Per anni ho continuato a scrivere
poesie, e ancora ne ho voglia. Ma io non voglio dire ciò che dicono le parole.
Cioè, non voglio dire solo quello: si tratta di lasciare che qualcos’altro
scorra in mezzo alle frasi. La costruzione del pensiero spesso avviene in
maniera autonoma: certo, è necessario uno strato minimo di concentrazione su
qualcosa, come un canovaccio da seguire, ma il resto a volte può prendere vita
autonoma e snodarsi lentamente dipanando un proprio senso in maniera
indipendente da tutto, indifferente al pensiero iniziale o ai progetti
elaborati. Il senso che ne scaturisce può sorprendere, ma va a collegarsi in
modo stretto con ciò che abbiamo dentro, quello che non riusciamo a spiegare
neanche a noi stessi. Si possono utilizzare altre buone parole per spiegare ciò
che ha origine in questo modo: intuizione, creatività, fantasia, ma non è
questo il senso. C’è qualcosa che non sappiamo e che certe volte fuoriesce da
noi, che lo vogliamo o meno.
Il controllo sul mondo è solo un
bisogno, la verità è che i significati più importanti ci sfuggono. Come quando
si pensa al proprio corpo e ci pare impossibile che possa resistere a tutti i
maltrattamenti a cui lo sottoponiamo. E soprattutto, lui vive, cresce, si
muove, indipendentemente dalla nostra volontà, quasi facendoci rabbia, certe
volte. Poi, l’improvvisa sensazione che si stia aprendo uno squarcio
all’interno del nostro organismo si fa avanti: come una parte del corpo che
all’improvviso smetta di funzionare e si rompa, e un’emorragia di sangue e
tessuti molli invada ogni interstizio dentro di noi, e che tutto all’improvviso
si offuschi perché privato del complesso sistema che coordina tutto l’insieme;
ecco, la paura che tutto ciò avvenga, adesso, in questo preciso momento, ci
paralizza. Ci paralizza in piedi, fermi in una posizione non di riposo, l’unica
in cui abbiamo quasi tutti i muscoli tesi, e siamo certi di non provare dolore,
siamo convinti di poter ancora resistere; l’immobilità e la solitudine sono le uniche cose che ci
permettono di credere di poter ancora essere come eravamo, come siamo sempre
stati, e di non cedere al nostro umano sconvolgimento, lasciarci convinti che
ancora siamo, viviamo, possiamo permetterci di stare ancora bene.
Nessuno ci ha visti, nessuno è a
conoscenza di quello che stiamo provando, quindi ciò che accade non è proprio
vero, è solo una nostra costruzione mentale: un piccolo sforzo e tutto è
passato, possiamo aspirare ancora a muoverci, pensare, scrivere poesie, anche
se forse abbiamo perso un po’ di quel senso di invulnerabilità che ci sosteneva
e ci lasciava strafottenti, egoisti, pieni di noi. I minuti passano, la strana
rivoluzione dentro di noi è ancora lì, ci preoccupa sempre di più. Allora
guardiamo attorno, cerchiamo negli altri l’aiuto necessario, quel sostegno di
cui, fino soltanto a un momento prima, eravamo sicuri di poter fare a meno.
Adesso ci serve, cerchiamo qualcuno, attiriamo l’attenzione con una smorfia,
un’espressione di dolore, uno sguardo pietoso, un grido.
Ci soccorrono; due, cinque, dieci
persone si fermano, osservano in noi ciò che non vorrebbero mai accadesse anche
a loro, ci parlano addosso, ci fanno domande, si informano su noi, chi siamo,
cosa siamo, e infine riassumono in una sola espressione: siamo un corpo, un
corpo qualsiasi, malato di chissà cosa, possiamo essere lasciati in mano ai
professionisti, persone che si occupano solo di quello, non importa se la
nostra era solo sofferenza di vita, dolore esistenziale, malattia da
incomprensione. C’è una cura per tutto, non dobbiamo preoccuparci. Così
possiamo rassegnarci ad essere, e basta.
Penso questo e mi giro nel letto, nel
buio della mia stanza fredda e silenziosa di una notte qualsiasi. Adesso ho
capito, niente sarà più uguale per me, da domani.
Bruno
Magnolfi
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