naturalmente a Niocke che si è messo subito al mio fianco, tanto che sembrava quasi d’essere come ogni mattina alla fermata della corriera per andarcene al liceo. C’erano soprattutto molti Carabinieri nella piazza, peraltro armati e protetti di tutto punto, anche se a mio parere non ce n’era affatto la necessità visto il carattere pacifico della nostra protesta, e se questo in un primo tempo mi aveva impresso una certa preoccupazione, in un secondo tempo la loro presenza mi ha confermato l’importanza della giornata e di questa iniziativa studentesca. Mi sono rilassata, caro Diario, e nonostante dovessimo tenerci costantemente sotto agli ombrelli per evitare di bagnarci in modo completo, in ogni caso ho pensato che il gesto generoso di essere lì a manifestare per un diritto che reputo sacrosanto, fosse l’elemento di gran lunga più importante nei confronti di qualsiasi eventuale lamentela. Abbiamo sfoderato il nostro piccolo striscione allestito per l’occasione il giorno avanti, e con orgoglio ci siamo messi alle spalle di quella scritta che pareva riguardare tutti quanti. Immaginavo già di camminare con orgoglio davanti alle botteghe di Pian dei Fossi, e di dimostrare ai miei compaesani quanto poco ci volesse per far propria una battaglia apparentemente distante da tutti come quella contro il razzismo.

            Caro Diario, i Carabinieri in quei momenti proseguivano a guardarci da dietro alle loro lucide visiere plastiche ed agli scudi, ma con degli sguardi bonari, con atteggiamenti rilassati, immobili, quasi a proteggere il nostro iniziale incamminarci, come se quell’allineamento in una piccola colonna di ragazzi che manifesta profondamente certi ideali, segnasse un sentimento che avrebbero potuto provare nel proprio intimo persino tutti loro, se in quel momento non fossero stati inguainati nelle divise. Ma ad un tratto, caro Diario, tutto è cambiato, senza che noi del corteo avessimo sospettato alcuna variazione d’intenti. Abbiamo avvertito alle nostre spalle qualche scatto metallico, poi uno sparo o due, e subito dopo è giunta proprio davanti ai nostri piedi una di quelle bombe fumogene che immediatamente ci ha spaventato a morte e fatto piangere senza alcuna possibilità di trattenerci. Con le mani sugli occhi abbiamo sentito da dietro giungere a quel punto il rumore forte e inequivocabile di tutti quegli scarponi anfibi che loro indossavano correndo verso noi, e con un guizzo di salvaguardia personale abbiamo iniziato a correre subito in avanti, lungo i muri delle case, cercando di allontanarci velocemente e di disperderci nelle strade laterali. Ad occhi chiusi, con le mani sulla faccia, ognuno nella propria disperazione ha cercato di mettersi in salvo così come poteva, ed io, dopo la corsa senza fiato e tutti gli organi del corpo che sembravano scoppiarmi, mi sono fermata per un momento a prendere aria appoggiandomi al portone chiuso di una casa, ma proseguendo a piangere per gli occhi irritati al massimo, mentre cercavo di comprendere se fossi ormai rimasta del tutto sola o se qualcuno dei ragazzi per caso mi avesse seguito fino lì. 

            Poco distanti da dove mi trovavo mi sono resa conto che c’erano soltanto un paio dei miei compagni, piagnucolanti e impauriti esattamente come me, desiderosi soltanto di tornare in fretta nelle loro case, come se fossero animali braccati da un feroce predatore. Ci siamo asciugati gli occhi, ognuno come poteva, poi ci siamo allontanati senza neppure dirci niente, e quindi tutto è come svanito poco per volta come un incubo, come una di quelle cose che in seguito non si desidererebbe neppure ricordare. Mille domande, mille dubbi, mille pensieri però mi attraversavano la mente mentre tornavo verso casa mia, e soprattutto mi chiedevo cosa ci fosse stato di sbagliato nel nostro comportamento. Eravamo un pugno di studenti che non poteva rappresentare per alcun motivo un pericolo per nessuno; avevamo espressioni tranquille, gesti calmi, nessuna arma con noi, possibile dover subire un attacco così violento ed improvviso dalle Forze dell’Ordine senza avere in questo modo alcuna colpa? Caro Diario, adesso che ti scrivo non so ancora spiegarmi il motivo scatenante di tutto quello che è accaduto, però so con certezza che questa è stata per noi, che desideravamo soltanto stimolare la coscienza dei nostri concittadini troppo spesso adagiati nell’inattività, una giornata da incubo, qualcosa che non avremmo mai neppure lontanamente immaginato. Ne ho parlato con mio padre, ma neanche lui è stato in grado di darmi spiegazioni. Così il nostro legittimo moto antirazzista sembra sia stato duramente represso proprio sul nascere, fino a minarne ogni sviluppo persino nel futuro.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 7 ottobre 2025

Partecipazione.


          Dai due blindati scuri erano scesi subito dieci Unità delle Forze dell’Ordine, coi giubbotti antiproiettile già indossati, i manganelli alla cintura, gli elmetti sulla testa e gli scudi antisommossa alla mano, mentre gli autisti dei mezzi manovravano per rendere obbligata l’uscita dalla piazza nel punto che desideravano tenere maggiormente sotto controllo. Poi si erano schierati davanti alla facciata di una casa, quando già pioveva, e avevano atteso a lungo, fino a quando erano iniziati ad arrivare i pochi ragazzi per la manifestazione. Un Carabiniere si era riferito al Capitano, il più alto in grado della squadra, come se desiderasse anche interpretare il pensiero dei propri colleghi: <<Forse è stato sopravvalutato il pericolo>>, aveva detto. <<Probabilmente non importava venire qui in tanti come siamo, e magari c’era anche da immaginarselo, visto che questo è soltanto un piccolo paese dove non è mai successo niente>>. Il Capitano lo aveva osservato con uno sguardo di superiorità, quindi aveva replicato: <<Noi dobbiamo sempre attenerci agli ordini superiori, e certe volte se non riusciamo a comprendere la necessità di certe cose, è soltanto perché non ci è dato di conoscere tutti i risvolti di una certa situazione. Qui oggi noi dobbiamo dimostrare quanto non sia mai il caso di sollevare dei gratuiti polveroni con una scusa pretestuosa, e che tutto deve sempre rientrare all’interno della vita ordinaria di ciascuno, senza tentare mai fughe in avanti. Sto aspettando delle istruzioni più precise, ma potrebbe darsi che ad un certo punto noi si venga chiamati a lanciare una carica di alleggerimento, al solo scopo di disperdere questi studentelli e togliere loro la voglia di fare dei cortei>>. Il Carabiniere semplice era restato in silenzio, ed aveva subito annuito pur senza convinzione, mordendosi la lingua per aver disturbato il proprio Capitano con delle stupidaggini.     

            Alla fine i dimostranti erano soltanto una quindicina in tutto, con un piccolo striscione fatto anche molto alla buona, e pareva proprio che non potessero provocare alcun disturbo agli altri cittadini, se non dare la prova di una certa sensibilità rispetto a dei temi così importanti come il razzismo. Svogliatamente, si erano poi mossi con i loro ombrelli aperti strisciando lungo il marciapiede e sul bordo stradale della via principale di Pian dei Fossi, e forse qualcuno di loro si era meravigliato di quanti Carabinieri attrezzati fossero stati inviati quel giorno a fronteggiare una cosa tanto piccola, e qualcuno si era pure immaginato che le Forze dell’Ordine fossero lì per proteggere gli stessi manifestanti da eventuali malintenzionati a cui non fosse andata giù quella iniziativa. Ma non avevano neppure compiuto cento metri, che quelle divise, armate di tutto punto, li avevano raggiunti da dietro, lanciando un lacrimogeno proprio davanti ai loro passi, e poi, sfoderando i propri manganelli, avevano eseguito una vera e propria carica, disperdendo in appena un attimo tutti i ragazzi presenti, fino a decretare la fine improvvisa e definitiva di ogni manifestazione. I paesani che osservavano la scena da una certa distanza, oppure quelli che curiosavano dalle loro finestre, si erano immediatamente ritirati in considerazione anche di quel fumo urticante che ammorbava l’aria, e nonostante non fosse avvenuto un vero contatto tra i Carabinieri e gli studenti, grazie anche alla prontezza di questi ultimi nello scappare rapidamente per le viuzze laterali del Corso, la paura di venire colpiti da qualche eventuale manganellata era stata tanta, al punto che a nessuno di loro era venuta più voglia di tornare indietro, allontanandosi definitivamente dalla zona.

            I Carabinieri invece erano rimasti a lungo sulla strada, ricompattandosi e preparandosi ad affrontare ancora chissà quali insurrezioni, fino a quando il loro Capitano, ricevute ulteriori informazioni telefoniche, aveva ordinato a tutti di tornare verso i propri mezzi, pur con molta circospezione e senza alcuna fretta. Poi erano rimasti ancora per più di un’ora al margine della piazza comunale, fino a quando poco per volta avevano ripreso posto sui blindati, restando comunque per un altro lasso di tempo ancora sul posto. Naturalmente, nessun paesano di Pian dei Fossi aveva osato transitare davanti o vicino a loro, né in macchina, né tantomeno a piedi, e la notizia di quanto era accaduto poco prima aveva immediatamente fatto il giro di tutto il centro abitato. Nessuno sapeva spiegarsi il motivo per cui fosse stato ordinato di manganellare un gruppetto sparuto di ragazzi che non avrebbe mai fatto male neanche ad una mosca, e tantomeno si capiva il motivo di lanciare dei gas lacrimogeni che avevano fatto piangere persino le massaie nelle loro case. Qualcuno aveva iniziato a dire che si era andato cercando un colpevole di qualcosa, e che reprimere violentemente qualsiasi pur buona intenzione era il sistema giusto per poter dire in seguito che c’era stato da parte dei manifestanti un serio pericolo per tutta la cittadinanza, e che quindi quei teppistelli sarebbero subito stati giudicati come un gruppo di facinorosi abituati soltanto alle maniere forti. Fortunatamente in tutto questo nessuno era rimasto ferito, anche se quegli studenti adesso riflettevano in cuor proprio con estrema sicurezza, così impauriti al massimo livello da quelle azioni dure e inaspettate da parte delle Forze dell’Ordine, che non avrebbero più tentato di partecipare ad un corteo del genere.

 

            Bruno Magnolfi

domenica 5 ottobre 2025

Niente male.


Adesso sono qui, da solo, che controllo ogni pochi minuti i messaggi che potrebbero giungere sul mio telefono portatile, anche se so perfettamente che per il momento non ci sono delle particolari novità. Avevo pensato di mettermi sulla testa un cappello poco appariscente, sulla faccia un paio di baffi finti e sugli occhi anche un paio di occhiali scuri, e con una macchina anonima in prestito farmi un giro in paese per rendermi conto personalmente che cosa stesse accadendo da quelle parti e quante persone ci fossero in piazza stamani. Ma poi non me la sono sentita, ed allora ho incaricato il nostro fedele cantiniere di farsi lui una passeggiata con la propria automobile al posto mio, e scattare senza farsi vedere delle fotografie digitali da farmi vedere in seguito, una volta ritornato nella nostra villa. Naturalmente gli ho anche detto di telefonarmi, o meglio di inviarmi dei messaggi per darmi il suo parere su come stessero andando le cose, rivelare il numero delle persone presenti, descrivermi gli striscioni esibiti, e soprattutto riferirmi se qualcosa nel corteo fosse attribuibile direttamente alla famiglia dei Conti Tornassi. Poi ho atteso con ansia, cercando con il mio binocolo di riuscire a vedere qualcosa laggiù, in mezzo alle abitazioni di Pian dei Fossi, anche se c’è troppa distanza e si riesce ad intravedere soltanto qualche spiraglio di strada. Infine, lui mi ha chiamato, rispettando alla lettera le istruzioni ricevute, ed ha spiegato che davanti al palazzo del Comune c’erano soltanto alcuni ragazzi sotto agli ombrelli, un solo striscione generico, nessun riferimento particolare a fatti o persone, e soprattutto nessun adulto tra loro, a parte parecchi Carabinieri coi loro mezzi enormi, in un numero addirittura quasi superiore ai manifestanti. Alla fine, soltanto una scolaresca in gita, ho pensato.

Mi sono rilassato, ho ringraziato la giornata piovosa e la mancanza di coraggio da parte di tutti i paesani, ed infine mi sono seduto, ritrovandomi praticamente con nient’altro da fare. È stato allora che mi è arrivato un messaggio dal cantiniere. Diceva che in paese era giunta una macchina, e da lì erano scesi due giornalisti, di cui uno addirittura con una specie di cinepresa sopra un treppiede. Però si erano guardati subito attorno ed avevano immediatamente compreso che non c’era una vera notizia da dare al pubblico, né delle riprese video da immortalare, così erano saliti di nuovo sulla loro macchina al riparo dalla pioggia, e dopo un certo tempo se n’erano andati. Poi ho sentito bussare leggermente alla porta dello studio dove mi ero piazzato. <<Alberto>>, ha detto mia sorella Lucia con una voce stranamente ovattata, mentre socchiudeva l’uscio fino a farsi vedere. <<Ho pensato di fare un giro in paese, giusto un passaggio lungo la strada per rendermi conto di come stiano andando le cose con quella manifestazione da idioti>>. Le ho fatto cenno di entrare, di sedersi, di stare tranquilla. <<Non c’è nessuno, non preoccuparti, soltanto una manciata di ragazzi delle scuole, ho già inviato i miei informatori, e non importa che tu stia a scomodarti>>. Lei è entrata, si è seduta, ha acceso immediatamente una delle sue sigarette, poi mi ha detto: <<Mi prende il nervosismo a stare qui senza poter fare niente, anche se mi rendo conto che è un bene per noi assumere d’ora in avanti un basso profilo, e in paese farsi vedere il meno possibile>>.  

Mi sono alzato dalla sedia, ho preso il mio potente binocolo con ambedue le mani ed ho di nuovo gettato uno sguardo dalla finestra verso il paese, senza comunque che questa azione riuscisse di fatto a portare alla realtà qualcosa da aggiungere. <<Anche dalla torretta non si riesce a distinguere nulla, le case purtroppo coprono ogni visuale sulle attività che vengono intraprese lungo le strade di Pian dei Fossi>>, ha detto lei, quasi con un senso di rammarico, forse retaggio della memoria dei nonni, quando le cose forse erano piuttosto diverse. Indubbiamente, avere una piena immagine delle azioni dei paesani durante le loro normali attività all’aperto sarebbe stato già nel passato il desiderio principale di chi aveva nelle proprie mani il potere economico e anche politico di tutta la zona, ma in seguito la ricostruzione delle abitazioni malandate e le modifiche di tutte quelle vecchie case da parte dei loro abitanti, ha portato indubbiamente ad altre necessità, e purtroppo, nel loro sviluppo edilizio, ad ostacolare una chiara visione del centro abitato, almeno dalla visuale della casa padronale dei Conti. <<Forse dovremmo prendere in affitto un appartamento in paese>>, ha detto Lucia a labbra serrate. <<Una semplice e modesta coppia di stanze magari, con le finestre che si affacciano direttamente sul corso, e così poter assistere da dietro a delle tende oscuranti, quando ci va, ai vari movimenti delle persone che passeggiano sui marciapiedi, ed ascoltare direttamente dalla loro voce quello che hanno da dire, senza alcun filtro, sia su di noi che sul lavoro da svolgere presso le nostre tenute>>. Ho guardato un momento mia sorella Lucia, poi ho detto soltanto: <<Vedremo, non c’è alcuna fretta; in fondo le cose non stanno andando poi così male>>.

 

Bruno Magnolfi